17
Nov
19

Accadeva 60 anni fa nel Saarland: come contrabbandare il cognac e vivere felici

Storie del tempo che fu: sul confine tra Francia e Germania non è mai corso buon sangue. Dall’epoca dei Franchi, dei Carolingi e Lotaringi, e degli imperatori Sacri e Romani, fino a dopo la seconda Guerra Mondiale, le terre a cavallo del Reno e dei suoi affluenti sono state contese tra le due nazioni, passando ripetutamente di mano. Alsazia, Lorena, e la piccola regione mineraria della Saar mostrano ancora oggi tracce più o meno profonde di entrambe le culture, così come fa il Granducato del Lussemburgo.

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La Saarschleife (ansa della Saar),

La Saar (Sarre in francese) non ha fatto eccezione: terminata l’ultima guerra, il suo territorio è stato occupato militarmente dai francesi, ed era destinato a diventare uno staterello indipendente di lingua tedesca sotto protettorato francese, sfruttato per le sue risorse minerarie e carbonifere. Ma la Storia decise diversamente: un referendum popolare ne rigettò il trattato costitutivo, e la piccola regione poté quindi ritornare sotto sovranità tedesca nel 1957, ed abbandonare il franco francese ed il regime di unione doganale con la Francia dopo un periodo di transizione di due anni e mezzo.

Che c’entra il cognac? Essendo appunto in unione doganale con la Francia, i prodotti francesi avevano libera circolazione nel Saarland. Per effetto del trattato di restituzione alla madrepatria, si stabilì che le merci presenti nella Saar alla fatidica data X del 6 luglio 1959 – il giorno in cui veniva reintrodotto il marco tedesco – avrebbero potuto circolare nel resto della Germania in esenzione di dazi e di tasse. La norma era stata chiesta a gran voce dagli industriali francesi, non ultime le organizzazioni rappresentative dei produttori di vino e cognac, ed il governo tedesco non vi si oppose, considerandola transitoria, pur di riottenere il territorio sotto piena sovranità monetaria oltre che politica.

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Edeka – Cognac fine Champagne Vieille – pubblicità 1960 circa

Il cognac nel dopoguerra era un bene di lusso per i tedeschi. La ghiotta ma poverissima Germania Federale ne consumava si e no 300.000 bottiglie/anno, contro i dieci milioni circa di oggi. Il loro prezzo medio nel 1959 era compreso tra 28 e 30 marchi tedeschi (4.500 lire di allora), per le qualità correnti (VS/***).

Il fatale giorno X riversò sul mercato degli altri Länder una massa di cognac imprevista, facendone precipitare il prezzo di quasi la metà, che era più o meno il margine di questo lucroso commercio. L’importatore tedesco intascava al tempo circa il 10% del prezzo al pubblico del cognac, un 5% rimaneva ai suoi rappresentanti, i grossisti avevano un altro 15%, ed i dettaglianti un 20/25%. Il fisco tedesco faceva la sua parte, chiedendo all’importatore tra dazi ed accise una cifra di oltre 7,5 marchi per litro di cognac, oltre ad una perequazione dell’IVA; senza considerare che le botti venivano considerate tara per merce, e pesavano parecchio.

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I prezzi del cognac dopo il giorno X

I grossisti della Saar quindi poterono, in virtù del trattato del Lussemburgo, stoccare cognac ed altri beni in esenzione fiscale, per poi rivenderli in Germania, una volta tornato il marco tedesco nel loro territorio. E fecero enormi affari.

Chi ne fece le spese invece furono gli importatori ufficiali tedeschi, travolti da un fiume di cognac a prezzi francesi: nella Saar infatti il cognac si comprava in franchi francesi ad un costo compreso tra 14 e 20 marchi. E naturalmente anche le dogane della Repubblica Federale ci perdettero qualche milione di marchi di allora.

Da Cognac per settimane e settimane prima del giorno X partirono quotidianamente colonne di camion piene di acquavite, allo scopo di aggirare le barriere doganali tedesche: di fatto si stava praticando una sorta di contrabbando legalizzato dal trattato internazionale. La stessa Hennessy, la più grande produttrice di cognac, che non ne aveva certo alcun bisogno, riuscì a pochi giorni dal cambio di regime fiscale a depositare nel Saarland una spedizione di cinquantamila bottiglie in un colpo solo.

Si stima che alla data del 6 luglio 1959 la regione della Saar detenesse uno stock in franchigia di circa un milione e duecentomila bottiglie di cognac, pari al consumo di quattro anni dell’intera Germania di allora, più un’imprecisata quantità di botti di acquavite giovane (per legge non ancora cognac) a grado pieno, da maturare sul posto, diluire, e vendere negli anni futuri come “brandy tedesco”, sfruttando le pieghe del trattato.

 

Dopo il periodo di transizione quindi i grossisti tedeschi di alcolici furono sommersi da valanghe di offerte di acquisto a prezzi competitivi di brandy e cognac provenienti dal nuovo Land, grazie a questo irripetibile vantaggio fiscale. Le lamentele degli importatori ufficiali di cognac furono altissime nei palazzi di Bonn, ma nulla poterono davanti alla ragion di stato: e per una volta fu godi popolo !

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

14
Nov
19

Il brandy Villa Zarri inaugura a Milano sabato 16 novembre la rassegna “Un ponte tra i distillati”

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A Milano nascono nuove iniziative, grazie alla mente vulcanica del Whisky Club Italia in collaborazione con il celebre ristorante Al Pont de Ferr che si affaccia sul Naviglio Grande.

Nel pomeriggio di sabato 16 novembre inizierà la rassegna di incontri chiamata Un Ponte tra i Distillati: un salotto accogliente che ospiterà a turno i personaggi del mondo alcolico italiano per raccontare l’eccellenza della distillazione nazionale, d’oltralpe e d’oltremare, tra storie, territori e tradizioni, con un bicchiere in mano e tanta convivialità in stile da osteria.

È un particolare piacere per questo blog poter annunciare ai suoi lettori che ad inaugurare la serie di incontri milanesi sarà il fondatore di Villa Zarri, produttore di un brandy di eccellenza a Bologna.

Guido Fini Zarri racconterà tra luci ed ombre la storia del brandy italiano, e del suo rinascimento qualitativo, di cui è portabandiera e protagonista da oltre 30 anni.

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Gli incontri saranno accompagnati da una degustazione e vanno prenotati in anticipo.

Qui trovate il link per partecipare: Guido Fini Zarri e la storia del brandy italiano: rassegna Un Ponte tra i Distillati

* * * * *

Nota a margine: poiché sia gli organizzatori che il relatore dell’evento sono cari amici, i lettori sono avvertiti. Questa volta si tratta di pubblicità, ma fatta gratuitamente e con vero piacere: perché è un’occasione rara sentir parlare di brandy italiano dalla voce dei protagonisti in uno dei più affascinanti e tipici luoghi di Milano .

 

27
Ott
19

Bernard Boutinet – in memoriam

Chi l’ha conosciuto non se lo può dimenticare: monsieur Bernard Boutinet era senza dubbio un personaggio, nel piccolo mondo del cognac.

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Dagli anni Settanta era alla guida del suo domaine familiare chiamato La Soloire, né troppo grande né abbastanza celebre, sito nella migliore zona dei Fins Bois, a ridosso delle Borderies in un minuscolo villaggio pochi chilometri a nord di Cognac. Trovarlo non era così facile, perché secondo una consolidata tradizione le proprietà viticole della Charente sono nascoste da alti e anonimi muri che le riparano da sguardi indiscreti. Una porticina dimessa era tutto quello che si poteva vedere dalla strada, e soltanto di recente sull’ingresso era comparsa una targhetta.

Entrando nella proprietà si veniva accolti da un uomo anziano, parlante un ottimo inglese, dalla voce roca e caratteristica. Se era indaffarato, vi lasciava in compagnia di sua moglie, un’affermata artista, con la quale si conversava piacevolmente, però solo in francese. Un angolo della casa, riparato da un secolare glicine era il rustico ombrello sotto il quale ci si accomodava in attesa di parlare con monsieur.

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L’uomo era in apparenza burbero ma cordiale, tuttavia di poche parole: lasciava che il suo cognac parlasse per lui. Nelle sue bottiglie era racchiusa tutta la sottile eleganza del quarto cru del cognac, i Fins Bois: bastava un sorso o due per capire di aver a che fare con qualcosa di fuori dal comune.

Sebbene Boutinet non distillasse più in proprio i suoi vini, era capace di realizzare dei cognac di rara grazia, forte dell’esperienza di vinificazione, assemblaggio ed affinamento tramandatasi nella sua famiglia di padre in figlio da almeno 150 anni, e soprattutto con l’aiuto dei 27 ettari delle sue vigne, di magnifica qualità.

I suoi distillati sono tutta grazia, un’esplosione di profumi di fiori e di frutti, e sanno descrivere alla perfezione l’immagine del terroir d’origine. In cui non va cercato né grande complessità, né grande invecchiamento, ma la bellezza della gioventù, che ha poco da dire ma molto da mostrare. Quindi tutto un altro cognac rispetto alla classica idea di un distillato profondo e magari complicato da capire. Quelli di Boutinet sono comprensibili a chiunque, e nondimeno rimangono di grande piacevolezza e distinzione in tutte le loro espressioni, dalla più giovane a quelle di oltre 20 anni.

A giugno di quest’anno mi ero ripromesso di tornare a visitarlo. Volevo assolutamente portare a casa un paio di bottiglie del cognac “segreto” della Casa. Già: perché monsieur Bernard ti faceva degustare la sua gamma partendo dal VSOP fino all’Extra, e ti poteva offrire perfino qualche bottiglia millesimata. Ed invece il suo cognac forse più affascinante, nella sua freschezza e giovanile semplicità non era citato nel listino che ti mostrava, né lui te ne faceva parola: perché troppo recente? Troppo economico? Non lo sapremo mai.

Di questo cognac VS mi ero innamorato quando sono andato a scoprire l’azienda, con un amico norvegese: forse gli saremo stati simpatici, o chissà. Alla fine della lunga degustazione è arrivato con un’ultima bottiglia e ce ne ha dato un assaggio, con noncuranza, come per dire “Sì, faccio anche questo, ma preferisco offrirvi gli altri”: il segreto era stato così rivelato. Ne sto bevendo ancora adesso mentre scrivo, grato e felice.

Stavolta avevo lasciato monsieur Boutinet con la promessa di tornare a trovarlo in un prossimo viaggio, perché faceva anche un Pineau bianco straordinariamente gustoso, assemblando Colombard ed Ugni Blanc de la propriéte. Ma è toccato a lui partire, e per il cammino più lungo. Me ne resterà il ricordo, che ho voluto condividere con voi lettori, e qualche bottiglia con cui brindare non più alla sua salute, ma per onorarne la memoria.

Le mie sincere condoglianze alla moglie Marie Claire.

28
Set
19

Ad ottobre il cognac si mette in mostra

Con l’arrivo della stagione fredda iniziano ad apparire le iniziative divulgative e promozionali sul celeberrimo distillato francese, volte ad aumentarne la conoscenza oppure il commercio.

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Un’immagine da Cognac Experience 2018

La Norvegia è il paese dove per tradizione il consumo di cognac pro capite è il più elevato al mondo. Non desta quindi meraviglia che si svolgano più manifestazioni, rivolte agli appassionati ed ai cultori, prima ancora che ai novizi.

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La locandina degli eventi francesi.

 

L’Olanda offre un evento, giunto ormai alla sua terza edizione, con un vivace panorama di produttori ed importatori, ed un mercato locale in pieno sviluppo tra grandi appassionati, eccellenti commercianti e alcuni imbottigliatori e collezionisti d’eccezione.

Nel Regno Unito si esporta whisky ma l’uso del cognac è ancora ben radicato, tanto che rimane il primo consumatore europeo in volume del distillato.

In Francia invece il terreno è ancora da dissodare (i francesi fanno i migliori brandy del mondo, ma bevono whisky), ed al di fuori delle fiere vinicole, dove qualche Maison artigianale si mette in vetrina, senza peraltro avere lo stesso supporto donato dai consorzi delle AOC al mondo del vino, gli episodi di propaganda e divulgazione hanno un obiettivo generale, anche se qualcosa si sta muovendo.

Ecco quindi cosa succederà oltralpe fra pochi giorni.

  • Norvegia, Bergen – 11/12 ottobre

COGNAC EXPO

La fiera norvegese con più tradizione apre ancora una volta le sue porte nell’affascinante città di Bergen, e promette la solita robusta iniezione di Maison e di cultura del cognac. Le masterclass organizzate per quest’ottava edizione saranno tenute dai maîtres de chai o dai titolari delle seguenti Case: Godet, Meukow, Normandin-Mercier, Rémy Martin. Senza contare il giorno precedente la spettacolare Extreme Masterclass – estrema anche nel prezzo, circa € 260 – tenuta stavolta da Stéphane Burnez, il maître de chai di Prunier, una tra le poche Maison ad avere in catalogo una collezione di cognac d’annata impressionante per qualità e varietà.

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  • Norvegia, Trondheim – 12 ottobre

COGNAC EXPERIENCE

La seconda edizione di questa vivace fiera, organizzata dalla Sociètè de Cognac di Trondheim in collaborazione con VinPuls e con gli importatori norvegesi di cognac, promette di superare l’immediato successo dell’anno scorso. La più settentrionale delle grandi città norvegesi offrirà in mostra oltre venti espositori, e la presenza di svariati maîtres de chai provenienti dalla Charente. Tra le curiosità, il bis del Corso introduttivo al meraviglioso mondo del cognac tenuto da Roar Hildonen, patron del celebre ristorante di Trondheim To Rom og Kjøkken, e la Opulence Revealed Session di Rémy Martin in cui il brand ambassador Peter Jones abbinerà delikatessen ai cognac della Maison. Non mancheranno le masterclass con le Maison: la norvegese Brillet, la napoleonica A.E.Dor con il pirotecnico Nicholas Mandon, l’illustre Delamain con il leggendario maître de chai Dominique Touteau, da 40 anni custode del buon nome della Casa, e l’artigianale, giovane ed apprezzatissimo Domaine Pasquet, tra i rari produttori bio della Charente. Ultimo ma non per ultimo, il cocktail bar al cui bancone sarà presente Jørgen Dons del Raus Bar di Trondheim, reputato tra i migliori baristi dell’intera Scandinavia.

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  • Olanda, Utrecht – 13/14 ottobre

 DISCOVER COGNAC

Unica fiera olandese dedicata al cognac, la sua terza edizione si terrà ad Utrecht, e vedrà rappresentate la bellezza di 29 Maison, tra medie, piccole e familiari, in grado di accontentare dal bevitore occasionale fino all’amatore sfegatato con circa 80 diverse proposte in bottiglia. Il lunedì la giuria assegnerà il premio per il miglior cognac importato in Olanda.  Sito: discover cognac

  • Francia, vari luoghi – 11/12/13 ottobre

LES VISITES PRIVÉES DES SPIRITUEUX

Organizzate dalla Federazione dei Distillatori e dei Distributori    francesi di alcolici, queste visite guidate offerte dalle singole   Maison permetteranno di conoscere la storia ed il saper fare delle     aziende, attraverso degustazioni, masterclass e l’apertura delle   distillerie e dei magazzini di affinamento. Tutta la Francia     alcolica – anche d’Oltremare – è coinvolta, non solo la regione del    cognac, ma in questa occasione saranno accessibili numerose Maison     di   prestigio, non visitabili dal pubblico in circostanze    normali.   Tutto il programma si può leggere qua: spiritourisme.com

  • Regno Unito, Londra – 24/25 aprile 2020

COGNAC SHOW

Non possiamo dimenticare il Cognac Show che si terrà a Londra il 24 ed il 25 aprile 2020: ma per quello ci sarà ancora tempo di parlarne. In Italia purtroppo è ancora buio pesto per il nobile distillato delle due Charentes.

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Un’immagine da Discover Cognac 2018

Se avete intenzione di partecipare ad uno di questi eventi, ora sapete tutto su cosa vedere e dove andare.

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

22
Mag
19

Il colore del cognac

Il colore del cognac è la prima impressione che riceviamo dalle bottiglie esposte in fila su di uno scaffale. L’etichetta ci darà poi altre informazioni, più utili per identificarne il contenuto.

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I colori “naturali” del cognac da 2 a 50 anni

Ma il colore del distillato è veramente un criterio-guida per scegliere una bottiglia? Il neofita dirà irrimediabilmente di sì, mentre il bevitore smaliziato assolutamente no. Dove sta la verità?

Il colore del cognac ha due origini: la prima, naturale; la seconda, aggiunta. Vediamo meglio.

Il colore naturale è quello impartito all’acquavite dal legno della botte, in funzione:

  • del tempo trascorso dal distillato in essa
  • del tipo di tostatura della botte
  • del fatto che la botte sia di primo impiego oppure no
  • del tipo di legno impiegato (sempre di quercia, però).

Il colore aggiunto deriva dagli additivi usati per migliorare l’aspetto ed il sapore del distillato, e varia a seconda delle quantità:

  • del caramello
  • del “misterioso” boisé.

È bene dissipare ogni dubbio sul caramello. Questo, contrariamente a quanto pensano alcuni, non ha alcuna influenza sul sapore del brandy a cui viene aggiunto; la sua origine è naturale, trattandosi di zucchero bruciato, e per le quantità adoperate correntemente non può né alterare il gusto dell’acquavite, né possedere proprietà dolcificanti: è anzi amaro di natura.

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Un cognac d’epoca di circa 5/6 anni, intensamente colorato

Lo scopo tecnologico per cui il caramello viene impiegato è di livellare il colore delle varie partite di un determinato imbottigliamento, oppure di incrementarne il colore per le richieste di alcuni mercati d’esportazione (tipicamente quelli asiatici, che desiderano un prodotto scuro e più dolce della media).

L’altro additivo che influenza il colore del cognac è il boisé, l’estratto di legno di quercia, talvolta invecchiato a lungo, che viene usato per dare profumi, corpo, e tannino al distillato. Un boisé ben stagionato in botte è amarissimo ed estremamente scuro, e ne basta mezzo bicchierino da liquore per far apparire un intero tino di cognac come se avesse trascorso parecchi anni di più nel proprio legno. Ma è solo maquillage, come dicono i francesi.

Il suo principale impiego è nei cognac giovani, ai quali dona una parvenza di invecchiamento, ed una marcia in più quanto ad aroma e sapore: una suggestione per il palato del grande pubblico, poiché il bevitore allenato ne riconosce quasi sempre l’impiego. Ma il prodotto deve essere usato con mano estremamente prudente. Il suo uso è taciuto da ogni produttore, e ad esplicita domanda, il più delle volte negato sdegnosamente, perché è un trucco tecnologico e stilistico proprio di ciascuno, artigiano o industria che sia, ed all’arte non piace mettere in piazza i segreti del mestiere. Pare che una botte di vecchio boisé valga parecchie volte più di quella di un cognac stravecchio: chi ne possiede, ha in cantina una discreta fortuna, insomma.

La gamma cromatica del cognac si estende dal giallo tenue dei neonati di 2 anni fino all’ambrato profondo dei cinquantenari ed oltre. Una colorazione che tende al bruno nei cognac piuttosto giovani, oppure di un magnifico color ramato anche quando hanno una certa età, fa immediatamente sospettare l’uso del boisé e/o del caramello nelle sue diverse sfumature.

I mercanti inglesi del Settecento sapevano già come ottenere una tintura di trucioli di quercia per contraffare il colore del giovane brandy francese e venderlo come “Old Brown Brandy”, naturalmente dopo averlo addizionato generosamente di sciroppo, maturato in una botte contenente del vecchio cognac. Mentre l’aristocrazia aveva già capito tutto, ed a questi prodotti sofisticati preferiva i distillati chiamati “Pale and Dry”. Che per inciso è ancora oggi vanto di una marca molto amata in Inghilterra.

La verità, dicevamo. Eccola: il colore non è mai il criterio di scelta di un cognac, e resta un piacere per l’occhio, tutt’al più. Il senso comune da secoli racconta che il distillato più scuro è, più invecchiato sarà: l’amatore di cognac invece sa che è vero il contrario. Quanto minore è il colore in un vecchio distillato, tanto maggiore sarà la sua onestà.

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

28
Apr
19

Pirus Nonino – Williams Riserva – 2 anni

I distillati di frutta sono sempre qualcosa di esotico quando prodotti in terra d’Italia, con l’esclusione delle già Imperial-Regie province in cui la tradizione austriaca sopravvive o vivacchia, senza estinguersi mai.

Fa meraviglia pertanto ritrovarsi nel bicchiere un distillato non solo di frutta: il Pirus Riserva di Nonino è addirittura invecchiato due anni in botte di quercia del Limosino. Si tratta quindi di un’acquavite rara perfino a nord delle Alpi. La potremmo chiamare una prova d’artista, in cui il famoso distillatore friulano ha voluto cimentarsi, quasi come in una sfida a se stesso. Per questa prima edizione ne sono state ottenute solo 828 bottiglie da mezzo litro: una botte, insomma.

Pirus Nonino - Riserva / Williams

Già, la Williams. Il distillato di frutta che è forse il più amato, ed il più prodotto tra il Tirolo e la Foresta Nera. In quelle contrade vi basterà il nomignolo familiare per richiederla, “Ein Willi, bitte!”: vi sarà subito servita. Provate, funziona nella peggiore bettola come nel ristorante di lusso.

Tra tutte le pere la Williams non è la più fine né la più discreta: ma come una donna di strada belloccia e vistosamente truccata, attirerà la vostra attenzione e si farà desiderare non senza motivo, da brava ruffiana qual è.

Anche solo da bianca la Williams strappa facili consensi come una grappa di moscato:  piace infatti alle signore ed a chi non ha consuetudine con gli alcolici. Ma come si comporta questo distillato, una volta affinato nel legno? Il Pirus Nonino conserva tutte le note aeree e fruttate della nascita, ingentilite e domate però dal tempo e dalla botte. Qualche cenno di dolcezza vanigliata si fonde ai profumi della pera, vestendo l’acquavite di ulteriore armonia.

Al primo assaggio è difficile cogliere l’effetto della botte: la pera si conserva gagliarda nei profumi e nei sapori, e l’alcool, per quanto addolcito dal legno, vibra le sue note, ma non vi ferirà la bocca; non è feroce come certi rum per le ciurme che solcavano i Caraibi. Quando poi lasciate distendere il Pirus nel palato, il legno vellutato lo riveste, mentre il frutto prende ampio la via del naso, in gustoso equilibrio.

A casa Nonino hanno larga esperienza con la quercia: seppur breve, il paio d’anni trascorso in botte da questa Williams è abbastanza per aggiungere tinte al fine quadretto di partenza, senza saturarlo con il tannino, che sarebbe mal digerito dalla trama del distillato. L’alcool di frutta non ha – con l’eccezione dell’uva – la capacità di assorbire anni ed anni di legno senza restarne vittima. Il calvados è un monito sufficiente, a mio modesto parere.

L’insieme offerto dal Pirus Riserva, fatto da mano sicura e ben condotto nell’invecchiamento, è elegante; l’armonia è rispettata anche nel retrogusto, senza il prevalere di uno dei protagonisti sull’altro. Alla francese, la chiamereste un’acquavite gourmande, con cui osare qualche felice abbinamento a tavola. Se ne trovate ancora, è un bicchierino che vi regalerà un raffinato momento di piacere.

Nota: la bottiglia è un gentile omaggio del produttore. La recensione è invece indipendente e non sollecitata. Il lettore informato può liberamente trarre le sue valutazioni.

© 2019 Il farmacista goloso (riproduzione riservata)

Il Pirus di NONINO

Riserva / Williams

Aged 2 Years

Single Cask quercia Limousin n° 3026

Inizio invecchiamento 7/1/2016 * Estrazione 22/5/2018

828 bottiglie prodotte * 500 ml * 43°

14
Apr
19

XXO: una nuova sigla per il cognac


Il mondo degli invecchiamenti del cognac è già abbastanza oscuro: ma da pochi mesi l’ente di controllo della filiera, il BNIC, ha approvato l’uso di una nuova sigla per una categoria d’invecchiamento.

La richiesta nasce dalla maison Hennessy, la più grande azienda della regione, che nel 2017 aveva lanciato un imbottigliamento di lusso per il mercato asiatico, dal costo di circa 600 dollari, con la sigla XXO, subito sospeso dal commercio dalle autorità francesi, perché non previsto dai regolamenti ufficiali.

Un’antica mignonnette di cognac Hennessy XXO – da Sudouest.fr / Philippe Menard

XXO significa “eXtra eXtra Old”: Hennessy non si è data per vinta, e come leader di mercato, ha dapprima opposto un ricorso alla giustizia amministrativa, che nel gennaio dell’anno scorso le ha dato torto; e successivamente ha fatto lobbying sul BNIC, il quale ha inoltrato la richiesta all’INAO, l’ente che certifica le denominazioni di origine francesi, per introdurre questa nuova denominazione di invecchiamento, approvata infine a giugno 2018.

L’autorizzazione è arrivata come frutto di un compromesso: la sigla XXO è stata integrata nel cahier des charges AOC cognac e significa che il più giovane cognac contenuto nella bottiglia deve avere almeno 14 anni di invecchiamento certificato in botte. L’INAO ne ha quindi autorizzato l’impiego, a condizione che diventasse bene comune della denominazione, e non solo di una maison, seppure la più importante. Dall’8 novembre 2018 la nuova denominazione è legalmente efficace.

La ragione per cui Hennessy pretendeva di usare questa sigla si fa risalire ad alcuni imbottigliamenti della Casa commercializzati già dal 1872, ed in seguito abbandonati con l’entrata in vigore dei regolamenti di tutela della denominazione.

Oggi le ragioni sono perlopiù di visibilità nei mercati premium asiatici (duty free in primis), dove il gigante del cognac ha un ricco business: potervi portare un prodotto con un maggior invecchiamento certificato ufficialmente dà alla maison Hennessy una potente arma di marketing. Il metodo non è nuovo, se anche il consorzio del Chianti in Italia ha seguito le stesse logiche; si tratta della premiumizzazione del prodotto, rendendolo distinguibile come categoria superiore al consumatore, per poi chiedergli un prezzo maggiore.

La presentazione del cognac Hennessy X.X.O. – da DFS.com

Ad oggi le sigle degli invecchiamenti certificati del cognac sono quindi:

  • VS – due anni di invecchiamento in botte
  • VSOP – quattro anni di invecchiamento in botte
  • XO – dieci anni di invecchiamento in botte (dal 2018)
  • XXO – quattordici anni di invecchiamento in botte (dal 2019)

Le ragioni dell’industria non sempre combaciano con quelle dei vignaioli produttori. Parecchi dei 1600 vignaioli fornitori di Hennessy distillano e vendono in proprio una parte del loro cognac. Quanti di loro avranno il coraggio di utilizzare la sigla creata per servire gli interessi della potente maison?

L’inutilità di questa disposizione è del resto palese: buona parte del cognac imbottigliato dagli artigiani distillatori (bouilleurs de cru) è venduta ad età ben superiori a 14 anni, senza che siano necessarie ulteriori specifiche legali. La tradizione del commercio assegna già da tempo a questi distillati delle denominazioni non ufficiali ma accettate, come Vieille Reserve, Très Vieux, Hors d’Age, Extra, ed altre, che permettono all’appassionato di individuare facilmente la fascia di invecchiamento del cognac, valutato anche il prezzo di vendita.

In ogni caso, a parere di chi scrive, la differenza qualitativa di soli quattro anni tra le due categorie legali non è un gradiente significativo. È cosa generalmente nota che gli invecchiamenti del cognac seguono incrementi di almeno un lustro per volta, o anche di un decennio, per apportare un’eloquente differenza tra due imbottigliamenti. Questo vale in special modo quando si considerano i primi due crus, i cui cognac beneficiano sensibilmente dei grandi invecchiamenti. Alla fine, quindi, più fumo che arrosto.

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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