Archive for the 'brandy' Category

03
Feb
17

Il brandy del Portogallo

Nell’universo dei produttori di brandy il Portogallo non brilla certo per celebrità, ma senza dubbio è stato uno dei primi Paesi produttori di questo spirito, vuoi per l’abbondanza di vino, vuoi per la grande richiesta come fortificante del vino di Oporto.

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Veduta di Lisbona – fonte: golisbon.com

Già dagli albori della distillazione gli Olandesi scendevano le coste atlantiche e arrivavano fino a Cadice portando i loro alambicchi, per imbarcare vino quemado e vino fortificato e rivenderli agli assetati popoli nordici orfani del grappolo e dei suoi robusti figli.

Il Portogallo non è mai riuscito, a differenza del vicino iberico, a dare lustro e notorietà alla sua produzione, che pure parte da basi privilegiate per l’abbondanza di ottime uve e per l’antica manifattura. Le sue acquaviti sono all’incirca allo stesso livello di quelle italiane, ottenute da molteplici vini distillati in colonna, ed invecchiate il minimo legale in grandi recipienti.

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Pubbicità d’epoca – Brandy Constantino – ditta d’Almeida

Il consumo del distillato di vino è crollato anche in Portogallo: la  bevanda non è più di moda, come del resto avviene nella vicina Spagna. Nei caffè di Lisbona non si sente più risuonare la frase «Um café e uma Macieira», laggiù sinonimo di brandy quanto da noi la Vecchia Romagna. Del resto le acquaviti di vino di fascia bassa – e pure il brandy portoghese non sfugge a questa tendenza – non hanno più appeal tra i bevitori più giovani, sedotti da esotiche e ben più fascinose bevande. I marchi più diffusi hanno dapprima tentato di combattere il declino con l’incremento dell’esportazione verso i Paesi lusofoni, e poi verso i mercati più assetati come Cina e Russia, con qualche successo, ma non è bastato a risalire la china.

*****

Uno dei più diffusi brandy portoghesi è Macieira, un’etichetta più che centenaria che occupa oltre la metà del mercato nazionale. Fondata nel 1865 dall’omonima famiglia, e produttrice di acquavite dal 1885, la Casa è stata ceduta nei primi anni ’70 del Novecento alla multinazionale Seagram, ed ora è nelle mani della francese Pernod-Ricard; di recente ha visto trasferire la sua produzione in Spagna, con grande scorno dei produttori di acquavite locali che fornivano l’azienda.

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Pubblicità d’epoca del brandy Macieira

Il brandy seguiva una ricetta formulata dal figlio del fondatore, tale  José Guilherme Macieira, che si era formato come enologo in Francia: si producono tre imbottigliamenti, distillati da uve di diversi vitigni a gradazione di 36° 40° e 43°, invecchiati almeno sei mesi in botti di quercia. Per il 130° di fondazione della Casa, è stata creata un’edizione speciale con acquaviti di 8 anni (in blend con altre di 28 anni).

Un’altra marca diffusa e di antica presenza sul mercato locale è Constantino, dell’azienda Sogrape. Le sue caratteristiche sono sei mesi di invecchiamento e 36°, quindi un altro prodotto base. Ne esiste una versione Superior con 2 anni di invecchiamento in grandi tini. Un tempo prodotto dalla ditta Constantino d’Almeida ad Oporto, era di grande notorietà nella prima metà del secolo scorso.

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Brandy Croft

Altri produttori di una qualche diffusione sono la ditta Carvalho, Ribeiro & Ferreira col marchio 1920; la Croft, conosciuta per il suo Porto; Aliança – Vinhos de Portugal con la sua ampia gamma: Aliança Velha, un 3 anni, un Antiqua VSOP (5 anni), un Antiquissima, brandy 8 anni, oltre ad una riserva Aliança XO 40yo, distillata nel 1963 in alambicco charentais ed invecchiata in botti di quercia portoghese, americana e francese.

In definitiva in Portogallo non troviamo una tradizione distillatoria tale da far emergere un prodotto di livello superiore. Il declino nei consumi è testimone di una manifattura industriale, del tutto priva di interesse per l’amatore di brandy.

Un’occasione persa. Adeus!

 

02
Gen
17

Il brandy australiano

Continuare il giro del mondo alla scoperta del brandy è la missione di Cognac & Cotognata: questa volta è il turno dell’Australia.

Regione viticola immensa, se non per qualità, almeno per superficie, il sud dell’Australia, tra Adelaide e Melbourne ha un clima sufficientemente temperato per permettere alla vite di dare buoni risultati .

Naturalmente dove c’è uva c’è brandy, e anche downunder non si fanno eccezioni. Cosa si fa, come lo si fa, e come si beve brandy, lo scopriremo fra poco.

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Immagine d’epoca – Distilleria St. Agnes – 1925 circa – dal sito aziendale

Le origini del brandy australiano datano agli anni 30 del 1800, nella vasta tenuta del pioniere della lana John Macarthur nell’area di Camden (New South Wales); questo colono aveva cominciato a coltivare uva nella sua proprietà di Camden Park, e a distillare ed esportare brandy verso la madrepatria. Cosa e come si distillasse non lo sappiamo. Alcuni decenni dopo, la più famosa marca nota è la Boomerang Brandy della Joshua Brothers Distillery di Victoria, anche questa esportata verso l’Inghilterra, ed esageratamente reclamizzata avente qualità pari ai migliori cognac. Ma il grosso del brandy era impiegato appena distillato come fortificante per trasportare oltremare il vino, come si fa per il Porto.

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Pubblicità del Boomerang brandy australiano – 1903 circa

Alla base del brandy australiano ci sono curiosamente alcune varietà di vitigni spagnoli: lo jerezano Palomino, il Doradillo, il Pedro Ximenez ed il francese Colombard già visto in Sudafrica, più raramente il nostro Trebbiano. Un tempo era molto diffuso il Moscato di Alessandria, meglio conosciuto da noi come Zibibbo, ma gli vengono preferite le altre per la ragione che il vino ottenuto da quest’ultima uva è ricco di aromi e zuccherino e perciò troppo alcolico e pesante per la distillazione. Il vitigno prevalente resta però il Colombard.

Tuttavia anche le uve spagnole e francesi nel caldo clima australiano producono vini base di almeno 10°-11°, col risultato di dare brandy meno aromatici dei francesi e più densi di corpo.

Le botti sono di quercia francese, spesso già impiegate per contenere vino; il secondo passaggio in brandy estrae i caratteri del vino, e ne aumenta la morbidezza. Dobbiamo quindi aspettarci brandy ricchi e corposi, somiglianti a quelli spagnoli più che agli eterei distillati francesi.

Tutte le case distillano almeno in parte in pot still ed invecchiano in rovere francese. Il brandy deve essere distillato per il 25% a meno di 83°, e per la restante parte a meno di 95°, ma molte case distillano entro gli 83° tutta la produzione.

La legge australiana stabilisce le seguenti qualità:

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Brandy Chateau Tanunda ***

  • Matured: due anni di invecchiamento in botte (3 stelle / VS)
  • Old: cinque anni di invecchiamento (5 stelle / VSOP)
  • Very Old: dieci anni di invecchiamento (7 stelle / XO)

Benché una furiosa tassazione (€ 4700 ogni ettanidro, ovvero 100 litri di alcool puro), quasi 5 volte quella italiana, penalizzi il mercato, il brandy ha prezzi accettabili, ma il suo consumo è crollato negli anni: la sua produzione oggi non supera il mezzo milione di bottiglie all’anno, erosa dall’importazione di spiriti francesi, che costituiscono quasi la metà del mercato del brandy. La sfida per le aziende produttrici quindi è la “premiumizzazione” dei propri prodotti: basta col brandy da quattro soldi, e largo alle bottiglie pregiate, dagli invecchiamenti importanti. Bere meno per bere meglio insomma, ma bisogna anche trovare e motivare i consumatori, per fare margine e guadagno.

Non sono molte ormai le distillerie di brandy in esercizio: la casa più importante e famosa in attività ai nostri giorni è la St. Agnes, appartenente alla famiglia Angove di Renmark (Australia del Sud): qui si produce brandy da 90 anni, e lo stock non è trascurabile. Ben oltre 4000 fusti di rovere francese ospitano le riserve della ditta, vale a dire più di 2 milioni di bottiglie potenziali a pieno grado. La gamma va dal semplice VS passando per invecchiamenti di 5, 7, 10, 15, 20 anni ai prestigiosi 30 e 40 anni in edizioni di lusso limitate.

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La gamma di punta (20-30-40 anni) della Distilleria St. Agnes – dal sito aziendale

Altre aziende sono:

  • la McWilliam’s, famiglia produttrice di vino tra le più note d’Australia a Hanwood (New South Wales): fabbrica un brandy *** base per la mixology.

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    La gamma Black Bottle – dal sito aziendale

  • la Vok Beverages, che sotto il marchio Hardys produce in Renmark (Australia del Sud) un brandy invecchiato due anni chiamato Black Bottle, da vitigni Grenache e Doradillo, con alambicco pot still e doppia distillazione. Si tratta di un prodotto che pesca nella fascia bassa del mercato. L’azienda produce anche una versione VS, blend di acquaviti pot still a singola e doppia distillazione, ed una qualità XO, invecchiata 18 anni.
  • lo Château Tanunda, nella Barossa Valley, ad una settantina di chilometri a nord di Adelaide, una delle più grandi e antiche tenute australiane, fondata nel tardo 1800 per fornire vino all’Europa vittima della fillossera, dal 1906 esportava oltre 3.000 ettolitri di brandy all’anno in Francia. Abbandonato dopo varie vicissitudini, è tornato al suo splendore dal 1998 con la famiglia Geber ed un’impressionante gamma di vini. Il brandy è tornato anch’esso a far parte dell’offerta, seppure con il solo invecchiamento ***, un entry level molto carico di colore.
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Un’ala dello Chateau Tanunda

 

I prezzi variano da AU$ 26 per i semplici *** fino a AU$ 750 per la rara versione 40yo della St. Agnes.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

16
Apr
16

American brandy – Copper & Kings Distillery – Kentucky

C’è tanto fermento negli States: a differenza dell’Italia le microdistillerie prosperano ed aumentano di anno in anno. Non si fa solo rye whiskey, non solo bourbon, non solo gin. Adesso è il turno del brandy.

Si, avete letto bene: brandy e per di più made in Kentucky, la patria del bourbon. L’idea potrebbe apparire balzana, tanto più quanto questo distillato sembra non appartenere alle corde del bevitore medio americano. Ma pensate solo al fatto che gli USA sono il primo mercato mondiale del cognac, e che ne consumano enormi quantità poco invecchiate.

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I magazzini della Copper & Kings – da http://www.insiderlouisville.com

La neonata distilleria Copper & Kings, di Butchertown (Louisville) è stata fondata da una coppia di imprenditori sudafricani, Joe and Lesley Heron, reduci da un paio di dorati successi imprenditoriali. Gli Heron, venuti dal settore farmaceutico, furono dapprima creatori in Minnesota di una linea di bibite nutrizionali, Nutrisoda, venduta poi al colosso Pepsi, e poi di una sidreria in California, Crispin Cider; il loro prodotto premium venne ceduto nel 2012 alla MillerCoors, multinazionale della birra.

Ora, convertiti al business della distillazione, pur essendo senza esperienza specifica, pensano di scrivere una nuova storia di successo.

Indubbiamente il brandy ha avuto tempi migliori in America, se si pensa che quasi tutti i cocktail primitivi erano a base di cognac, sostituito per ragioni di economia col whiskey. Ma ora la nuova primavera del bere miscelato fa ben sperare per una seconda giovinezza.

La scelta della sede in Kentucky, che notoriamente non ha grandi vigneti, è dovuta alla presenza di un’azienda che già Heron conosceva, e che formula bibite per molte industrie americane. La Flavorman, questo il suo nome, ha anche una dependance, la Distilled Spirits Epicenter, che forma aspiranti microdistillatori.

Le idee della coppia erano chiare: produrre un brandy di qualità partendo da buone materie prime ed un metodo ortodosso. Mica facile improvvisare, direte, ci vogliono anni e tecnica.

Eccoli partire quindi nel 2014 distillando vino californiano, Chenin Blanc, Colombard e Muscat, con l’aggiunta di qualcosa del Kentucky, Vidal Blanc. Doppia distillazione, naturalmente, ed invecchiamento in botti nuove di quercia americana, o ex-bourbon. Secondo la loro teoria, i vini devono essere piuttosto aromatici, per conferire corpo ed aroma al brandy, e mantenere il carattere dei vini d’origine. Tutto il contrario di quanto pensano a Cognac.

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Gli alambicchi dell’azienda – da http://www.Kybourbontrail.com

Il problema si pone però quando parti con un marchio e vuoi vendere subito: che fare, nell’attesa di avere qualcosa di maturo? Per nulla intimiditi, gli Herons si sono procurati numerosi brandy fabbricati da altre distillerie artigianali per iniziare il commercio col proprio marchio. I fornitori erano ben più che felici di sbarazzarsi delle scorte di un distillato ancora snobbato dal mercato.

Grazie agli abbondanti stock di brandy distillato ed invecchiato in giro per l’America, scelti con cura tra quelli prodotti con alambicco a ripasso, e trattati poi dalla Copper & Kings con un metodo solera, è stato ottenuto un blend di base al quale aggiungere gradualmente il brandy dei propri alambicchi: un sistema furbo per garantirsi una certa costanza qualitativa in un tempo limitato, ed ampliare le scorte in maturazione.

La distilleria ha cominciato a lavorare nella primavera del 2014, con vini californiani portati in Kentucky in autobotte; l’obiettivo è dichiaratamente high-end: niente filtrazione, niente caramello, niente boisé, niente diluizione, solo pot-still brandy invecchiato in botti di bourbon, per estrarne tutta la vaniglia. Il risultato dovrebbe essere qualcosa a metà tra la finezza di un brandy charentais e la speziatura esplosiva di un bourbon, con una struttura importante adatta alla mixology. È difficile pensare che possano essere sipping brandies se si vuole un prodotto così gridato.

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Una parte della gamma aziendale – da http://www.foodproductiondaily.com

Cosa fanno? Parecchie cose bizzarre: un brandy invecchiato full proof a 62° (75% ex-bourbon/25% rovere americano), un brandy a 45° (90% ex-bourbon/10% rovere americano), alcuni brandy maturati in botti di birre speciali di microdistillerie, dell’apple brandy invecchiato e non, ed alcune versioni di assenzio, distillate a vapore. La distribuzione è limitata agli USA, per ora.

L’edificio è di design contemporaneo: la distilleria è nata ristrutturando un vecchio sito industriale in mattoni, e completandolo con una parte moderna in vetro e pareti di container riciclati. Attrezzato perfettamente con tre giganteschi alambicchi di rame prodotti a Louisville ed impianti modernissimi, il luogo è pensato per ospitare visite e degustazioni. Un concept simile a quello della Puni di Glorenza, per intenderci. Tutto il mondo è paese.

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La distilleria Copper & Kings – da http://www.louisville.com

Vedremo quanto l’impresa avrà successo; da quel che si può capire, nulla è stato lasciato al caso, ci sono capacità imprenditoriali e capitali in abbondanza, e data la storia del proprietario, è ragionevole pensare che l’azienda una volta ben avviata verrà ceduta ad un importante gruppo del ramo spirits, con lauti profitti: business molto prima che passione, insomma.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

05
Mar
16

Brandy Montanaro Alto grado – 1974

Qualche volta bisogna parlare anche di cose sgradevoli: lisciare sempre il pelo al gatto non fa bene alla verità.

La scorsa primavera, incuriosito da una bottiglia di cui avevo già sentito parlare, me ne sono fatto mandare una. A prima vista sembrava davvero interessante: un brandy italiano a pieno grado, di una distilleria ormai chiusa, invecchiato come fosse un forgotten cask, e distribuito da una prestigiosa ditta con a capo un selezionatore dal naso assai fino: non ho mai assaggiato qualcosa che uscisse dal suo magazzino che non fosse almeno buono.

Era il caso quindi di ficcarci il naso, giacché i brandy prodotti prima del 1980 avevano una loro dignità, anche le modeste bottiglie della Vecchia Romagna Buton, Pilla, Sarti, eccetera, figuriamoci uno ben invecchiato.

Sto parlando del brandy “Dr. Mario Montanaro – Acquavite di vino 1974 Alto Grado 52° – Distillato da Aurelio Ravetto nella sua distilleria a Bussoleno in Val di Susa – Imbottigliato da Distilleria Montanaro – Alba”; questo recita l’etichetta frontale, mentre quella posteriore può darci altre interessanti notizie: “distillato da vini locali a bassa gradazione ed alta acidità, è stato ‘dimenticato’ per più di trent’anni nei magazzini della distilleria ormai chiusa. Un brandy di grande equilibrio, saporito e potente, che non può essere svilito da una riduzione di grado eccessiva. Imbottigliato a 52° esprime al meglio le sue qualità”. Sembrava un’eccellente premessa.

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Brandy Montanaro Alto Grado 1974 – 52° – dal sito cognac-paradise.de

Come potevo rinunciare a degustare una simile chicca? Detto fatto, ma appena versato, nel tulipano è stato (etimologicamente) sconcerto. Non riuscivo a capire che cosa fosse mai: e sì che di brandy ne avevo bevuti, e dei più diversi; nessuno scostante come questo, al naso ben poco gradevole, dagli aromi insoliti e sgarbati per un’acquavite di vino, sbilanciato, perfino aggressivo, e non certo per l’alcool elevato. In bocca era duro, legnoso, amaro, bruciante, con un lieve ma molesto sentore di grappa, disarmonico, dall’equilibrio del tutto fuori squadra. In una parola, un cattivo brandy, nonostante più di 30 anni d’invecchiamento (in tino, in botte di quale tipo? non si sa).

Probabilmente l’odore spiacevole è indice di un difetto, e comunque racconta che è successo qualcosa alla materia prima, o durante la distillazione. Potrebbe trattarsi di un eccesso di ‘teste’ nel prodotto finale. L’invecchiamento è difficile che peggiori un distillato, se è seguito con attenzione. O forse qui la ‘dimenticanza’ è stata fatale all’acquavite, donandole amarezza ed accentuando le caratteristiche negative, oppure ancora per le botti è stato usato un legno mal stagionato e inadatto. Insomma, ho consumato quasi un terzo di bottiglia per capire cosa mai non andasse in questo prodotto. Non ci sono arrivato. Il suo aroma mi fa venire perfino il dubbio che l’acquavite sia stata tagliata con della grappa, ma non posso ovviamente affermarlo. Più strana di questa bottiglia non potevo trovarne. O più semplicemente si tratta di un cattivo distillato, dal rapporto qualità/prezzo ingiurioso.

Allora ne ho voluto fare prova con altri palati, più allenati del mio. Ne ho sottoposto un campione alla cieca ad uno dei più valenti distillatori di brandy italiani, non certo l’ultimo sprovveduto, che ha confermato le mie impressioni di un prodotto difettoso; un altro produttore, pure lui distillatore esimio, al proposito mi raccontava divertito di una degustazione sfociata in una amichevole litigata con il patron della Montanaro, il famoso Oscar Farinetti, che sosteneva caparbiamente di avere il brandy migliore d’Italia: questo.

Confortato da pareri ben più autorevoli del mio, prima di mettermi a scriverne ho provato di nuovo ad assaggiare il brandy in questione, ma ho avuto solo conferme della sua mediocrità. Peccato, davvero peccato.

Caro Farinetti, mi spiace che un portabandiera della gastronomia italiana come lei si presti a far commerciare roba simile, non le fa onore. Ci saranno anche tanti incompetenti disposti a prendere il suo brandy per buono, dato il marchio, ma certe cose non ce le dà a bere. Proprio no.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

31
Gen
16

Il Singani – Un’acquavite di vino d’alta quota

Cosa sarà mai, vi chiederete? Eppure se andate negli States è già un paio di anni che il singani fa furore come nuova intrigante base per i cocktail e non solo.

Ecco svelato il mistero: il singani altro non è che la versione boliviana del più noto pisco prodotto in Perù. Si ottiene però dalla sola uva Moscato di Alessandria, conosciuta da noi come zibibbo, e raramente da uve Mollar, coltivate da 1.600 a 3.000 metri di altezza nelle province meridionali di Chuquisaca e Tarija.

Francobolli di viticoltura eroica in un'aspra valle boliviana.

Francobolli di viticoltura eroica in un’aspra valle boliviana.

Il distillato della Bolivia ha una tradizione plurisecolare, come del resto il suo fratello peruviano. La produzione di uva del paese, esposta al sole andino, è di circa 60/70 quintali per ettaro per un’area vitata complessiva di circa 2.500 ha, poca cosa rispetto ai nostri parametri. Il suo nome pare derivi da una delle prime tenute coltivate a vite del Potosì, gestite dai monaci spagnoli mandati a colonizzare la regione.

Nel Paese di origine il singani si beve raramente puro: più di frequente forma la base di una popolare bibita assieme a succo di limone, gazzosa e un cubetto o due di ghiaccio, che prende il nome di chuflay, all’incirca un pisco sour. I boliviani lo offrono volentieri anche con succo di arancia, ottenendo lo yungueñito.

Chuflay - cocktail boliviano a base di singani

Chuflay – cocktail boliviano a base di singani

Viticoltura razionale nel distretto di Tarija

Viticoltura razionale nel distretto di Tarija

La nascita di questo distillato di vino non invecchiato si deve, come del resto per il pisco, agli spagnoli. La coltura dell’uva in Bolivia tuttavia è più difficoltosa che in Perù, per l’altitudine ed il clima meno propizio: dati i risultati incostanti nella produzione di vino, e la cattiva conservazione dello stesso al tempo in cui non esistevano i solfiti, l’esperienza ha orientato i vignaioli alla distillazione.

Il singani si ottiene dalla distillazione in alambicco charentais dei mosti di fresca fermentazione di zibibbo ed altre uve, avendo cura di mantenere la loro temperatura entro i 20°; altrimenti gli aromi tipici del distillato andrebbero persi. Il vino appena ricavato si distilla al più presto, ottenendo un’acquavite bianca notevolmente aromatica, a 70° circa. Dopodiché la gradazione viene subito abbassata a 40° con acqua distillata e il singani è lasciato riposare alcuni mesi in recipienti inerti. In alcuni casi si pratica perfino la doppia distillazione e l’invecchiamento in botti di rovere, cosa non permessa per il pisco.

Se ne classificano tre tipologie:

  • il gran singani prodotto in altura col vitigno zibibbo in purezza;
  • la primera selección con vini di uve varie;
  • la segunda selección ottenuta dalla fermentazione delle vinacce, ancora aromatica ma più simile alla nostra grappa che ad un pisco.

La produzione di singani è stata per secoli affare familiare, ma da una cinquantina d’anni sono stati introdotti miglioramenti tecnici, colturali e varietali per aumentarne la resa e la qualità, così come si è fatto per il vino locale.
La distillazione è in parte industriale, e in parte ancora artigianale, localizzata prevalentemente nella zona di Tarija. La quantità prodotta risente della limitata superficie vitata, e il distillato viene consumato quasi del tutto in Bolivia.

Rudimentale alambicco artigianale in muratura per distillare il singani

Rudimentale alambicco artigianale in muratura per distillare il singani

Tuttavia il singani sta avendo un successo crescente in USA per l’iniziativa imprenditoriale di un noto produttore cinematografico, Steven Soderbergh, il quale, innamoratosi del distillato durante le riprese di una pellicola su Ernesto Che Guevara, ha preso accordi col maggiore produttore locale per commercializzare in patria col marchio Singani 63 l’acquavite boliviana.

Singani 63, marchio californiano di proprietà del regista Steven Soderbergh

Singani 63, marchio californiano di proprietà del regista Steven Soderbergh

Il singani di qualità è fruttato, floreale, non brucia il palato, ed è un ingrediente versatile in numerosi cocktail. Il suo difetto, mi dicono, è di essere terribilmente gustoso, per cui l’overdose accidentale non è rara. Per ora si trova solo a buon prezzo in Bolivia, ed all’astronomica cifra di $30 la bottiglia in California.

Considerando l’abbondanza di uve aromatiche in Italia, e l’ormai diffusa padronanza dei metodi di vinificazione a temperatura controllata, viene spontaneo pensare all’enorme potenzialità di un prodotto analogo al singani. Il mercato degli spiriti chiari oggi è in mano ai produttori di vodka e gin, e se l’acquavite boliviana nella sua pur piccola realtà produttiva è riuscita a penetrare il grasso mercato USA, immaginatevi quale successo potrebbe avere un distillato dotato di simile versatile bevibilità e made in Italy. Certo, il governo dovrebbe dare una mano aprendo alle norme sulla micro-distillazione, oggi ingessate da una miope burocrazia. Ma sarebbe una grande opportunità per l’utilizzo delle uve aromatiche in eccesso, anche da tavola, e per la tanto sbandierata quanto inesistente crescita occupazionale del Sud. Basta imparare a distillare, il resto l’abbiamo già pronto e di ottima qualità.

© 2015 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

16
Gen
16

Il brandy sudafricano

C’è brandy anche in Africa, cari i miei lettori. La regione temperata alle spalle di Città del Capo, splendido angolo del continente nero, ha tutte le qualità che si richiedono per coltivare l’uva e distillarne il suo prezioso succo. Ed una più particolare: la tradizione boera. Ricordate come questi olandesi laboriosi ed assetati ce li troviamo tra i piedi ogni volta che si parli di brandy?

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Panorama viticolo sudafricano – da http://www.sabrandy.co.za

I coloni arrivati dalle Province Unite infatti, tra le prime cose portarono con loro la vite e naturalmente l’alambicco. Non stupisce quindi che in Sudafrica il brandy sia prodotto da lunga data; ma al di fuori dei confini è pressoché sconosciuto, anche perché viene bevuto quasi tutto localmente.

Di che si tratta quindi? Andiamo a curiosare nelle loro cantine, e capiremo meglio.

L’inizio si fa risalire al tardo 1600, quando i primi coloni vendevano vino da distillare, a volte addirittura a bordo della navi, alle flotte che gettavano l’ancora nella baia del Capo. Si narra che il primo brandy sudafricano fu distillato da un aiuto cuoco a bordo della nave olandese Pijl [Freccia] nel 1672. Pochi anni dopo la distillazione era pratica corrente, e già gli emigrati ugonotti (molti fuggivano come perseguitati, guarda caso, dalle due Charentes) si davano da fare con gli alambicchi, di cui ben conoscevano l’uso. La Rochelle li imbarcava, e il Capo li accoglieva con la loro preziosa esperienza enologica.  SAfrica vigne_4

Non ci è noto ciò che successe nei secoli successivi, ma fino all’abolizione del regime separatista la distillazione fu in mano all’industria locale; liberalizzate le regole, il brandy non è più dominio dei soli grandi gruppi organizzati – la cooperativa KWV (3 marchi) e Distell (12 marchi) sono i maggiori, con numerose decine di alambicchi – ma si assiste ad una craft revolution, con più di 50 piccoli distillatori attivi dalla prima metà degli anni 90. Uniti in associazione (la South African Brandy Foundation), essi promuovono un itinerario turistico, la ‘Cape Brandy Route 62’ tra Cape Town e Port Elizabeth, con numerose soste tra alambicchi, vigneti e panorami mozzafiato. Suona interessante.

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Depositi di invecchiamento – ditta Oude Molen – dal sito aziendale

Il brandy è primo nelle preferenze di consumo di bianchi e neri, benché insidiato da un paio di decenni dall’arrivo di ogni sorta di spiriti importati, una volta decaduto l’embargo al Paese; il whisky ovviamente ha fatto breccia profonda.

I vitigni impiegati per la distillazione sono principalmente Colombard e Chenin Blanc, raramente Ugni Blanc. L’invecchiamento medio è di 5-10 anni, ma alcune aziende arrivano anche a 30 per i prodotti di punta. Talvolta si usa la nomenclatura francese, VS, VSOP, XO. Interessante è l’uso di botti ex vino di terzo o quarto passaggio come contenitori, oltre al rovere francese: potrebbero derivarne aromi interessanti nonostante i brevi invecchiamenti.

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Uno dei brandy artigianali sudafricani – Uitkyk Grand Réserve 1o years – dal sito aziendale

Si dice che i brandy sudafricani possano competere con i cognac: ovviamente si può essere scettici, forse è solo marketing, ma l’assaggio dovrebbe sciogliere i legittimi dubbi. Se capita ve ne riparlerò volentieri.

Ci sono tre categorie di brandy:

– Pot Still (ovvero Cape) brandy: distillato in alambicco discontinuo di rame, con invecchiamento minimo di 3 anni, alcool minimo 38%, il più pregiato;
– Vintage brandy: almeno 30% di brandy pot still invecchiato oltre 8 anni, 60% di brandy distillato in colonna invecchiato altrettanto a lungo, e max. 10% di distillato di vino non invecchiato, alcool minimo 38%;
– Blended brandy: minimo 30% di brandy pot still mescolato con 70% di distillato di vino non invecchiato, alcool minimo 43%, il brandy ordinario.

Alcune aziende si sono specializzate, e c’è chi propone ormai brandy biologici, oppure cask strenght; le produzioni artigianali sono ancora piccole, talvolta di poche centinaia di bottiglie per anno, per le riserve pregiate.

Non possiamo dimenticare di citare l’italiano Giorgio Dalla Cia, inviato dalla distilleria triestina Stock nel lontano 1974 a gestire un’azienda in questo grande paese vinicolo; da pioniere, oggi è diventato un consulente e produttore di vino tra i più reputati.

Giorgio Dalla Cia & Mia Fischer

Giorgio dalla Cia in una recente immagine – da http://www.johnmariani.com

Il grosso del brandy però è ancora un prodotto di battaglia per il consumo della popolazione nera e poco abbiente. Curiosamente anche in Africa chi approda ai distillati di vino pregiati si sente più vicino agli stili di vita della popolazione bianca e ricca: in Sudafrica, come tra i rapper usciti dai ghetti USA, bere brandy di qualità fa ancora status.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

02
Nov
15

brandy spagnolo: cronaca di un suicidio annunciato ?

Da qualche anno il brandy spagnolo sta vivendo delle trasformazioni inquietanti. Andiamo a vedere che succede.

Tutto nasce dalla crisi dei consumi: le vendite di brandy solera – la qualità più giovane ed economica – sono precipitate, ed i produttori sono corsi ai ripari. Come? Ma abbassando i costi di produzione, che domande!

Il brandy solera costituiva la maggior parte della produzione di distillato di vino di Jerez, più dell’ 80% del totale della denominazione, ed era la fonte principale delle entrate delle Bodegas, oltre allo sherry.

Ma come si fa ad abbassare i costi di produzione? Siccome il brandy jerezano è soggetto a denominazione di origine, quindi deve rispettare un disciplinare di produzione, l’unico modo è di uscire dal recinto di queste regole.

PRIMA DELLA CURA Brandy de Jerez solera ‘Veterano’ 36° – Bodegas Osborne – El Puerto de Santa Maria – dal sito http://www.markify.com

È esattamente quello che hanno fatto i produttori: dal 2009 le marche Veterano (Osborne) e Soberano (Gonzalez Byass) tra le grandi, e a seguire quasi tutte le altre, hanno abbandonato la denominazione Brandy de Jerez per due principali motivi.

Il primo è che così facendo possono abbassare la gradazione dei loro distillati fino a 30°; per il brandy invece deve essere di almeno 36°; il secondo, non meno importante è che possono impiegare alcool di origine diversa dal vino, melassa, patate, e cereali, soprattutto.

E quindi?

Quindi non possono più chiamarli brandy: è il prezzo da pagare alla riduzione dei costi. Difatti questi alcolici vengono denominati ‘bevande spiritose’ secondo i regolamenti EU.

DOPO LA CURA bevanda spiritosa ‘Veterano’ 33° – Bodegas Osborne – El Puerto de Santa Maria – dal sito aziendale

Ma il consumatore in tutto questo resta scottato: perché anche se non nota la scomparsa della parolina ‘brandy’ e la misteriosa scritta che la sostituisce, vede benissimo il marchio di fabbrica, immutato.

Il problema si pone anche a livello di distribuzione, perché sugli scaffali di enoteche e supermercati questi succedanei si trovano mescolati ai brandy autentici, senza distinzione di sorta, per di più con identico nome e packaging, come se niente fosse successo. Siamo al limite della frode, seppure formalmente è tutto in regola.

Così accade che il cliente ignaro, perché mica è tenuto a conoscere le sottigliezze del regolamento CE 110/2008, ricompra la ben nota bottiglia e trova che il suo (presunto) brandy è peggiore di prima, ma costa come prima. E finisce perciò a bere altro.

Potrebbe essere l’inizio della fine per il brandy spagnolo; non è improbabile che le bodegas comincino ad applicare la stessa filosofia per le loro qualità superiori solera reserva (almeno 1 anno) e solera gran reserva (almeno 3 anni) che sono ancora brandy, nell’illusione di tenere il mercato.

Pubblicità luminosa dell’una volta brandy ‘Soberano’ – Bodegas Gonzalez Byass – Jerez de la Frontera – CC license – author Xemenendura

In questo gioco al massacro danzano attori con interessi opposti: alla potente lobby spagnola dei produttori di brandy si oppone quella dei fabbricanti di alcool di vino e quella degli agricoltori, che già vedono come il fumo negli occhi l’eccedenza di vino che non finirà più negli alambicchi.

La questione ha investito anche il governo spagnolo e l’Unione Europea, perché le bodegas di Jerez, insieme alla catalana Torres, complici i produttori francesi di brandy (non cognac) invocavano la modifica dei regolamenti comunitari, per i quali solo i prodotti provenienti dalla distillazione di vino al 100% possono adoperare la parolina magica brandy.

L’idea era quella di abbassare la soglia del distillato di vino al 51% e la gradazione a 30°, per ottenere di nuovo la denominazione brandy. L’ente di tutela di Jerez ha fatto però orecchie da mercante.

La lobby italiana dei distillatori (Assodistil) rimane contraria a questo autolesionismo, ma solo perché sono le eccedenze di vino nostrane che fanno lavorare i suoi associati. Melasse, patate e cereali finiscono meno di frequente negli alambicchi italiani.

consejoregulador

La sede del Consejo Regulador de Jerez – da http://www.vinetur.com

Chi trema è il Consejo Regulador del brandy di Jerez, che ha visto perdere, con l’uscita dei prodotti di fascia bassa, il 90% del fatturato degli associati e oltre l’80% della produzione in volume, e di conseguenza le sue entrate. Fino a quando resisteranno gli attuali standard di qualità per i distillati più invecchiati ?

I francesi non permetterebbero mai di confondere così le acque con i loro distillati pregiati, cognac ed armagnac prima di tutto. Gli jerezani invece sembrano ormai in preda alla follia.

E solo perché guardano unicamente ai fatturati e temono la strada della qualità: il brandy spagnolo può ben essere ottimo, ma se abbandona la tradizione virtuosa dietro consiglio dei laureati in economia, che sembrano aver dimenticato il vecchio aforisma ‘ante lucrum nomen’, farà una brutta fine: da ‘el brandy se mueve’ – celebre slogan pubblicitario degli anni ’90 – a ‘el brandy se muere’.

© 2015 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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