15
Nov
17

Viticoltura sperimentale a Cognac

La viticoltura sperimentale fa tappa a Cognac.

Dal 2015 la Station Viticole, ramo tecnico del BNIC, in collaborazione con l’Institut National de la Recherche Agronomique (Inra) e dell’Institut Français de la Vigne et du Vin (IFV), ha selezionato e piantato in campo aperto alcune barbatelle frutto di incroci, con la caratteristica di resistere alle malattie fungine della vite, peronospora ed oidio su tutte.

Sono stati selezionati quarantatre tipi diversi di viti, coltivate per ricerca, tra ottocento incroci, di cui solo quattro sono stati validati per l’impianto: ora a settembre 2017, è avvenuta la prima vendemmia. Bisognerà vedere come queste selezioni resistenti alle muffe (i cui nomi tecnici sono 1D10, 3G3, 3B12 e 2E5) si comporteranno in distillazione, e se saranno capaci di mantenere un profilo soddisfacente e le caratteristiche agronomiche proprie dell’Ugni Blanc: cioè produttività elevata, vini acidi e poco zuccherini, aromi conformi a quelli del ceppo genitore, e ciclo vegetativo tardivo, idoneo alla regione di coltura.

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Il grappolo di una delle nuove varietà resistenti sperimentali – fonte: http://www.BNIC.fr

Intanto questi quattro incroci sono stati giudicati degni della preparazione del dossier per l’iscrizione al registro delle specie viticole entro 5-6 anni di osservazione, e se tutto va bene, entreranno in impianto per le vendemmie dagli anni 2030 in poi. L’anno prossimo verranno piantati in vigneti sperimentali di 1 ha ciascuno, e verranno valutati per tre vendemmie successive, prima del verdetto definitivo sulla loro stabilità agronomica e sulla durata delle loro resistenze.

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Vigneti nella Charente

La ricerca è cominciata nel 2003 sulla base dell’Ugni Blanc, di cui tutti gli incroci condividono il 50% del patrimonio genetico. La ricerca si sta orientando anche verso altri incroci con più geni di resistenza alle malattie fungine (résistances pyramidées, le chiamano i francesi), ma i cui risultati si vedranno verso il 2030, ed il loro probabile impianto commerciale, sperabilmente, avverrà verso la fine del decennio.

L’obiettivo rimane l’eliminazione quasi totale dei trattamenti antifungini abituali, a condizione che le nuove varietà non determinino un cambio del sapore del distillato. La clientela è molto conservatrice, ed il fatto che il cognac è esportato al 98% fa muovere i ricercatori coi piedi di piombo, dice Jean-Bernard de Larquier, presidente attuale del BNIC. L’obiettivo dell’Ente di tutela è di “far uscire il cognac dall’agrochimica” entro un ragionevole arco di tempo, come si vede, non breve.

La tendenza è chiara, se già quasi 700 dei 4.544 vignaioli del cognac si stanno convertendo o si sono convertiti alla viticoltura sostenibile e/o al biologico in proprio o col sostengo delle grandi Case commerciali.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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06
Nov
17

Un’americana a Cognac

In un recente video la sommeliera losangelina Whitney Adams ha condensato in una dozzina di minuti il suo viaggio (organizzato) a Cognac e nelle due Charentes.

Al netto del grande spot per Hennessy (ma l’ospitalità va ricambiata) il video è simpatico e racconta lo spirito del luogo.

Buon divertimento, e chisssà che vi venga voglia di fare un giro da quelle parti.

31
Ott
17

Tre buoni motivi per venire al Milano Whisky Festival 2017

Fra pochi giorni si svolgerà l’annuale Milano Whisky Festival (11-12 novembre, dodicesima edizione) nell’abituale sede dell’Hotel Marriott.

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Perché partecipare? Quest’anno i motivi di interesse sono maggiori del solito. Intanto una sala più grande, per cui sarà agevole spostarsi tra i banchi degli espositori; sapete, la rassegna è piuttosto frequentata.

Ma le ragioni sono ben tre.

  • La prima è che l’esposizione collaterale (Fine Spirits), per anni dedicata al rum, quest’anno ospiterà una rassegna di brandy: ecco la grande novità. Ancora troppo pochi, e soprattutto di commercianti medio‑grandi, più che vignaioli, per il cognac; un grande négociant e due interessanti produttori, per l’armagnac; mentre per il brandy spagnolo sarà presente un marchio globale. Peccato non aver pensato ad un brandy italiano, ce ne sono di eccellenti, benché piccoli.

  Qui sotto il loro elenco alfabetico (con il distributore italiano):

Cognac Abk6 (Balan); Armagnac Château de Bordeneuve (Compagnia dei Caraibi); Cognac Camus (Onesti Group); Brandy Cardenal Mendoza (F.lli Rinaldi); Cognac Ferrand (Compagnia dei Caraibi); Cognac Jean Grosperrin (Ghilardi Selezioni); Cognac Hine (F.lli Rinaldi); Armagnac Janneau (F.lli Rinaldi); Armagnac Domaine de Laguille (Balan).

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La ruota degli aromi del cognac – fonte: http://www.pediacognac.com

  • La seconda: durante la rassegna verrà presentato il libro di Simon Paul Murat e Davide Terziotti, con la luminosa fotografia di Fabio Petroni. «My Name Is Whisky», un lavoro importante per dimensioni e pagine, che descrive il whisky in 650 bottiglie e 27 profili di ‘chi ci mette lo spirito’ per fabbricarlo. Storie, ritratti, e poesia che impreziosiscono la favola della vostra amata bottiglia. Nelle loro pagine ci faranno credere che il whisky sia il Re degli Spiriti; ma voi fatene la tara. L’hanno raccontata grossa, perché l’acquavite di cereali a loro piace tanto. Però merita almeno di essere sfogliato, si impara sempre qualcosa di nuovo.

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    Il nuovo libro che verrà presentato al MWF 2017

 

  • La terza, ovviamente, i più di duemila whisky che vi aspettano per essere degustati al bicchiere nell’intensa due giorni milanese; ma questo è un dettaglio di nessuna importanza per voi che amate i brandy.

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Naturalmente parteciperò anch’io, e se mi vedrete nell’area whisky non dovrete preoccuparvi, starò salutando gli amici, oppure assaggiando qualcosa per parlarne il peggio possibile (sono perfido: riconosco che ci siano distillati eccellenti, solo che davanti ad un buon brandy fanno di solito una magra figura). È la verità, ma i whisky lovers non lo ammetteranno se non sotto tortura (qualcuno di cui tacerò il nome, pena il licenziamento in tronco, ha già confessato spontaneamente).

L’occasione di degustare così tanti brandy (e malti) tutti insieme a Milano è irripetibile, e forse non capiterà più.

Venite, e… santé (oppure slainte)!

16
Ott
17

La vendemmia dell’annus horribilis 2017 a Cognac – il punto

A vendemmia conclusa tiriamo le somme dell’annus horribilis 2017, segnato a fine aprile da una nevicata e successive gelate tardive, che hanno dato molti pensieri ai vignaioli delle Charentes.

Ormai le macchine vendemmiatrici sono tornate sotto le tettoie, ed il vino ribolle nei tini. Ma quanto ce n’è?

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Macchina vendemmiatrice all’opera

L’annata è stata caratterizzata da due botte di gelo in aprile, di cui quella del 27 è stata la peggiore dal 1991. La grandine, frequente nella regione, ha fatto altri danni a fine agosto.

Il 2017 si ricorderà quindi per una produzione minore, una vendemmia assai precoce, ai primi di settembre, come nel 1999 e nel 2003 – mentre la norma era fino a pochi anni prima iniziare a vendemmiare il primo lunedì di ottobre – ma soprattutto per la grande disparità nella raccolta: alcune zone sfortunate hanno subito danni da gelo fino al 90% della produzione, tuttavia la resa media della regione è stata solo del 20% inferiore rispetto ad un’annata normale.

Nelle zone colpite pesantemente dal gelo i grappoli salvati presentano acini maturi in mezzo ad altri acerbi, ed è stato necessario prolungare la vendemmia per permettere di sviluppare il grado alcolico necessario alla distillazione.

In ogni caso le rese complessive nella AOC Cognac sono state più che discrete, mediamente 90 quintali/ettaro, contro i 110 abituali; la resa in alcool potenziale, dato il grado alcolico medio raggiunto di 9,7° si prevede in 8,5 hl di alcool puro per ettaro; il dramma di quest’anno pazzo è che alcuni poderi otterranno a malapena 3,5 hl di alcool/ha, mentre altri non toccati dal gelo fino a ben 12 hl, un divario raramente visto in zona.

La salvezza dei più previdenti vignaioli verrà dalla cosiddetta “réserve climatique”. Questa riserva altro non è che una parte di acquavite appena distillata, di cui è autorizzata la conservazione in acciaio, per un massimo di 7hl di alcool puro per ettaro di vigna posseduta. Quest’anno si potrà utilizzare la scorta secondo i danni subiti, e quindi il 2017 vedrà l’immissione in botte di circa 100.000 ettolitri di acquavite distillata negli anni precedenti.

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Cognac in invecchiamento

Per alcune maison sarà un’annata da ricordare, purtroppo, per altre solo leggermente infelice; le grandi case hanno riserve sufficienti a soddisfare la domanda di cognac sempre in crescita, con qualche interrogativo quest’anno per le qualità più giovani. Ma il mercato secondario del distillato, che si attiva tra febbraio e marzo, potrà dare risposte alle esigenze di tutti, con la previsione di un rialzo certo dei prezzi. Alla fine è andata meglio di quanto si pensasse ad aprile.

© il farmacista goloso 2017 (riproduzione riservata)

10
Ott
17

Cognac Expo – Bergen 2017

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Fra pochi giorni avrà luogo a Bergen (Norvegia) l’annuale Cognac Expo, evento completamente dedicato al cognac, di cui i nordici sono assetati quanto nessun altro al mondo.

Si terrà al Radisson Blu Bryggen Hotel, come l’anno scorso ed i precedenti, il pomeriggio del 21 ottobre.

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Interno di un chai di un grande stabilimento: i grandi tini servono per preparare gli assemblages prima dell’imbottigliamento.

Saranno presenti più di 30 espositori, venuti dalla Francia direttamente a Bergen per far conoscere le proprie aziende e tenere una lunga serie di masterclass sui loro imbottigliamenti e le caratteristiche della produzione, in quella che ad oggi è la più importante rassegna settoriale scandinava (ed europea) aperta al pubblico sullo spirito delle due Charentes.

Senza dimenticare l’eccezionale (anche nel prezzo, circa € 275) degustazione estrema, offerta la sera prima ai prenotati, con cognac rari e d’alto invecchiamento: quest’anno a tema “ I cognac tra le due Guerre Mondiali”.

Tra le masterclass di quest’anno vi saranno le aziende: Deluze, Grosperrin, Maxime Trijol, Lheraud, Forgeron, Prunier, Tesseron, Park, Seguinot, Leyrat, Braastad, Frapin, Chateau de Montifaud, e Delamain.

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Vigneti nella Charente

Purtroppo fuori mano, e decisamente costosa per le tasche degli europei del Sud, (l’ingresso costa € 75 comprensivo del bicchiere e 10 gettoni; ogni degustazione 3 o più gettoni, secondo l’invecchiamento; 10 gettoni extra si pagano altri € 42), la fiera offre tuttavia un’occasione di conoscenza invidiabile del cognac, per la qualità degli espositori e per l’elevata professionalità e competenza degli organizzatori, Kjetil Hansen e Nils Henriksen, i quali conoscono ogni cantina della regione e quasi ogni produttore di una qualche importanza. Oltre ad essere tenuta in una delle più affascinanti città nordiche; il freddo non sarà un problema per nessuno dei partecipanti.

02
Ott
17

From Pisco to Pisco – Milano Pisco Week – fino a domenica 8 ottobre

Per chi non conosce il pisco peruviano, e per chi già lo ama alla follia, va in scena a Milano fino a domenica 8 la Milano Pisco Week organizzata in collaborazione con il Consolato del Perù.

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Già passata da Londra, arriverà a fine ottobre a Parigi: l’iniziativa mira a diffondere tra i milanesi la conoscenza di questa acquavite secolare, che è veramente una protagonista nel bere miscelato, ma che si fa gustare tremendamente anche liscia. E, come dicevo tempo fa, è muy peligrosa ! La sua piacevolezza ve ne farà bere sempre più di quello che avreste desiderato. Altro che gin!

Dove? Ma in numerosi ristoranti e bar sparsi in città, tra locali di tendenza, eleganti lounge di alberghi, e luoghi di ritrovo della comunità peruviana per cui il distillato è motivo di orgoglio e identità nazionali.

Qui l’elenco dei 26 places to be: UGO Cocktail Bar, Eataly, Rebelot del Pont, The Spirit, Monkey Cocktail Bar, Casa Mia, Le Biciclette, Terrazza 12, Café Gorille, Moscow Mule, Ristorante Inkanto, Ristorante El Hornero, Ristorante Amor Y Pasion, Ristorante Pisco, Ristorante Daniel, Ristorante Pacifico, Bulk Mixology Food Bar, Rufus, Morgante Cocktail & Soul, DRINC. Cocktails & Conversation, Twist on Classic, Terrazza Duomo 21, Hclub>Diana, Octavius Bar – The Stage, Ceresio 7, Living Liqueurs Delights.

Naturalmente ogni posto vi servirà la sua interpretazione sul pisco sour, e altre creazioni originali o classiche. Ma non perdete l’occasione di farvi offrire un goccio di pisco puro, e se cenate, provate ad abbinarlo tal quale ai vostri piatti: sarà una sorpresa, e vi si aprirà un mondo, che non immaginavate.

Del resto, il pisco lo facciamo anche noi da decenni, e forse l’avete già bevuto senza saperlo: la ditta Nonino è stata l’apripista di una lunga serie di imitatori. L’acquavite di uva distillata in Italia altro non è che un pisco tricolore, con modeste varianti.

Il brandy non invecchiato, con tutta la ricchezza dell’uva e dei suoi aromi, ed il calore e l’allegria latina, saprà conquistare anche gli incalliti bevitori dei fumosi malti scozzesi: scommettiamo?

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

 

15
Set
17

Cognac is the new rum? – Numeri e riflessioni su un trend in salita

Anche il 2016 è stato un anno fortunato per il cognac: le vendite sono in costante aumento, +10,2% in volume e +15,2% in valore.

La passione per questo distillato, che quando è prodotto con amorevoli cure è veramente il re di ogni spirito, per quanto gli amatori di whisky sostengano il contrario, sta crescendo un po’ dappertutto. Ma la parte del leone la fa sempre il mercato statunitense, che assorbe il grosso del cognac più giovane e meno interessante, per miscelarlo.

Centonovanta milioni di bottiglie conta il venduto, con un’esportazione del 98%, per un fatturato di tre miliardi di euro. Una gran bell’industria, se pensiamo che fatto 100 l’export vinicolo italiano 2016, quello del cognac vale circa 54 da solo (!). E c’è tutto il resto della Francia poi.

La crisi è terminata anche sul mercato cinese, che ricomincia a tirare, ma nitidi segnali di ripresa si vedono anche in Europa, con un notevole +22,2% per la Germania, e un +73,3% per la Russia. Qualche vivace spunto si segnala anche in Sud Africa e nei Caraibi francesi, mercati finora poco toccati dal brandy francese.

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Un cognac artigianale – Chateau de Beaulon VSOP

A casa nostra poco si muove per ora: qualcosa però dice che il vento sta cambiando, e forse sta per incominciare un nuovo interesse per questo distillato così snobbato finora dal consumatore nostrano. Gli importatori più attenti stanno introducendo nei loro cataloghi qualche nuova Maison artigianale, ed anche qualche Maison di cognac innovativi. Anche se è certo che queste piccole importazioni non siano ancora in grado di generare un fatturato interessante per la filiera, la cosa significativa invece è l’inizio di un’offerta più ampia per il curioso che volesse sperimentare quanto predico da anni: cioè che il cognac è il distillato migliore che possiate bere. Ma finora era difficile metterlo in pratica.

Diciamolo di nuovo, a scanso di equivoci: non tutto il cognac è eccellente. Bisogna andarsi a cercare questi vignaioli-distillatori e le loro piccole produzioni da poche decine di migliaia di bottiglie/anno, non la grande azienda mondiale. Qui si annidano le gemme, ed il cognac assume la sua dimensione migliore. Quello che viene prodotto dalle stesse Maison per essere poi invecchiato e commercializzato dai notissimi marchi multinazionali nasce all’origine diverso, più standardizzato, e – si può dire? –  senza affetto. Ne ho già parlato su un altro blog.

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Un cognac artigianale vintage – Bache Gabrielsen Pure & Rustic

C’è quindi una gerarchia sottile ed ignorata dai più, all’interno dello spirito francese, che si svela solo visitando le aziende ed assaggiando i loro prodotti. E quando la grande e celeberrima Casa vuole fare un cognac d’eccezione, per intenderci quelli che trovate in vendita in lussuose caraffe che costano un rene, userà sì le proprie riserve, ma come basi. Quello che dà carattere, le bonificateur, come dicono là, l’azienda lo andrà quasi sempre a comprare, una botte o due, dai piccoli vignaioli che avranno messo da parte ed invecchiato una partita di pregio come se fosse un personale fondo d’investimento, o da grossisti specializzati in quest’arte paziente, chiamatela cherry picking se volete. Non diversamente da quello che facevano in Scozia i nostri selezionatori di single malt whisky 50 anni fa. E sappiamo com’è andata.

I cellar master delle grandi Case fanno questo, quando creano un prodotto di lusso: assemblano un prodotto invecchiato a lungo ma con un carattere relativamente neutro, o non certo straordinario, a dei cognac eccezionali che donano il quid che a loro manca, e nasce così la favolosa “riserva dell’imperatore”, oppure qualche altra etichetta destinata ad épater le bourgeois.  Vi ho svelato un segreto del mestiere.

Ne discende che se volete un cognac da urlo, dovrete andarvelo a cercare dai piccoli, pagandolo in genere ad un prezzo molto onesto. Loro ce l’hanno, e non sarà tagliato con acquaviti inferiori: miscelereste uno Château Petrus con un Merlot qualsiasi del Veneto? Ecco.

Quello che mi aspetto dai professionisti italiani della distribuzione è proprio questo: rilanciare il grande distillato francese grazie al buon gusto italiano, e diffonderne la magia nel mondo. L’Europa del Nord è già pronta ad accogliere prodotti del genere, ed anche la Cina. I grandi numeri servono, certo, ma è l’eccellenza che traina il mercato, e rende giustizia al suo valore. A Bordeaux lo sanno da secoli, a Cognac non l’hanno ancora capito, e pensano solo ai volumi: lumaconi, vengono soprannominati in zona.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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