14
Apr
19

XXO: una nuova sigla per il cognac


Il mondo degli invecchiamenti del cognac è già abbastanza oscuro: ma da pochi mesi l’ente di controllo della filiera, il BNIC, ha approvato l’uso di una nuova sigla per una categoria d’invecchiamento.

La richiesta nasce dalla maison Hennessy, la più grande azienda della regione, che nel 2017 aveva lanciato un imbottigliamento di lusso per il mercato asiatico, dal costo di circa 600 dollari, con la sigla XXO, subito sospeso dal commercio dalle autorità francesi, perché non previsto dai regolamenti ufficiali.

Un’antica mignonnette di cognac Hennessy XXO – da Sudouest.fr / Philippe Menard

XXO significa “eXtra eXtra Old”: Hennessy non si è data per vinta, e come leader di mercato, ha dapprima opposto un ricorso alla giustizia amministrativa, che nel gennaio dell’anno scorso le ha dato torto; e successivamente ha fatto lobbying sul BNIC, il quale ha inoltrato la richiesta all’INAO, l’ente che certifica le denominazioni di origine francesi, per introdurre questa nuova denominazione di invecchiamento, approvata infine a giugno 2018.

L’autorizzazione è arrivata come frutto di un compromesso: la sigla XXO è stata integrata nel cahier des charges AOC cognac e significa che il più giovane cognac contenuto nella bottiglia deve avere almeno 14 anni di invecchiamento certificato in botte. L’INAO ne ha quindi autorizzato l’impiego, a condizione che diventasse bene comune della denominazione, e non solo di una maison, seppure la più importante. Dall’8 novembre 2018 la nuova denominazione è legalmente efficace.

La ragione per cui Hennessy pretendeva di usare questa sigla si fa risalire ad alcuni imbottigliamenti della Casa commercializzati già dal 1872, ed in seguito abbandonati con l’entrata in vigore dei regolamenti di tutela della denominazione.

Oggi le ragioni sono perlopiù di visibilità nei mercati premium asiatici (duty free in primis), dove il gigante del cognac ha un ricco business: potervi portare un prodotto con un maggior invecchiamento certificato ufficialmente dà alla maison Hennessy una potente arma di marketing. Il metodo non è nuovo, se anche il consorzio del Chianti in Italia ha seguito le stesse logiche; si tratta della premiumizzazione del prodotto, rendendolo distinguibile come categoria superiore al consumatore, per poi chiedergli un prezzo maggiore.

La presentazione del cognac Hennessy X.X.O. – da DFS.com

Ad oggi le sigle degli invecchiamenti certificati del cognac sono quindi:

  • VS – due anni di invecchiamento in botte
  • VSOP – quattro anni di invecchiamento in botte
  • XO – dieci anni di invecchiamento in botte (dal 2018)
  • XXO – quattordici anni di invecchiamento in botte (dal 2019)

Le ragioni dell’industria non sempre combaciano con quelle dei vignaioli produttori. Parecchi dei 1600 vignaioli fornitori di Hennessy distillano e vendono in proprio una parte del loro cognac. Quanti di loro avranno il coraggio di utilizzare la sigla creata per servire gli interessi della potente maison?

L’inutilità di questa disposizione è del resto palese: buona parte del cognac imbottigliato dagli artigiani distillatori (bouilleurs de cru) è venduta ad età ben superiori a 14 anni, senza che siano necessarie ulteriori specifiche legali. La tradizione del commercio assegna già da tempo a questi distillati delle denominazioni non ufficiali ma accettate, come Vieille Reserve, Très Vieux, Hors d’Age, Extra, ed altre, che permettono all’appassionato di individuare facilmente la fascia di invecchiamento del cognac, valutato anche il prezzo di vendita.

In ogni caso, a parere di chi scrive, la differenza qualitativa di soli quattro anni tra le due categorie legali non è un gradiente significativo. È cosa generalmente nota che gli invecchiamenti del cognac seguono incrementi di almeno un lustro per volta, o anche di un decennio, per apportare un’eloquente differenza tra due imbottigliamenti. Questo vale in special modo quando si considerano i primi due crus, i cui cognac beneficiano sensibilmente dei grandi invecchiamenti. Alla fine, quindi, più fumo che arrosto.

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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08
Mar
19

Le donne che contano a Cognac

Il cognac è sempre stato un mondo declinato al maschile, come tutti i lavori agricoli e della distillazione. Ma non è più tempo di distinzioni di genere: se gli uomini sono in grado di cambiare il pannolino ed accudire i pargoli in congedo di paternità, le donne possono ben adempiere ai compiti di vigna e di cantina, fino ad assurgere perfino al rango di maîtresse de chai, il più nobile della filiera alcolica.

Eccole quindi protagoniste nei ruoli più diversi, non meno abili dei loro colleghi. Questa carrellata vi dimostrerà quanto il cognac sia ormai affare di donne quanto di uomini, e non dovrete sorprendervi se visitando una Maison sarete accolti e guidati da una signora, o vi verrà detto che della distillazione si occupa madame.

È rispettoso cominciare con la decana, Annie Ragnaud-Sabourin, erede di una delle più blasonate ed onorate Maison dell’intera regione. Ormai nei suoi ottanta, la signora, già docente universitaria a Parigi, continua l’opera di suo padre Marcel Ragnaud – uno dei più insigni distillatori che il territorio ricordi – e dirige senza deviare dalla tradizione la sua piccola e gloriosa Casa. Lei e la figlia Patricia sono le custodi di un patrimonio liquido che risale al nonno (e bisnonno) Gaston Briand, uno dei creatori della denominazione d’origine (AOC) cognac, nel 1936.

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Annie Ragnaud – Sabourin

Il ruolo di maître de chai o cellar master, è sempre stato prerogativa maschile, e nelle grandi Maison perfino ereditario. Che non sia un lavoro facile è fuori questione, ma c’è spazio anche per le donne: Pierrette Trichet ha ricoperto l’impegnativa posizione dal 2003 al 2014 presso Rémy Martin, una delle quattro grandi Case, prima donna in assoluto ad approdare all’ambìto incarico. Dietro di sé ha lasciato una fama di rispettabilità ed autorevolezza, ed ancora oggi le sue opinioni sono altamente ascoltate nel mondo dell’acquavite francese. Entrata nei laboratori di ricerca della Maison come ricercatrice biochimica, mai si sarebbe aspettata di vedersi aprire le porte del sancta sanctorum, il comité de dégustation, tempio esclusivo dei sacerdoti del cognac. Dapprima tollerata a naso all’insù, grazie alla sua formidabile capacità d’analisi sensoriale e ad una brillante memoria olfattiva, ha saputo primeggiare tra i colleghi e succedere a Georges Clot, il precedente maestro di cantina di Rémy.

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Pierrette Trichet

 

 

Onorata casa di media dimensione, la Antoine Hardy è una Maison de négoce famosa da molto tempo, specialmente nel mondo anglossassone ed asiatico. Oggi la dirige Bénédicte Hardy, che con la sorella Sophie costituisce  l’anima dell’azienda. Terminati gli studi di legge, preferì viaggiare come brand ambassador in USA piuttosto che esercitare l’avvocatura. L’impronta femminile si vede tutta nello stile della Casa, dove è posta grande attenzione al confezionamento. Etichette d’artista e caraffe di Lalique e Daum segnano le proposte eleganti della Maison Hardy, mentre lo stile del cognac tende verso la grazia e la raffinatezza, caratteri molto apprezzati dalla clientela femminile, che beve poco ma vuole bere bene.

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Bénedicte Hardy

Non mancano le giovani donne: tra le prime ad occuparsi dello sviluppo di una Maison di dimensioni importanti (220 ha), Elodie Abécassis, entrata in azienda a soli 23 anni, da dieci porta in dote la sua energia e la sua visione per svecchiare l’immagine del distillato. Probabilmente ABK6 è oggi la Casa con la connotazione più young & urban del panorama cognac, fatto da giovani per un consumatore giovane: la mixology è messa in prima linea nelle loro creazioni, anche con un originale liquore miele e cognac.

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Elodie Abecassis con il padre Francis

Un’altra giovane donna è Amy Pasquet dell’omonima Maison familiare della Grande Champagne. Catapultata in questo mondo dopo aver conosciuto e sposato Jean, tra i rari produttori di cognac biologico, si è buttata anima e corpo nella gestione dell’azienda e nella comunicazione del prodotto. La sua visione americana, concreta e pratica, l’ha portata a concepire quanto sia importante, per i piccoli produttori come loro, la visibilità sui social media ed i legami con gli altri; il suo lato speciale consiste nel dare voce a piccoli distillatori, formando una rete di vignaioli artigiani finora sconosciuti al pubblico, ma creatori di prodotti di alta qualità.

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Amy Pasquet

 

 

E le giovani donne si stanno ritagliando ruoli impensabili solo un paio di decenni fa a Cognac: come si fa a far nascere un marchio prima inesistente? La famiglia Bertrand è distillatrice da almeno un paio di secoli sulla propria tenuta: ma come molte altre, vendeva alle grandi Maison la propria acquavite. Thérese Bertrand, entrata in azienda da una decina d’anni, ha costruito il marchio e la sua immagine, grazie ad una brillante comunicativa ed a un talento per le lingue: tutto quello che succede dopo che il cognac è stato tolto dalla botte, lo decide lei: la bottiglia, l’immagine, il marketing, la comunicazione, la vendita, le visite all’azienda.  Va da sé che dietro il marchio c’è un solido cognac Petite Champagne.

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Thérese Bertrand

 

Una storia simile la sta scrivendo Fanny Fougerat: un’altra giovane che dal 2013 ha preso in mano il proprio domaine arrivato alla quarta generazione – prima vendevano le botti alle grandi aziende – e vi ha dato coraggiosamente il proprio nome. Una donna che firma dei “cognac d’autore” non si era mai vista: i crus delle Borderies e dei Fins Bois sono abilmente messi in luce da Fanny con l’obiettivo di far risaltare finezza, precisione, freschezza e purezza delle sue acquaviti. I suoi trenta ettari situati in una felicissimo terroir facilitano il compito.

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Fanny Fougerat

 

Il cognac è un alcolico per vecchi? Chi lo dice non conosce la realtà odierna: Maelys Bourgoin assieme al fratello Fréderic, eredi di un vasto domaine nei Fins Bois che prima forniva il conosciuto marchio Léopold Gourmel, ora firmano una gamma col proprio nome. I cognac Bourgoin sono pensati per la miscelazione: uno spirit giovanissimo ad oltre 60°, e un XO di 22 anni con finishing in micro-barrique di dieci litri a tostatura crocodile; ed ecco dei cognac contemporanei per mandare in soffitta l’immagine di poltrone di cuoio e caminetti accanto a cui sorseggiarli. Questi sono cognac pop, fatti da giovani produttori per bevitori giovani.

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Maelys Bourgoin

Ma qualcosa si muove anche tra i dinosauri: la venerata Maison Hennessy, tra le più antiche, e forse la più conservatrice delle Grandi, ha ammesso per la seconda volta in 250 anni una donna nel suo augusto comité de dégustation: Mathilde Boisseau. Il rito degli assaggi chez Hennessy si ripete quotidianamente, uguale da secoli: si celebra alle 11 e 15 precise, nel Grand Bureau affacciato sulle rive della Charente, officiato dal suo cantiniere capo, attualmente Renaud Fillioux de Gironde. E solo una volta trascorsi dieci anni di pratica in monastico silenzio – necessari per strutturare la propria memoria olfattiva, ci raccontano – ai partecipanti viene concesso il diritto di parola. Tre anni scarsi sono trascorsi per Mathilde, che nel resto del tempo, come agronoma, si occupa della gestione dei vigneti di proprietà Hennessy, 180 ettari, ma un bel giorno lei potrà decidere insieme agli altri sei membri le sorti dei cognac della Casa, e chissà, magari spezzare l’ininterrotta e secolare successione dinastica dei suoi maître de chai, i Fillioux, i cui ritratti incombono dalle pareti di questo santuario.

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Mathilde Boisseau tra i membri del Comité di Hennessy – da http://www.codigounico.com

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

27
Gen
19

L’acquit jaune d’or – la garanzia francese verso il consumatore di cognac

I collezionisti di vecchie bottiglie di cognac, specialmente risalenti al periodo tra il 1950 ed il 1980, avranno letto più volte sulle etichette del distillato la misteriosa scritta Acquit jaune d’or.

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Etichetta Courvoisier

Di cosa di trattava? Il termine si può tradurre come quietanza o bolletta: era in pratica un documento che faceva parte del sistema fiscale connesso alla disciplina delle AOC (Denominazione d’Origine) francesi.

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Etichetta per il mercato statunitense

Già dai primi anni del ventesimo secolo i cugini transalpini si erano posti il problema della tutela delle loro produzioni vinicole, oggetto di numerose leggi susseguitesi negli anni. Per il cognac le più importanti furono quella della delimitazione della regione viticola (1 maggio 1909) e quella della concessione della AOC al distillato (15 maggio 1936).

Nel frattempo il fisco francese, non meno occhiuto di quello italiano, otteneva con la legge del 4 agosto 1929 l’istituzione dei titoli di movimento (acquit) dei prodotti vinicoli soggetti ad accise, differenziati nel colore secondo la loro qualità. Per il cognac e l’armagnac l’acquit venne stampato nel color zafferano, ovvero jaune d’or.

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L’acquit-à-caution régional Cognac (jaune d’or)

 

L’acquit jaune d’or era quindi insieme uno strumento di certificazione di origine e di pagamento delle accise, poiché la legge stabiliva il divieto di movimentazione dei prodotti ad esso soggetti quando non accompagnati dalla relativa quietanza fiscale.

Il titolo di trasporto giallo oro garantiva non solo la provenienza dell’acquavite dalla regione delimitata Cognac, ma ne indicava altresì il cru, quando presente, certificato dallo Stato o dal produttore sotto la sua responsabilità: un autentico certificat de substance et d’origine de région délimitée. Era inoltre obbligatorio indicare il percorso, il mezzo di trasporto, ed il tempo necessario. Veniva specificato infine il tipo dei contenitori, il grado alcolico ed il volume complessivo, la natura delle materie prime, oltre al luogo di origine del cognac: una carta di identità completa di ogni spedizione, insomma.

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Etichetta Martell

Il documento veniva rilasciato dalla dogana e seguiva la merce anche durante l’esportazione: il certificato ufficiale dell’amministrazione francese entrava quindi in possesso dell’importatore estero, che poteva così avere la garanzia statale sulla merce acquistata: una tranquillità in più contro le frodi.

Cosa mancava nell’acquit? La dichiarazione dell’invecchiamento del cognac. Con la legge del 20 febbraio del 1946 questa veniva – e tuttora viene – garantita dall’amministrazione fiscale e dal BNIC, un tempo fino a cinque anni, e dal 2018 fino a dieci. Un apposito documento complementare al prezioso foglietto giallo, chiamato Certificat d’Age ne testimoniava l’età davanti ai terzi, sebbene per una durata limitata: un ulteriore strumento a protezione del consumatore straniero.

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Il Certificat d’age collegato all’Acquit jaune d’or

Va da sé che questi certificati erano altamente apprezzati e richiesti, se non pretesi dagli importatori, e le Case ne menavano vanto sulle loro etichette, facendone uno strumento di marketing tanto credibile quanto efficace.

Ora, con la dematerializzazione delle dichiarazioni doganali e l’armonizzazione delle procedure all’interno dell’Unione Europea, il documento è definitivamente scomparso.

Testimoniarne l’esistenza fa comprendere quanto l’alleanza così francese tra i produttori, la legislazione, e l’amministrazione fiscale abbia prodotto nei decenni un sistema di regole volte alla tutela dell’origine dei prodotti vinicoli ed alla garanzia verso il cliente intermedio o finale, dovunque si trovi. Il distillato ed il vino francese di qualità sono quindi protetti e sostenuti dallo Stato: è suo interesse promuoverne la diffusione in quanto questi beni rappresentano una voce non marginale nell’economia nazionale, e nell’immagine della nazione.

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26
Dic
18

Barbancourt Reserve du Domaine 15yo

Come bevuta natalizia mi sono concesso un rum, reperto archeologico regalato da un appassionato collezionista: un Barbancourt Reserve du Domaine 15 yo, di Haiti.

Di Barbancourt avevo già gustato poche settimane fa lo stesso imbottigliamento, importato dalla D&C di Bologna nei primi anni 1980. Ma questo proviene dagli anni 1940/50, imbottigliato circa quando stavano distillando l’altro campione, o anche qualche anno prima, dell’importatore milanese Baretto.

E cambia tutto: la leggerezza di stile è sola la cifra comune ai due.

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Il fratello più giovane del Barbancourt degustato, import. Baretto. – [Foto rubata a qualche rum blogger]

Dal colore cupo si immagina una lunga galera in botte, ma non fidatevi, il caramello lo conoscevano già, all’epoca. Lunghe lacrime velano il bicchiere: la prigione della bottiglia era un destino migliore della bevuta forse, e questo il rum lo sa, e piange la sua sorte? Benché più denso e meno etereo del fratello più giovane, il naso è profumato ed aggraziato, tra frutta candita (indice di bottiglia vecchia), datteri e fichi secchi, un po’ di legno, ed altri aromi assai tipici dei rum di una volta.

Al palato questo rum distillato più o meno 70 / 75 anni fa si rivela del tutto cognaccoso (non deve stupire, il fondatore della distilleria proveniva – guarda caso – dalla Charente): tanninico tanto da legare la bocca nel retrogusto, è pieno, voluminoso, con un’idea di grassezza, ed insieme dolcemente secco (non ridete, è proprio così), riconoscibilmente fratello maggiore della bevuta precedente. Dopo adeguato riposo nel bicchiere l’esplosione di aromi stupisce ancora, nonostante sia passata una vita d’uomo dalla sua distillazione, senza togliergli nulla. Non meraviglia che Veronelli ne abbia voluto selezionare un paio di botti di ancora più vecchio, per la leggendaria Reserve a suo nome. Il fond de verre è di tabacco e legno di cedro.

Vogliamo trovargli un unico difetto? La sinfonia che canta è un po’ corta, e alla cieca sarebbe forse l’unico indizio assieme alla marcata aromaticità non vinosa per distinguerlo da un vecchio cognac Petite Champagne, ma potremmo cadere in inganno se solo ci si facesse trasportare dall’emozione della bevuta: il giudizio sintetico rimane delizioso.

Peccato non se ne trovi più, di rum fatto così bene.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

25
Dic
18

Buon Natale !

Buon Natale ai miei lettori: ed anche al blog, che compie oggi 7 anni.

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Uno dei tanti Christmas Cognac disponibili sul mercato – maison Normandin Mercier

22
Nov
18

Bere cognac a Parigi è difficile.

Parigi è una città meravigliosa, gastronomicamente capace di qualsiasi cosa: ma, incredibile a dirsi, la capitale di Francia non ospita una Maison du Cognac ma solo una du Whisky; e fatica ad offrirvi il distillato nazionale, a meno che vogliate farvi viziare nei bar dei soliti alberghi da Mille e Un Euro a Notte, dal Crillon, al Ritz ed al Meurice ed ai loro fratelli: dove però troverete le solite bottiglie di lusso delle solite marche globali al solito astronomico prezzo. Curiosate piuttosto nei bar alla moda: con pazienza qualcosa si trova, soprattutto in miscelazione; e se insistete, un cognac ve lo serviranno anche puro.

La faccenda migliora se intendete pranzare in uno dei famosi ristoranti pluristellati parigini: avete da scegliere tra ben 25 diversi indirizzi. In questo caso la selezione di distillati sarà sopra le vostre aspettative e in grado di appagare anche il conoscitore, parecchio meno il suo portafogli. Meglio comprarsi una bottiglia, insomma.

Per l’armagnac il discorso si fa difficile: bisogna andare a cercare la Guascogna nascosta in città, ovvero i locali dove la gente del Sud-Ovest viene a mangiare o a rifornirsi di specialità: un po’ come per i pugliesi a Milano.

* * * * *

Le 1905 Bar

Una scala nascosta dietro una porta di fianco alla birreria Vins des Pyrénées, una ex enoteca aperta dal 1905, nel quartiere più amato dai BoBos parigini, il Marais (4°arr.), porta ad uno speakeasy intimo arredato in stile Art déco, con un giardino pensile. Oltre ai moderni cocktail, il locale propone una vasta selezione di cognac ed altri alcolici.

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Il giardino pensile de Le 1905

L’Herbarium | Hôtel National des Arts-et-Métiers

L’indirizzo cult del momento (3°arr.), nel quartiere des Arts-et-Métiers (Marais), the place to be per vedere e farsi vedere. L’Herbarium, condotto con mano salda da Oscar Quagliarini, vi offre uno stupefacente cocktail Sud Sud Sud, a base di cognac, marmellata di pere e bergamotto, cordial al lime e mousse al mandarino, concepito secondo l’arte profumiera. Parigi è bizzarra, ma sempre avanti.

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L’interno dell’Herbarium – Parigi

Le Syndicat

Cocktail club sciovinista – si dichiara programmaticamente Organisation de défense des spiritueux français – ormai da qualche anno sulla cresta dell’onda, che serve solo alcolici transalpini, nel Faubourg Saint Denis (10° arr.). Facciata dissimulata, ricoperta di uno spesso strato di poster stracciati e tags graffiti; all’interno marmi, tende trapunte d’oro, specchi e metallo, con musica hip hop e 30 posti, e al bancone Sullivan Doh, giovane bartender di livello. Buona scelta di cognac ed armagnac, ma si viene per i cocktail.

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L’ingresso de Le Syndicat

La Cagouille

Nascosto tra la Gare Montparnasse ed il cimitero omonimo (14° arr.), qui si viene a mangiare il pesce alla semplice, come nella Charente Maritime. Ma la selezione di cognac di Gérard Allemandou, l’ex patron, è la più interessante di Parigi.

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Una piccola selezione di cognac alla Cagouille

Au Trou Gascon

L’indirizzo di Parigi (12° arr.) dove chiedere un armagnac dopo pranzo. Dal 1973 Alain Dutournier getta il suo sguardo sulla conduzione, ora in mani altrui, ma sempre nello spirito del Sud-Ovest.

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Armagnac ne abbiamo? Au Trou Gascon pare di sì.

Hélène Darroze

Famosa telechef pluripremiata e pluristellata con ristorante nel quartiere di Saint Germain des Prés (6° arr.), la sua cucina rivisitata delle Landes non è a buon mercato, ma sarete presto consolati da un sovrano bicchiere di grand bas-armagnac selezionato dalla maison della sua celebre famiglia.

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Le fascinose bottiglie di armagnac Darroze, il celebre affinatore, qui nel ristorante parigino.

 

11
Nov
18

Il cognac si ingrandisce

Dopo l’annus horribilis 2017, segnato da gelate primaverili e grandinate estive assassine, il 2018 ha risarcito gli agricoltori con una raccolta generosa. Ma il mondo ha sete di cognac, ed i 78.400 ettari della AOC (di cui 74.500 produttivi) faticano a stare al passo con la domanda di distillato.

Fino a qualche anno fa le domande di estensione del vigneto erano rigettate, tra la sufficienza della produzione ed il ricordo della crisi degli anni ’90 con i conseguenti impietosi espianti; ma recentemente si era vista una progressiva inversione di tendenza, con 250 ha autorizzati nel 2016, 800 ha nel 2017, e ben 1557 ha per l’anno corrente.

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Nuove piantumazioni nella AOC Cognac – Fonte: Vie Charentaise

La domanda di cognac è in costante aumento: in tre anni consecutivi di crescita il giro di affari della filiera ha raggiunto i 3,2 miliardi di euro a valore e l’equivalente di 204,5 milioni di bottiglie, segnando un incremento sull’anno mobile 17-18 del 5,9% [dati BNIC ottobre 2018].

La pressione delle grandi Maison (e dei loro fornitori) ha fugato ogni remora: la regione vende la metà della sua produzione come cognac VS e VSOP, quindi di breve invecchiamento, e le scorte dei grandi produttori si sono assottigliate ad un punto pericoloso. «La vigne n’a pas la capacité de produire suffisamment pour répondre à la demande de la filière, l’augmentation des surfaces est donc l’unique solution», ha dichiarato il vice-presidente del BNIC, Christophe Forget.

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Una veduta della Grande Champagne con i nuovi impianti

Per mantenere quindi il livello delle esportazioni entro un margine di sicurezza il Conseil de bassin viticole Charentes-Cognac, l’ente che governa la superficie viticola, ha approvato una cura da cavallo: per il 2019 si potranno richiedere impianti per 3505 ettari, di cui 3474 destinati al cognac, con un incremento del 4,4% dell’AOC. Date le rese della regione, negli anni felici superiori ai 200 quintali/ettaro, il rischio di non essere in grado di soddisfare la domanda fra qualche tempo è di fatto scongiurato.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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