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02
Gen
17

Il brandy australiano

Continuare il giro del mondo alla scoperta del brandy è la missione di Cognac & Cotognata: questa volta è il turno dell’Australia.

Regione viticola immensa, se non per qualità, almeno per superficie, il sud dell’Australia, tra Adelaide e Melbourne ha un clima sufficientemente temperato per permettere alla vite di dare buoni risultati .

Naturalmente dove c’è uva c’è brandy, e anche downunder non si fanno eccezioni. Cosa si fa, come lo si fa, e come si beve brandy, lo scopriremo fra poco.

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Immagine d’epoca – Distilleria St. Agnes – 1925 circa – dal sito aziendale

Le origini del brandy australiano datano agli anni 30 del 1800, nella vasta tenuta del pioniere della lana John Macarthur nell’area di Camden (New South Wales); questo colono aveva cominciato a coltivare uva nella sua proprietà di Camden Park, e a distillare ed esportare brandy verso la madrepatria. Cosa e come si distillasse non lo sappiamo. Alcuni decenni dopo, la più famosa marca nota è la Boomerang Brandy della Joshua Brothers Distillery di Victoria, anche questa esportata verso l’Inghilterra, ed esageratamente reclamizzata avente qualità pari ai migliori cognac. Ma il grosso del brandy era impiegato appena distillato come fortificante per trasportare oltremare il vino, come si fa per il Porto.

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Pubblicità del Boomerang brandy australiano – 1903 circa

Alla base del brandy australiano ci sono curiosamente alcune varietà di vitigni spagnoli: lo jerezano Palomino, il Doradillo, il Pedro Ximenez ed il francese Colombard già visto in Sudafrica, più raramente il nostro Trebbiano. Un tempo era molto diffuso il Moscato di Alessandria, meglio conosciuto da noi come Zibibbo, ma gli vengono preferite le altre per la ragione che il vino ottenuto da quest’ultima uva è ricco di aromi e zuccherino e perciò troppo alcolico e pesante per la distillazione. Il vitigno prevalente resta però il Colombard.

Tuttavia anche le uve spagnole e francesi nel caldo clima australiano producono vini base di almeno 10°-11°, col risultato di dare brandy meno aromatici dei francesi e più densi di corpo.

Le botti sono di quercia francese, spesso già impiegate per contenere vino; il secondo passaggio in brandy estrae i caratteri del vino, e ne aumenta la morbidezza. Dobbiamo quindi aspettarci brandy ricchi e corposi, somiglianti a quelli spagnoli più che agli eterei distillati francesi.

Tutte le case distillano almeno in parte in pot still ed invecchiano in rovere francese. Il brandy deve essere distillato per il 25% a meno di 83°, e per la restante parte a meno di 95°, ma molte case distillano entro gli 83° tutta la produzione.

La legge australiana stabilisce le seguenti qualità:

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Brandy Chateau Tanunda ***

  • Matured: due anni di invecchiamento in botte (3 stelle / VS)
  • Old: cinque anni di invecchiamento (5 stelle / VSOP)
  • Very Old: dieci anni di invecchiamento (7 stelle / XO)

Benché una furiosa tassazione (€ 4700 ogni ettanidro, ovvero 100 litri di alcool puro), quasi 5 volte quella italiana, penalizzi il mercato, il brandy ha prezzi accettabili, ma il suo consumo è crollato negli anni: la sua produzione oggi non supera il mezzo milione di bottiglie all’anno, erosa dall’importazione di spiriti francesi, che costituiscono quasi la metà del mercato del brandy. La sfida per le aziende produttrici quindi è la “premiumizzazione” dei propri prodotti: basta col brandy da quattro soldi, e largo alle bottiglie pregiate, dagli invecchiamenti importanti. Bere meno per bere meglio insomma, ma bisogna anche trovare e motivare i consumatori, per fare margine e guadagno.

Non sono molte ormai le distillerie di brandy in esercizio: la casa più importante e famosa in attività ai nostri giorni è la St. Agnes, appartenente alla famiglia Angove di Renmark (Australia del Sud): qui si produce brandy da 90 anni, e lo stock non è trascurabile. Ben oltre 4000 fusti di rovere francese ospitano le riserve della ditta, vale a dire più di 2 milioni di bottiglie potenziali a pieno grado. La gamma va dal semplice VS passando per invecchiamenti di 5, 7, 10, 15, 20 anni ai prestigiosi 30 e 40 anni in edizioni di lusso limitate.

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La gamma di punta (20-30-40 anni) della Distilleria St. Agnes – dal sito aziendale

Altre aziende sono:

  • la McWilliam’s, famiglia produttrice di vino tra le più note d’Australia a Hanwood (New South Wales): fabbrica un brandy *** base per la mixology.

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    La gamma Black Bottle – dal sito aziendale

  • la Vok Beverages, che sotto il marchio Hardys produce in Renmark (Australia del Sud) un brandy invecchiato due anni chiamato Black Bottle, da vitigni Grenache e Doradillo, con alambicco pot still e doppia distillazione. Si tratta di un prodotto che pesca nella fascia bassa del mercato. L’azienda produce anche una versione VS, blend di acquaviti pot still a singola e doppia distillazione, ed una qualità XO, invecchiata 18 anni.
  • lo Château Tanunda, nella Barossa Valley, ad una settantina di chilometri a nord di Adelaide, una delle più grandi e antiche tenute australiane, fondata nel tardo 1800 per fornire vino all’Europa vittima della fillossera, dal 1906 esportava oltre 3.000 ettolitri di brandy all’anno in Francia. Abbandonato dopo varie vicissitudini, è tornato al suo splendore dal 1998 con la famiglia Geber ed un’impressionante gamma di vini. Il brandy è tornato anch’esso a far parte dell’offerta, seppure con il solo invecchiamento ***, un entry level molto carico di colore.
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Un’ala dello Chateau Tanunda

 

I prezzi variano da AU$ 26 per i semplici *** fino a AU$ 750 per la rara versione 40yo della St. Agnes.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

25
Dic
16

5 anni con i miei lettori

Cari lettori, oggi non è solo Natale, ma anche il quinto compleanno di questo blog.

Cinque anni trascorsi nel mondo digitale sono un’era geologica: si è molto fortunati e molto vecchi a sopravvivere così a lungo in Rete.

brandy

Brandy dal mondo – da http://www.cocktailhunter.com

Cosa è successo in questo tempo? Vi ho narrato (quasi) tutto del cognac, voi siete cresciuti di numero mese dopo mese e anno dopo anno, sebbene su questo blog si scriva di distillati di vino, e non di whisky, di rum o di moda. C’è chi ci arriva per caso, chi cerca solo informazioni, e anche chi diventa lettore affezionato. Vi ringrazio tutti, anche se farlo singolarmente sarà impossibile, ormai siete circa 250-300 al giorno.

Ho iniziato un po’ a tentoni, ho divagato talvolta scrivendo di qualcosa che mi piace, di cucina e di birra, ma la mission del blog è sempre stata di raccontarvi gli spiriti di vino e un po’ del mondo che ci gira attorno: dapprima con il cognac, poi col suo cugino di campagna, l’armagnac, e infine andando in giro per il mondo a scovare brandy dovunque ci sia uva, senza dimenticare casa nostra, e qualche altro liquore curioso. Abbiamo viaggiato insieme virtualmente in Spagna, in Armenia, in Ucraina e nel confinante “Paese Che Non C’è”, la Transnistria, in California, in Uruguay, in Bolivia ed in Perù, in Israele ed in Sudafrica, e vi ho portato, pensate un po’, pure ad Avellino. Ma anche ad Oslo, a Manhattan e a Parigi.

E sempre cercando di fare un po’ di divulgazione, di aprire orizzonti, di incuriosirvi, se non di far amare il cognac e gli spiriti di vino a chi non li conosce, e di dare gli strumenti a chi è professionista per essere un po’ più professionale in questo campo ingiustamente dimenticato da noi italiani. Spero di esserci, almeno in parte, riuscito.

alambicco

Un moderno alambicco artigianale

Quante cose vi ho descritto in questi cinque anni? Tra liquori e distillati, anche oltre quelli di vino, la curiosità e gli assaggi non mi hanno mai stancato. L’alcool avvelena, è vero, ma per fortuna ci mette del tempo!

Vi ho già spiegato che da un po’ collaboro con un blog a molte mani, ben più celebre di questo, e quindi una parte delle storie che scrivo, e che non trovate più qua, potete leggerle di là. Ma non mi dimentico di questa mia piccola creatura alcolica, così come non mi dimentico dei miei lettori.

Buon Natale !

04
Dic
16

Degustazioni – cognac Tesseron XO Perfection – Lot n°53

Denominazione: XO Perfection – Lot n°53

Produttore: TESSERON Sarl – Chateauneuf sur Charente

Tipo di produttore: négociant

Cru: Grande Champagne

Qualità: Extra

Gradazione: 40°     

Invecchiamento: “più di due generazioni” secondo l’azienda (oltre 40 anni?)

Vitigni: Ugni blanc, Colombard

Prezzo : € 150-200.

Reperibilità: importato da Gaja Distribuzione.

Cognac

La cripta della chiesa adibita a cantina – dal sito aziendale http://www.tesseroncognac.com

Profilo aziendale: la maison Tesseron ha iniziato la sua attività come affinatore e grossista di cognac invecchiati, prima di acquisire una tenuta. Fornisce cognac di elevata maturità alle grandi maison per rifinire i loro assemblaggi più pregiati, possedendo riserve favolose. I cognac più invecchiati sono custoditi nella scenografica cripta di una chiesa sconsacrata del XII° secolo. Oggi la Casa assembla e vende una parte delle proprie acquaviti, chiamandole con un numero che ne indica all’incirca gli anni in cui sono state distillate, o con un nome evocativo per le riserve più preziose: Légende, Trésor, Extreme.classique53

SCHEDA DI DEGUSTAZIONE

Note gustative: colore ambrato con riflessi mogano; aroma: primo naso leggermente speziato, poi aroma dolce di frutti maturi con vivaci sentori di Madeira, più tardi quasi minerale, tipico di un cognac venerando; alcolicità minima, discreto montant; gusto: poco alcolico, poi rotondo, asciutto, con note speziate, di madeira e di tannini austeri, più elegante che complesso; buona dolcezza dal lungo contatto col legno; retrogusto: moderatamente persistente. Equilibrio: corretto per la sua età.

Cognac in apparenza leggero, che non sembra dimostrare la sua età veneranda; gioca in finezza meglio che in profondità, rivelando una freschezza inaspettata. Buona introduzione ad un cognac stravecchio per chi non ha esperienza di degustazione.

Valutazione sintetica

Aroma                                     

  1. Fruttato / vinosità: 4
  2. Aroma di legno (quercia): 3
  3. Alcolicità: 6       (1=prevalente) (6=minima)

Gusto

  1. Astringenza: 5    (1=prevalente)  (6=minima)
  2. Dolcezza: 5
  3. Rancio: 2
  4. Ricchezza: 3
  5. Corpo (pienezza): 3

Retrogusto (lunghezza): 2

Equilibrio aroma/gusto: 4

Giudizio complessivo:    37/ 60

Voti: 1= assente 2= scarso 3= mediocre 4= buono 5= molto buono 6= ottimo

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

22
Ott
16

Cognac Expo 2016 apre oggi a Bergen

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Si apre oggi a Bergen (Norvegia) Cognac Expo 2016, quinta edizione dell’unica fiera mondiale dedicata solo allo spirito francese.

Nata nel 2011 dall’idea di due appassionati, Nils Henriksen e Kjetil Hansen, la fiera è diventata il luogo di incontro degli amatori nordici (e non solo) del cognac.

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Ai due lati i fondatori della manifestazione con due produttori di cognac. [credit: pagina Facebook di Cognac Expo]

La Norvegia, pur essendo un piccolo Paese, è tra i maggiori consumatori di cognac al mondo, con un’impressionante media di circa mezza bottiglia/abitante, circa 50 volte il consumo italiano, per rendere l’idea. Il 2% di tutto il cognac prodotto viene consumato dagli eredi dei vichinghi, poco più di 5 milioni di persone. Il cognac quindi è un’abitudine consolidata tra i norvegesi, e moltissime aziende dedicano al mercato locale le loro migliori attenzioni. Non possiamo non ricordare alcune delle Case di origine norvegese, insediate da gran tempo a Cognac: Larsen, Bache-Gabrielsen, Jon Bertelsen, Birkedaal-Hartmann, e Braastad.

La rassegna, accolta quest’anno al Radisson Blu Hotel di Bergen, dura lo spazio di un pomeriggio, e permette di farsi una bella idea del mondo cognac: ospita più di 30 produttori, degustazioni, masterclass dedicate a singole Case, e numerose occasioni di incontro e scambio con altri appassionati.

Le masterclass di quest’anno vedranno presenti le seguenti Maison:

Lheraud, Leyrat, Grosperrin, Tesseron, De Luze, Forgeron, Delamain, Braastad, Jean Fillioux, Chateau de Montifaud, e Courvoisier. In più, in anteprima, ieri si è tenuta la tradizionale Extreme Masterclass, protagonista la Casa Tesseron stavolta, con i suoi cognac più esclusivi: tra cui un imbottigliamento pre-fillossera del 1860.

Insomma se siete appassionati, c’è da divertirsi parecchio; e se pensate che la cosa valga il viaggio, cominciate a risparmiare qualche soldino per l’evento dell’anno prossimo: la Norvegia è un Paese costoso per i nostri standard latini.

16
Ott
16

Nuove strade per il cognac

Cognac. La prima, comune associazione di idee che viene in mente è: liquore elitario per pensionati facoltosi. Se non viene in mente nulla, invece, tranquilli: è tutto normale.

Il re dei distillati è ridotto maluccio in Italia, e non solo ad immagine. Non c’è under 40 nostrano che ne abbia bevuto il minimo sindacale per capirci qualcosa di sensato. In compenso loro sanno tutto di premium vodka, cachaça, gin, ed i più acculturati di rum e whisky.

Ma questo vegliardo tra i distillati, che per secoli è rimasto fedele alle sue tradizioni, pur ottenendo ogni anno grande successo di vendite in oriente e negli Stati Uniti, ora sta cominciando a ripensare se stesso, proprio per avvicinare chi non l’ha mai conosciuto.

Complice il cambiamento nel modo del bere forte, sempre più spostato verso la facilità spensierata (e la quantità) dei cocktail, e grazie ad una vigorosa strizzata d’occhio al concorrente scozzese, il cognac si sta rinnovando. O almeno ci prova: timidamente.

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Larsen Summer Blend, acquavite di vino – da Boutiquebarshow.com

Come? È facile: rinunciando alla tradizione, e cercando di acchiappare il gusto di una parte di bevitori che pur avendolo nel bicchiere mai avrebbero pensato al cognac. L’avanguardia di questa tendenza era già stata immessa sul mercato qualche anno fa: ve ne ho già parlato qui.

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Hervé Bache-Gabrielsen con la sua nuova e controversa creatura American Oak cognac – fonte: Charente Libre

Ora uno dei grandi player del mondo cognac si fa avanti con un cognac-non-cognac. Questo: Martell Blue Swift. Che viene dichiarato come Cognac VSOP finished in Bourbon Casks. Avete capito già tutto. La differenza con un cognac normale è solo il finishing. Parola e tecnica finora mai approdate sulle rive della Charente, ma solo per un motivo semplicissimo.

Il cognac maturato in botti diverse da quelle di quercia, o che hanno contenuto altro da cognac in precedenza, perde il diritto alla AOC Cognac, cioè alla propria denominazione. Tant’è che la maison, per la prima volta nella sua trisecolare storia, deve fare a meno della scritta cognac Martell, e chiamare questa creatura ibrida eau-de-vie de vin.

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Martell Blue Swift (acquavite di vino) – da http://www.cognac-expert.com (per gentile concessione – by kind permission)

A dire il vero qualche timido tentativo c’è già stato, da parte di alcune ditte “nordiche”, la Larsen e la Bache-Gabrielsen. Per la prima (Summer Blend, lanciato a Londra al Boutique Bar Show il 20 settembre) si tratta di semplice acquavite di vino non invecchiata, passata per sei mesi in quercia americana, pensata per la miscelazione; per la seconda di 3000 bottiglie di cognac finissato in botti nuove, tostate secondo la maniera del bourbon, riuscendo così a mantenere la denominazione controllata. La Martell invece spiega in etichetta che si tratta di un cognac Vsop; ad un consumatore distratto salterà all’occhio solo il logo della celebre ditta, e non che è un prodotto declassato. Del resto anche a Jerez si gioca su questo. E il dibattito sulla liceità del metodo del finishing, e sulla necessità di rafforzare il disciplinare per sfuggire a queste tentazioni moderne, sta impazzando a Cognac in questi ultimi mesi.

Sottigliezze commerciali, si dirà. L’associazione Martell-cognac è talmente forte che probabilmente non preoccupa la Casa, ma è un segno dei tempi. Il target sono gli USA, il mondo dei cocktail e del rap, gli afro-americani, tra cui il fulvo francese funziona, ma a quanto pare non abbastanza. Il cognac cerca nuove strade per sfondare in mercati ancora sordi alle sue seduzioni: E per batterle, si vende l’anima.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

25
Set
16

La Part des Anges – quando il cognac si fa benefattore

La Part des Anges è un’asta di beneficenza che si tiene nei dintorni di Cognac da ormai 10 anni: la decima edizione ha avuto luogo giovedì scorso, il 22.

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Il momento dell’asta – fonte: http://www.lapartdesanges.cognac.fr

Nata da un’idea di Jérôme Durand, all’epoca direttore della comunicazione del BNIC, dal 2006 l’ente controllore della filiera del cognac organizza ogni settembre un galà benefico al cui termine vengono messe all’asta ventiquattro preziose bottiglie di cognac offerte a turno dalle Case produttrici, e da qualche anno anche un’opera di un artista della regione.  

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La serata di gala – fonte: http://www.lapartdesanges.cognac.fr

I fondi raccolti, circa € 850.000 in dieci anni, sono stati impiegati in quindici progetti divisi tra salute, educazione, scopi sociali e culturali a livello regionale ed internazionale.

Cosa si trova in quest’asta? Di tutto un po’: edizioni limitate delle grandi Case, flaconi artistici o di design estremo, cognac millesimati o blend usciti da qualche Paradiso inaccessibile; in tutte le proposte l’attenzione viene attirata molto più dalla presentazione che dal contenuto, che talvolta è di pregio assoluto, talaltra di semplice curiosità.

Però la sapiente organizzazione, con l’aiuto da quest’anno di una Casa d’aste internazionale, la Artcurial, che offre una piattaforma online per partecipare all’evento anche non essendo sul posto, permette di far raggiungere a queste bottiglie cifre importanti grazie alle offerte di clienti facoltosi di mezzo mondo, segnatamente Russia e Cina.

Un amatore di cognac non avrà mai interesse a questi prodotti (eccettuato qualche imbottigliamento pregiato e meno frou-frou delle Case più piccole), ma ci si fa una buona idea di come il distillato della Charente si è ormai legato a doppio filo al mercato del lusso. L’asta della Part des Anges ne è una vetrina eloquente. Qualche esempio?

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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Frapin – Cuvée François Rabelais n°592 – stima € 5.500

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Rémy Martin XO – Jéroboam dorato con le firme della giuria del 68°Festival di Cannes – stima € 1.000

hine

Hine vintage 1916 – stima € 7.000

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Hennessy Edition Particulière tratta dal Chai du Fondateur – stima € 20.000

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Meukow – decanter in cristallo creato per La Part des Anges – stima € 6.000

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Bache-Gabrielsen Apotek (farmacia) – tutti i crus della regione nei loro stadi di invecchiamento in flaconi da 10 cl – stima € 1.900

 

 

 

 

 

08
Set
16

Hennessy festeggia i suoi primi 250 anni

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L’anno scorso è stato gravido di anniversari per il mondo del cognac: avevo appena fatto in tempo a raccontarvi del tricentenario della maison Martell, che anche il suo rivale (ma non troppo), la Casa Hennessy, iniziava i festeggiamenti per il suo quarto di millennio di attività. Non proprio bruscolini.

Siccome i festeggiamenti di Hennessy sono ancora in corso in giro per il mondo, non mi sento del tutto in ritardo a raccontarvene ora.

Ma cominciamo dall’inizio, così per darvi un’idea di quello che è il marchio di cognac più noto e bevuto al mondo.

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Gli antichi stabilimenti di Hennessy in riva alla Charente a Cognac.

C’era una volta… Richard Hennessy. Irlandese, nato intorno al 1720 a Cork, cadetto del signore di Ballymacmoy, si arruolò nella Brigata Irlandese della fanteria del Re di Francia, cosa naturale per i figli degli aristocratici, che proprio a Cork si imbarcavano per sfuggire al dominio inglese sull’isola verde e per non dover servire l’odiato vicino.

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Il fondatore della dinastia – (1720 circa – 1800)

 

Dopo qualche decennio di avventure ed un matrimonio, troviamo Richard ad Ostenda presso un cugino mercante. Qualche anno più tardi passerà da Dunkerque a Tonnay-Charente (luogo di imbarco del cognac per il mondo) dopo aver fondato la “Hennessy, Connelly & C.”, ed infine lo troveremo stabilito a Cognac proprio nel 1765, che si considera l’anno di nascita della ditta attuale. Gli affari erano modesti, basati sull’esportazione dell’acquavite francese in barili verso l’assetata Irlanda; dopo un decennio infatti lo vedremo trasferirsi ancora, stavolta nella più famosa Bordeaux, lasciando gli affari alcolici al socio. Alla sua morte, nel 1778, Hennessy torna a Cognac ad occuparsi di brandy col figlio Jacques, con la nuova società “Richard Hennessy et Fils”.

Ma il vero salto di qualità della maison avvenne per il matrimonio del figlio con Marthe Martell, discendente della più antica Casa di cognac. Affarista spregiudicato, socio di un nipote di James Delamain, altra grande famiglia di commercianti di acquavite ancora oggi in attività, negli anni della Rivoluzione esportava cognac per conto del governo in cambio di granaglie, arricchendosi molto più di suo padre. Con l’alleanza delle due famiglie si formò così una rete di interessi che portò da quegli anni in poi le loro aziende a controllare la massima parte del commercio internazionale del cognac, ed a stabilirne i prezzi (fino al 1954), e le rispettive zone di influenza dell’export (fino al 1947), di fatto un duopolio difficilissimo da scalfire per gli altri attori del commercio, che raccoglievano le pur generose briciole avanzate dai due grandi protagonisti.

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Antica etichetta della maison Hennessy

 La storia proseguì con il nipote James a cui risale l’attuale marchio “James Hennessy & Co.”, con il pronipote Maurice, geniale innovatore, con i tris nipoti James e Jean, ed ancora altri dopo di loro: una lunga dinastia di abili imprenditori. Molti di loro ricoprirono ruoli importanti nella politica francese, come del resto i Martell. L’azienda, diventata un colosso, nel 1971 fece il colpo grosso, e si fuse con la Moët & Chandon. Confluirà nel 1987 nella LVMH, un conglomerato del lusso mondiale con in portafoglio più di 60 marchi di alto profilo, tra cui Louis Vuitton, Guerlain, Dior, Krug, Ruinart, Veuve Cliquot, Chateau d’Yquem, il whisky Glenmorangie, eccetera.

Torniamo al cognac: oggi la Hennessy è l’attore principale sul mercato mondiale del distillato francese. La sua quota di mercato è imponente, ma già nel 1860 controllava un quarto del commercio mondiale del cognac.

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Il Paradiso della Hennessy – non solo gli angeli vorrebbero dimorarci!

 

 Oltre a possedere il più vasto stock di barili del pregiato distillato, la maison Hennessy dal 1800 circa ha come maître de chai i membri di una stessa famiglia, i Fillioux, arrivati oggi all’ottava generazione. Non è l’unica: la tradizione di avere dinastie di queste figure specializzate era comune nel mondo del cognac, ma Hennessy si gloria della più lunga e continua di queste dinastie di palati estremamente allenati: loro conoscono ogni fornitore, i pregi e i difetti di tutti i cognac conferiti, e cosa importantissima, hanno in mente tutto l’impressionante stock della Casa, migliaia e migliaia di botti, regolarmente assaggiate nel tempo. Una conoscenza unica, tramandata di padre in figlio (o nipote), che permette di riprodurre con costanza il sapore dei cognac offerti in vendita, anno dopo anno, grazie a complessi blend.

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Blasone Hennessy

Il marchio di fabbrica della Hennessy ha una storia curiosa: lo stemma di Richard, il fondatore, portava nello scudo un cinghiale, contornato da un cartiglio con il motto “Vi vivo et armis” (Vivo con la forza e con le armi) e sormontato da un cimiero formato da un braccio corazzato armato d’ascia. Lo stemma, ritenuto poco commerciale, fu presto oscurato, conservandone solo il cimiero (Le bras armé) che divenne il marchio della Casa in uso ancora oggi.

Tra gli altri notabilia di Hennessy, la grande maison ha anche il privilegio di aver dato il nome alle varietà di cognac che ancora oggi troviamo in commercio: si narra che Maurice Hennessy nel 1865 inventasse la prima nomenclatura degli invecchiamenti del distillato francese, indicandoli con un numero crescente di stelle ,da una a cinque. Con il simbolo *** fino a non molti anni fa si indicava il cognac dall’invecchiamento minimo, che oggi è chiamato V.S. Il V.S.O.P. deriva invece dalla richiesta fatta agli Hennessy nel 1817 da parte del futuro re Giorgio IV d’Inghilterra di preparargli una “excellente eau-de-vie vieille de couleur pâle”. Oggi la sigla significa una qualità corrente di età compresa tra 4 e 6 anni. X.O. (eXtra Old) infine è sempre una invenzione degli Hennessy, dapprima nata come riserva familiare; ora invece definisce (legalmente) la qualità più invecchiata del cognac (almeno 10 anni).

Questo, e molto altro è la maison Hennessy, la corazzata del cognac. Come multinazionale che movimenta circa un terzo di tutto il cognac prodotto ogni anno, e circa la metà della qualità più giovane (V.S.), si può ben capire che la qualità non è il suo obiettivo primario, benché offra pregevoli (e carissimi) imbottigliamenti. Ma il suo grande merito, assieme alla sorella più vecchia Martell, è ancora oggi di avere esportato e fatto conoscere il cognac “au quatre coins du monde”. Senza il loro marketing estensivo, quest’acquavite e la città di Cognac non sarebbero i nomi più noti di Francia dopo la Tour Eiffel e Parigi, ma bevande e luoghi semi-oscuri come l’armagnac. Tutti quanti dobbiamo riconoscerlo: dobbiamo la nostra conoscenza del cognac ad almeno una delle due celeberrime aziende.

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Pubblicità d’epoca (Hennessy 3 Star)




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