27
Gen
19

L’acquit jaune d’or – la garanzia francese verso il consumatore di cognac

I collezionisti di vecchie bottiglie di cognac, specialmente risalenti al periodo tra il 1950 ed il 1980, avranno letto più volte sulle etichette del distillato la misteriosa scritta Acquit jaune d’or.

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Etichetta Courvoisier

Di cosa di trattava? Il termine si può tradurre come quietanza o bolletta: era in pratica un documento che faceva parte del sistema fiscale connesso alla disciplina delle AOC (Denominazione d’Origine) francesi.

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Etichetta per il mercato statunitense

Già dai primi anni del ventesimo secolo i cugini transalpini si erano posti il problema della tutela delle loro produzioni vinicole, oggetto di numerose leggi susseguitesi negli anni. Per il cognac le più importanti furono quella della delimitazione della regione viticola (1 maggio 1909) e quella della concessione della AOC al distillato (15 maggio 1936).

Nel frattempo il fisco francese, non meno occhiuto di quello italiano, otteneva con la legge del 4 agosto 1929 l’istituzione dei titoli di movimento (acquit) dei prodotti vinicoli soggetti ad accise, differenziati nel colore secondo la loro qualità. Per il cognac e l’armagnac l’acquit venne stampato nel color zafferano, ovvero jaune d’or.

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L’acquit-à-caution régional Cognac (jaune d’or)

 

L’acquit jaune d’or era quindi insieme uno strumento di certificazione di origine e di pagamento delle accise, poiché la legge stabiliva il divieto di movimentazione dei prodotti ad esso soggetti quando non accompagnati dalla relativa quietanza fiscale.

Il titolo di trasporto giallo oro garantiva non solo la provenienza dell’acquavite dalla regione delimitata Cognac, ma ne indicava altresì il cru, quando presente, certificato dallo Stato o dal produttore sotto la sua responsabilità: un autentico certificat de substance et d’origine de région délimitée. Era inoltre obbligatorio indicare il percorso, il mezzo di trasporto, ed il tempo necessario. Veniva specificato infine il tipo dei contenitori, il grado alcolico ed il volume complessivo, la natura delle materie prime, oltre al luogo di origine del cognac: una carta di identità completa di ogni spedizione, insomma.

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Etichetta Martell

Il documento veniva rilasciato dalla dogana e seguiva la merce anche durante l’esportazione: il certificato ufficiale dell’amministrazione francese entrava quindi in possesso dell’importatore estero, che poteva così avere la garanzia statale sulla merce acquistata: una tranquillità in più contro le frodi.

Cosa mancava nell’acquit? La dichiarazione dell’invecchiamento del cognac. Con la legge del 20 febbraio del 1946 questa veniva – e tuttora viene – garantita dall’amministrazione fiscale e dal BNIC, un tempo fino a cinque anni, e dal 2018 fino a dieci. Un apposito documento complementare al prezioso foglietto giallo, chiamato Certificat d’Age ne testimoniava l’età davanti ai terzi, sebbene per una durata limitata: un ulteriore strumento a protezione del consumatore straniero.

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Il Certificat d’age collegato all’Acquit jaune d’or

Va da sé che questi certificati erano altamente apprezzati e richiesti, se non pretesi dagli importatori, e le Case ne menavano vanto sulle loro etichette, facendone uno strumento di marketing tanto credibile quanto efficace.

Ora, con la dematerializzazione delle dichiarazioni doganali e l’armonizzazione delle procedure all’interno dell’Unione Europea, il documento è definitivamente scomparso.

Testimoniarne l’esistenza fa comprendere quanto l’alleanza così francese tra i produttori, la legislazione, e l’amministrazione fiscale abbia prodotto nei decenni un sistema di regole volte alla tutela dell’origine dei prodotti vinicoli ed alla garanzia verso il cliente intermedio o finale, dovunque si trovi. Il distillato ed il vino francese di qualità sono quindi protetti e sostenuti dallo Stato: è suo interesse promuoverne la diffusione in quanto questi beni rappresentano una voce non marginale nell’economia nazionale, e nell’immagine della nazione.

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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26
Dic
18

Barbancourt Reserve du Domaine 15yo

Come bevuta natalizia mi sono concesso un rum, reperto archeologico regalato da un appassionato collezionista: un Barbancourt Reserve du Domaine 15 yo, di Haiti.

Di Barbancourt avevo già gustato poche settimane fa lo stesso imbottigliamento, importato dalla D&C di Bologna nei primi anni 1980. Ma questo proviene dagli anni 1940/50, imbottigliato circa quando stavano distillando l’altro campione, o anche qualche anno prima, dell’importatore milanese Baretto.

E cambia tutto: la leggerezza di stile è sola la cifra comune ai due.

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Il fratello più giovane del Barbancourt degustato, import. Baretto. – [Foto rubata a qualche rum blogger]

Dal colore cupo si immagina una lunga galera in botte, ma non fidatevi, il caramello lo conoscevano già, all’epoca. Lunghe lacrime velano il bicchiere: la prigione della bottiglia era un destino migliore della bevuta forse, e questo il rum lo sa, e piange la sua sorte? Benché più denso e meno etereo del fratello più giovane, il naso è profumato ed aggraziato, tra frutta candita (indice di bottiglia vecchia), datteri e fichi secchi, un po’ di legno, ed altri aromi assai tipici dei rum di una volta.

Al palato questo rum distillato più o meno 70 / 75 anni fa si rivela del tutto cognaccoso (non deve stupire, il fondatore della distilleria proveniva – guarda caso – dalla Charente): tanninico tanto da legare la bocca nel retrogusto, è pieno, voluminoso, con un’idea di grassezza, ed insieme dolcemente secco (non ridete, è proprio così), riconoscibilmente fratello maggiore della bevuta precedente. Dopo adeguato riposo nel bicchiere l’esplosione di aromi stupisce ancora, nonostante sia passata una vita d’uomo dalla sua distillazione, senza togliergli nulla. Non meraviglia che Veronelli ne abbia voluto selezionare un paio di botti di ancora più vecchio, per la leggendaria Reserve a suo nome. Il fond de verre è di tabacco e legno di cedro.

Vogliamo trovargli un unico difetto? La sinfonia che canta è un po’ corta, e alla cieca sarebbe forse l’unico indizio assieme alla marcata aromaticità non vinosa per distinguerlo da un vecchio cognac Petite Champagne, ma potremmo cadere in inganno se solo ci si facesse trasportare dall’emozione della bevuta: il giudizio sintetico rimane delizioso.

Peccato non se ne trovi più, di rum fatto così bene.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

25
Dic
18

Buon Natale !

Buon Natale ai miei lettori: ed anche al blog, che compie oggi 7 anni.

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Uno dei tanti Christmas Cognac disponibili sul mercato – maison Normandin Mercier

22
Nov
18

Bere cognac a Parigi è difficile.

Parigi è una città meravigliosa, gastronomicamente capace di qualsiasi cosa: ma, incredibile a dirsi, la capitale di Francia non ospita una Maison du Cognac ma solo una du Whisky; e fatica ad offrirvi il distillato nazionale, a meno che vogliate farvi viziare nei bar dei soliti alberghi da Mille e Un Euro a Notte, dal Crillon, al Ritz ed al Meurice ed ai loro fratelli: dove però troverete le solite bottiglie di lusso delle solite marche globali al solito astronomico prezzo. Curiosate piuttosto nei bar alla moda: con pazienza qualcosa si trova, soprattutto in miscelazione; e se insistete, un cognac ve lo serviranno anche puro.

La faccenda migliora se intendete pranzare in uno dei famosi ristoranti pluristellati parigini: avete da scegliere tra ben 25 diversi indirizzi. In questo caso la selezione di distillati sarà sopra le vostre aspettative e in grado di appagare anche il conoscitore, parecchio meno il suo portafogli. Meglio comprarsi una bottiglia, insomma.

Per l’armagnac il discorso si fa difficile: bisogna andare a cercare la Guascogna nascosta in città, ovvero i locali dove la gente del Sud-Ovest viene a mangiare o a rifornirsi di specialità: un po’ come per i pugliesi a Milano.

* * * * *

Le 1905 Bar

Una scala nascosta dietro una porta di fianco alla birreria Vins des Pyrénées, una ex enoteca aperta dal 1905, nel quartiere più amato dai BoBos parigini, il Marais (4°arr.), porta ad uno speakeasy intimo arredato in stile Art déco, con un giardino pensile. Oltre ai moderni cocktail, il locale propone una vasta selezione di cognac ed altri alcolici.

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Il giardino pensile de Le 1905

L’Herbarium | Hôtel National des Arts-et-Métiers

L’indirizzo cult del momento (3°arr.), nel quartiere des Arts-et-Métiers (Marais), the place to be per vedere e farsi vedere. L’Herbarium, condotto con mano salda da Oscar Quagliarini, vi offre uno stupefacente cocktail Sud Sud Sud, a base di cognac, marmellata di pere e bergamotto, cordial al lime e mousse al mandarino, concepito secondo l’arte profumiera. Parigi è bizzarra, ma sempre avanti.

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L’interno dell’Herbarium – Parigi

Le Syndicat

Cocktail club sciovinista – si dichiara programmaticamente Organisation de défense des spiritueux français – ormai da qualche anno sulla cresta dell’onda, che serve solo alcolici transalpini, nel Faubourg Saint Denis (10° arr.). Facciata dissimulata, ricoperta di uno spesso strato di poster stracciati e tags graffiti; all’interno marmi, tende trapunte d’oro, specchi e metallo, con musica hip hop e 30 posti, e al bancone Sullivan Doh, giovane bartender di livello. Buona scelta di cognac ed armagnac, ma si viene per i cocktail.

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L’ingresso de Le Syndicat

La Cagouille

Nascosto tra la Gare Montparnasse ed il cimitero omonimo (14° arr.), qui si viene a mangiare il pesce alla semplice, come nella Charente Maritime. Ma la selezione di cognac di Gérard Allemandou, l’ex patron, è la più interessante di Parigi.

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Una piccola selezione di cognac alla Cagouille

Au Trou Gascon

L’indirizzo di Parigi (12° arr.) dove chiedere un armagnac dopo pranzo. Dal 1973 Alain Dutournier getta il suo sguardo sulla conduzione, ora in mani altrui, ma sempre nello spirito del Sud-Ovest.

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Armagnac ne abbiamo? Au Trou Gascon pare di sì.

Hélène Darroze

Famosa telechef pluripremiata e pluristellata con ristorante nel quartiere di Saint Germain des Prés (6° arr.), la sua cucina rivisitata delle Landes non è a buon mercato, ma sarete presto consolati da un sovrano bicchiere di grand bas-armagnac selezionato dalla maison della sua celebre famiglia.

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Le fascinose bottiglie di armagnac Darroze, il celebre affinatore, qui nel ristorante parigino.

 

11
Nov
18

Il cognac si ingrandisce

Dopo l’annus horribilis 2017, segnato da gelate primaverili e grandinate estive assassine, il 2018 ha risarcito gli agricoltori con una raccolta generosa. Ma il mondo ha sete di cognac, ed i 78.400 ettari della AOC (di cui 74.500 produttivi) faticano a stare al passo con la domanda di distillato.

Fino a qualche anno fa le domande di estensione del vigneto erano rigettate, tra la sufficienza della produzione ed il ricordo della crisi degli anni ’90 con i conseguenti impietosi espianti; ma recentemente si era vista una progressiva inversione di tendenza, con 250 ha autorizzati nel 2016, 800 ha nel 2017, e ben 1557 ha per l’anno corrente.

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Nuove piantumazioni nella AOC Cognac – Fonte: Vie Charentaise

La domanda di cognac è in costante aumento: in tre anni consecutivi di crescita il giro di affari della filiera ha raggiunto i 3,2 miliardi di euro a valore e l’equivalente di 204,5 milioni di bottiglie, segnando un incremento sull’anno mobile 17-18 del 5,9% [dati BNIC ottobre 2018].

La pressione delle grandi Maison (e dei loro fornitori) ha fugato ogni remora: la regione vende la metà della sua produzione come cognac VS e VSOP, quindi di breve invecchiamento, e le scorte dei grandi produttori si sono assottigliate ad un punto pericoloso. «La vigne n’a pas la capacité de produire suffisamment pour répondre à la demande de la filière, l’augmentation des surfaces est donc l’unique solution», ha dichiarato il vice-presidente del BNIC, Christophe Forget.

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Una veduta della Grande Champagne con i nuovi impianti

Per mantenere quindi il livello delle esportazioni entro un margine di sicurezza il Conseil de bassin viticole Charentes-Cognac, l’ente che governa la superficie viticola, ha approvato una cura da cavallo: per il 2019 si potranno richiedere impianti per 3505 ettari, di cui 3474 destinati al cognac, con un incremento del 4,4% dell’AOC. Date le rese della regione, negli anni felici superiori ai 200 quintali/ettaro, il rischio di non essere in grado di soddisfare la domanda fra qualche tempo è di fatto scongiurato.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

24
Ott
18

Degustazione estrema al Cognac Expo di Bergen

Sabato 20 si è svolta a Bergen in Norvegia l’annuale fiera chiamata Cognac Expo; il mercato scandinavo è il più grande consumatore di cognac pro capite, ed anche il più ricco di conoscitori dello spirito gallico.

Vi concorrono numerose Maison di cognac, da quelle di fama mondiale, alle medie distillerie con affinamento, fino alle piccole Case artigianali che fanno tutto da sole dalla vigna al bicchiere.

Com’è ovvio la Cognac Expo è una vetrina importante per raggiungere una platea di consumatori esigenti, e per stabilire una rete di conoscenze che arricchisce produttori ed appassionati.

Nel seno di questa manifestazione si tengono numerose masterclass da parte dei produttori venuti personalmente, che a sorpresa portano qualche chicca introvabile per la gioia dei partecipanti.

Ma l’attenzione degli intenditori è sempre rivolta alla Ekstreme Smaking, la degustazione estrema, in cui gli organizzatori raccolgono alcune formidabili bottiglie, il più delle volte prese direttamente dalla botte di invecchiamento o dalle dame-jeannes, una volta che questo è terminato; sono esemplari rari e/o fuori commercio, e vengono aperti per i fortunati iscritti. La degustazione è sempre accompagnata dalla sua descrizione, tenuta dal venditore della bottiglia, se presente alla rassegna. Insomma un’occasione per assaggiare nel calice la storia liquida del cognac. Se vi chiedete quale sia il suo costo, siamo intorno agli € 250. Ma per costosa che sia, è un’esperienza che vi offre da bere veramente qualcosa di prezioso ed emozionante, se non di irripetibile.

Anche quest’anno si sono viste delle bottiglie notevoli, per cui varrebbe la pena di farsi il viaggio fin sul remoto fiordo vichingo: ecco la lista completa dei cognac in degustazione, e la descrizione illustrata di qualcuno di loro. Non siate invidiosi, non ce n’è per tutti.

  • Fins Bois 1835 Grosperrin
  • Petite Champagne 1910 Courvoisier
  • Grande Champagne 1925 Grosperrin
  • Grande Champagne 1930 Vinet-Delpech
  • Grande Champagne 1934 Grosperrin
  • Grande Champagne 1945 Prunier
  • Grande Champagne 1955 Boulinaud
  • Petite Champagne 1960 Château de Montifaud
  • Hymne au Voyage Larsen
  • Rèserve n°11 A.E. Dor

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La bottiglia più vetusta della serata è stata questa perla di Grosperrin, un appassionato ricercatore ed affinatore di cognac antichi: una botte di acquavite dei Fins Bois ricevuta come dote di un matrimonio nel 1922; ma il cognac era stato distillato nel 1835, ottantasette anni prima. Viene messo in bottiglia tal quale. Intemporale, dice la Maison.

44514594_2008609746103683_3503215557023367168_nAncora una bottiglia esoterica: nella Ekstreme Smaking non c’è nulla di profano. I cognachisti sono una congrega massonica, come dice Marco Zucchetti, il cronista alcolico de Il Giornale. Questa, umilissima in apparenza, e senza nemmeno un fronzolo di etichetta, proviene dal Paradis di Courvoisier, la celebre grande Maison di Jarnac. È un cognac Petite Champagne 1910, che a detta dei partecipanti è stato il più apprezzato dell’incredibile serie.44646672_164465067831161_3962314687286083584_n

Ancora Grosperrin, ancora una delle sue mitiche botti, in cui il cognac Grande Champagne sta affinando senza sosta dal 1925, quindi da ben 93 anni. E di questo ho avuto la fortuna di assaggiarne anch’io, pescandolo con la pipetta nel fusto, direttamente in cantina a Saintes. Naso profondo, infinito, ed un corpo invidiabilmente fresco, senza una ruga. Se non è un miracolo…

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Vinet-Delpech è una distilleria di medio-grandi dimensioni, che produce per le multinazionali del cognac ed in proprio, pressoché ignota anche agli appassionati; ma come molti distillatori, compra e affina anche cognac altrui. Questa bottiglia è prelevata dalle loro riserve storiche, il cui produttore è misteriosamente sito “ad un’ora dalla distilleria”; ma il nome della tenuta non ve la riveleranno nemmeno sotto tortura, è un segreto iniziatico prima che commerciale. Un cognac Grande Champagne del 1930, con 80 anni di invecchiamento in botte. 44681515_2177280405874899_3274035792871161856_n

La Maison Prunier è la più piccola delle prime dieci grandi Case della regione di Cognac, ma il suo attuale gestore, monsieur Stephane Burnez, è un tradizionalista convinto. I suoi cognac d’annata, sempre a pieno grado, rappresentano quanto di più autentico possa offrire il distillato francese; il patron ve li venderà quasi con dispiacere, e solo se ne siete degni (a parte qualche russo, per fare cash). Eccone una dimostrazione, con un millesimo di tempi difficili, il 1945.

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Misteriosa la maison, meno misterioso il millesimo, 1955. Piccolo imbottigliamento stravecchio di una piccolissima Casa, anzi di una famiglia, che custodisce riserve anche secolari. Sono gioielli che fanno parte del patrimonio delle famiglie produttrici di cognac, o dei loro discendenti, messe da parte per un giorno di pioggia, o per un matrimonio, chissà. E prima o poi passa qualcuno che può permettersi di comprare la botticella o una sua frazione, e se la beve, felice lui.

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Lo Château de Montifaud è una piccola maison ben affermata nel mondo scandinavo. Qui verrebbe da dire che si rientra in territori ordinari, è solo una bottiglia di circa 55 anni, gente. Ma saremmo ad una degustazione estrema: allora che sia almeno un Single Cask cognac , non toccato dall’infamia della diluizione con acqua. La sua gradazione è naturalmente calata a 47° lungo il filo degli anni. Immaginatene la concentrazione.

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Questa invece è un pezzo unico. Battuta all’asta de “La Part des Anges” a Cognac in settembre, la scultura lignea riproduce un drakkar vichingo; la Maison Larsen da sempre imbottigliava i suoi cognac in ceramiche di questa forma per il mercato norvegese. La bottiglia è stata aggiudicata per € 20.000 ad un collezionista di questa Casa, che l’ha offerta in degustazione alla Ekstreme Smaking di quest’anno. Il cognac ha 40 anni di invecchiamento in botte, e un affinamento successivo in damigiana custodita nel Fort Boyard sull’Atlantico, a suggellare il legame della Larsen con il mare.

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Fuori programma, ma degna corona di siffatta degustazione, è stata offerta una bottiglia di Vieille réserve n°11 della raffinatissima Maison A.E. Dor, meraviglioso cognac Grande Champagne di minimo 70yo,  con nel blend anche elementi pre-fillossera, composto da Odile Rivière, una maîtresse de chai di rara sensibilità, purtroppo prematuramente scomparsa. Brividi!

[Credits fotografie: mr. Brynjar Jakobsen]

© 2018 il farmacista goloso  (riproduzione riservata)

 

27
Set
18

Nicholas Faith – in memoriam

Un grande giornalista e storico del cognac ci ha lasciato.
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Nicholas Faith, autore del più completo libro (in inglese) sull’origine e la storia del cognac si è spento a Londra all’età di 85 anni.
Già senior editor all’Economist e al Sunday Times, nonché al Financial Times, la sua vera passione non è stata l’economia ma il cognac (passando attraverso il bordeaux).
Lo ricordiamo anche come il fondatore dell’International Spirits Challenge (ISC).
Tutti gli amatori del cognac gli debbono profonda riconoscenza per la sua grande cultura ed i suoi libri sull’argomento.
RIP Nicholas.
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