23
Apr
18

Al Vinitaly 2018, girando tra il Salone Internazionale dei Distillati

Se andate al Salone Internazionale dei Distillati (chiamatelo pure Vinitaly) non troverete né un padiglione né un settore dedicato che ospita i vari produttori di alcolici. Superare le logiche regionali, e ritagliare uno spazio (come si fa già per Vivit e FIVI) in cui mettere in luce i distillatori italiani ed i rari ospiti stranieri più qualche azienda distributrice potrebbe essere una buona idea, ed una vetrina non trascurabile per le produzioni ad alto grado italiane, che riscuotono spesso più successo all’estero che in casa.

La ricerca della buona bottiglia, va da sé, non è impresa facile: bisogna prima studiare le mappe, con un lavoro preparatorio da caccia al tesoro, poi navigare tra un oceano di produttori di vinelli, vinoni e vinacci, e infine snidarla in mezzo ad un mare di altri liquori: la maggior parte dei produttori di alcolici si dedica anche o soprattutto alla liquoristica, che ha più facilità di commercio e più attrattiva presso il pubblico generale; purtroppo anche in questa nobile arte, in cui gli italiani sono stati creatori originalissimi, e ancora oggi primeggiano, il livello è sceso piuttosto in basso. In un mercato dai mille attori il prezzo finisce per vincere sulla qualità delle proposte, quando

melina7a

pure ci sarebbe più di qualche azienda artigiana di cui andare fieri: anche questa branca fa parte dell’eccellenza gastronomica del made in Italy, e nel mondo ce la invidiano tutti quelli che appena ne capiscono di qualità.

Non potevo però fare a meno di andare a cercare tra i distributori qualche maison di cognac che ancora non ho visitato personalmente; sono tantissime, sapete. E se di cognac ne girano pochi sull’Adige, con pazienza qualcosa si trova. Compagnia dei Caraibi distribuisce l’ampia gamma di Cognac Ferrand: mi hanno fatto assaggiare un paio di brandy pensati per la mixology, non privi di personalità: “Renegade Barrel”, un giovane cognac con finishing in botti di castagno (che per questo legalmente perde il diritto alla denominazione cognac, e può solo chiamarsi eau-de-vie de vin), e il

“1840 Original Formula”, che vuole replicare il gusto floreale dell’epoca d’oro del cognac, i decenni centrali del 1800. Drouet & Fils, distribuita da Pellegrini, è una piccola maison familiare con vigneti nei primi due crus, che ci propone l’ultimo nato di casa, un gustoso Grande Champagne a 42° di 7 anni, dal naso elegante, aggraziato al palato, chiamato cognac Melina.

Il brandy italiano non vede molti produttori, oggidì: un nome storico, Carpenè Malvolti, lo distillava un tempo, ma ora ne affina soltanto. Tre sono le qualità offerte in vendita: il “Riserva 7 anni”, focoso ed un po’ dolce, rende nei cocktail ma si lascia bere anche dai non esperti, mentre il “Riserva 15 anni” vuole offrirsi a chi ha maggiori pretese. L’affinamento è ben condotto, ed i brandy sono onesti, più della media nazionale. Faccio un salto da Pojer & Sandri, per salutare l’amico Mario, e pur non avendolo chiesto, ho già il bicchiere in mano: questo funambolo dell’alambicco mi stupisce come al solito! In anteprima in fiera si versa il loro brandy “30 anni”: l’aria di montagna rende fine questa acquavite che danza fiera nel calice eppure conserva una grazia giovanile tutta sua. Bicchiere importante, certo, ma che può essere avvicinato anche dal neofita in tutta facilità.

Ospite internazionale del Vinitaly quest’anno è il Perù, che promuove il suo ardente pisco, non più uno sconosciuto nemmeno da noi: solito piacione il Pisco Portón (Hacienda La Caravedo), già arrivato da tempo nei bar italiani; sincero e molto profumato, senza cedere a morbidezze, il Pisco Legado (Fundo La Esperanza), nella più tradizionale delle sue versioni, distillato da uva quebranta coltivata nella Valle de Mala. Singolare il bruno Inkamaca: è una creazione recente oppure una ripresa di un’usanza popolare? Si tratta di un’infusione della radice della maca andina nel pisco “mosto verde” che produce un amaro tonico dai sapori assai curiosi, con note torrefatte. Vi suggerisco di tenere d’occhio l’acquavite peruviana, c’è ancora molto da scoprire in questa terra ricca di più di 3000 distillerie: il pisco vale davvero un Perù, e farà strada non solo nei vostri cocktail.

Nonino2017-Ita

Le sorelle Nonino col padre Benito in distilleria – (dal sito aziendale)

 

La grappa soffre purtroppo di opacità: il nostro distillato bandiera soggiace ancora oggi in patria ad un pregiudizio di mediocrità, e nulla fanno gli attori principali della filiera – le industrie – per risollevarne l’immagine investendo in qualità e trasparenza. E potrebbero, invece di ricorrere a materie prime modeste, a zuccheraggi spinti (peraltro permessi da un disciplinare ambiguo) e ad aromatizzazioni degne di rum dozzinali.

Ma chi tenta di alzare una scomoda voce contro il deplorevole stato di un distillato sì di umile origine, ma che lavorato con arte può competere con i più blasonati fratelli d’oltralpe, viene zittito: vendere conta più di distillare bene. Io non mi stanco, ed è solo per amore della grappa ben fatta.

Il distillato di vinaccia può riservare quindi facilmente cattive sorprese al cliente impreparato ed ignorante, senza sua colpa. Ma buona ed anche ottima grappa se ne trova sempre, a ben cercarla. Prima di tutto dagli artigiani distillatori in proprio.

grappazeroinfinito

Una piacevole conversazione durante la rassegna con la battagliera Antonella Nonino mi ha però rinfrancato parecchio. L’azienda che più di tutte tiene alto il buon nome dell’italica grappa nel mondo la pensa esattamente come me in tema di qualità e trasparenza. Quindi dai Nonino cadrete sempre in piedi: e lo capirete già assaggiando la loro grappa più semplice.

Non disdegnate però i veneti: i fratelli Brunello, distillatori di tradizione quasi bicentenaria in Montegalda, producono belle acquaviti del loro territorio e di altre origini, tra cui una rara “grappa di carmènere” dei colli Berici. Ma se cercate il colpo di fulmine del Vinitaly, i vulcanici trentini di Pojer & Sandri (ebbene sì, ancora loro) ve lo daranno con la loro “grappa Zero Infinito”, ricavata da vinacce di un vitigno ibrido e resistente a gelo e malattie, il solaris: il fruttato se ne esce in 3D, e lunghezza e volume nel calice sembrano davvero infiniti; zero trattamenti in vigna, quindi è pure bio. Volete altro? Chapeau, Mario!

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

Annunci
18
Apr
18

200 milioni – il mondo beve sempre più cognac

È notizia dell’altro giorno: all’ultima rilevazione mensile del BNIC il cognac ha superato la quota psicologica dei 200 milioni di bottiglie/anno vendute dai suoi produttori. Non era mai successo, e l’incremento rispetto all’anno scorso sui già rispettabilissimi milioni e milioni di bottiglie equivalenti usciti dai magazzini si attesta ad oltre il 10%. Che sia l’inizio di un trend, e di una nuova brandy craze?

15barricaia

Le barricaie sono sempre più piene di botti nuove per l’aumento della domanda di cognac giovani

Da aprile 2017 a marzo 2018 il giro d’affari del distillato delle due Charentes si è innalzato vertiginosamente, dai € 2,5 miliardi a € 3,16 miliardi, niente male per il governo francese, affamato di entrate quanto il cugino italiano.

La crisi globale è alle spalle, se tutte le aree sono positive: il mercato nord-americano fa segnare un +9,7% di import con 88,4 milioni di bottiglie, e quello dorato estremo – orientale un +14,9% con 57,6 milioni di bottiglie. L’Europa ne ha svuotato 41,7 milioni, per un rialzo contenuto (+4,5%) ma in decisa salita sull’anno precedente. Altri mercati, compresa l’Africa, segnano un rialzo a due cifre assai goloso (+14,4%) pur nell’esiguità delle importazioni, 13,3 milioni di bottiglie equivalenti.

Le notizie dai produttori sono incoraggianti: qualcuno, intervistato ieri da me, mi ha riferito un aumento del fatturato in linea con le cifre del BNIC, e uno addirittura del 45%, caso forse unico, ma tutti indicano la tendenza verso il crescente interesse per l’acquavite di vino francese.

29bons_bois_vignoble-guerinaud

Raccolta meccanizzata nel cru Bons Bois

Per quel che riguarda le qualità imbottigliate, la musica non cambia granché rispetto al passato: oltre la metà dell’export (100,8 milioni di b.eq.) è di invecchiamento VS (2 anni) in rialzo del 7,4%; 77,4 milioni sono di invecchiamento VSOP (4 anni – 77,4 milioni di b.eq., in crescita del 13,2%), e 22,6 milioni di bottiglie in invecchiamenti superiori con un importante rialzo percentuale del 13,6%.

La parte del leone quindi rimane al cognac giovane o giovanissimo, usato dalla mixology, con gli USA primo mercato al mondo per consumo di cognac. Lo stesso si può dire di Hennessy, lo storico marchio della multinazionale LVMH, che assorbe da solo la produzione di metà dei 75.000 ettari sotto la denominazione AOC Cognac, anche grazie ai suoi nuovi impianti, capaci di decine di migliaia di bottiglie/ora.

Il pericolo, come evidenziava un produttore tradizionalista, è che la grande industria schiacci sotto il suo piede pesante l’arte manifatturiera dei piccoli artigiani, i quali lavorano da secoli con lo sguardo rivolto ai figli ed ai nipoti e non al piano quinquennale redatto negli uffici finanziari delle multinazionali.

20chai_frapin

Un chai d’invecchiamento tradizionale

Perché il cognac è slow per definizione come gli abitanti della regione bagnata dal placido fiume Charente; gli appassionati del distillato francese per fortuna sanno ancora dove andare a cercarsi le emozioni in bottiglia: nelle umide e scure cantine in cui il silenzio ed il tempo sono i soli custodi, assieme alle ragnatele.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

30
Mar
18

I cognac XO invecchiano di colpo dal 1° aprile 2018

Non si tratta di una novità, ma di una disposizione ampiamente prevista dall’ultimo aggiornamento del Cahier des Charges AOC Cognac, il disciplinare di produzione dell’acquavite francese: la sua efficacia sarà effettiva dal 1° aprile 2018.

Cosa cambia per il consumatore? Di fatto poco: da questa data tutti i cognac commercializzati come XO (ed invecchiamenti superiori, secondo le denominazioni legalmente ammesse: Hors d’âge Extra, Ancestral, Ancêtre, Or, Gold, Impérial) dovranno essere prelevati da stock aventi un invecchiamento garantito minimo di dieci anni (Compte 10), e non più di sei come precedentemente avveniva.

CCCognac

Un chai de vieillissement del cognac

Si fa eccezione per gli stock già imbottigliati prima del 31 marzo prossimo, che potranno essere venduti come tali in deroga, e comunque non oltre il 31 marzo 2019.

In pratica il controllo statale sull’invecchiamento del distillato di Cognac si estende al decimo anno, garantendo al consumatore un prodotto di maturazione maggiore di quattro anni rispetto al passato.

XOcompte10

Un cognac XO che dichiara il suo invecchiamento conforme alle nuove disposizioni (Compte 10 – 10 anni).

Nella condotta commerciale dei piccoli vignaioli-distillatori dei due crus migliori, Grande e Petite Champagne, questa regola non incide granché: gli invecchiamenti praticati da loro sono da sempre molto più elevati del minimo di legge, mediamente il doppio. I loro VSOP sono di solito invecchiati tra 7 e 10 anni contro 4, i loro Napoléon 12-15, ed i loro XO tra 18 e 25 anni, per la semplice ragione che i cognac delle due zone si esprimono meglio quando beneficiano di una maturazione più lunga rispetto ai crus minori.

Il decreto va ad incidere sulle Case più grandi, che si attengono alle età minime permesse, per ragioni di bilancio: un XO di una grande Maison pertanto sarà di regola meno invecchiato di quello di un vigneron distillatore in proprio.

Il consumatore ha a disposizione solo questo strumento di garanzia accordato dalla legge: dopo il decimo anno ogni dichiarazione di invecchiamento è a discrezione del produttore, e non può comunque essere indicata in etichetta (in pratica si aggira il divieto informando i clienti sul materiale promozionale, oppure su cartellini allegati alla bottiglia, oppure ancora con qualche escamotage tipo chiamare il cognac lotto n°20, n°30 eccetera).

Da tempo si è discusso quanto incida negativamente questa mancanza di chiarezza in merito all’invecchiamento del cognac, considerato quanto è apprezzato dal consumatore conoscere la vera età del prodotto, punto di forza da sempre del whisky, ed anche dei vicini d’Armagnac, i quali dopo i primi dieci anni in cui usano le medesime sigle dei cugini di Cognac, permettono la cosiddetta mention d’âge alla scozzese.

Il problema risiede nell’indisponibilità dei grandi produttori a cambiare i regolamenti nel senso di una maggiore chiarezza, perché finora sono stati scritti a misura delle loro esigenze (il BNIC, l’organo di controllo della filiera, è di fatto espressione dei rapporti di forza dell’industria del cognac, con i piccoli produttori rappresentati in misura minoritaria).

Le aziende multinazionali, alle prese con immensi stock di età e provenienza eterogenea, non hanno alcun interesse a dichiarare in maniera certa l’età dei loro blend. È molto più conveniente invece utilizzare sigle misteriose dietro cui lavorare a mani libere, e vendere il cognac ad un prezzo che il consumatore non sarebbe disposto a pagare, conoscendo il livello di invecchiamento reale e potendolo confrontare con i prodotti di altre Case.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

28
Gen
18

Un nuovo stabilimento Hennessy a Cognac (e qualche pensiero pessimista)

Firmato da un celebre studio d’architettura, ed inaugurato da pochi mesi dal patron della LVMH, il nuovo stabilimento di imbottigliamento di Hennessy,  26.000 m2 su due piani tutti vetro e metallo nero, fa bella mostra di sé tra le vigne della Grande Champagne appena fuori Cognac, ai bordi della provinciale per Salles d’Angles.

sitehennessy-672x500-c-center

Il nuovo stabilimento di Hennessy Pont-Neuf – da terredevins.com

La potenza commerciale del marchio, ormai parte da tre decenni del gruppo del lusso di Bernard Arnault, è manifesta nei numeri impressionanti dell’export: il 78% delle sue bottiglie si vende tra Stati Uniti ed Asia, su un totale di 84 milioni uscite dai suoi stabilimenti quest’anno. Hennessy è infatti la corazzata del cognac, con un fatturato vicino al 50% dell’intera AOC, che conta circa 75.000 ettari vitati.

Il nuovo stabilimento è nato per soddisfare la domanda di cognac VS e VSOP, i più esportati sui due mercati d’oro della Maison: la previsione di crescita è a 96 milioni di bottiglie per il 2018, per la richiesta estremamente elevata di cognac giovane dagli Stati Uniti, ed a 120 milioni entro dieci anni, grazie al previsto raddoppio del nuovo stabilimento. La Casa si pone dei problemi di stock, oggi in netta diminuzione, e sta lavorando sui vignaioli sotto contratto perché aumentino la superficie e le rese dei loro vigneti. Infatti qualcosa sta succedendo.

Hennessy_emboutellage_pont_neuf

L’interno dello stabilimento – da spiritueuxmagazine.com

L’incremento ammesso di superficie vitata per la produzione di cognac nel 2017 è stato di 800 ha, e la denominazione sarà incrementata di altri 700 ha entro il 2018, proprio per rispondere alla pressione della domanda ogni anno crescente.

L’ambiziosissimo progetto di Hennessy è di riuscire a scalzare il whisky Johnny Walker dal primo posto in termini di bottiglie vendute nel mondo degli alcolici. Potremmo avere pochi dubbi sul fatto che ci riusciranno, sempre che la domanda continui a mostrarsi sostenuta come oggi, ma da appassionati dovremmo invece riflettere se questa produzione di massa possa ancora rappresentare un biglietto da visita di cui l’appellation può andare fiera.

Numeri così alti portano necessariamente ad acquaviti anonime da un punto di vista gustativo, a causa del blending estensivo; le botti – con i volumi di Hennessy ne servono circa centonovantamila nuove ogni anno – tenderanno ad essere sempre meno curate nella scelta del legno, stagionato il minimo necessario, ed al minimo costo, per ovvie ragioni di bilancio; sta avvenendo lo stesso nel mondo del whisky, del resto; il cognac così ottenuto baserà quindi le sue caratteristiche stilistiche più sulla cosmetica (zucchero ed estratti di legno, più il caramello), che non sulle caratteristiche intrinseche all’acquavite: per quanto il vigniaiolo distillatore cerchi di conferire un prodotto ancora ben fatto, così da essere pagato bene.

Qui il video dell’inaugurazione del nuovo stabilimento

Quindi la direzione in cui va il cognac, e certamente non solo Hennessy, che non fa altro che cavalcare il boom, è verso uno snaturamento della sua anima, che risiede invece nella bontà e nella qualità della materia prima, per quanto giovane. I numeri da whisky faranno contenti gli azionisti, e magari i lavoratori e la filiera associata al distillato, ma l’appassionato non può che guardare con sgomento a questa tendenza.

Che si va delineando sempre più chiara: da una parte la fabbrica del cognac di massa, per i mercati assetati, produttrice di un bene di consumo tale e quale una birra industriale, imbottigliata ad ettolitri/ora; e dall’altra la resistenza di una nicchia di vignaioli-distillatori e di affinatori, che invece crede nel cognac come eccellenza e cerca di tenere alta la tradizione, fatta di tempi a passo di lumaca, e di qualità a tutto tondo, cominciando dal lavoro in vigna, passando per la selezione del legno di ogni singolo barile, e terminando con l’assemblaggio di un’acquavite che sa ancora emozionare il suo consumatore anche quando esce di botte da giovane. Ovviamente si tratta di un movimento insignificante in rapporto alle vendite dei protagonisti del mercato.

Una volta anche le bottiglie delle grandi Maison erano rappresentative di questo spirito lento, pure nella dimensione in grande, ma l’ingresso delle multinazionali e degli uomini in grisaglia ha prodotto una rivoluzione culturale difficilmente arginabile. Positiva per la diffusione dell’immagine cognac come prodotto, ma di certo non per il suo buon nome.

Il rischio enorme per la denominazione è che le grandi Case, per soddisfare la sete apparentemente infinita dei mercati, ora in espansione perfino in Africa, finiscano per cannibalizzare il tessuto dei piccoli produttori di vino e distillato, incapaci di tener testa alla loro enorme pressione. Sarebbe un danno immenso per la Francia, e per noi appassionati del cognac più autentico.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

25
Dic
17

I cognac di Natale

xmasfillioux

Quest’anno il Christmas cognac di Jean Fillioux è uscito con una simpatica etichetta disegnata da Rod

Da un po’ di anni sui mercati scandinavi si è creata l’interessante tradizione di offrire dei cognac natalizi, chiamati Christmas cognac, o in lingua locale julcognac. Di che si tratta?

In questi Paesi il consumo di cognac è alto, ed uno dei doni più graditi a Natale è proprio una bottiglia di pregiata acquavite francese.

Ecco quindi che numerose Case hanno cominciato ad offrire cognac imbottigliati apposta per la ricorrenza festiva: naturalmente noi non possiamo averne, a meno di visitare direttamente il produttore, perché questi flaconi non verranno importati nel resto del mondo.

I tipi di cognac venduti variano parecchio, possono essere VSOP come XO, giovani o ultraventennali, ma hanno in comune un prezzo moderato ed il corpo di una certa grassezza, con note fruttate, o speziate, ed il più delle volte sono ben scuri di caramello. Quasi sempre si tratta di blend di più crus che si rivolgono al consumatore medio, fatti non per la complessità, ma per la facilità di beva e la piacevolezza immediata. Ed in bottiglie da 50cl, sai mai che i destinatari del regalo ci prendano troppo gusto.

L’elenco delle Maison che si cimentano in queste selezioni va dalle norvegesi Bache-Gabrielsen, e Jon Bertelsen, con buon’ultima la Braastad, alla svedese Grönstedts, ma non mancano le piccole e celebri francesi Delamain, Gourmel, e Jean Fillioux. Poi qualche Casa minore, per un mercato di nicchia piuttosto interessante: i clienti non mancano.

Il segreto di Babbo Natale, che nella Stille Nacht porta i doni ai bambini è ormai svelato: per resistere e scaldarsi nel freddo del Grande Nord, lui beve cognac.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

05
Dic
17

I cognac di Jean Grosperrin al Milano Whisky Festival – una storia affascinante

Quest’anno il Milano Whisky Festival si è timidamente aperto al cognac ed all’armagnac, ospitando una piccola delegazione di Maison produttrici. Gesto coraggioso o temerario, non sappiamo: la risposta del pubblico probabilmente non è stata granché, distratta dai fiumi di malto e dai fumi di torba della rassegna principale.

whisky_festival

Degustazioni ad un banco del Milano Whisky Festival 2017 – per gentile concessione del MWF

Ma… una piccola sorpresa c’era, ed era una chicca: la degustazione che sabato 11 novembre ha visto protagonista la Maison Jean Grosperrin con i suoi Cognac de collection. A cose concluse posso svelare un piccolo segreto: l’ispirazione al patron della grande manifestazione milanese per questa preziosa masterclass è venuta da me, una volta saputi in anteprima gli espositori.

Facciamo un passo indietro però: perché per spiegare a chi era al festival quello che si sono persi bisogna raccontare cos’è questa poco conosciuta Maison, e cosa rappresenta nel mondo del cognac.

Jean Grosperrin è il fondatore dell’azienda, nata all’insegna della Gabare, il barcone fluviale che portava le botti del cognac lungo la Charente verso i porti di Tonnay e della Rochelle, dove queste venivano imbarcate sulle navi pronte a viaggiare per il mondo.

LaGabare_

La sede de La Gabare a Saintes

Il suo mestiere era il courtier en eaux-de-vie, cioè il mediatore di acquaviti: Jean con i suoi servizi faceva infatti incontrare imbottigliatori e produttori di cognac, come in Pianura Padana i suoi omologhi fanno intermediazione di vacche o forme di parmigiano. Agli inizi Grosperrin, originario della Lorena, faceva il distillatore ambulante di acquaviti di frutta per i contadini, con un piccolo alambicco semovente, come si usa ancora in Armagnac, per poi finire a vendere alambicchi nella Charente; nel 1991 l’impresa fallirà, per una delle ricorrenti crisi del mercato del cognac, ed allora l’intraprendente Jean si riciclerà come courtier, conoscendo per lunga esperienza l’abbondanza di botti, custodite nei magazzini dei quasi 5000 viticoltori della regione: un vero tesoro di belle addormentate, in attesa del bacio del risveglio. Negli anni di lavoro come courtier Jean Grosperrin riuscirà a costruire un piccolo stock di cognac scelti tra quelli mediati, da lui conservati per le loro qualità eccezionali.

Dal 1999 la piccolissima azienda familiare incomincia ad imbottigliare con il nome “Jean Grosperrin – cognac de collection” qualche lotto proveniente da queste botti. Il figlio Guilhem si innamora di questo mestiere e pochi anni dopo subentra al padre nell’attività ampliandola: oggi possiede un’enoteca a Saintes, e due chais con uno stock di circa 500.000 bottiglie potenziali fatto di qualche centinaio di pregiati lotti di cognac. Inoltre seleziona e vende una linea di cognac più ordinari col marchio “Le Roch.

Ma cosa differenzia Grosperrin da tutti gli altri commercianti o produttori di cognac? Il fatto che questo mercante è qualcosa di molto simile agli imbottigliatori indipendenti ben noti nel mondo del whisky, ed in pratica uno tra i rarissimi a fare a Cognac quello che in Armagnac è tradizione: imbottigliare l’acquavite senza filtrazioni aggressive, senza maquillage (solo un poco di caramello se richiesto dai Paesi d’importazione), usando con giudizio il blending, e quando ha sottomano uno spirito eccezionale, a gradazione piena di botte: cioè allo stato più puro possibile, mettendo in valore le caratteristiche dell’annata e, cosa molto importante, della provenienza da un singolo cru, o da un solo produttore. Modo di fare che alla generalità delle Maison non interessa, ed anzi che cercano di evitare, perché pochi dei cognac in loro possesso si prestano a questo gioco; quindi ecco svelato il perché dell’estensivo blending fatto a Cognac: per equilibrare prodotti dalle caratteristiche diverse, il mediocre con l’eccellente, così da ottenere una qualità media costante. Intendiamoci: se aveste tra le mani uno Château Petrus, lo mischiereste con un Merlot mediocre per farne un buon vino? Ecco, ci siamo capiti.

Grosperrin_2

Guilhem Grosperrin al tavolo di lavoro nella sua azienda

La ricerca di questa Maison tende quindi a cognac che hanno caratteristiche fuori dal comune, e per questo si prestano ad essere degustati splendidamente in purezza e verità. Grosperrin quando trova quello che cerca, dopo lunghi corteggiamenti al vignaiolo ovvero ai suoi eredi, ché loro sono gelosi dei loro tesori, se lo porta a casa, e lo invecchia ulteriormente finché lo ritiene opportuno: solo allora lo spirito finirà in damigiana, e poi in bottiglia, con la dichiarazione di età. Il particolare non è secondario: saprete così quanti anni ha trascorso in botte il cognac, perché un distillato del 1917 per esempio, per quanto sia stato prodotto cent’anni fa, potrebbe essere rimasto in botte solo per dieci, e sarebbe comunque un cognac giovane.

Grosperrin quindi è nell’area di Cognac l’omologo di Darroze nel Bas Armagnac, la famiglia che ha fatto conoscere in Francia e poi nel mondo la grandezza dell’armagnac tradizionale, prima sconosciuta fuori dalla provincia. Persone che non solo comprano e vendono acquaviti, ma le mettono in giusta luce con la loro esperienza e le fanno apprezzare per il loro valore agli amatori ed ai curiosi, e ne narrano la storia. Spesso questi cognac sono patrimoni familiari che vengono dispersi: perché a Cognac si usa regalare una botte ai figli o ai nipoti, ai più fortunati ogni anno, e le si “dimentica”. Eredità quindi dello zio o del nonno del distillatore ormai pensionato, di una vedova, o di figli o parenti che non si occupano di distillazione, a volte invece è lo stesso vignaiolo che deve disinvestire il suo “capitale liquido” per l’acquisto di un trattore o per rinnovare l’azienda; ogni lotto racconta quindi un brano di vita dietro l’apparente banalità di una bottiglia.

grosperrin_cexp

Imbottigliamenti della Maison Jean Grosperrin

L’azienda dei Grosperrin è piccola, imbottiglia circa 30.000 pezzi all’anno, tra acquaviti recenti e da amatori, ma ha grande cura dei suoi prodotti, e del buon nome del cognac di suprema qualità. Ogni sua bottiglia è una piccola o grande emozione, di certo mai scontata.

Ma veniamo alla masterclass del Milano Whisky Festival:

tenuta per l’occasione dallo stesso Guilhem Grosperrin, aiutato dal suo importatore italiano (Ghilardi Selezioni), ha offerto una batteria di cognac notevoli, anche per un navigato assaggiatore come me. Purtroppo pochissime persone hanno colto la rara occasione, ma c’era da aspettarselo: il cognac non è ancora trendy, e i nostri amici del whisky non avevano capito che avrebbero degustato insieme ad un Samaroli del cognac. C’est dommage!

Ci sono stati presentati sei cognac, facendo un giro in tre crus della Charente, dal 2001 al 1948.

FINS BOIS 2001 (BIO) –  45,5°

Volutamente non c’è indicazione di età: è un cognac giovane, punto. L’industria lo chiamerebbe probabilmente XO, sigla misteriosa e dichiaratamente opaca. Ha l’irruenza dei giovani, e si sente tutta, come anche le qualità che ti aspetti dal suo terroir. Il segreto, come sempre è dargli tempo: il cognac è musica classica, e dovete ascoltare tutta la sinfonia prima di giudicarlo. La nostra acquavite si sviluppa in profumi fruttati e floreali insieme, man mano sempre più piacevoli mentre l’alcool svapora, lasciando un leggerissimo tocco maderizzato sul finale. È un cognac di buon equilibrio. Il corpo? Cercatelo altrove, un cognac Fins Bois è per definizione tutta leggerezza: qui si apprezza al meglio.

FINS BOIS 1993 – 50°

I Fins Bois sono il primo dei petits crus, il più vasto ed eterogeneo, tanto da potervi trovare distillati del tutto anonimi quanto chicche deliziose. La loro caratteristica migliore è di donarci dei cognac di alquanto profumo e di corpo esile. Questo distillato dei Grosperrin non si è smentito: il naso è adorabile, delicato, un fruttato che vira all’uva passa facendogli passare un po’ di minuti all’aria. Piacevole in bocca senza mostrare finti muscoli che non può avere, ricorda perfino note appena vanigliate di caramella mou. La bevuta è facile, molto didattica, con tanta grazia, diremmo femminile, ed un po’ di (scusabile) ardore alcolico.

GRANDE CHAMPAGNE 1988 – 47°

Il prèmier cru de Cognac ostenta il suo titolo di nobiltà. Ne ha tutte le ragioni, per quanto i suoi figli rimangano paggi fino alla maggiore età, raggiunta non prima dei 25 anni, come un tempo. Il nostro cognac non li ha ancora compiuti (24yo), perciò è sì complesso e già un poco speziato, ma non del tutto maturo per raccontarsi al meglio: lo farà tra una decina d’anni. Corposo lo è, intendiamoci: è pur sempre un cognac aristocratico.

BORDERIES N° 84 – 57° (brut de fût)

Un cognac del cru più piccolo, e misconosciuto se non agli amatori più avvertiti, alquanto raro da trovare in purezza, perché tutta la produzione finisce negli assemblages delle grandi Maison. Ancora più raro è trovarne come brut de fût ovvero a gradazione piena di botte. I cognac delle Borderies sono i più armonici di tutti i loro fratelli, tenendo una gamba nella finezza aromatica dei Fins Bois, e l’altra nel corpo plastico e complesso delle due Champagnes. In questo bicchierino il naso esprime il terroir al massimo: rotondo e bilanciato, con una vivace punta alcolica. In bocca risente del grado pieno, discretamente aggressivo, ma è materico, appagante, con una deliziosa grassezza. Completo come può essere solo un buon cognac Borderies.

BORDERIES N° 64 – 52°

Invecchiato più di quarant’anni in una sola botte lasciata scolma, una caratteristica eccezionalmente rara, che favorisce una grande evaporazione: circa due terzi di questa botte se la sono bevuta gli angeli; il suo aroma è inconfondibilmente territoriale, e promette grandi cose. Capace di finezza ed insieme complessità, questo cognac è gravido di quell’aroma (burroso? fungoso?) che lo rende desiderabile in sommo grado: il rancio. Sarà presente anche al palato? Altroché: è uno spirito oleoso, intensissimo, superbo, eppure l’acquavite conserva una grazia leggiadra e senza fine, mai riscontrabile nei badiali Grande Champagne di grande età, molto più densi e muscolosi di questa meravigliosa filigrana. Un sogno di cognac da mille e una notte, elegantissimo, concluso e perfetto in sé: e non è un blend, per Bacco. Miracoli delle Borderies, l’unico e vero grand cru della Charente !

BORDERIES N° 48 – 46°

Nel cognac più vecchio della serie, vero tesoro di Jean Grosperrin, la data di nascita non è certificata ufficialmente ma suggerita come i precedenti dal numero di lotto. Questa è una delle grandi annate del secolo scorso, ed è estremamente raro trovarla millesimata, figuriamoci dalle Borderies. Il naso inizia franco, vivo e floreale, aprendosi a leggere note ossidative, segno inequivocabile di un cognac più che maturo. In bocca i profumi si spengono in una deliziosa e tenue complessità, che riesce solo ai cognac molto vecchi: è una bellezza fragile, l’avvenenza di una già splendida donna, di cui rimane il fascino senza più l’erotismo. Gran naso e flebile corpo: sarebbe un perfetto cognac da taglio, ma dona altrettanta gioia berlo così.

* * * * *

Come partecipanti alla masterclass abbiamo vissuto un momento privilegiato di degustazione, che ci ha offerto l’esempio di come i cognac, se custoditi ed imbottigliati da mano felice, possano essere grandiosi senza essere mortificati da un blending equivoco con cento altri fratelli. Una volta per tutte, dev’essere chiaro che non esiste il cognac migliore, ma tanti meravigliosi spiriti, irripetibili nella loro individualità. I nostri amici del whisky grazie ai loro bravissimi selezionatori lo sanno da almeno cinquant’anni.

© il farmacista goloso (riproduzione riservata)

15
Nov
17

Viticoltura sperimentale a Cognac

La viticoltura sperimentale fa tappa a Cognac.

Dal 2015 la Station Viticole, ramo tecnico del BNIC, in collaborazione con l’Institut National de la Recherche Agronomique (Inra) e dell’Institut Français de la Vigne et du Vin (IFV), ha selezionato e piantato in campo aperto alcune barbatelle frutto di incroci, con la caratteristica di resistere alle malattie fungine della vite, peronospora ed oidio su tutte.

Sono stati selezionati quarantatre tipi diversi di viti, coltivate per ricerca, tra ottocento incroci, di cui solo quattro sono stati validati per l’impianto: ora a settembre 2017, è avvenuta la prima vendemmia. Bisognerà vedere come queste selezioni resistenti alle muffe (i cui nomi tecnici sono 1D10, 3G3, 3B12 e 2E5) si comporteranno in distillazione, e se saranno capaci di mantenere un profilo soddisfacente e le caratteristiche agronomiche proprie dell’Ugni Blanc: cioè produttività elevata, vini acidi e poco zuccherini, aromi conformi a quelli del ceppo genitore, e ciclo vegetativo tardivo, idoneo alla regione di coltura.

resistente_BNIC

Il grappolo di una delle nuove varietà resistenti sperimentali – fonte: http://www.BNIC.fr

Intanto questi quattro incroci sono stati giudicati degni della preparazione del dossier per l’iscrizione al registro delle specie viticole entro 5-6 anni di osservazione, e se tutto va bene, entreranno in impianto per le vendemmie dagli anni 2030 in poi. L’anno prossimo verranno piantati in vigneti sperimentali di 1 ha ciascuno, e verranno valutati per tre vendemmie successive, prima del verdetto definitivo sulla loro stabilità agronomica e sulla durata delle loro resistenze.

vigne_cognac

Vigneti nella Charente

La ricerca è cominciata nel 2003 sulla base dell’Ugni Blanc, di cui tutti gli incroci condividono il 50% del patrimonio genetico. La ricerca si sta orientando anche verso altri incroci con più geni di resistenza alle malattie fungine (résistances pyramidées, le chiamano i francesi), ma i cui risultati si vedranno verso il 2030, ed il loro probabile impianto commerciale, sperabilmente, avverrà verso la fine del decennio.

L’obiettivo rimane l’eliminazione quasi totale dei trattamenti antifungini abituali, a condizione che le nuove varietà non determinino un cambio del sapore del distillato. La clientela è molto conservatrice, ed il fatto che il cognac è esportato al 98% fa muovere i ricercatori coi piedi di piombo, dice Jean-Bernard de Larquier, presidente attuale del BNIC. L’obiettivo dell’Ente di tutela è di “far uscire il cognac dall’agrochimica” entro un ragionevole arco di tempo, come si vede, non breve.

La tendenza è chiara, se già quasi 700 dei 4.544 vignaioli del cognac si stanno convertendo o si sono convertiti alla viticoltura sostenibile e/o al biologico in proprio o col sostengo delle grandi Case commerciali.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




Contatto / email

cognacecotognata (@) virgilio (.) it

Insert your email to follow the updates

Archivi

aprile: 2018
L M M G V S D
« Mar    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

Avvisi legali / legal stuff

Questo blog è protetto dal diritto d'autore © (Legge 22 aprile 1941 n. 633).
E' vietato ogni utilizzo commerciale e non commerciale del contenuto, senza consenso dell'autore.

This blog is copyrighted.
© All rights reserved.

Le IMMAGINI appartengono ai rispettivi proprietari e sono pubblicate su licenza. Nel caso di aventi diritto non rintracciabili, contattare il sito per l'eventuale rimozione.

Questo blog viene aggiornato a capriccio dell'autore, quindi non può essere considerato prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001.

Gli articoli pubblicati non sono destinati ad un pubblico di età minore, né intendono incentivare il consumo di alcolici.

Ogni opinione pubblicata è frutto di libera espressione e non ha finalità commerciale alcuna.

NOTA PER IL LETTORE
La pubblicità che può comparire su questo blog non è volontà dell'autore, ma generata automaticamente dalla piattaforma ospitante. Vogliate scusare il disagio.

Annunci