Archive for the 'distillati' Category

23
Apr
18

Al Vinitaly 2018, girando tra il Salone Internazionale dei Distillati

Se andate al Salone Internazionale dei Distillati (chiamatelo pure Vinitaly) non troverete né un padiglione né un settore dedicato che ospita i vari produttori di alcolici. Superare le logiche regionali, e ritagliare uno spazio (come si fa già per Vivit e FIVI) in cui mettere in luce i distillatori italiani ed i rari ospiti stranieri più qualche azienda distributrice potrebbe essere una buona idea, ed una vetrina non trascurabile per le produzioni ad alto grado italiane, che riscuotono spesso più successo all’estero che in casa.

La ricerca della buona bottiglia, va da sé, non è impresa facile: bisogna prima studiare le mappe, con un lavoro preparatorio da caccia al tesoro, poi navigare tra un oceano di produttori di vinelli, vinoni e vinacci, e infine snidarla in mezzo ad un mare di altri liquori: la maggior parte dei produttori di alcolici si dedica anche o soprattutto alla liquoristica, che ha più facilità di commercio e più attrattiva presso il pubblico generale; purtroppo anche in questa nobile arte, in cui gli italiani sono stati creatori originalissimi, e ancora oggi primeggiano, il livello è sceso piuttosto in basso. In un mercato dai mille attori il prezzo finisce per vincere sulla qualità delle proposte, quando

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pure ci sarebbe più di qualche azienda artigiana di cui andare fieri: anche questa branca fa parte dell’eccellenza gastronomica del made in Italy, e nel mondo ce la invidiano tutti quelli che appena ne capiscono di qualità.

Non potevo però fare a meno di andare a cercare tra i distributori qualche maison di cognac che ancora non ho visitato personalmente; sono tantissime, sapete. E se di cognac ne girano pochi sull’Adige, con pazienza qualcosa si trova. Compagnia dei Caraibi distribuisce l’ampia gamma di Cognac Ferrand: mi hanno fatto assaggiare un paio di brandy pensati per la mixology, non privi di personalità: “Renegade Barrel”, un giovane cognac con finishing in botti di castagno (che per questo legalmente perde il diritto alla denominazione cognac, e può solo chiamarsi eau-de-vie de vin), e il

“1840 Original Formula”, che vuole replicare il gusto floreale dell’epoca d’oro del cognac, i decenni centrali del 1800. Drouet & Fils, distribuita da Pellegrini, è una piccola maison familiare con vigneti nei primi due crus, che ci propone l’ultimo nato di casa, un gustoso Grande Champagne a 42° di 7 anni, dal naso elegante, aggraziato al palato, chiamato cognac Melina.

Il brandy italiano non vede molti produttori, oggidì: un nome storico, Carpenè Malvolti, lo distillava un tempo, ma ora ne affina soltanto. Tre sono le qualità offerte in vendita: il “Riserva 7 anni”, focoso ed un po’ dolce, rende nei cocktail ma si lascia bere anche dai non esperti, mentre il “Riserva 15 anni” vuole offrirsi a chi ha maggiori pretese. L’affinamento è ben condotto, ed i brandy sono onesti, più della media nazionale. Faccio un salto da Pojer & Sandri, per salutare l’amico Mario, e pur non avendolo chiesto, ho già il bicchiere in mano: questo funambolo dell’alambicco mi stupisce come al solito! In anteprima in fiera si versa il loro brandy “30 anni”: l’aria di montagna rende fine questa acquavite che danza fiera nel calice eppure conserva una grazia giovanile tutta sua. Bicchiere importante, certo, ma che può essere avvicinato anche dal neofita in tutta facilità.

Ospite internazionale del Vinitaly quest’anno è il Perù, che promuove il suo ardente pisco, non più uno sconosciuto nemmeno da noi: solito piacione il Pisco Portón (Hacienda La Caravedo), già arrivato da tempo nei bar italiani; sincero e molto profumato, senza cedere a morbidezze, il Pisco Legado (Fundo La Esperanza), nella più tradizionale delle sue versioni, distillato da uva quebranta coltivata nella Valle de Mala. Singolare il bruno Inkamaca: è una creazione recente oppure una ripresa di un’usanza popolare? Si tratta di un’infusione della radice della maca andina nel pisco “mosto verde” che produce un amaro tonico dai sapori assai curiosi, con note torrefatte. Vi suggerisco di tenere d’occhio l’acquavite peruviana, c’è ancora molto da scoprire in questa terra ricca di più di 3000 distillerie: il pisco vale davvero un Perù, e farà strada non solo nei vostri cocktail.

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Le sorelle Nonino col padre Benito in distilleria – (dal sito aziendale)

 

La grappa soffre purtroppo di opacità: il nostro distillato bandiera soggiace ancora oggi in patria ad un pregiudizio di mediocrità, e nulla fanno gli attori principali della filiera – le industrie – per risollevarne l’immagine investendo in qualità e trasparenza. E potrebbero, invece di ricorrere a materie prime modeste, a zuccheraggi spinti (peraltro permessi da un disciplinare ambiguo) e ad aromatizzazioni degne di rum dozzinali.

Ma chi tenta di alzare una scomoda voce contro il deplorevole stato di un distillato sì di umile origine, ma che lavorato con arte può competere con i più blasonati fratelli d’oltralpe, viene zittito: vendere conta più di distillare bene. Io non mi stanco, ed è solo per amore della grappa ben fatta.

Il distillato di vinaccia può riservare quindi facilmente cattive sorprese al cliente impreparato ed ignorante, senza sua colpa. Ma buona ed anche ottima grappa se ne trova sempre, a ben cercarla. Prima di tutto dagli artigiani distillatori in proprio.

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Una piacevole conversazione durante la rassegna con la battagliera Antonella Nonino mi ha però rinfrancato parecchio. L’azienda che più di tutte tiene alto il buon nome dell’italica grappa nel mondo la pensa esattamente come me in tema di qualità e trasparenza. Quindi dai Nonino cadrete sempre in piedi: e lo capirete già assaggiando la loro grappa più semplice.

Non disdegnate però i veneti: i fratelli Brunello, distillatori di tradizione quasi bicentenaria in Montegalda, producono belle acquaviti del loro territorio e di altre origini, tra cui una rara “grappa di carmènere” dei colli Berici. Ma se cercate il colpo di fulmine del Vinitaly, i vulcanici trentini di Pojer & Sandri (ebbene sì, ancora loro) ve lo daranno con la loro “grappa Zero Infinito”, ricavata da vinacce di un vitigno ibrido e resistente a gelo e malattie, il solaris: il fruttato se ne esce in 3D, e lunghezza e volume nel calice sembrano davvero infiniti; zero trattamenti in vigna, quindi è pure bio. Volete altro? Chapeau, Mario!

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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31
Ott
17

Tre buoni motivi per venire al Milano Whisky Festival 2017

Fra pochi giorni si svolgerà l’annuale Milano Whisky Festival (11-12 novembre, dodicesima edizione) nell’abituale sede dell’Hotel Marriott.

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Perché partecipare? Quest’anno i motivi di interesse sono maggiori del solito. Intanto una sala più grande, per cui sarà agevole spostarsi tra i banchi degli espositori; sapete, la rassegna è piuttosto frequentata.

Ma le ragioni sono ben tre.

  • La prima è che l’esposizione collaterale (Fine Spirits), per anni dedicata al rum, quest’anno ospiterà una rassegna di brandy: ecco la grande novità. Ancora troppo pochi, e soprattutto di commercianti medio‑grandi, più che vignaioli, per il cognac; un grande négociant e due interessanti produttori, per l’armagnac; mentre per il brandy spagnolo sarà presente un marchio globale. Peccato non aver pensato ad un brandy italiano, ce ne sono di eccellenti, benché piccoli.

  Qui sotto il loro elenco alfabetico (con il distributore italiano):

Cognac Abk6 (Balan); Armagnac Château de Bordeneuve (Compagnia dei Caraibi); Cognac Camus (Onesti Group); Brandy Cardenal Mendoza (F.lli Rinaldi); Cognac Ferrand (Compagnia dei Caraibi); Cognac Jean Grosperrin (Ghilardi Selezioni); Cognac Hine (F.lli Rinaldi); Armagnac Janneau (F.lli Rinaldi); Armagnac Domaine de Laguille (Balan).

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La ruota degli aromi del cognac – fonte: http://www.pediacognac.com

  • La seconda: durante la rassegna verrà presentato il libro di Simon Paul Murat e Davide Terziotti, con la luminosa fotografia di Fabio Petroni. «My Name Is Whisky», un lavoro importante per dimensioni e pagine, che descrive il whisky in 650 bottiglie e 27 profili di ‘chi ci mette lo spirito’ per fabbricarlo. Storie, ritratti, e poesia che impreziosiscono la favola della vostra amata bottiglia. Nelle loro pagine ci faranno credere che il whisky sia il Re degli Spiriti; ma voi fatene la tara. L’hanno raccontata grossa, perché l’acquavite di cereali a loro piace tanto. Però merita almeno di essere sfogliato, si impara sempre qualcosa di nuovo.

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    Il nuovo libro che verrà presentato al MWF 2017

 

  • La terza, ovviamente, i più di duemila whisky che vi aspettano per essere degustati al bicchiere nell’intensa due giorni milanese; ma questo è un dettaglio di nessuna importanza per voi che amate i brandy.

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Naturalmente parteciperò anch’io, e se mi vedrete nell’area whisky non dovrete preoccuparvi, starò salutando gli amici, oppure assaggiando qualcosa per parlarne il peggio possibile (sono perfido: riconosco che ci siano distillati eccellenti, solo che davanti ad un buon brandy fanno di solito una magra figura). È la verità, ma i whisky lovers non lo ammetteranno se non sotto tortura (qualcuno di cui tacerò il nome, pena il licenziamento in tronco, ha già confessato spontaneamente).

L’occasione di degustare così tanti brandy (e malti) tutti insieme a Milano è irripetibile, e forse non capiterà più.

Venite, e… santé (oppure slainte)!

02
Ott
17

From Pisco to Pisco – Milano Pisco Week – fino a domenica 8 ottobre

Per chi non conosce il pisco peruviano, e per chi già lo ama alla follia, va in scena a Milano fino a domenica 8 la Milano Pisco Week organizzata in collaborazione con il Consolato del Perù.

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Già passata da Londra, arriverà a fine ottobre a Parigi: l’iniziativa mira a diffondere tra i milanesi la conoscenza di questa acquavite secolare, che è veramente una protagonista nel bere miscelato, ma che si fa gustare tremendamente anche liscia. E, come dicevo tempo fa, è muy peligrosa ! La sua piacevolezza ve ne farà bere sempre più di quello che avreste desiderato. Altro che gin!

Dove? Ma in numerosi ristoranti e bar sparsi in città, tra locali di tendenza, eleganti lounge di alberghi, e luoghi di ritrovo della comunità peruviana per cui il distillato è motivo di orgoglio e identità nazionali.

Qui l’elenco dei 26 places to be: UGO Cocktail Bar, Eataly, Rebelot del Pont, The Spirit, Monkey Cocktail Bar, Casa Mia, Le Biciclette, Terrazza 12, Café Gorille, Moscow Mule, Ristorante Inkanto, Ristorante El Hornero, Ristorante Amor Y Pasion, Ristorante Pisco, Ristorante Daniel, Ristorante Pacifico, Bulk Mixology Food Bar, Rufus, Morgante Cocktail & Soul, DRINC. Cocktails & Conversation, Twist on Classic, Terrazza Duomo 21, Hclub>Diana, Octavius Bar – The Stage, Ceresio 7, Living Liqueurs Delights.

Naturalmente ogni posto vi servirà la sua interpretazione sul pisco sour, e altre creazioni originali o classiche. Ma non perdete l’occasione di farvi offrire un goccio di pisco puro, e se cenate, provate ad abbinarlo tal quale ai vostri piatti: sarà una sorpresa, e vi si aprirà un mondo, che non immaginavate.

Del resto, il pisco lo facciamo anche noi da decenni, e forse l’avete già bevuto senza saperlo: la ditta Nonino è stata l’apripista di una lunga serie di imitatori. L’acquavite di uva distillata in Italia altro non è che un pisco tricolore, con modeste varianti.

Il brandy non invecchiato, con tutta la ricchezza dell’uva e dei suoi aromi, ed il calore e l’allegria latina, saprà conquistare anche gli incalliti bevitori dei fumosi malti scozzesi: scommettiamo?

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

 

28
Giu
17

Velier Live 2017

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Il logo dell’evento – 70° di fondazione di Velier

Giornata assai simpatica lunedì 8 maggio al Velier Live del 70° di fondazione. L’azienda genovese organizza ogni anno una convention dei propri venditori, alla quale segue un open day per i clienti e per un selezionato pubblico di ospiti: si trovano in mostra pressoché tutto il loro sterminato catalogo e quasi tutti i loro produttori, riuniti da ogni angolo del mondo. Difficile immaginare qualcosa di più live di così.

E siccome «bere i produttori» (cit. da G. Corazzol) è più interessante che il prodotto da solo, soprattutto quando non c’è la mediazione dei vari brand e marketing manager, ne risulta che il Velier Live è in piccolo (ma neanche troppo) una fiera internazionale degli spiriti, perché ai banchi d’assaggio c’è veramente di tutto e di più.

Il patron poi, Luca Gargano, si aggira tra il pubblico divertendosi come un ragazzino; grisaglie e atteggiamento da aziendalista compassato non fanno per lui, ed anche se non ve lo confesserà mai, tutta l’organizzazione della festa è sartorializzata sui suoi desideri, manco fosse quella di un neo-diciottenne con i suoi molti amici, e non qualcosa che riguarda una delle più importanti Case di importazione del beverage italiano. Se pensate poi che lui è un genovese, passerete la giornata intera a domandarvi il motivo di tanta generosità verso gli ospiti. Ma l’uomo è così, e riversa tutta la sua trascinante verve nella propria creatura. Non ci si annoia un momento, ve lo garantisco.

Appena entrato nello Spazio Mega Watt, ormai abituale location (si, ormai qui si dice così) di parecchi eventi milanesi ad alta gradazione, ho incontrato per caso un amico, noto giornalista e scrittore, ed ancor più notorio bevitore di improbabili intrugli americani, polibibite classiche dal nome italiano, e troppa roba scozzese: l’ho subito trascinato a scoprire le acquaviti di vino, ché Velier da quest’anno ha ampliato il proprio catalogo, con mia somma gioia.

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La sede della manifestazione

Usurpando il titolo di cognac ambassador (che effettivamente esiste: le credenziali vengono conferite dal Bureau National du Cognac), ho iniziato a portare a spasso il malcapitato per la regione: prima tappa un assaggio dalla Maison Tesseron, didattico a sufficienza. La Casa, nota agli appassionati per essere stata un tempo uno dei più famosi grossisti di spiriti maturi, offre al pubblico da un po’ di anni una gamma di cognac Grande Champagne di buon invecchiamento. In Italia vengono importati i cognac chiamati Lot n°90, 76, 53, e 29, che indicano approssimativamente la loro età, essendo dei blended e non dei millesimati.

La loro caratteristica comune è di essere piuttosto freschi e giovanili, non dimostrando la loro età; assaggiando queste acquaviti il bevitore smaliziato si domanda se abbiano veramente gli anni dichiarati, mancando dei tratti così tipici dei cognac lungamente stagionati. Il discorso vale in modo evidente per le espressioni più vecchie, che ci raccontano essere di circa 50 e 75 anni: ma ciò potrebbe dipendere dallo stile con cui si compongono i blend, o da cognac dal temperamento non particolarmente marcato. Il mio amico li assaggiava intimidito dallo storytelling, ma vedeva il mio occhio dubbioso: una volta lontani dal banco, gli ho versato nel bicchierino qualche goccia di un campione che avevo in tasca, un cognac distillato da uno dei migliori piccoli produttori della Grande Champagne negli anni ’30 del secolo scorso, vicino per età al loro spirito stravecchio. Ha capito al volo le mie perplessità.

Un altro assaggio l’abbiamo fatto aggirandoci per le vigne di Bouteville, nell’angolo migliore della Grande Champagne. Il vignaiolo, monsieur Giraud, non è uno sprovveduto – in famiglia fanno spiriti giusto da qualche secolo – ed il suo distillato ha tutti i crismi di un cognac comme il faut, in certe espressioni delicato e suadente, in certe altre fiero e maestoso. Il consueto assaggio della gamma, partendo dall’acquavite più giovane, fino ad un senatoriale Très Rare di una buona cinquantina d’anni, aperto apposta per noi, ha fiaccato la resistenza dell’amico whiskofilo ad ammettere che il cognac è il re degli spiriti. Sotto il mio sguardo sornione; perché sapevo per certo che avrebbe piegato il ginocchio davanti a Sua Maestà.

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Cognac Paul Giraud Très Rare

Per consolarlo, da mixologo che è, ci siamo spostati: era opportuno un giro al banco dei pisco, nobili acquaviti sudamericane, anche loro di vino, ma non invecchiate. Velier ha offerto in degustazione le sue Case, una più modaiola e super-premium, l’altra più tradizionale. I barman conoscono il pisco come base fruttata per numerosi cocktail, ma il divertimento è berlo da solo. Il pisco è tuttavia pericolosissimo: è talmente gustoso che andrà giù a bicchierate come fosse una bibita, e vi taglierà le gambe in men che non si dica, con il suo vispo alcool. Attenti al fegato!

Le versioni tradizionali di questa acquavite distillata una sola volta come la grappa sono ben quattro: Puro, da uve non aromatiche (di solito Quebranta), Puro da uve aromatiche (di solito Italia), Acholado, un blend tra le due precedenti, e Mosto Verde, da mosti parzialmente fermentati. Tutte le versioni sono particolarmente interessanti e tremendamente piacevoli, se ben fatte. Il pisco è un mondo affascinante, che merita di essere scoperto. Una volta provato, non vorrete bere più null’altro, se i vostri spiriti preferiti sono quelli bianchi.

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Luca Gargano mentre tiene una masterclass sui rum durante Velier Live 2017.

Abbiamo concluso la gita tra i brandy con l’armagnac. Brandy difficile, questo, al polo opposto del pisco. Se riuscite a farvelo piacere, vuol dire che avete già bevuto il mondo, ed ancora non siete soddisfatti: l’armagnac tradizionale, non quello venduto comunemente, è una vera conquista per l’amatore di distillati, per la sua concentrazione aromatica. In comune con il pisco, è distillato una volta sola e senza venire diluito con acqua, il che ne fa un prodotto dalla forza esplosiva. Tracannarne un bicchierino d’un fiato è impresa che riesce solo ai guasconi.

La sagra dell’azienda genovese offriva le due linee importate, la prima di uno dei grandi négociants della regione, Castarède, e l’altra di un piccolo imbottigliatore indipendente, L’Encantada.

Castarède è il più antico commerciante di armagnac della regione, e possiede anche una tenuta, lo Chateau de Maniban a Mauléon d’Armagnac. La grande azienda offre una gamma ampia di prodotti corretti, ma come sempre la quantità va a scapito della qualità. È un parallelo perfetto con le maison di cognac: il distillato guascone di queste Case commerciali si trova facilmente nei bar e nelle enoteche, ma al prezzo di un prodotto diventato anonimo nel gusto.

Quando un tempo mi confrontavo con bottiglie simili, il mio giudizio sull’armagnac era sempre negativo: gli preferivo senza appello il cugino cognac. Ma era un giudizio viziato dall’ignoranza. L’armagnac delle Maison commerciali, a differenza di quello dei piccoli, è un blend di svariate provenienze, anche quando è d’annata, e sempre diluito con acqua a 40° o appena oltre. Va bene se siete digiuni di armagnac, se lo miscelate, se cercate la facilità di beva. Ma se veramente amate lo spirito di vino, volgerete lo sguardo altrove.

Verso L’Encantada, per esempio: sulle orme del celeberrimo Darroze, pioniere e divulgatore de «le vrai armagnac» nel mondo, questa aziendina fatta da giovani entusiasti vi offre alcune bottiglie che vi faranno capire cos’è davvero lo spirito di d’Artagnan. Anche qui trovate qualche blend, più avvicinabile ed immediato, ma il divertimento è nei loro millesimati. Come da tradizione, recanti il nome del Domaine di provenienza, e a grado pieno. Ne comprendete i caratteri differenti quando li si assaggia di seguito: un’esperienza che giova enormemente ai neofiti. Chi di portamento fiero, chi più compagnone, tutti i loro millesimi raccontano bene la personalità dello spirito guascone. Il più intrigante? Il loro armagnac Ténarèze, secondo cru. Secondo a chi?

Nel seguito della giornata mi sono dato da fare ad avvicinare ai banchi delle eaux de vie de vin altre persone, ragazzi, bartender, gente del rum e del whisky. E in tutti mi sono divertito enormemente a fissarne il viso mentre scoprivano, quasi sempre per la prima volta, queste acquaviti profonde. Già ai primi sorsi restavano stupiti, affascinati dal loro spessore, e dal racconto che il bicchiere sussurrava al loro naso. Quando poi il produttore offriva loro un dito delle espressioni più complesse, che fosse un armagnac di 30 anni, od un cognac di 40 o 50, eccoli tutti ammutoliti, inermi, incapaci di reagire. E tutto ciò che avevano bevuto prima per anni diventava di colpo uno scherzo, una presa in giro.

Sua Maestà il cognac ha conferito a questi bevitori il cavalleresco tocco di spada: allo stesso modo dell’iniziazione degli scudieri medievali, chi assaggia il vero spirito di-vino si fa adulto nel bicchiere, e non tornerà più indietro. Fare loro da padrino è stato un piacere.

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La band mento giamaicana dei Jolly Boys ha concluso la giornata di festa

26
Feb
17

Eventi alcolici di marzo

Il prossimo mese si apre all’insegna del bere forte con due eventi di richiamo internazionale, dedicati rispettivamente al cognac ed al whisky.

COGNAC EXPO NEDERLAND

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Ad Utrecht, sabato 4 marzo dalle 11 alle 20 presso il Carlton Hotel (Floraweg 25), si terrà il primo Cognac Expo in terra olandese.

Circa 150 tra cognac, pineaux e liquori a base di cognac, suddivisi tra 30 maison, piccole e grandi, celebri e familiari, per la gioia dei bevitori in assaggio gratuito, con l’esclusione delle riserve più invecchiate per cui è richiesto un pagamento extra.

Ecco l’elenco delle aziende espositrici: Bourgoin – Camus – Frapin – ABK6 – Leyrat – Le Reviseur – D’ Aincourt – Bache Gabrielsen – Pierre De Segonzac – Dupuy – Paul Giraud – Ordonneau – Michel Forgeron – Remi Landier – Jean-Luc Pasquet – J. Painturaud – Chateau de Montifaud – Maxime Trijol – Duquai – Pierre Lecat – A. de Fussigny – Delamain – Merlet – Distillerie du Peyrat – Chollet – Lise Baccara – Hedonist – Vallein Tercinier – Rémy Martin – Couprie.

Saranno inoltre svolte alcune masterclass gratuite o con biglietto di ingresso; interessanti i temi trattati, tra cui “Cognac ed agricoltura biologica” (J. Pasquet – Cognac JL Pasquet); “L’autentico cognac di vignaiolo” (F. Bourgoin – Bourgoin Cognac); “Maturazione, legno, ed impatto sensoriale” (A. Bortoletto – Universidade de São Paulo); “L’origine dei differenti aromi nei cognac” (A. Vingtier – Rumporter – RdV de France); “L’influenza dell’umidità sull’invecchiamento del cognac” (W. Schuman – Cognac Frapin), ecc.

Per chi ha tempo di andare, questa prima fiera in terra olandese è un’occasione per farsi un’idea importante su cosa è il cognac oggi: l’ampiezza delle Case rappresentate, e l’offerta di pressoché ogni cognac di ciascuna permette di scoprire aziende mai sentite e fondate in questi anni, oppure dalla storia secolare e cariche di fascino.

Per maggiori informazioni:

www.cognacexpo.nl

www.facebook.com/CognacExpoNL

SPIRIT OF SCOTLAND

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A Roma, sabato 4 e domenica 5 marzo, presso il Salone delle Fontane all’EUR (via Ciro il Grande, 10), si terrà la sesta edizione di Spirit of Scotland, il festival romano dedicato al whisky: le giornate offriranno eventi, degustazioni, masterclass, seminari sulla mixology, ospiti internazionali, cocktail bar, tornei tra bartender, area gourmet.

La regia è a cura di Andrea Fofi, affiancato da Pino Perrone e dalla scozzese Rachel Rennie. Nella scorsa edizione si sono visti circa quattromila visitatori, con in mostra oltre 200 marchi, 10 masterclass, 5 seminari mixology e 10 ospiti internazionali.

Quest’anno saranno presenti numerosi bartender di fama internazionale che si sfideranno in mixing contest e offriranno seminari dedicati.

L’ingresso è a pagamento, così come le degustazioni.

Per maggiori informazioni:

www.spiritofscotland.it

03
Feb
17

Il brandy del Portogallo

Nell’universo dei produttori di brandy il Portogallo non brilla certo per celebrità, ma senza dubbio è stato uno dei primi Paesi produttori di questo spirito, vuoi per l’abbondanza di vino, vuoi per la grande richiesta come fortificante del vino di Oporto.

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Veduta di Lisbona – fonte: golisbon.com

Già dagli albori della distillazione gli Olandesi scendevano le coste atlantiche e arrivavano fino a Cadice portando i loro alambicchi, per imbarcare vino quemado e vino fortificato e rivenderli agli assetati popoli nordici orfani del grappolo e dei suoi robusti figli.

Il Portogallo non è mai riuscito, a differenza del vicino iberico, a dare lustro e notorietà alla sua produzione, che pure parte da basi privilegiate per l’abbondanza di ottime uve e per l’antica manifattura. Le sue acquaviti sono all’incirca allo stesso livello di quelle italiane, ottenute da molteplici vini distillati in colonna, ed invecchiate il minimo legale in grandi recipienti.

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Pubbicità d’epoca – Brandy Constantino – ditta d’Almeida

Il consumo del distillato di vino è crollato anche in Portogallo: la  bevanda non è più di moda, come del resto avviene nella vicina Spagna. Nei caffè di Lisbona non si sente più risuonare la frase «Um café e uma Macieira», laggiù sinonimo di brandy quanto da noi la Vecchia Romagna. Del resto le acquaviti di vino di fascia bassa – e pure il brandy portoghese non sfugge a questa tendenza – non hanno più appeal tra i bevitori più giovani, sedotti da esotiche e ben più fascinose bevande. I marchi più diffusi hanno dapprima tentato di combattere il declino con l’incremento dell’esportazione verso i Paesi lusofoni, e poi verso i mercati più assetati come Cina e Russia, con qualche successo, ma non è bastato a risalire la china.

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Uno dei più diffusi brandy portoghesi è Macieira, un’etichetta più che centenaria che occupa oltre la metà del mercato nazionale. Fondata nel 1865 dall’omonima famiglia, e produttrice di acquavite dal 1885, la Casa è stata ceduta nei primi anni ’70 del Novecento alla multinazionale Seagram, ed ora è nelle mani della francese Pernod-Ricard; di recente ha visto trasferire la sua produzione in Spagna, con grande scorno dei produttori di acquavite locali che fornivano l’azienda.

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Pubblicità d’epoca del brandy Macieira

Il brandy seguiva una ricetta formulata dal figlio del fondatore, tale  José Guilherme Macieira, che si era formato come enologo in Francia: si producono tre imbottigliamenti, distillati da uve di diversi vitigni a gradazione di 36° 40° e 43°, invecchiati almeno sei mesi in botti di quercia. Per il 130° di fondazione della Casa, è stata creata un’edizione speciale con acquaviti di 8 anni (in blend con altre di 28 anni).

Un’altra marca diffusa e di antica presenza sul mercato locale è Constantino, dell’azienda Sogrape. Le sue caratteristiche sono sei mesi di invecchiamento e 36°, quindi un altro prodotto base. Ne esiste una versione Superior con 2 anni di invecchiamento in grandi tini. Un tempo prodotto dalla ditta Constantino d’Almeida ad Oporto, era di grande notorietà nella prima metà del secolo scorso.

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Brandy Croft

Altri produttori di una qualche diffusione sono la ditta Carvalho, Ribeiro & Ferreira col marchio 1920; la Croft, conosciuta per il suo Porto; Aliança – Vinhos de Portugal con la sua ampia gamma: Aliança Velha, un 3 anni, un Antiqua VSOP (5 anni), un Antiquissima, brandy 8 anni, oltre ad una riserva Aliança XO 40yo, distillata nel 1963 in alambicco charentais ed invecchiata in botti di quercia portoghese, americana e francese.

In definitiva in Portogallo non troviamo una tradizione distillatoria tale da far emergere un prodotto di livello superiore. Il declino nei consumi è testimone di una manifattura industriale, del tutto priva di interesse per l’amatore di brandy.

Un’occasione persa. Adeus!

 

02
Gen
17

Il brandy australiano

Continuare il giro del mondo alla scoperta del brandy è la missione di Cognac & Cotognata: questa volta è il turno dell’Australia.

Regione viticola immensa, se non per qualità, almeno per superficie, il sud dell’Australia, tra Adelaide e Melbourne ha un clima sufficientemente temperato per permettere alla vite di dare buoni risultati .

Naturalmente dove c’è uva c’è brandy, e anche downunder non si fanno eccezioni. Cosa si fa, come lo si fa, e come si beve brandy, lo scopriremo fra poco.

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Immagine d’epoca – Distilleria St. Agnes – 1925 circa – dal sito aziendale

Le origini del brandy australiano datano agli anni 30 del 1800, nella vasta tenuta del pioniere della lana John Macarthur nell’area di Camden (New South Wales); questo colono aveva cominciato a coltivare uva nella sua proprietà di Camden Park, e a distillare ed esportare brandy verso la madrepatria. Cosa e come si distillasse non lo sappiamo. Alcuni decenni dopo, la più famosa marca nota è la Boomerang Brandy della Joshua Brothers Distillery di Victoria, anche questa esportata verso l’Inghilterra, ed esageratamente reclamizzata avente qualità pari ai migliori cognac. Ma il grosso del brandy era impiegato appena distillato come fortificante per trasportare oltremare il vino, come si fa per il Porto.

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Pubblicità del Boomerang brandy australiano – 1903 circa

Alla base del brandy australiano ci sono curiosamente alcune varietà di vitigni spagnoli: lo jerezano Palomino, il Doradillo, il Pedro Ximenez ed il francese Colombard già visto in Sudafrica, più raramente il nostro Trebbiano. Un tempo era molto diffuso il Moscato di Alessandria, meglio conosciuto da noi come Zibibbo, ma gli vengono preferite le altre per la ragione che il vino ottenuto da quest’ultima uva è ricco di aromi e zuccherino e perciò troppo alcolico e pesante per la distillazione. Il vitigno prevalente resta però il Colombard.

Tuttavia anche le uve spagnole e francesi nel caldo clima australiano producono vini base di almeno 10°-11°, col risultato di dare brandy meno aromatici dei francesi e più densi di corpo.

Le botti sono di quercia francese, spesso già impiegate per contenere vino; il secondo passaggio in brandy estrae i caratteri del vino, e ne aumenta la morbidezza. Dobbiamo quindi aspettarci brandy ricchi e corposi, somiglianti a quelli spagnoli più che agli eterei distillati francesi.

Tutte le case distillano almeno in parte in pot still ed invecchiano in rovere francese. Il brandy deve essere distillato per il 25% a meno di 83°, e per la restante parte a meno di 95°, ma molte case distillano entro gli 83° tutta la produzione.

La legge australiana stabilisce le seguenti qualità:

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Brandy Chateau Tanunda ***

  • Matured: due anni di invecchiamento in botte (3 stelle / VS)
  • Old: cinque anni di invecchiamento (5 stelle / VSOP)
  • Very Old: dieci anni di invecchiamento (7 stelle / XO)

Benché una furiosa tassazione (€ 4700 ogni ettanidro, ovvero 100 litri di alcool puro), quasi 5 volte quella italiana, penalizzi il mercato, il brandy ha prezzi accettabili, ma il suo consumo è crollato negli anni: la sua produzione oggi non supera il mezzo milione di bottiglie all’anno, erosa dall’importazione di spiriti francesi, che costituiscono quasi la metà del mercato del brandy. La sfida per le aziende produttrici quindi è la “premiumizzazione” dei propri prodotti: basta col brandy da quattro soldi, e largo alle bottiglie pregiate, dagli invecchiamenti importanti. Bere meno per bere meglio insomma, ma bisogna anche trovare e motivare i consumatori, per fare margine e guadagno.

Non sono molte ormai le distillerie di brandy in esercizio: la casa più importante e famosa in attività ai nostri giorni è la St. Agnes, appartenente alla famiglia Angove di Renmark (Australia del Sud): qui si produce brandy da 90 anni, e lo stock non è trascurabile. Ben oltre 4000 fusti di rovere francese ospitano le riserve della ditta, vale a dire più di 2 milioni di bottiglie potenziali a pieno grado. La gamma va dal semplice VS passando per invecchiamenti di 5, 7, 10, 15, 20 anni ai prestigiosi 30 e 40 anni in edizioni di lusso limitate.

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La gamma di punta (20-30-40 anni) della Distilleria St. Agnes – dal sito aziendale

Altre aziende sono:

  • la McWilliam’s, famiglia produttrice di vino tra le più note d’Australia a Hanwood (New South Wales): fabbrica un brandy *** base per la mixology.

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    La gamma Black Bottle – dal sito aziendale

  • la Vok Beverages, che sotto il marchio Hardys produce in Renmark (Australia del Sud) un brandy invecchiato due anni chiamato Black Bottle, da vitigni Grenache e Doradillo, con alambicco pot still e doppia distillazione. Si tratta di un prodotto che pesca nella fascia bassa del mercato. L’azienda produce anche una versione VS, blend di acquaviti pot still a singola e doppia distillazione, ed una qualità XO, invecchiata 18 anni.
  • lo Château Tanunda, nella Barossa Valley, ad una settantina di chilometri a nord di Adelaide, una delle più grandi e antiche tenute australiane, fondata nel tardo 1800 per fornire vino all’Europa vittima della fillossera, dal 1906 esportava oltre 3.000 ettolitri di brandy all’anno in Francia. Abbandonato dopo varie vicissitudini, è tornato al suo splendore dal 1998 con la famiglia Geber ed un’impressionante gamma di vini. Il brandy è tornato anch’esso a far parte dell’offerta, seppure con il solo invecchiamento ***, un entry level molto carico di colore.
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Un’ala dello Chateau Tanunda

 

I prezzi variano da AU$ 26 per i semplici *** fino a AU$ 750 per la rara versione 40yo della St. Agnes.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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