20
Mag
17

Il cognac visto da Cognac – parte prima

Di ritorno da Cognac, mi piace stendere qualche impressione e riflessione su quello che ho visto e scoperto visitando un rappresentativo gruppo di piccoli produttori.

Piccoli, appunto, perché è qui che si fa veramente il cognac. Il merito delle grandi Case, che tutti conoscono per incontrare le loro bottiglie in ogni enoteca o supermercato, è semplicemente quello della larga diffusione. Con rare eccezioni, e comunque numericamente irrilevanti, tutte acquistano il distillato giovane da centinaia di piccoli e medi vigneron.

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L’antica sede della Maison Courvoisier a Jarnac

La struttura della proprietà dei vignaioli-distillatori in Charente è variegata: si passa da produttori minimi, qualche ettaro di vigna (6-10), ai medi sui 20, ai medio-grandi sui 40-50, ed ai grandi con 90-120 ettari. Pressoché tutti distillano in proprio, possedendo da uno a più alambicchi, di solito due; mentre ci sono molti più vignaioli non distillatori che fanno il vino e lo fanno trasformare in acquavite dalle cooperative o da distillatori professionali, ai quali viene venduto; talvolta invece se lo riprendono per l’affinamento.

La massima parte dei bouilleurs de cru vende una parte rilevante della propria produzione annuale alle grandi Maison, con le quali ha rapporti pluriennali di fornitura a contratto. La cosa funziona così: per mantenere una certa omogeneità di stile, il piccolo distillatore è tenuto a lavorare il suo vino secondo le specifiche della Casa a cui fornirà il cognac.

Tutti i parametri di distillazione, a partire dal contenuto di fecce e dalla curva di temperatura, fino al grado finale dell’acquavite, la diluizione con acqua, il tipo di legno, la sua tostatura, e la permanenza in botte, sono definiti nel contratto di fornitura. Lo spirito verrà così venduto al mercante internazionale con un profilo comune a tutti i suoi fornitori, fatte salve le differenze di qualità e terroir del vino di partenza.

Perfino le botti, in alcuni casi, vengono date con una sorta di contratto in leasing al piccolo produttore, il quale non dovrà quindi investire somme importanti in legno nuovo, ma solamente pagare un canone; le botti usate verranno ritirate dal fornitore, una volta “spiritate”, per la maturazione di altri cognac.

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Chai di cognac millesimati – da cognacexpert.com (per gentile concessione)

La piccola Casa si assicura così un ombrello che ne garantisce la sopravvivenza per un tot di anni: non sappiamo quanto invece l’indipendenza, perché oggi basta un piccolo terremoto nei mercati per interrompere questi contratti.

Una volta, quando la dimensione dei grandi mercanti era sì internazionale, ma molto meno strutturata in termini di finanza, i rapporti con i distillatori erano di reciproca fiducia, e la forza economica del primo sopperiva ai bisogni del secondo: un investimento, un nuovo trattore, la cantina da rinnovare, un’annata difficile, tutto veniva garantito dalla grande Casa con una sorta di mutuo soccorso, in cambio delle annate future: ciò significava tranquillità assoluta, ed i rapporti si consolidavano per generazioni. Ogni famiglia di produttori era perciò tradizionalmente legata ad una delle quattro grandi Case, o a qualcuna delle minori.

Oggi le cose sono meno facili, ed è per questo motivo che un numero sempre maggiore di produttori non conferisce più la (quasi) totalità dell’acquavite al grande marchio, ma tenta la strada della commercializzazione con la propria etichetta. La cosa riesce bene a chi è in aree privilegiate, o ha alle spalle uno stock interessante di cognac con cui differenziare l’offerta. Però ci sono giovani maîtres de chai che battono strade innovative, per emergere dalla massa.

Conversando con i produttori, con in mano uno dei loro ottimi cognac – perché fortunatamente mai ho bevuto da loro qualcosa di anche solo mediocre – mi veniva talvolta spontaneo chiedere «Non fornirete per caso alla Maison X questa roba, vero?», e la risposta mi era invariabilmente data con un sorrisetto malizioso, ed un po’ orgoglioso.

In pratica, una volta terminato di distillare per la grande Casa, il bouilleur de cru fa il suo cognac come piace a lui, o come glielo hanno insegnato nonni e genitori; e state sicuri che sarà (quasi) sempre ben fatto, e con tutto il carattere che vi si può imprimere.

Per cui già alla nascita del cognac si crea una gerarchia qualitativa: lo stesso vino del vignaiolo subirà due processi diversi, uno standardizzato, funzionale alle esigenze della grande azienda multinazionale, ed uno personale, ancestrale od anche individuale, che esprime l’anima di quel domaine e dei suoi artefici. E questo è molto più limitato in quantità.

Le variabili sono numerose: dal vino ottenuto con vitigni diversi dal trebbiano, alle parcelle migliori dell’azienda, fino all’uso del legno, il grande segreto del mastro distillatore, passando per la gestione dell’alambicco, e dall’alambicco stesso, ogni passaggio può aggiungere quel tocco di unicità che lo differenzia dal suo vicino di vigna.

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L’alambicco charentais di un produttore artigianale

Troverete due stili prevalenti nel cognac: quello che esalta il frutto, perciò un distillato chiaro e delicato, e quello che è segnato dal legno, quindi corposo e tanninico. All’interno di queste due grandi famiglie, le nuances sono notevoli, e ci si aggiunge la variabile “età del distillato”. È tutta questione di gusto poi, e di sensibilità personale.

La cosa sorprendente, girando tra gli alambicchi con il mio compagno di viaggio, un appassionato norvegese, è come fossimo sempre d’accordo nel valutare la qualità di un cognac, ma mai quando si trattava di decidere la bottiglia migliore della gamma. A lui piacevano sempre i cognac maturi con un buon equilibrio tra le componenti frutto/legno, ed a me quelli più giovani e freschi, oppure quelli molto vigorosi: tra gli estremi di gamma ed il punto di equilibrio, i nostri gusti non si incontreranno mai. Ne abbiamo discusso per ore, e la spiegazione alla fine è emersa chiara: si tratta di una questione fisiologica. La sua sensibilità al tannino è alta, quindi un cognac il cui carattere è impresso dal legno risulta a lui più amaro che a me, e gli può piacere solo se è bilanciato da tanto frutto. Mentre se l’acquavite ha dei difetti di distillazione, ce ne accorgiamo entrambi, invariabilmente. Non c’è quindi il cognac migliore, ma solo quello che piace di più.

Per questo motivo mi sono portato a casa diversi cognac VS (i più giovani) che in teoria un conoscitore disprezza, per essere ancora degli infanti. Invece sebbene la loro maturazione sia appena cominciata, e secondo il produttore varia da 4 a 7 anni, questi cognac portano in sé il carattere del loro padre, il vino, perché il legno non gli ha ancora donato tutto ciò di cui è capace. Ne emerge bene il terroir, e la personalità dell’alambicco, o del distillatore, e vi assicuro, non hanno nulla a che vedere con i fratelli scialbi delle Maison commerciali. Non li si può accusare di nulla, se non di un po’ di zucchero: la gioventù non è mai un difetto, anzi è dolce. Che bella scoperta, direte!

Al contrario, tutti i cognac VSOP (il secondo grado di invecchiamento) di qualunque produttore mi hanno lasciato freddo: il legno impronta finalmente il cognac, ma l’acquavite è, si direbbe, in uno stato ancora adolescente. Come una ragazzina né carne né pesce, ogni lingua lo esprime diversamente: in francese «sans fesses ni tetons», in tedesco «Backfisch». Ad ogni modo senza un carattere definito. Molto, molto meglio puntare sui VS o sui Napoleon, che ormai 12-15enni hanno cominciato ad esprimere chiaramente la loro personalità.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

28
Apr
17

Incubo a Cognac – il gelo devasta le vigne

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Vigneti devastati dal gelo chez Pasquet – Eraville (Grande Champagne)

Una terribile gelata ha brutalmente distrutto la futura vendemmia 2017 nel Cognaçais. Tra la notte di mercoledì e quella di giovedì 27 aprile l’estremo freddo, con punte fino a -5°C nelle parti più basse delle valli ha bruciato le vigne già germogliate da almeno 15 giorni.

Il caldo eccezionale di marzo, seguito dall’intensa ondata di freddo tardivo ha reso i vigneti privi di difese davanti a questo rischio, e compromesso il raccolto. Si stimano danni del 20% per i più fortunati, e fino all’80% per i vignaioli più colpiti.

Ogni cru ha subito gravi danneggiamenti. Il peggiore incubo dei vignaioli, prima ancora della grandine, frequente da queste parti, si è materializzato come nel 1991, l’année terrible che aveva devastato i vigneti come stavolta.

Se potete, quest’anno comprate una bottiglia di cognac dai piccoli produttori. Li aiuterete a superare una crisi che compromette la loro indipendenza ed il loro appassionato lavoro. Grazie.

26
Mar
17

A proposito di armagnac e di sake

In questi giorni sono state date alle stampe due novità editoriali di non poco interesse per chi segue il mondo alcolico.

La prima riguarda direttamente gli argomenti del sito che leggete, e mi sento onorato di poter rilanciare su queste modeste pagine un simile parto, raro più della nascita di un orso bruno.

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Copertina del libro di Devecchi

Dopo una vita di passione, o per meglio dire di profondo amore, verso lo spirito guascone, Marzio Devecchi, grande collezionista alessandrino di armagnac, ci offre ora tutta la sua sapienza ultraquarantennale, raccontando per la prima volta al lettore italiano cos’è il vero armagnac tradizionale, la sua storia, e la sua produzione con il più completo catalogo esistente dal 1700 ad oggi, ricco di oltre 2300 etichette.

Un’opera capitale, per la valorizzazione della più misconosciuta e difficile da bere delle acquaviti francesi, la cui unica colpa è di avere una produzione così esigua da renderla pressoché impossibile da reperire fuori dalle due province in cui nasce, o comunque oltre Tolosa e Bordeaux. Ed insisto, si sta parlando di quella artigianale dei vignerons, e non di quella dei marchi che trovate da noi, salvo eccezioni fortuite. Ma che quando è fatta da mano felice, in anno propizio, e maturata per il giusto tempo – credetemi, mi costa ammetterlo – supera con passo gagliardo il Re cognac.

Marzio Devecchi – A proposito di armagnac – Pagine 308 – Team Service Editore – Asti, 2017 – EAN 9788899731106.

 

Il secondo libro invece ci porta in Oriente, alla scoperta del sake, l’inclassificabile (per noi) bevanda che potrebbe chiamarsi vino di riso, ma non è, o fermentato di cereale, ma non è, oppure semi-spirito, ma non è: quindi chiamatelo col suo nome.

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Copertina del libro di Saccoccio

Da poco questo tradizionale drink giapponese sta avendo fortuna anche da noi, e soprattutto conta su un’agguerrito manipolo di conoscitori, divulgatori, e distributori, che ne permettono l’introduzione presso il pubblico italiano.

L’argomento è indubbiamente complicato, la terminologia intricata quanto può esserlo la lingua giapponese, ma anche qui, è sempre bene sottolinearlo, l’incontro con una vera, tradizionale bottiglia di sake, che poco non costa, può aprire orizzonti inaspettati. La bevanda ha sfaccettature e capacità di stupire pari al vino occidentale, e un suo bicchiere contiene una sapienza non meno antica. Merita quindi, mentre l’accostiamo alle labbra, il rispetto del neofita, e l’umiltà dell’amatore, perché è un mondo dalle profondità inaspettate.

L’autore, Gaetano Saccoccio, gastrofilosofo itrano trapiantato a Roma, dalla curiosità inesauribile nonché finissimo contastorie, vi prenderà per mano in un viaggio verso il Paese del Sol Levante, e vi aprirà le porte di un nuovo tempio del buon bere.

Gaetano Saccoccio – Un viaggio nel sake – Il retrogusto dolce e amaro del Giappone – pagine 120 – Edizioni Estemporanee – Roma, 2017 – ISBN: 978-88-89508-80-0

 

 

12
Mar
17

Il cognac al Salon International de l’Agriculture 2017 – rare presenze ed una coraggiosa sorpresa

Spulciando tra le pieghe del prestigioso Salon International de l’Agriculture, tenutosi a Parigi presso la Fiera alla Porte de Versailles, a cavallo tra febbraio e marzo, si è notato una volta di più come i produttori di cognac non ripongano alcun interesse verso il mercato domestico.

La vetrina è invero prestigiosa: la più importante fiera agricola generale di Francia attira un vero oceano di visitatori, sei milioni, da mezzo mondo. Ed il Concours Général Agricole, che si tiene durante la fiera, nato per selezionare e premiare i migliori prodotti di Francia, resta pur sempre un vanto per ogni vincitore, e fa vendere meglio qualsiasi merce.

Ma la disaffezione dei produttori di cognac è totale: nessuna grande Maison ha investito in uno stand, nessun produttore di qualche rinomanza si è fatto notare tra la folla degli altri espositori. Dopo tutto, il 97,5% del cognac viene esportato. A che pro quindi darsi da fare in patria?

Nemmeno il BNIC, l’Ente regolatore della filiera cognac, ha speso granché stavolta: ha allestito solo una mostra fotografica in bianco e nero per documentare il lavoro dei vigniaioli e dei distillatori delle due Charentes.

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Una delle fotografie in mostra – Credits: http://www.sudouest.fr e Stéphane Charbeau /BNIC

 

L’unica curiosità, degna peraltro di qualche interesse, è stata la comparsa di un’oscura piccola maison di cognac. Che è successo?

Il viticoltore e distillatore, Philippe Davril, risoluto di fare emergere la sua regione (la Charente Maritime) ed il suo cognac ricavato dai 18 ettari familiari del podere chiamato Le Soleil des Loriots sito nel quinto e periferico cru, ha deciso di etichettare il suo distillato col nome di Cognac Bons Bois.

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Philippe Davril e la sua gamma di cognac e pineau – credits: http://www.Sudouest.fr

Può sembrare una sciocchezza per chi non è abituato alle sottigliezze del cognac, ma il gesto è, se non rivoluzionario, provocatorio. Di solito i cognac dei Bons Bois finiscono per la loro totalità nei blend più scadenti da supermercato per placare a buon mercato la sete dei nordici, e le grandi Case difficilmente vi fanno ricorso, preferendo loro i più abbondanti cognac del quarto cru (Fins Bois), di maggiore finezza aromatica.

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Philippe Davril presenta il suo cognac Bons Bois – credits: Youtube – News on Line

I cognac Bons Bois sono quindi estremamente rari un purezza, e se mai si trovano, vengono etichettati sotto il più rassicurante e vendibile nome di cognac. Nondimeno, se sono prodotti in alcuni fortunati angoli del vasto territorio, climaticamente e geologicamente svantaggiato ma non dappertutto, si possono gustare dei cognac corposi e dagli aromi gravi (i francesi lo chiamano gout de terroir). A differenza della Grande Champagne e della Petite Champagne, eterei distillati paragonabili a violini e viole, i cognac del quinto cru svolgono la parte del contrabbasso nella gamma degli aromi dell’acquavite francese.

Per cui non si può che plaudire all’iniziativa del coraggioso viticoltore, e sperare che altri seguano la sua strada, nell’ottica della valorizzazione delle caratteristiche di ogni cru, oggi uccise dal blending controllato dalle grandi case commerciali. Unica delle grandi a cantare fuori dal coro, la Maison Camus sta cercando di valorizzare il sesto cru, tacendone tuttavia l’equivoco nome legale di Bois Ordinaires, oscurato a favore di un furbo Island Cognac. Ma pare che abbia un certo successo. Quindi coraggio e bravò, monsieur Davril!

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

26
Feb
17

Eventi alcolici di marzo

Il prossimo mese si apre all’insegna del bere forte con due eventi di richiamo internazionale, dedicati rispettivamente al cognac ed al whisky.

COGNAC EXPO NEDERLAND

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Ad Utrecht, sabato 4 marzo dalle 11 alle 20 presso il Carlton Hotel (Floraweg 25), si terrà il primo Cognac Expo in terra olandese.

Circa 150 tra cognac, pineaux e liquori a base di cognac, suddivisi tra 30 maison, piccole e grandi, celebri e familiari, per la gioia dei bevitori in assaggio gratuito, con l’esclusione delle riserve più invecchiate per cui è richiesto un pagamento extra.

Ecco l’elenco delle aziende espositrici: Bourgoin – Camus – Frapin – ABK6 – Leyrat – Le Reviseur – D’ Aincourt – Bache Gabrielsen – Pierre De Segonzac – Dupuy – Paul Giraud – Ordonneau – Michel Forgeron – Remi Landier – Jean-Luc Pasquet – J. Painturaud – Chateau de Montifaud – Maxime Trijol – Duquai – Pierre Lecat – A. de Fussigny – Delamain – Merlet – Distillerie du Peyrat – Chollet – Lise Baccara – Hedonist – Vallein Tercinier – Rémy Martin – Couprie.

Saranno inoltre svolte alcune masterclass gratuite o con biglietto di ingresso; interessanti i temi trattati, tra cui “Cognac ed agricoltura biologica” (J. Pasquet – Cognac JL Pasquet); “L’autentico cognac di vignaiolo” (F. Bourgoin – Bourgoin Cognac); “Maturazione, legno, ed impatto sensoriale” (A. Bortoletto – Universidade de São Paulo); “L’origine dei differenti aromi nei cognac” (A. Vingtier – Rumporter – RdV de France); “L’influenza dell’umidità sull’invecchiamento del cognac” (W. Schuman – Cognac Frapin), ecc.

Per chi ha tempo di andare, questa prima fiera in terra olandese è un’occasione per farsi un’idea importante su cosa è il cognac oggi: l’ampiezza delle Case rappresentate, e l’offerta di pressoché ogni cognac di ciascuna permette di scoprire aziende mai sentite e fondate in questi anni, oppure dalla storia secolare e cariche di fascino.

Per maggiori informazioni:

www.cognacexpo.nl

www.facebook.com/CognacExpoNL

SPIRIT OF SCOTLAND

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A Roma, sabato 4 e domenica 5 marzo, presso il Salone delle Fontane all’EUR (via Ciro il Grande, 10), si terrà la sesta edizione di Spirit of Scotland, il festival romano dedicato al whisky: le giornate offriranno eventi, degustazioni, masterclass, seminari sulla mixology, ospiti internazionali, cocktail bar, tornei tra bartender, area gourmet.

La regia è a cura di Andrea Fofi, affiancato da Pino Perrone e dalla scozzese Rachel Rennie. Nella scorsa edizione si sono visti circa quattromila visitatori, con in mostra oltre 200 marchi, 10 masterclass, 5 seminari mixology e 10 ospiti internazionali.

Quest’anno saranno presenti numerosi bartender di fama internazionale che si sfideranno in mixing contest e offriranno seminari dedicati.

L’ingresso è a pagamento, così come le degustazioni.

Per maggiori informazioni:

www.spiritofscotland.it

19
Feb
17

Ragionamenti sul futuro del cognac

Interessante discussione sul futuro del cognac in questi giorni su una pagina Facebook.

Si ragionava tra produttori ed appassionati della possibilità di utilizzare botti diverse da quelle tradizionalmente impiegate nella maturazione del cognac, ovvero il rovere francese del Limosino e del Tronçais, e del futuro del cognac: innovazione contro tradizione.

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Un Paradis con botti di cognac  – vendemmia 1900

Il disciplinare più recente del cognac, per una (voluta?) omissione, non stabilisce più la provenienza delle botti, purché siano nuove e di quercia; questo ha lasciato lo spazio ad alcune Case di sperimentare le maturazioni in legni diversi (in pratica solo in legno di quercia americana, ovvero quelle impiegate per fare il Bourbon, le più economiche ed abbondanti sul mercato).

Le posizioni sono diverse: alcuni produttori tradizionalisti ritengono che la botte debba ancora essere di quercia francese, mentre molti appassionati vedono di buon occhio una nuova strada verso profili gustativi mai osati prima.

Indubbiamente una delle grandi risorse degli spiriti concorrenti, whisky e rum, sono le botti (usate) di diversa provenienza, per aggiungere sapori e colori a materie prime povere di congeneri aromatici. Nel caso del cognac, derivato dal ben più ricco vino, ce n’è poco bisogno, a meno di ragionare su invecchiamenti brevi o brevissimi.

Il pericolo in agguato, è, come per lo spirito scozzese, l’andare verso l’uso di legno di sempre peggiore qualità, mal maturato e mal scelto, per abbassare i costi di produzione del prodotto. Il compianto Samaroli diceva che una delle cause dell’inferiore qualità del whisky rispetto al passato era proprio nell’uso di botti qualunque. Potrebbe succedere domani anche col cognac.

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Tostatura delle botti di Bourbon whiskey – da thedailybeast.com

L’uso ragionato del legno di qualità è sempre stato l’arma segreta per creare cognac di straordinario profilo aromatico, vedi il lavoro di una vita di Pascal Fillioux, che per questo è stato definito il “mago degli aromi”. L’erede, Cristophe, non vede un problema nell’uso di altri legni, ma lo considera al più un esperimento divertente, non certo un’opportunità.

Hervé Bache-Gabrielsen, della Casa franco-norvegese, che ha prodotto un cognac di questo tipo, considera invece l’uso di maturazioni in legni non tradizionali un modo per innovare il cognac e per avvicinare i consumatori più giovani con un linguaggio più familiare, poiché gli under 30 sono intimiditi da un prodotto a loro sconosciuto. La diversità è la chiave, sostiene, distingue e apre orizzonti, specialmente per le piccole e medie Case che non possono competere con le grandi Maison, nelle cui mani si concentra il 92% del commercio del cognac.

Un altro appassionato pensa che il cognac deve aprirsi ai più giovani con queste nuove strade, mantenendo al contempo la tradizione secolare. L’argomento è difficile: il cognac ha il piede lento, come gli abitanti del territorio, chiamati in dialetto cagouillards (più o meno lumaconi). Adattarsi al mercato dovendosi portare dietro la zavorra di secoli, e le lente maturazioni, rischia di far arrivare all’obiettivo quando il consumatore ha già cambiato moda. I trend nel mondo dell’alcool sono volatili: oggi va il gin, ieri era il whisky, domani sarà il rum bianco o la tequila; il cognac ha bisogno di questi azzardi?

Eppure rincalza Bache-Gabrielsen, siccome i bevitori oggi sono molto mobili, non vanno annoiati con una bevanda monolitica e che sa poco differenziarsi da una Casa all’altra. Bisogna innovare ed incuriosire, per portare col tempo il consumatore a scoprire il vero cognac.

La mia impressione in questo dibattito, tuttavia, è che il cognac non abbia bisogno di tradire le proprie origini con strambe maturazioni stile whisky o altri magheggi. Il suo carattere deciso, la sua attitudine all’invecchiamento, dove le migliori acquaviti cominciano ad esprimersi all’età in cui gli altri spiriti sono decrepiti o sviluppano un coacervo di aromi ormai illeggibili, sono ancora la strada maestra.

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Cumuli di botti di Bourbon usate in attesa di compratori

Se in un domani il disciplinare ammettesse pure, oltre ai legni diversi, anche l’uso di botti già adoperate, come è consuetudine per il grosso degli spiriti da invecchiamento escluso il Bourbon, non sarebbe un male, ma solo come strumento per avvicinare il consumatore giovane ad un prodotto (giovane) con maggiore attitudine alla miscelazione perché ingentilito e limato negli spigoli non dal tempo ma dalla botte attiva.

Un cognac ex-Porto o ex-PX sherry, o ex-marsala, avrebbe un profilo aromatico incredibilmente adatto all’uso nei cocktail, o perfino sorprendente se bevuto tal quale, in giovane età, tra 5 e 10-12 anni.

Siccome il consumatore giovane ha il “dente dolce”, come dicono in America, offrirgli un cognac VSOP anche zuccherato non basta più, tanto è abituato a rum sciroppati e a beveroni di ogni sorta. La strada è, temo, segnata.

Se ne capisce qualcosa, prima o poi si farà sedurre dal cognac serio, e piegherà il ginocchio davanti a Sua Maestà il Re degli spiriti.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

03
Feb
17

Il brandy del Portogallo

Nell’universo dei produttori di brandy il Portogallo non brilla certo per celebrità, ma senza dubbio è stato uno dei primi Paesi produttori di questo spirito, vuoi per l’abbondanza di vino, vuoi per la grande richiesta come fortificante del vino di Oporto.

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Veduta di Lisbona – fonte: golisbon.com

Già dagli albori della distillazione gli Olandesi scendevano le coste atlantiche e arrivavano fino a Cadice portando i loro alambicchi, per imbarcare vino quemado e vino fortificato e rivenderli agli assetati popoli nordici orfani del grappolo e dei suoi robusti figli.

Il Portogallo non è mai riuscito, a differenza del vicino iberico, a dare lustro e notorietà alla sua produzione, che pure parte da basi privilegiate per l’abbondanza di ottime uve e per l’antica manifattura. Le sue acquaviti sono all’incirca allo stesso livello di quelle italiane, ottenute da molteplici vini distillati in colonna, ed invecchiate il minimo legale in grandi recipienti.

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Pubbicità d’epoca – Brandy Constantino – ditta d’Almeida

Il consumo del distillato di vino è crollato anche in Portogallo: la  bevanda non è più di moda, come del resto avviene nella vicina Spagna. Nei caffè di Lisbona non si sente più risuonare la frase «Um café e uma Macieira», laggiù sinonimo di brandy quanto da noi la Vecchia Romagna. Del resto le acquaviti di vino di fascia bassa – e pure il brandy portoghese non sfugge a questa tendenza – non hanno più appeal tra i bevitori più giovani, sedotti da esotiche e ben più fascinose bevande. I marchi più diffusi hanno dapprima tentato di combattere il declino con l’incremento dell’esportazione verso i Paesi lusofoni, e poi verso i mercati più assetati come Cina e Russia, con qualche successo, ma non è bastato a risalire la china.

*****

Uno dei più diffusi brandy portoghesi è Macieira, un’etichetta più che centenaria che occupa oltre la metà del mercato nazionale. Fondata nel 1865 dall’omonima famiglia, e produttrice di acquavite dal 1885, la Casa è stata ceduta nei primi anni ’70 del Novecento alla multinazionale Seagram, ed ora è nelle mani della francese Pernod-Ricard; di recente ha visto trasferire la sua produzione in Spagna, con grande scorno dei produttori di acquavite locali che fornivano l’azienda.

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Pubblicità d’epoca del brandy Macieira

Il brandy seguiva una ricetta formulata dal figlio del fondatore, tale  José Guilherme Macieira, che si era formato come enologo in Francia: si producono tre imbottigliamenti, distillati da uve di diversi vitigni a gradazione di 36° 40° e 43°, invecchiati almeno sei mesi in botti di quercia. Per il 130° di fondazione della Casa, è stata creata un’edizione speciale con acquaviti di 8 anni (in blend con altre di 28 anni).

Un’altra marca diffusa e di antica presenza sul mercato locale è Constantino, dell’azienda Sogrape. Le sue caratteristiche sono sei mesi di invecchiamento e 36°, quindi un altro prodotto base. Ne esiste una versione Superior con 2 anni di invecchiamento in grandi tini. Un tempo prodotto dalla ditta Constantino d’Almeida ad Oporto, era di grande notorietà nella prima metà del secolo scorso.

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Brandy Croft

Altri produttori di una qualche diffusione sono la ditta Carvalho, Ribeiro & Ferreira col marchio 1920; la Croft, conosciuta per il suo Porto; Aliança – Vinhos de Portugal con la sua ampia gamma: Aliança Velha, un 3 anni, un Antiqua VSOP (5 anni), un Antiquissima, brandy 8 anni, oltre ad una riserva Aliança XO 40yo, distillata nel 1963 in alambicco charentais ed invecchiata in botti di quercia portoghese, americana e francese.

In definitiva in Portogallo non troviamo una tradizione distillatoria tale da far emergere un prodotto di livello superiore. Il declino nei consumi è testimone di una manifattura industriale, del tutto priva di interesse per l’amatore di brandy.

Un’occasione persa. Adeus!

 




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