22
Lug
16

Maso Unterortl – Castel Juval: un balcone alcolico a picco sulla Val Venosta

Luglio. Sarebbe tempo di coca-cole e simili nefandezze soft, per reggere l’urto del Sole in Leone. Ma, memore del borrelliano «resistere, resistere, resistere» abbandono i corpacciuti cognac, ed i fieri e feroci armagnac, buttandomi su qualcosa di leggero e potabile nel tempo canicolare.

I distillati di frutta sono un mio vecchio, grande amore. E la loro stagione perfetta è proprio l’estate, quando il caldo impedisce di bere alcolici muscolosi. Queste acquaviti trasparenti come l‘acqua possiedono aromi rarefatti in confronto agli spiriti scuri, e si gustano volentieri anche fredde, rendendo possibile avvicinarsi ai distillati mentre la calura impazza.

Vi parlerò del maso Unterortl, forse la più ardita tenuta della Val Venosta. Si tratta di uno sperone roccioso a picco sul fondovalle, che segna l’imbocco della Schnalstal (Val Senales), dominato dal maniero Juval, il castello ora proprietà di Reinhold Messner, che lo ha adibito a museo della montagna.

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Il maso Unterortl con le sue scoscese terrazze

La piccola tenuta di 4 ettari è costituita da ripidissime terrazze con diverse esposizioni, parte a vigneto e parte a frutteto. Il maso, dal nome di Unterortl (il toponimo è analogo a quello di Ausserortl, altro maso che si dice abbia dato il nome all’Ortler, l’imponente montagna regina della valle e delle Alpi Orientali), è condotto dal 1992 da Martin Aurich, vignaiolo di provata esperienza, oltre che un’autorità in fatto di distillazione nell’intera Venosta.

A lui si rivolgono anche alcuni vignaioli per far distillare le loro vinacce: il maso Unterortl è infatti un celebre produttore di grappe fini, che lavora anche per conto terzi. Se la materia prima è buona, l’abilità di Aurich trasformerà la vinaccia in qualcosa di memorabile.

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Etichetta aziendale

Oltre ad alcuni vini di tutto rispetto, Unterortl ha una gamma di distillati di frutta e di grappe interessanti per tipologia e qualità. Difficile trovare di meglio in tutta la valle, che pure ha parecchi distillatori valenti.

Cosa produce? Le grappe: due da vinacce bianche, Riesling e Pinot Bianco, e una da vinacce di Pinot Nero, oltre all’invecchiata Vinea Juval. Martin Aurich ha perfino rispolverato la grappa di fecce che chiama Fermentum Nobilis, per mantenere vive le usanze contadine dei tempi di miseria. La vigna è come il maiale: non si butta via niente. Dalle fecce si riesce a “spremere” ancora un po’ di alcool, ed i lieviti cotti nell’alambicco sanno cedere ancora tanto aroma, dai toni inconsueti. Credo che Aurich sia l’unico rimasto a farla, perlomeno in Italia.

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Martin Aurich con Franz Pratzner (Falkenstein) e Reinhold Messner – [Img da http://www.wein-plus.de]

I distillati di frutti vanno dai tradizionali pera Williams, albicocca e prugna (anche invecchiata in botte), ad un Obstler di varietà antiche di pere e mele, al distillato di pere Pala, raccolte da vecchi ed altissimi  alberi grazie all’aiuto dei pompieri di Glurns (Glorenza), oppure ad un distillato di mele cotogne; infine dai propri raccolti di bacche di sambuco e di corniolo, la famiglia Aurich ricava qualcosa di fuori dagli schemi e meritevole di assaggio. Non manca nemmeno un distillato di castagne invecchiato in botti di castagno, e uno d’uva da proprie varietà Palatina e Moscato Blu. Interessante, vero?

Del resto in Val Venosta (Vinschgau), uno dei miei luoghi del cuore, c’è da divertirsi: per noi italiani è il più accessibile paradiso delle acquaviti di frutti, e difficilmente berrete male. A differenza del basso corso dell’Adige tirolese, dove trovate i grossi nomi industriali dell’alambicco, in questa valle i distillatori sono tutti conduttori di piccoli masi dediti alla frutticoltura. Se la materia prima non è la propria, non verrà da lontano, probabilmente dal paese di fianco, se non dal maso del confinante. E ormai la distillazione commerciale nei masi tirolesi è cosa consolidata, almeno da 20-25 anni. Prima il consumo era limitato alla famiglia o si lavorava per l’osteria del villaggio; ma questi valligiani ci sanno fare da secoli con gli alambicchi, secondo le usanze austriache.

Ad Unterortl la distillazione avviene in alambicco di rame a vapore, due volte. Dopo l’opportuno riposo in acciaio fino a due anni, la grappa o il distillato di frutti viene imbottigliato e venduto.

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Una parte della gamma aziendale dei distillati

Decisamente piacevole il loro Zwetschgenbrand, acquavite di prugne distillata dalla comune prugna tedesca (Deutsche Hauszwetschge) e dalla pregiata susina di Dro. L’acquavite ha un naso appena alcolico, ma fitto e diresti davvero “violaceo”, con toni gravi e profondi. Al palato si ritrova buona corrispondenza: il gusto è denso e scuro, senza concessioni a dolcezze alla slava. Impressionante il retrogusto, che persiste a lungo: cosa rara per un’acquavite di frutta.

Se capitate a Naturns o passate per la Val Venosta e siete curiosi, pensate ad una tappa qui. Il solo Schloss Juval col museo della montagna Messner merita, così come il nostro vignaiolo ed i suoi vini e distillati. Ma se siete di fretta, ai piedi di Juval vi imbattete anche nella Bottega del Contadino, sorta di cooperativa locale in cui trovate i prodotti del maso Unterortl insieme a quelli di altri agricoltori, vignaioli e distillatori della zona e della valle. Una simpatica vetrina su quanto di buono offre la Vinschgau.

30
Giu
16

Riflessioni tardive sul Vinitaly 2016 (che poi sarebbe anche il Salone dei Distillati)

Più ci ripenso meno ci capisco. Vero è che una fiera è una vetrina commerciale, ma nel caso italiano, di prodotti che sono parte di un’eccellenza che dovrebbe avere pochi rivali nel mondo. Ho scritto eccellenza? Mi ero sbagliato.

La realtà distillatoria presente al Vinitaly si riassume in tre parole: grappa, grappa, ed ancora grappa. Ma se, per caso, ci sono anche alcune altre aziende liquoristiche, la grappa resta dominatrice.

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Vinitaly 2016 – Credit immagine: drinksint.com

Con un enorme ma, però: la gente non lo sa, si accontenta dell’etichetta, ma… chi fa la grappa sono poche decine di distillerie, di cui la maggior parte sono industriali.

Voi pensate di acquistare la grappa blasonata monovitigno di Pincopallino, noto vignaiolo della celebre zona. Ma… la sua grappa, spesso etichettata in maniera vistosa e trionfale, ed ancora più spesso venduta carissima, non la fa lui. Né le vinacce sono sue (è raro che accada).

Cosa succede in realtà? Il grosso della grappa italiana la fa la grande industria, una parte la fanno alcune distillerie artigianali, ma sostanzialmente per conto terzi. Solo una modesta parte è prodotta in proprio dai grappaioli più celebri ed etichettata come propria. Ed un’altra parte rilevante è commercializzata da affinatori, che di regola sono anche tagliatori di grappe di provenienza svariata (suona più elegante dire blender).

Praticamente invece si contano sulla punta delle dita i vignaioli‑distillatori, coloro che, a logica, sono gli unici in grado di chiudere il ciclo dell’uva. Faccio il vino, ho le vinacce, le distillo ipso facto, vendo la mia grappa.

La conseguenza è che in circolazione si trovano millanta grappe diverse, e quasi ogni produttore di vino millanta (!) di avere la propria grappa. Il più delle volte questa è fatta da altri, con vinacce (surgelate?) di altri, e spesso è una grappaccia senza arte né parte. Quando vi va bene, molto bene, invece viene distillata da un bravo artigiano per conto del vignaiolo con le sue vinacce fresche, e allora berrete bene. Ma lo saprete per caso, solo dopo averla assaggiata. Capita molto di rado, credetemi.

Quindi passeggiando per il Vinitaly voi vedete grappa dappertutto. Scavate, e se casomai ve lo diranno, saprete che esce da uno dei poco più di 130 alambicchi italiani.

Tristissima situazione, in cui trovare qualche gemma nella paglia – chiamatela fuffa se volete – è impresa da cane da trifola. Vi diranno che è il fisco occhiuto, la burocrazia, la mancanza di formazione dei vignaioli, il costo degli impianti. Tutto vero, ma tragico.

Bere buona grappa, davvero buona, è molto più difficile che bere un buon rum. Poi se vi accontentate, è un’altra cosa.

Lo stato del resto dei distillati è pietoso: tralasciando le note eccellenze, che sono quattro gatti, c’è da piangere.

Il brandy italiano ha due note costanti. La prima: lo si fa per recuperare una vendemmia andata male, e allora saranno produzioni occasionali, fatte dal terzista. Sempre meglio che aceto, direte. Ancora, se vi accontentate… La seconda: lo si fa invecchiando brandy fatto da altri, al 99,9% di origine industriale, distillato in colonna, distillando “la qualunque”. Vecchio è buono? Se vi accontentate di pagare tanto e bere male…

Qualcuno fa gin, facile e redditizio modo di impiegare gli alambicchi nei tempi morti, e qualcuno invero lo fa bene. Qualcun altro fa cose improbabili, ma il pensiero è alla miscelazione. Sono scusati, è ovvio.

Qualcuno – uno – fa whisky. E lo fa bene. Ma al Vinitaly non c’era.

La liquoreria: presente in massa al Vinitaly, sì. Ma anche qui, questa nobilissima arte italiana (tutto nasce dal nostro genio italico, ma vi stancherei a ripeterlo) è trattata a schiaffoni. Chi esponeva, offriva più che altro cose improbabili, pensate per il bar, i cocktail, le vecchie zie inglesi spettegolanti, tutta gente che vuole una cosa sola: un prezzo basso. Di cose fini, degne di essere bevute, zero. Ci sono, credetemi, da qualche parte, ma alla fiera non si sono viste. C’erano solo cose di cui ogni italiano dovrebbe vergognarsi.

Lo stato dell’arte è tutto qua. Ma è meglio parlare d’altro. Mercurio è il Dio del commercio, ma anche dei ladri e dei chiacchieroni. Ed al Salone dei Distillati si sono viste più frottole e potenziali ruberie, che cose di valore: quelle poche erano ben nascoste al volgo, nella massa dei banchetti. Ed è meglio che ci rimangano.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

12
Giu
16

Ai miei 4 lettori

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Ultimamente ho trascurato il blog, i lettori più fedeli tra i miei 4 se ne saranno accorti.

Ma vi devo una confessione: l’apparente pigrizia ha una causa: da circa un anno sono stato cooptato nella redazione di uno dei più vivaci, interessanti, e letti wine-blog italiani, per il quale sto curando la sezione degli alcolici, con qualche incursione in mondi meno familiari ma non meno curiosi.

Cognac & Cotognata rimane in attività, come luogo delle recensioni e degli articoli più “impegnati” e tecnici, ma avrà minore frequenza, per il mio parallelo scrivere in un’altra palestra, faticosa e stimolante. Lascio a voi lettori scoprire quale.

Grazie.

[Credit immagine: http://www.reunitingall.com]

19
Mag
16

In memoriam – Marco Pannella

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Non fa parte del nostro blog la politica.

Ma a quest’uomo tutt’Italia deve molto, comunque la si pensi.

Battagliero come nessuno, dritto ed onesto. Un vero politico.

Ciao Giacinto detto Marco, che la terra ti sia lieve !

08
Mag
16

il choucenn bretone – la bevanda dei druidi

Il choucenn, talvolta chiamato dourvel o pikenaouenn (choucen in francese), è una bevanda di antichissima tradizione celtica, diffusa in tutta la Bretagna; si tratta di un tipo di idromele; probabilmente questa è la prima  bevanda alcolica conosciuta dall’uomo, ed è in uso ancora oggi presso numerosi popoli.

Una bottiglia di choucenn, dal caratteristico colore mielato

Una bottiglia di choucenn, dal caratteristico colore mielato

La maggiore differenza con altri idromele, in particolare rispetto a quelli prodotti nei paesi Baschi, consiste nella lavorazione a caldo: infatti il mosto del choucenn bretone viene scaldato all’ebollizione per eliminare i lieviti ed i batteri presenti nel miele, rendendolo inattivo; questo non fermenterebbe, se non fosse che i bretoni aggiungono del mosto di mela all’acqua e miele, donando lieviti alla miscela. La fermentazione così può avvenire grazie a questa aggiunta esterna.

Una particolarità ulteriore è che il miele usato per questa bevanda è abitualmente quello di grano saraceno, una coltura profondamente diffusa in Bretagna, con cui si preparano le tipiche galettes.

Il choucenn così ottenuto raggiunge una gradazione media di 13-14°, e si conserva molto tempo, rifermentando di anno in anno. Il sapore può variare secondo il miele impiegato, e la sua quantità, da dolce a secco.

Si usa come aperitivo: puro, oppure in mix come kir gaulois (choucenn e crema di more) o Cormoran (choucenn, sidro e crema di more); la temperatura ottimale di servizio è intorno a 10-12° in bicchieri grandi, o all’antica nelle coppe (tipo champagne); a temperatura ambiente nel caso vogliate servirlo come vino da dessert; caldo come corroborante nel gelo invernale.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

16
Apr
16

American brandy – Copper & Kings Distillery – Kentucky

C’è tanto fermento negli States: a differenza dell’Italia le microdistillerie prosperano ed aumentano di anno in anno. Non si fa solo rye whiskey, non solo bourbon, non solo gin. Adesso è il turno del brandy.

Si, avete letto bene: brandy e per di più made in Kentucky, la patria del bourbon. L’idea potrebbe apparire balzana, tanto più quanto questo distillato sembra non appartenere alle corde del bevitore medio americano. Ma pensate solo al fatto che gli USA sono il primo mercato mondiale del cognac, e che ne consumano enormi quantità poco invecchiate.

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I magazzini della Copper & Kings – da http://www.insiderlouisville.com

La neonata distilleria Copper & Kings, di Butchertown (Louisville) è stata fondata da una coppia di imprenditori sudafricani, Joe and Lesley Heron, reduci da un paio di dorati successi imprenditoriali. Gli Heron, venuti dal settore farmaceutico, furono dapprima creatori in Minnesota di una linea di bibite nutrizionali, Nutrisoda, venduta poi al colosso Pepsi, e poi di una sidreria in California, Crispin Cider; il loro prodotto premium venne ceduto nel 2012 alla MillerCoors, multinazionale della birra.

Ora, convertiti al business della distillazione, pur essendo senza esperienza specifica, pensano di scrivere una nuova storia di successo.

Indubbiamente il brandy ha avuto tempi migliori in America, se si pensa che quasi tutti i cocktail primitivi erano a base di cognac, sostituito per ragioni di economia col whiskey. Ma ora la nuova primavera del bere miscelato fa ben sperare per una seconda giovinezza.

La scelta della sede in Kentucky, che notoriamente non ha grandi vigneti, è dovuta alla presenza di un’azienda che già Heron conosceva, e che formula bibite per molte industrie americane. La Flavorman, questo il suo nome, ha anche una dependance, la Distilled Spirits Epicenter, che forma aspiranti microdistillatori.

Le idee della coppia erano chiare: produrre un brandy di qualità partendo da buone materie prime ed un metodo ortodosso. Mica facile improvvisare, direte, ci vogliono anni e tecnica.

Eccoli partire quindi nel 2014 distillando vino californiano, Chenin Blanc, Colombard e Muscat, con l’aggiunta di qualcosa del Kentucky, Vidal Blanc. Doppia distillazione, naturalmente, ed invecchiamento in botti nuove di quercia americana, o ex-bourbon. Secondo la loro teoria, i vini devono essere piuttosto aromatici, per conferire corpo ed aroma al brandy, e mantenere il carattere dei vini d’origine. Tutto il contrario di quanto pensano a Cognac.

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Gli alambicchi dell’azienda – da http://www.Kybourbontrail.com

Il problema si pone però quando parti con un marchio e vuoi vendere subito: che fare, nell’attesa di avere qualcosa di maturo? Per nulla intimiditi, gli Herons si sono procurati numerosi brandy fabbricati da altre distillerie artigianali per iniziare il commercio col proprio marchio. I fornitori erano ben più che felici di sbarazzarsi delle scorte di un distillato ancora snobbato dal mercato.

Grazie agli abbondanti stock di brandy distillato ed invecchiato in giro per l’America, scelti con cura tra quelli prodotti con alambicco a ripasso, e trattati poi dalla Copper & Kings con un metodo solera, è stato ottenuto un blend di base al quale aggiungere gradualmente il brandy dei propri alambicchi: un sistema furbo per garantirsi una certa costanza qualitativa in un tempo limitato, ed ampliare le scorte in maturazione.

La distilleria ha cominciato a lavorare nella primavera del 2014, con vini californiani portati in Kentucky in autobotte; l’obiettivo è dichiaratamente high-end: niente filtrazione, niente caramello, niente boisé, niente diluizione, solo pot-still brandy invecchiato in botti di bourbon, per estrarne tutta la vaniglia. Il risultato dovrebbe essere qualcosa a metà tra la finezza di un brandy charentais e la speziatura esplosiva di un bourbon, con una struttura importante adatta alla mixology. È difficile pensare che possano essere sipping brandies se si vuole un prodotto così gridato.

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Una parte della gamma aziendale – da http://www.foodproductiondaily.com

Cosa fanno? Parecchie cose bizzarre: un brandy invecchiato full proof a 62° (75% ex-bourbon/25% rovere americano), un brandy a 45° (90% ex-bourbon/10% rovere americano), alcuni brandy maturati in botti di birre speciali di microdistillerie, dell’apple brandy invecchiato e non, ed alcune versioni di assenzio, distillate a vapore. La distribuzione è limitata agli USA, per ora.

L’edificio è di design contemporaneo: la distilleria è nata ristrutturando un vecchio sito industriale in mattoni, e completandolo con una parte moderna in vetro e pareti di container riciclati. Attrezzato perfettamente con tre giganteschi alambicchi di rame prodotti a Louisville ed impianti modernissimi, il luogo è pensato per ospitare visite e degustazioni. Un concept simile a quello della Puni di Glorenza, per intenderci. Tutto il mondo è paese.

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La distilleria Copper & Kings – da http://www.louisville.com

Vedremo quanto l’impresa avrà successo; da quel che si può capire, nulla è stato lasciato al caso, ci sono capacità imprenditoriali e capitali in abbondanza, e data la storia del proprietario, è ragionevole pensare che l’azienda una volta ben avviata verrà ceduta ad un importante gruppo del ramo spirits, con lauti profitti: business molto prima che passione, insomma.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

26
Mar
16

distillati ed additivi – una rassegna

Abbiamo già visto in articoli precedenti che la pratica di conciare i distillati con aggiunte cosmetiche (obscuration) e correttive del sapore (edulcorazione) è una costante universale: quasi tutte le acquaviti sono sottoposte a questi trattamenti di bellezza, di solito tra l’uscita dalla botte e l’imbottigliamento.

Inoltre a qualunque distillato, salvo a quelli detti brut de fût ovvero cask strenght, viene aggiunta acqua per arrivare alla gradazione al consumo.

Il consumatore è di solito ignaro di tutto ciò, nascosto nelle pieghe dei disciplinari di produzione, o geloso segreto dei fabbricanti di spiriti. Ma oggigiorno le sostanze estranee al distillato dovrebbero essere indicate in etichetta, perlomeno in rispetto a chi paga. Sapere cosa stiamo comprando, spesso a carissimo prezzo, è un nostro diritto.

Qui faremo una breve rassegna per categoria, con focus come sempre sui distillati di vino, e qualche confronto con altri spiriti scuri.

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Sono permesse le aggiunte di zuccheri, caramello, e trucioli di legno di quercia. Le aggiunte sono consentite fino ad una variazione massima di densità di 4° rispetto al titolo alcolico originario (non molto).

L’uso del maquillage è costante negli armagnac ‘commerciali’ mentre in quelli tradizionali (ovvero millesimati) gli interventi sono minimi, spesso inesistenti. È abitudine infatti imbottigliare gli armagnac millesimati così come escono dalla botte (brut de fût).

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Cognac
Come per l’armagnac, sono permesse le aggiunte di zuccheri e caramello; oltre ad estratti acquosi anche invecchiati di legno di quercia (boisé), ma non trucioli di legno. Le aggiunte sono consentite fino ad una variazione massima di densità di 4° rispetto al titolo alcolico originario.

Lo zucchero è di solito presente intorno a 10 g/l, e rari sono i cognac privi di edulcorazione. Il caramello è di uso generale, e il boisé pure, ma i produttori non ve lo confesseranno mai. Pochi cognac sfuggono al maquillage, che viene adattato alle esigenze del paese di destinazione della partita. I cognac brut de fût sono estremamente rari e pregiati.

Brandy italiano
Le norme permettono l’uso del caramello come colorante, l’aggiunta di zuccheri (fino al 2%), e di “sostanze aromatizzanti” estratte con procedimenti fisici a partire da una materia di origine vegetale allo stato naturale, oppure “preparazioni aromatiche” a partire da materie di origine vegetale allo stato naturale, ottenute da trucioli di quercia o da altre sostanze vegetali, mediante infusione o macerazione con acqua o con acquavite di vino, nella misura massima del 3% del volume idrato.

Il disciplinare permette altresì il taglio con distillato di vino (alcool ricavato dal vino) in misura non superiore al 50% della gradazione finale: significa che l’acquavite uscita dagli alambicchi ed invecchiata può essere diluita, ma solo con alcool da vino.

Di regola dovrebbero essere impiegati come “aromi” estratti di legno di quercia, ma nulla esclude che si tratti di altro, purché di origine vegetale.

Brandy spagnolo (di Jerez)
La caratteristica fondamentale del brandy di Jerez è che sia invecchiato in botti che abbiano già contenuto del vino di Jerez (sherry) per 3 anni. Per cui questa acquavite beneficia già di un’aromatizzazione in partenza.

È permesso il taglio con distillato di vino a meno di 95°, fino ad un max. del 49%, per le qualità più giovani, nessun taglio per le invecchiate.

La legislazione permette l’edulcorazione con zuccheri, o con vino dolce; il caramello è pratica abituale anche qui, e può essere prodotto anche con mosto d’uva.

Le sostanze ammesse come aromatizzanti sono diverse dal brandy italiano, definite dalla consuetudine e non dai regolamenti: hanno lo scopo di dare carattere e tipicità a questa acquavite, secondo gli usi delle varie bodegas produttrici.

Sono permessi estratti idroalcolici ed infusioni di: uva passa, prugne secche, baccelli di vaniglia, pericarpo di mandorle, mallo di noce verde, e trucioli di legno di quercia, nonché l’impiego delle fecce di vino durante la distillazione. Gli aromatizzanti non superano di regola lo 0,3% del volume del brandy.

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Rum – rhum – ron
Confrontando questi distillati con i brandy, le cose si complicano: in teoria secondo il regolamento CE 110/2008 “il rum non è aromatizzato”.

Permesso come sempre il caramello; nulla si dice dell’edulcorazione, anche se ormai sappiamo che in parecchi rum si fa uso generoso di zuccheri in varie forme, compreso il miele,  anche laddove le regole lo vietino (AOC Martinique).

Per quanto riguarda gli aromatizzanti, secondo gli stili e gli usi dei vari tipi di rum, si usa di tutto, probabilmente ancora prima della distillazione; perfino un’abominevole “pasta madre” composta di scarti di distillazione, residui di canna e fecce, il cui scopo è di innalzare il contenuto di acidi esterificabili nella massa da distillare; la pratica tradizionale più conosciuta è l’uso di vino di prugne o macerazioni di prugne secche o uva passa aggiunti al distillato, come in Spagna. Ma è frequente l’uso di spezie, vaniglia, e svariatissimi aromatizzanti naturali, come frutta secca o candita, fino ad oltre l’8% del distillato. Forse perfino (siamo maligni) aromi di sintesi, uno su tutti la vanillina. Il vuoto normativo all’origine permette qualsiasi cosa. Altresì comune è la pratica del cask finishing e l’aggiunta al rum bianco di vino di Porto o sherry o bourbon whiskey prima dell’invecchiamento.

In alcuni casi è stata analiticamente dimostrata l’aggiunta di glicerina: naturalissima, ma del tutto estranea al distillato. Questa impartisce al rum dolcezza, corpo, setosità, e l’impressione di densità come se lo spirito fosse stato concentrato in botte per anni al caldo dei Caraibi. Voi credete all’etichetta, il palato sembra confermarlo, ma vi fanno fessi.

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Whisky (scotch)
Qui le cose sono semplici: a parte il caramello, nulla d’altro è permesso di aggiungervi.

Talvolta prima di distillarlo, al malto viene impartito l’aroma affumicato, essiccandolo con fumo di torba.

Le uniche addizioni possono venire dal cosiddetto cask finishing, cioè l’impiego di botti che hanno contenuto in precedenza vini o spiriti diversi, e che cederanno qualcosa delle sostanze assorbite dal legno.

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Grappa
Per l’italico distillato la “scheda tecnica” ministeriale recita che “non è aromatizzata”, salvo poi disporre “nella preparazione della “Grappa” è consentita l’aggiunta di:

– piante aromatiche o loro parti, nonché frutta o loro parti, che rappresentano i metodi di produzione tradizionali;
– zuccheri, nel limite massimo di 20 grammi per litro, espresso in zucchero invertito;
– caramello, solo per la grappa sottoposta ad invecchiamento almeno dodici mesi;
nella denominazione di vendita della “Grappa” deve essere riportata l’indicazione di piante aromatiche o loro parti, nonché frutta o loro parti, se utilizzate.”

Nella pratica si sta facendo strada come per altri distillati, il cask finishing, ovvero la maturazione della grappa in botti che hanno contenuto altre bevande. Anonimi distillatori hanno confessato, sotto tortura, che nelle botti usate desiderano un residuo di liquido di circa 10-15 litri, oltre a quello che impregna il legno. Questa aggiunta “clandestina” dona carattere marcato e morbidezza alla grappa così trattata. Ma negheranno sempre. Tutto il mondo è paese quindi, da Cognac ai Caraibi, passando per Bassano e Udine.

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Considerazioni finali
Da questa panoramica si vede come le acquaviti meno lavorate – e per inciso, più difficili da degustare – siano i whisky scozzesi e gli armagnac tradizionali millesimati. Cognac ed armagnac non millesimati permettono interventi ben tipizzati dai loro dettagliati disciplinari; tuttavia scendendo verso sud le regole diventano elastiche, con requisiti minimi e generici per il brandy italiano, ed in Spagna perfino col silenzio ufficiale sui “metodi tradizionali” per aggiungere aromi. Varcato l’oceano poi ogni aggiunta è lecita, o quasi.

Non è un giudizio di merito, ma la constatazione che molto del carattere di un distillato viene impresso proprio dalle sostanze edulcoranti ed aromatizzanti aggiunte all’acquavite. Quanto più questa sarà facile, ricca di aromi, di densità al palato, e di “morbidezza” insieme, tanto più sarà stata conciata prima o dopo l’uscita dall’alambicco.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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