09
Apr
21

Il gelo di questi giorni ha reso più difficile la vendemmia 2021, ma a Cognac le provano tutte per difendersi

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Una torre antigelo installata nella Charente – a sinistra il bruciatore a gas

Le gelate tardive di questi giorni, dopo un assaggio di temperature abituali per giugno, che hanno fatto germogliare in anticipo a fine marzo le viti in tutta Europa, stanno compromettendo la futura vendemmia anche in Francia. Segnalazioni preoccupanti si sentono raccontare dalla Champagne fino alla Guascogna. Le viti dedicate ai grandi distillati francesi, sia in Armagnac che nelle due Charentes hanno sofferto discretamente del gelo, con estesi danni ai germogli.

A soffrire di più stavolta non sono state le vigne di valle, ma quelle in cima alle colline, a causa dell’intenso vento artico.

Dai corrispondenti a Cognac arrivano notizie di danni da discreti a notevoli, in considerazione delle temperature, scese nelle ultime due notti fino a -5°C. I raccolti vengono previsti inferiori di almeno un quarto all’ordinario, e aprile, il mese delle gelate tardive, è appena incominciato: la settimana entrante sono attese purtroppo altre gelate: si teme il ripetersi dell’annus horribilis 2017, quando si perse fino al 90% del raccolto.

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E benché i vignaioli di Cognac siano soprannominati cagouillards (all’incirca lumaconi), non sono restati con le mani in mano a guardare i germogli perire.

Negli anni sono state installate 79 torri antigelo, delle specie di pale eoliche alte 11 metri affiancate da un bruciatore a gas, che muovendo l’aria la riscaldano, ed impediscono le saccature di freddo nella zona trattata. Ogni pala difende circa 5 ettari di vigneto, e sembra essere piuttosto efficace. Unico effetto collaterale, il rumore poco accettabile di notte. Esistono altre soluzioni trasportabili, che lavorano con grossi ventilatori a livello del vigneto, ma sono decisamente meno efficienti degli impianti a torre. Altri coltivatori, ancora meno dotati di mezzi, hanno versato grandi mucchi di paglia sui capofila delle vigne, dandogli fuoco nel tentativo di smuovere l’aria fredda. Anche qui proteste dai vicini per l’odore di fumo, e risultati assai poco certi.

Cosa non si fa per un litro d’alcool in più !

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18
Gen
21

L’armagnac, il grande dimenticato tra i distillati invecchiati.

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Qualche giorno fa la nota rivista francese Whiskymag pubblicava un articolo con un interrogativo interessante: perché l’armagnac, una delle più belle acquaviti che ci siano, non ottiene visibilità né interesse tra gli appassionati di alcolici, pur avendo tutte le carte in regola per essere très fashionable?

Mi è venuto naturale di voler rivolgere la stessa domanda ai miei lettori, dal momento che l’armagnac è negletto e misconosciuto pure tra i nostri qualificatissimi amatori, gente che ha rivoltato ogni angolo delle Antille e della Scozia, o freme per l’ultima release di qualche microdistilleria del Sol Levante per tacere delle Figi. È davvero strano che ignorino quella miniera d’oro neanche troppo nascosta, a due passi da casa loro, che è la Guascogna.

E se l’articolista, la brava Christine Lambert, paragona l’armagnac al mezcal messicano, è solo perché i loro punti di contatto sono in apparenza condivisi, ed entrambi i distillati vengono messi in ombra dai loro parenti assai più celebri, il cognac e il tequila.

Lei argomenta che l’armagnac ha tutto quello che il consumatore avveduto apprezza in un distillato di tendenza: la provenienza da un terroir determinato, la fabbricazione in cui la mano artigianale si fa sentire, una lunga storia di produzione fatta in prevalenza dalle piccole Case. Dice la Lambert che l’armagnac spunta tutte le caselle dei requisiti che deve possedere un alcolico alla moda. E domanda provocatoriamente: perché non comprate quindi più spesso dell’armagnac?

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Purtroppo è facile risponderle. Madame dimentica una cosa fondamentale: che i distillati di vino sono démodé. E lo sono, badate, nei paesi latini, proprio i luoghi della loro produzione, poiché altrove, tra Stati Uniti e Nord Europa, godono invece di rinomanza e di buoni consumi. In Asia lo stesso. Ma tutto ciò non vale per l’armagnac, la grande madre delle acquaviti europee.

Le ragioni sono presto dette. Dove non c’è domanda non c’è distribuzione, e se non c’è distribuzione non c’è comunicazione, e non si crea nemmeno un minimo di curiosità. Per l’armagnac insorge un problema ulteriore, che si chiama volume produttivo. Tutta la produzione dell’armagnac nel suo complesso eguaglia la capacità di una sola – e piccola – distilleria scozzese. Va da sé che per un importatore proporre al pubblico un’etichetta di una maison oscura che ogni anno riempie da qualche centinaio a poche migliaia di bottiglie è faticoso e non paga il lavoro di promozione in termini di vendite. Stranamente il mezcal ed il clairin riescono ad avere più notorietà, con volumi simili o perfino minori. Che sia merito del fascino esotico?

All’armagnac pesa inoltre l’ingombrante fama del cugino ricco, il cognac. Lui sì che vende, lui è sulla bocca di tutti come lo champagne. Il campagnolo armagnac è schiacciato nell’ombra comunicativa proiettata dalla celebre acquavite charentaise e fatica a ritagliarsi una nicchia perfino in patria, nonostante la sua storia e la sua bontà. Il grosso dei suoi consumi si concentra infatti nella regione di Tolosa.

Le dimensioni delle aziende non aiutano di certo. Poco più di un anno fa ho tenuto un breve seminario di introduzione alle acquaviti di vino francesi al Milano Whisky Festival: parlando in seguito con la titolare di una celebre maison de négoce presente alla fiera, le chiedevo quante bottiglie trattassero per anno. La risposta fu quarantamila, circa quelle di un piccolo vignaiolo italiano. E bisogna proprio pensare a quello, quando si parla di armagnac: i vignaioli e distillatori (bouilleurs de cru) sono piccoli, se non minimi, ancor più rari quelli che vivono soltanto della produzione di armagnac, e le maison de négoce si contano in qualche decina. Sarebbero in verità gli equivalenti guasconi di Martell ed Hennessy, ed alcuni di loro, seppur carichi di quasi altrettanta storia, al confronto fanno la figura dei lillipuziani.

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Che fare quindi? Almeno parliamone.

L’armagnac può offrire all’appassionato di distillati una gamma emozionante di profumi e di sapori, ed un’esperienza ben più intensa di quella del cognac, per quanto più rustica. La concentrazione degli aromi e la notevole lunghezza del retrogusto fanno dell’acquavite guascone un traguardo impegnativo anche per il bevitore più smaliziato.

Non c’è bisogno di grandi invecchiamenti, se già a 15/20 anni un armagnac ha molto da offrire, e non è detto che più invecchi più migliori come certi cognac. Non fissatevi quindi su di un’annata precisa, o su di una bottiglia stravecchia e stracostosa, è tempo e denaro perso.

E soprattutto non giudicate questo distillato da ciò che vi offrono le Case commerciali; il loro armagnac, raccolto presso svariati distillatori e poi affinato nelle proprie cantine è quasi sempre un blend di acquaviti, come si usa a Cognac. Se siete vergini di Guascogna, è bene tuttavia cominciare da queste: che vengono diluite con acqua a gradazioni più basse dell’armagnac tradizionale, e rese meno spigolose e più facili da bere equilibrandole tra di loro, al prezzo di un minor carattere. Avrete fatto il primo passo verso un mondo emozionante, senza diventare matti nella ricerca della bottiglia impossibile.

I piccoli produttori invece sono molto spesso imbottigliatori a domanda che, se andrete a trovarli, vi serviranno il distillato direttamente dalla botte. Sono i gelosi custodi della tradizione più pura: da loro berrete gli armagnac d’annata a gradazione piena, senza la vergogna della diluizione con acqua. Qui il prezzo da pagare è di avere un distillato vuoi fiacco, vuoi troppo legnoso, o di scarsa finezza, o di eccessiva concentrazione, insomma disarmonico. Ma i vignaioli vi sapranno risarcire più che generosamente quando la bottiglia conterrà l’ammaliante equilibrio tra il frutto, il legno, l’alcolicità ben integrata, e una discreta dose di rancio. Càpita.

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C’è tanto da provare, se voleste approfondire i distillati del Gers e delle Landes. La Guascogna ha da offrire ben tre AOC, le denominazioni di origine francesi, e qualche centinaio di produttori. Dalla Blanche d’Armagnac, la vibrante acquavite non invecchiata, capace di sorprendere con la sua profumata energia nei cocktail, al localissimo e sconosciutissimo Floc de Gascogne, alla grande tradizione degli armagnac millesimati, fino alle raffinate distillazioni monovitigno – già, perché l’armagnac contempla dieci varietà nel suo disciplinare, benché quelle coltivate siano in pratica solo quattro – sfogliare il libro di questo alcolico carico di storia può riservare golose sorprese.

Sono distillati difficili da trovare? Alquanto, anche se i produttori più celebri sono importati ormai da anni in Italia; gli imbottigliatori commerciali sono invece reperibili un po’ dappertutto.

Sono alcolici di nicchia? Si, per la loro minuscola produzione e per l’incostanza delle annate, che riflettono quella del vino da cui derivano. Gli armagnac restano ancora troppo in ombra, ma una volta scoperti saranno in grado di recare enormi soddisfazioni a chi è alla ricerca di acquaviti profonde ed intense.

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13
Dic
20

La Maison Fillioux e l’arte di fare il cognac

È quasi Natale, e il cognac in questo periodo ci sta proprio bene per creare l’atmosfera, come si diceva nelle pubblicità di un noto brandy di molto tempo fa.

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Il Domaine de la Pouyade – Juillac Le Coq

Vi propongo un breve video di una maison piccola e gloriosa, che non ha certo bisogno di promozione: i suoi prodotti parlano da soli, e chi conosce il cognac prima o poi arriva ad assaggiarli e ad amarli.

Il domaine si chiama La Pouyade, è medio/piccolo, a gestione familiare ed orgogliosamente indipendente dalle grandi case di négoce, ormai vere e proprie multinazionali. Qui abbiamo solo: la famiglia Fillioux, produttori di cognac da cinque generazioni, una casa padronale, la corte agricola, e tutt’intorno i vigneti della proprietà, in quella ristretta zona a sud di Segonzac, che è unanimemente considerata il Grand Cru della Grande Champagne, a sua volta il Prèmier Cru del cognac.

Gli alambicchi sono a poca distanza, in una distilleria professionale gestita da un’altra famiglia, ma la distillazione è seguita personalmente dai Fillioux, a garanzia della qualità dei cognac della maison.

Ma il segreto non è tutto qua: esso consiste anche nella perfetta maestria del legno, in tutte le sue sfumature, un argomento praticamente dimenticato dagli appassionati, a favore del tempo. I Fillioux ci insegnano questa grande lezione.

Guardate il filmato, se potete capire il francese ascoltatelo anche, e comprenderete tutto l’amore che c’è dietro la creazione di un grande cognac.

Buon Natale a monsieur Pascal, a Christophe, ed a tutti i miei lettori!

20
Nov
20

Per il bicentenario di Buton, Vecchia Romagna lancia una Riserva Anniversario extralusso

Sono passati duecento anni esatti, da quando Jean Bouton, un distillatore proveniente dalla provincia di Cognac, si è stabilito a Bologna. Trasformato il suo nome all’italiana, si diede al commercio di vini francesi ed alla fabbricazione dei liquori, all’epoca assai più alla moda e bevuti che i distillati, e fondò nel 1830, in società con un pasticcere bolognese, la Gio. Buton & C., la prima distilleria a vapore d’Italia.

L’azienda crebbe florida, con i suoi mille liquori, il più famoso dei quali fu la Coca Buton, di grandissima moda sul volgere del secolo decimo nono, assieme al vino cocato, che impazzava tra teste coronate, papi e high – society. Ma Buton non ebbe successori, finendo per lasciare l’azienda al socio, il cui figlio la rese ancora più rinomata. Il cognac Buton rimase tra le specialità della ditta, ben richiesto dalla clientela.

Quando la Buton passò per matrimonio dell’ultima erede nelle mani dei marchesi Sassoli de’ Bianchi, al cognac venne dato, per felice intuizione di uno dei proprietari, un marchio distintivo ed un contenitore triangolare immediatamente riconoscibile, diventando la Vecchia Romagna che tutti conoscono ancor’oggi. Era il 1939.

La ditta tra alterne fortune non smise mai di produrla, nemmeno con la grande crisi degli anni Ottanta del Novecento. Ma i proprietari, seguendo una tendenza inesorabile per tutti i marchi storici della liquoreria italiana, nel 1993 cedettero la Buton per 86 miliardi di lire di allora alla multinazionale Diageo, la quale a sua volta la rivendette pochi anni dopo al gruppo alimentare e liquoristico Montenegro, che fece così tornare l’azienda a casa, a Bologna.

La Montenegro continua la produzione della Vecchia Romagna, che rimane il brandy più venduto in Italia, seppure bevuto tal quale sia diventato un consumo sempre più marginale; non la aiuta il fatto di essere un brandy di livello base, e quindi con caratteristiche poco attraenti per i bevitori di pretesa.

Ma l’anniversario era una buona occasione per far ricordare la storia del primo distillatore di brandy italiano, e dare una lustrata d’immagine ad un marchio che, nel bene o nel male, ha fatto la storia del brandy di casa nostra.

Ecco quindi Montenegro presentarci una celebrativa Riserva Anniversario, una Vecchia Romagna che mette il vestito della festa più grande, e sfodera un blend di elevato invecchiamento. I suoi cinque componenti sono stati in botte da 23 a 67 anni; la loro unione fornisce un distillato di grande struttura, in grado di competere con le bottiglie di fascia extralusso francesi.

Grazie all’invito alla presentazione, si è potuto assaggiare questo assemblaggio celebrativo: è indubbiamente un brandy profondo, dal naso charmant, profumato di frutta appassita, e di note speziate e legnose. L’assaggio rivela ancora meglio la profondità e la struttura del brandy, in cui ritornano le note olfattive: spezie e aromi di legno si fondono con un bel rancio. Il retrogusto è persistente, grazie al notevole invecchiamento del blend, e chiude con una nota legnosa amarognola.

La Riserva Anniversario sfoggia un elegante cofanetto in pelle pregiata, ed una bottiglia della celebre vetreria Salviati di Murano, con un design che ricorda nel lusso l’inconfondibile bottiglia triangolare originale. Tutto il buon gusto italiano è distillato in quest’esemplare d’occasione in 200 bottiglie, che si pone in concorrenza con le splendide caraffe dei cognac della fascia luxury. Anche il prezzo è splendido.

La Riserva Anniversario di Vecchia Romagna è orgogliosa di mostrare al mondo il valore del brandy italiano dalla lunga maturazione: purtroppo nessuna azienda ha creduto veramente nelle acquaviti invecchiate, limitandosi ad una produzione di brandy di grande volume e di modesta qualità; con l’eccezione di qualche appassionato artigiano, nel Bel Paese non esiste nulla di paragonabile all’industria del brandy spagnolo, per tacere dei francesi. Eppure avremmo potuto…

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01
Nov
20

La microdistillazione italiana è in movimento.

Martin Aurich, uno dei relatori, con alcuni colleghi – da https://www.distillatoriartigianali.it/

Da anni ci siamo abituati ad osservare il movimento della microdistillazione in America ed in Europa con una certa invidia, lamentando l’inconsistenza della scena italiana.

Si sa, gli ostacoli sono sempre i soliti: la burocrazia indecifrabile, le leggi adatte a produttori con impianti di raffinazione in stile venezuelano, le banche avare di capitali e di fiducia nell’impresa, eccetera.

Ma i tempi sono maturi, e l’onda della distillazione artigianale è pronta a travolgere anche l’Italia, seppure con qualche ritardo.

Stiamo assistendo ultimamente al fiorire di alcune realtà germinali, di pionieri che anticipano la tendenza. Come è stato per i birrifici artigianali, da alcune timide ma ferratissime aziendine è nato un movimento che conta oggi oltre mille microbirrifici dalla spiccata creatività. Sarà così anche per i distillati?

A connettere i punti ci hanno pensato il noto gastronomo e divulgatore Claudio Riva, ed il suo socio, lo scrittore Davide Terziotti, fondatori di Whisky Club Italia e del portale Distillerie.it, che il 27 ottobre scorso hanno realizzato e reso disponibile in rete la prima conferenza italiana sulla distillazione artigianale, o meglio, microdistillazione.

Un evento lungo una giornata intera, ricchissimo di ospiti nostrani ed internazionali e di interventi altamente qualificati.

Tutto quanto per portare alla luce esperienze e realtà imprenditoriali dai due lati dell’oceano, e dotare gli interessati degli strumenti necessari a valutare ed intraprendere un percorso professionale promettente e tutto da inventare: l’Italia è infatti ancora un campo pressoché vergine, fatte salve le piccole avanguardie.

C’è spazio quindi per buttarsi e fare impresa, distillando la creatività made in Italy, assai apprezzata in tutto il mondo. Basti pensare al successo planetario degli amari, dei vermouth e dei fernet, per tacere dei liquori storici. Il gin italiano, per raccontarne una nuova, conta ormai qualcosa come cento marchi sparsi nella penisola, e non smette di crescere e di vendere.

La conferenza, nei suoi numerosi interventi ha trattato tutti gli aspetti della microdistillazione, dalle tecniche di produzione, alla ricerca e sviluppo, dalla distribuzione al packaging ed alla grafica, dal marketing alle importantissime visite in azienda, e molto altro, con l’apporto delle esperienze dei più qualificati relatori del campo.

L’evento è stato pensato per chi vuole avvicinarsi al settore in maniera professionale, ma anche per gli appassionati, che avranno modo di esplorare un mondo che all’estero è già in pieno fermento.

La conferenza sarà disponibile in modalità webinar anche in differita per chi non ha potuto assistervi il 27 ottobre.

La conferenza non è gratis, perché le competenze e lo sforzo organizzativo vanno ripagati, e potete credere che il lavoro dietro le quinte è stato imponente in termini di tempo e di mezzi. Ci sono diverse tipologie di accessi a tariffe diverse, secondo la profondità di apprendimento e l’interesse del pubblico, ed i servizi si potranno consultare per un anno intero.

Un’occasione imperdibile per chi vuole conoscere meglio questo artigianato dinamico e dalle prospettive brillanti, e per chi, soprattutto, coltiva già l’idea di fare, ma non ha ancora acquisito gli strumenti necessari. L’opportunità è qui da cogliere: craftdistilling.it

Noi, da umili bevitori, aspettiamo con pazienza i frutti del vostro sacro fuoco.

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15
Ago
20

Artusi, un bicentenario ed una sorpresa spiritosa.

Giusto pochi giorni fa, il 4 agosto 2020, si festeggiava il bicentenario artusiano: il primo moderno gastronomo italiano era infatti nato a Forlimpopoli esattamente duecento anni fa.

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Pellegrino Artusi (1820 – 1911)

Vale la pena di riprendere in mano la sua Scienza in Cucina e l’Arte di Mangiar Bene, libro che ormai è in ogni casa italiana, e fa parte del repertorio di ricette di chiunque si voglia accingere a preparare un piatto della nostra tradizione gastronomica. Scritto in buona lingua del tempo, a dire il vero assai toscaneggiante,  ogni ricetta è stata “scientificamente” collaudata dall’autore; talché, essendo versati un minimo nell’arte culinaria, è difficile che i piatti riescano male, per la precisione nella modalità di esecuzione che l’Artusi descrive nell’opera. Certo, all’epoca si abusava di condimenti, ed oggi molte preparazioni risultano fuori moda e da alleggerire. Oltre ai condimenti letterari, di cui il libro è pieno, tanto che oramai la Scienza in Cucina viene considerata a giusto titolo un classico della letteratura italiana, che ha formato generazioni di lettori, non solo ai fornelli.

La tradizione discorsiva dei ricettari inframmezzati di andeddoti e storielle capaci di interessare le lettrici non tramonterà presto: ne abbiamo un notissimo esempio una cinquantina d’anni dopo con le Ricette di Petronilla, che ricalcano fedelmente le orme artusiane, seppure in chiave ancora più domestica, e con una lingua fattasi ormai moderna, e più vicina all’italiano dei nostri giorni. Sarà solo col Dopoguerra che la maniera artusiana cederà il passo all’essenzialità di ingredienti e ricetta in poche righe, col Cucchiaio d’Argento, edito nel 1950.

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La prima edizione de La Scienza in Cucina – 1891

Ma torniamo all’Artusi, ed a quello che ci interessa: se vogliamo trovargli un difetto, il Nostro non era amante dell’alcool, e oserei perfino di dichiararlo astemio, se nell’introduzione all’opera ricorda tra le norme igieniche della tavola che

Non è bene il pasteggiar col vino perché il rosso non è di facile digestione, e il bianco, essendo alcoolico, turba la mente se questa deve stare applicata.

L’uso de’ liquori, che a non istare in guardia diventa abuso, è riprovato da tutti gli igienisti pei guasti irreparabili che cagionano nell’organismo umano.  Può fare eccezione soltanto un qualche leggero poncino di cognac (sia pure con l’odore del rhum) nelle fredde serate d’inverno.

Male, male assai poi fanno coloro che si lasciano vincere dal vino. A poco a poco, sentono nausea al cibo, e si nutrono quasi esclusivamente di quello; indi si degradano agli occhi del mondo, diventando ridicoli, pericolosi, e bestiali.

Tra le sue ricette, se ne ricordano poche a base alcolica: tra cui un celebre nocino, qualche rosolio e ponce, un elisir di china, le pesche sotto spirito, e l’uso dell’alchermes e dei rosoli nella zuppa inglese ed altre preparazioni dolci, com’era l’uso del tempo.

Ma alla conclusione del celebre repertorio l’Artusi ci fa una sorpresa, scrivendo degli stomachi deboli. È bello rendere onore al grande gastronomo romagnolo ricordandolo… amante del cognac, e di quello autentico!

In quanto ai liquori farete bene ad escluderne l’uso dal vostro regime anche perché dall’uso si può passare all’abuso che sarebbe fatale; si può fare soltanto un’eccezione pel cognac, senza abusarne però, ma di quello che non costa meno di sei o sette lire la bottiglia.

Qui pongo fine, e ripeto col poeta:

Messo t’ho innanzi: ormai per te ti ciba.

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25
Apr
20

Un uomo, una storia, un cognac: André Bertandeau e la sua carità infinita

Il cognac riserva storie infinite.

Un giorno un produttore mi raccontò di aver comprato del cognac ad un’asta: è rarissimo che ciò accada, perché normalmente il distillato viene venduto a trattativa privata, dopo l’assaggio del campione, ed a prezzi regolamentati da una borsa merci locale; per i cognac più rari ed invecchiati, è uso invece che il prezzo non si discuta: si accetta la proposta, oppure la si rifiuta.

Cosa c’era di così insolito dietro questa vendita?

Una vicenda triste ed affascinante insieme: a tratti userò le parole di chi me l’ha raccontata.

«Dietro ogni cognac si trovano delle storie, degli incontri, delle emozioni. A volte c’è anche la Storia, quella con la maiuscola, che ci racconta da dove veniamo. Dalla Storia dobbiamo imparare, e fare in modo di non ripetere gli errori del passato. Dietro ogni cognac si trova il dovere di ricordare, di trasmettere, e di rispettare l’eredità materiale ed immateriale dei nostri avi».

André Bertandeau è il personaggio nascosto dietro il racconto di oggi. Un giovane agricoltore di Salignac-sur-Charente, che si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato. Nel giugno del 1943 André, come tanti altri giovani francesi, venne deportato in Germania per il “Service de Travail Obligatoire”, sistema col quale i tedeschi rimpiazzavano la forza lavoro mancante per la guerra prelevandola dalla Francia occupata. Ben 600.000 giovani francesi furono costretti a queste umilianti e dure corvée, tra il 1943 ed il 1945. Su quel maledetto treno per Parigi e poi per la Germania altri 28 compagni dei suoi paesi partirono con lui, e soltanto nove tornarono a casa.

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André Bertandeau insignito di un’onorificenza – fonte: http://www.SudOuest.fr

André finì prima a Buchenwald e poi nel vicino Arbeitslager Dora, il famigerato campo di concentramento dove si lavorava con metodi indegni dell’essere umano scavando tunnel per la costruzione delle V1 e delle V2, armi temibili che avrebbero dovuto decidere le sorti della guerra. Più di diecimila persone, stipate in condizioni drammatiche in alloggi sotterranei, costrette a lavorare anche 14 ore al giorno, con poco cibo, tra la disumanità quotidiana e l’orrore. Il ragazzo sopravvisse, come diceva il suo compagno, Homère Fonteneau, solo perché erano stati abituati fin da piccoli al duro lavoro in campagna.

«André ha conosciuto la brutalità, la fame, l’umiliazione, e certamente la disperazione; è stato liberato dalle truppe alleate nel 1945, uno dei pochi sopravvissuti ai campi di concentramento tedeschi».

Tornato a casa, André per anni non parlò delle atrocità vissute in prigionia, ma cercò di rifarsi una vita, prendendo possesso del podere del padre. Con i suoi otto compagni di disgrazia si vedeva ogni anno, e da un certo momento in poi decisero insieme di organizzare visite alle scuole ed alle associazioni per parlare della loro esperienza, in modo che la memoria di ciò che avevano sofferto fosse conosciuta dalle generazioni più giovani, e perché il ricordo servisse a non farlo accadere mai più.

André divenne un donatore perpetuo di Medici Senza Frontiere e di Action Against Hunger; è morto nel suo villaggio a 94 anni nel 2016. La sua eredità è stata donata per volontà testamentaria alle due organizzazioni benefiche.

La sua storia è stata così segnante da imprimere nella sua vita il gesto dell’aiuto continuo al prossimo: con i mezzi di un piccolo viticoltore della Charente, ma per tutta l’esistenza ed anche oltre. André ha contrapposto un’estrema umanità all’estrema disumanità patita: è bello e giusto ricordare una persona così e la sua storia nel giorno che in Italia è il simbolo della liberazione dall’oppressione nazista.

Le scorte dei suoi cognac, custodite all’ORECO (ORganizzazione Economica di COgnac), una sorta di banca del cognac che ha in gestione uno stock impressionante di distillato che viene comprato o tenuto in conto deposito, anticipandone il capitale agli agricoltori, sono state messe all’asta secondo le sue volontà, e ritirate da tre piccole aziende del settore, perché egli potesse fare del bene anche dopo la sua morte.

Ecco la storia che si celava dietro questa insolita vendita all’incanto.

Il cognac di Andrè non è però andato confuso tra mille altri in qualche anonimo blend. La sua storia non è perduta, e delle tre Maison ad aver acquistato il suo stock, Godet, Grosperrin e Pasquet, la prima ad averlo imbottigliato è stata la JL Pasquet: le altre seguiranno negli anni, per accordo tra di loro, e nessuna lascerà dimenticare la memoria del produttore.

La storia ha anche un risvolto edonistico: il cognac di quest’uomo è così straordinariamente buono come lo era il suo buon cuore. Ho avuto due volte la fortuna di assaggiarlo, la prima la scorsa estate, quando era ancora in botte, e poi da imbottigliato, durante un festival del cognac a Trondheim in Norvegia. La parte del cognac di André Bertandeau acquistata dalla Maison Pasquet è un single cru Petite Champagne 1973, a gradazione piena, ed è stato imbottigliato tal quale, come forma di rispetto verso l’uomo e la sua vicenda. La famiglia Pasquet da un po’ di tempo ha in catalogo una linea di cognac prodotta da altri distillatori, loro vicini o conoscenti, chiamata «L’Esprit de Famille», dai quali acquista una botte e la commercializza col nome del produttore, in virtù della sua qualità fuori dal comune.

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«Le cognac d’André» fa eccezione perché purtroppo i Pasquet non hanno fatto in tempo a conoscerlo, ma nel metterne in commercio una parte raccontano che «desideriamo umilmente rendere omaggio ad André tramite questo suo grande cognac. Continueremo a raccontare la storia di André in modo che il suo amorevole lavoro rimanga, e che la Storia non sia destinata a ripetersi».

© 2020 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

 

17
Feb
20

20 febbraio – Sua Maestà il cognac

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Giovedì 20 febbraio alle ore 20:30 a Crema, nella sala degustazioni della Cremavini Academy  avrò il piacere di raccontare il fascino del cognac, questo s-conosciuto.

Faremo un’escursione tra i crus del cognac, le sue vigne, i suoi vignaioli ed i suoi distillatori artigiani.

Assaggiando alcune delle loro creazioni potrete comprendere l’evoluzione della nobile acquavite durante il trascorrere degli anni, e la magia del suo caleidoscopio di aromi, inimitabile tra tutti i distillati per finezza e profondità.

In degustazione :

– Brard-Blanchard, Sélection, bio, 40°

– Ragnaud-Sabourin, VSOP n°10, 43°

– Delamain, XO Pale & Dry, 40°

– Jean Fillioux, Très Vieille GC Sélection Cremaschi, 43°

È richiesta l’iscrizione.

Cremvini Academy, via Milano 39/43, Crema.

info@cremavini.it

 

09
Feb
20

Il cognac ha deciso: NO al finishing

Era nel’aria da tempo: tra i produttori ed i controllori della filiera cognac la discussione sul finishing andava avanti accanitamente, tra le fazioni dei modernisti e dei conservatori.

Come saprete, la pratica del finishing è quella per cui il distillato viene posto in una botte (impregnata) che ha contenuto un altro liquido, sia esso vino oppure un distillato, per la sua maturazione finale. Il metodo è ampiamente utilizzato nel whisky, e per il brandy spagnolo. Invasivo ed incisivo sul prodotto finale, l’apporto di una botte di primo passaggio segna permanentemente il carattere dell’acquavite che uscirà da questa. In misura minore, se la stessa sarà di secondo, terzo o quarto passaggio.

A farla breve, si tratta di un metodo di concia del distillato che si avvale di ciò che contiene la botte nelle sue doghe, e quando si vuole imbrogliare, anche nel suo fondo: non è poi così raro che ciò accada. Per certi distillati questo matrimonio adulterino avviene senza troppi scrupoli, ma che non lo si sappia, per amor di Dio. Il cliente in cerca di morbidezza, la famosa e vendibilissima smoothness, la troverà facilmente ed il distillatore non avrà bisogno di pagare il prezzo degli anni di maturazione, o di cercare altre scorciatoie ancora meno legittime. Così va il mondo. Ma questo è il lato oscuro del finishing.

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Anche a Cognac la tentazione è stata forte: il finishing è troppo interessante come strumento per portare in commercio in pochi anni dei brandy accattivanti e godibili, apprezzati da un pubblico indistinto e dalla mixology, per non utilizzarlo.

Soprattutto le Grandi Case hanno tentato questo approccio. Peraltro semplice per loro, dal momento che essendo ormai multinazionali, hanno gioco facile nell’ottenere dalla propria filiera globale le botti usate necessarie. Uno scherzo da ragazzi, insomma. Più costoso e complicato a farsi invece, per i produttori artigianali legati alla secolare manualità.

La rottura della tradizione si è consumata quindi, sotto la pressione del mercato – si badi bene, non dei consumatori, ma della concorrenza industriale – dando la stura a prodotti non convenzionali, per inseguire una moda, e forse, crediamo, per tentare di avvicinare al consumo del cognac una platea di bevitori già abituata a questo linguaggio liquido.

Ecco quindi la Martell creare pioneristicamente nel 2016 il Blue Swift, un “cognac” VSOP con finishing in botti ex-bourbon. E la risposta della Courvoisier, l’anno seguente, con la Master’s Cask Collection, una bella strizzata d’occhio al mondo del whisky con un audace finishing in botti ex-sherry PX. All’inseguimento, la Camus con l’accattivante Port Cask Finish. Non ultimo, il marchio Pierre Ferrand, ormai lanciato all’inseguimento dei big e fortemente orientato al mercato della mixology, osava due diversi finishing in botti ex-sauternes ed in legno di castagno.

Nella scia di questo svecchiamento del cognac si è posta anche la Maison Bache-Gabrielsen, con la sensibilità del suo Maître de chai Jean-Philippe Bergier, che però ha utilizzato un finishing in quercia bianca per il suo VSOP American Oak, rimanendo quindi nelle pieghe della tradizione. Lo stesso ha fatto la Maison Park con un VSOP finito in quercia Mizunara.

Il prezzo da pagare è infatti assai alto: il cognac che vede legno contaminato da altri liquidi oppure legni diversi dalla quercia perde il diritto alla AOC Cognac. Il disciplinare è tassativo, e le pressioni della grande industria per ottenere la necessaria flessibilità creativa sono state, come si può immaginare, parecchio forti.

Ora è arrivata la decisione finale.

Il BNIC, l’organo regolatore di tutta la filiera della professione, esaminata la questione definitivamente, prima di Natale ha deciso che la pratica del finishing non darà diritto alla denominazione cognac.

Tutte le produzioni in commercio a base cognac che hanno subìto finishing continueranno a mantenere quindi il comune titolo di eau-de-vie de vin, e non la patente di nobiltà di cognac.

cognacvineyard

Vigneti dell’AOC Cognac – fonte: http://www.tourism-cognac.com

Ciò non toglie la legittimità degli esperimenti delle Case, e perfino l’apprezzamento per gli accattivanti risultati ottenuti, ma la tradizione è salva. Ed alla tradizione si appellano le centinaia di artigiani distillatori e di imbottigliatori indipendenti, che confidano solo nel tempo per donare ai loro cognac le caratteristiche che hanno reso famosa quest’acquavite. Il Re non è nudo.

© 2020 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

03
Gen
20

La Grappa Marolo si beve i contenuti di Cognac & Cotognata

L’internet, si sa, è una bellissima cosa. Ma è infestato di pirati, a quanto pare.

Anche le aziende celebri, piene di risorse per farsi vedere sulla Rete, qualche volta incorrono in un epic fail. E questo nostro modesto ma serio blog di periferia, non finanziato da nessuno, fa gola ai ″creatori di contenuti″.

Sì, perchè una delle pagine più viste di Cognac & Cotognata è anche una delle più plagiate.

marolo_pirata1

Parte del post della distilleria Marolo riproducente tal quale la pagina sull’invecchiamento del cognac di questo sito.

 

Stavolta è toccato alla ditta Marolo la quale nel suo lustrissimo ed accattivante sito, ripropone  qui pari pari i contenuti copiati da questo blog.

marolo_pirata2

L’altra parte del post della distilleria Marolo riproducente tal quale la pagina sull’invecchiamento del cognac di questo sito.

Che la distilleria come committente non abbia diretta colpa, è probabile, dal momento che il progetto del sito di Marolo è stato sviluppato da due agenzie di comunicazione di Alba, la Wellcomonline  e la  Croma che si vantano di un sacco di bei clienti del mondo del vino. Che queste invece, per sviluppare i propri contenuti prelevino i contenuti da altri siti senza richiederne il permesso e senza versare il dovuto compenso agli autori, pur in presenza della dicitura riproduzione riservata, è assai scorretto, oltre che un illecito che in quasi tutto il mondo si chiama furto.

In sostanza la distilleria Marolo, oltre ad aver speso un bel po’ di quattrini per un sito in apparenza fatto bene, non ci fa una bella figura. Le agenzie di comunicazione invece proprio per niente: chiamatele pure cioccolatai, che ad Alba sono di casa.

Di questo articolo è consentita la libera diffusione.

AGGIORNAMENTO: la pagina incriminata è stata rimossa dopo una diffida legale, ma la risposta dell’agenzia che ha curato il sito di Marolo, pescata con le mani nella marmellata,  è stupefacente, leggetela sotto. Xé pegio el tacòn del buso, dicono in veneto.

Gentilissimo xxx,

rispondo in merito alla sua richiesta di rimozione dei contenuti del post Grappa e Cognac, tutte le differenze presente sul Blog di Marolo (grappamarolo.com) in relazione al suo post (https://cognacecotognata.wordpress.com/2012/05/16/cognac-leta-e-linvecchiamento/).

Innanzitutto, grazie per la sua preziosa segnalazione (!). Il contenuto della sola classificazione dei cognac è identico al quello del suo sito perché, in effetti, così voleva essere nelle mie intenzioni di redattore

Mi spiego.

Essendo la classificazione di Cognac una materia complessa, avevo trovato online il suo ottimo articolo e, mentre componevo il file di Word, ho inserito il suo testo classificatorio integralmente. Ho poi redatto una nota a piè pagina, che citava l’autore della classificazione e il link al suo blog (noi ci occupiamo di grappa e il cognac, d’altra parte, non è materia di cui siamo edotti).

Purtroppo, il CSM utilizzato per inserire l’articolo, pulisce di default la formattazione e tutti i link interni ed esterni. La nota in quanto link interno al testo è stata eliminata e la citazione, di conseguenza, persa. Non mi sono accorto di tutto ciò perché il post è stato pubblicato in programmazione (ovvero qualche giorno dopo la sua trasposizione online).

Mi scuso dunque vivamente per l’errore e l’omissione e le dico che abbiamo agito in questo modo:

  1. RIMOSSO il post in oggetto immediatamente dopo la sua richiesta.
  2. Rivisto in data odierna il contenuto e aggiornato il tutto.

Per evitare qualsiasi fraintendimento, ho cancellato la parte segnalata e l’ho sostituita con la classificazione controllata attraverso il sito www.whisky.fr.

[Gli avranno chiesto il permesso? NdR.]

Spero che questo possa chiarire il tutto,

mi scriva per qualsiasi dubbio.

Un caro saluto (!)

Gabriele Pieroni
copywriting

Via Rio Misureto, 8 12051 Alba (CN) – Italia

+39 0173 xxxxxx  wellcomonline.com

 




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