Archive for the 'cognac' Category

16
Ott
17

La vendemmia dell’annus horribilis 2017 a Cognac – il punto

A vendemmia conclusa tiriamo le somme dell’annus horribilis 2017, segnato a fine aprile da una nevicata e successive gelate tardive, che hanno dato molti pensieri ai vignaioli delle Charentes.

Ormai le macchine vendemmiatrici sono tornate sotto le tettoie, ed il vino ribolle nei tini. Ma quanto ce n’è?

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Macchina vendemmiatrice all’opera

L’annata è stata caratterizzata da due botte di gelo in aprile, di cui quella del 27 è stata la peggiore dal 1991. La grandine, frequente nella regione, ha fatto altri danni a fine agosto.

Il 2017 si ricorderà quindi per una produzione minore, una vendemmia assai precoce, ai primi di settembre, come nel 1999 e nel 2003 – mentre la norma era fino a pochi anni prima iniziare a vendemmiare il primo lunedì di ottobre – ma soprattutto per la grande disparità nella raccolta: alcune zone sfortunate hanno subito danni da gelo fino al 90% della produzione, tuttavia la resa media della regione è stata solo del 20% inferiore rispetto ad un’annata normale.

Nelle zone colpite pesantemente dal gelo i grappoli salvati presentano acini maturi in mezzo ad altri acerbi, ed è stato necessario prolungare la vendemmia per permettere di sviluppare il grado alcolico necessario alla distillazione.

In ogni caso le rese complessive nella AOC Cognac sono state più che discrete, mediamente 90 quintali/ettaro, contro i 110 abituali; la resa in alcool potenziale, dato il grado alcolico medio raggiunto di 9,7° si prevede in 8,5 hl di alcool puro per ettaro; il dramma di quest’anno pazzo è che alcuni poderi otterranno a malapena 3,5 hl di alcool/ha, mentre altri non toccati dal gelo fino a ben 12 hl, un divario raramente visto in zona.

La salvezza dei più previdenti vignaioli verrà dalla cosiddetta “réserve climatique”. Questa riserva altro non è che una parte di acquavite appena distillata, di cui è autorizzata la conservazione in acciaio, per un massimo di 7hl di alcool puro per ettaro di vigna posseduta. Quest’anno si potrà utilizzare la scorta secondo i danni subiti, e quindi il 2017 vedrà l’immissione in botte di circa 100.000 ettolitri di acquavite distillata negli anni precedenti.

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Cognac in invecchiamento

Per alcune maison sarà un’annata da ricordare, purtroppo, per altre solo leggermente infelice; le grandi case hanno riserve sufficienti a soddisfare la domanda di cognac sempre in crescita, con qualche interrogativo quest’anno per le qualità più giovani. Ma il mercato secondario del distillato, che si attiva tra febbraio e marzo, potrà dare risposte alle esigenze di tutti, con la previsione di un rialzo certo dei prezzi. Alla fine è andata meglio di quanto si pensasse ad aprile.

© il farmacista goloso 2017 (riproduzione riservata)

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10
Ott
17

Cognac Expo – Bergen 2017

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Fra pochi giorni avrà luogo a Bergen (Norvegia) l’annuale Cognac Expo, evento completamente dedicato al cognac, di cui i nordici sono assetati quanto nessun altro al mondo.

Si terrà al Radisson Blu Bryggen Hotel, come l’anno scorso ed i precedenti, il pomeriggio del 21 ottobre.

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Interno di un chai di un grande stabilimento: i grandi tini servono per preparare gli assemblages prima dell’imbottigliamento.

Saranno presenti più di 30 espositori, venuti dalla Francia direttamente a Bergen per far conoscere le proprie aziende e tenere una lunga serie di masterclass sui loro imbottigliamenti e le caratteristiche della produzione, in quella che ad oggi è la più importante rassegna settoriale scandinava (ed europea) aperta al pubblico sullo spirito delle due Charentes.

Senza dimenticare l’eccezionale (anche nel prezzo, circa € 275) degustazione estrema, offerta la sera prima ai prenotati, con cognac rari e d’alto invecchiamento: quest’anno a tema “ I cognac tra le due Guerre Mondiali”.

Tra le masterclass di quest’anno vi saranno le aziende: Deluze, Grosperrin, Maxime Trijol, Lheraud, Forgeron, Prunier, Tesseron, Park, Seguinot, Leyrat, Braastad, Frapin, Chateau de Montifaud, e Delamain.

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Vigneti nella Charente

Purtroppo fuori mano, e decisamente costosa per le tasche degli europei del Sud, (l’ingresso costa € 75 comprensivo del bicchiere e 10 gettoni; ogni degustazione 3 o più gettoni, secondo l’invecchiamento; 10 gettoni extra si pagano altri € 42), la fiera offre tuttavia un’occasione di conoscenza invidiabile del cognac, per la qualità degli espositori e per l’elevata professionalità e competenza degli organizzatori, Kjetil Hansen e Nils Henriksen, i quali conoscono ogni cantina della regione e quasi ogni produttore di una qualche importanza. Oltre ad essere tenuta in una delle più affascinanti città nordiche; il freddo non sarà un problema per nessuno dei partecipanti.

15
Set
17

Cognac is the new rum? – Numeri e riflessioni su un trend in salita

Anche il 2016 è stato un anno fortunato per il cognac: le vendite sono in costante aumento, +10,2% in volume e +15,2% in valore.

La passione per questo distillato, che quando è prodotto con amorevoli cure è veramente il re di ogni spirito, per quanto gli amatori di whisky sostengano il contrario, sta crescendo un po’ dappertutto. Ma la parte del leone la fa sempre il mercato statunitense, che assorbe il grosso del cognac più giovane e meno interessante, per miscelarlo.

Centonovanta milioni di bottiglie conta il venduto, con un’esportazione del 98%, per un fatturato di tre miliardi di euro. Una gran bell’industria, se pensiamo che fatto 100 l’export vinicolo italiano 2016, quello del cognac vale circa 54 da solo (!). E c’è tutto il resto della Francia poi.

La crisi è terminata anche sul mercato cinese, che ricomincia a tirare, ma nitidi segnali di ripresa si vedono anche in Europa, con un notevole +22,2% per la Germania, e un +73,3% per la Russia. Qualche vivace spunto si segnala anche in Sud Africa e nei Caraibi francesi, mercati finora poco toccati dal brandy francese.

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Un cognac artigianale – Chateau de Beaulon VSOP

A casa nostra poco si muove per ora: qualcosa però dice che il vento sta cambiando, e forse sta per incominciare un nuovo interesse per questo distillato così snobbato finora dal consumatore nostrano. Gli importatori più attenti stanno introducendo nei loro cataloghi qualche nuova Maison artigianale, ed anche qualche Maison di cognac innovativi. Anche se è certo che queste piccole importazioni non siano ancora in grado di generare un fatturato interessante per la filiera, la cosa significativa invece è l’inizio di un’offerta più ampia per il curioso che volesse sperimentare quanto predico da anni: cioè che il cognac è il distillato migliore che possiate bere. Ma finora era difficile metterlo in pratica.

Diciamolo di nuovo, a scanso di equivoci: non tutto il cognac è eccellente. Bisogna andarsi a cercare questi vignaioli-distillatori e le loro piccole produzioni da poche decine di migliaia di bottiglie/anno, non la grande azienda mondiale. Qui si annidano le gemme, ed il cognac assume la sua dimensione migliore. Quello che viene prodotto dalle stesse Maison per essere poi invecchiato e commercializzato dai notissimi marchi multinazionali nasce all’origine diverso, più standardizzato, e – si può dire? –  senza affetto. Ne ho già parlato su un altro blog.

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Un cognac artigianale vintage – Bache Gabrielsen Pure & Rustic

C’è quindi una gerarchia sottile ed ignorata dai più, all’interno dello spirito francese, che si svela solo visitando le aziende ed assaggiando i loro prodotti. E quando la grande e celeberrima Casa vuole fare un cognac d’eccezione, per intenderci quelli che trovate in vendita in lussuose caraffe che costano un rene, userà sì le proprie riserve, ma come basi. Quello che dà carattere, le bonificateur, come dicono là, l’azienda lo andrà quasi sempre a comprare, una botte o due, dai piccoli vignaioli che avranno messo da parte ed invecchiato una partita di pregio come se fosse un personale fondo d’investimento, o da grossisti specializzati in quest’arte paziente, chiamatela cherry picking se volete. Non diversamente da quello che facevano in Scozia i nostri selezionatori di single malt whisky 50 anni fa. E sappiamo com’è andata.

I cellar master delle grandi Case fanno questo, quando creano un prodotto di lusso: assemblano un prodotto invecchiato a lungo ma con un carattere relativamente neutro, o non certo straordinario, a dei cognac eccezionali che donano il quid che a loro manca, e nasce così la favolosa “riserva dell’imperatore”, oppure qualche altra etichetta destinata ad épater le bourgeois.  Vi ho svelato un segreto del mestiere.

Ne discende che se volete un cognac da urlo, dovrete andarvelo a cercare dai piccoli, pagandolo in genere ad un prezzo molto onesto. Loro ce l’hanno, e non sarà tagliato con acquaviti inferiori: miscelereste uno Château Petrus con un Merlot qualsiasi del Veneto? Ecco.

Quello che mi aspetto dai professionisti italiani della distribuzione è proprio questo: rilanciare il grande distillato francese grazie al buon gusto italiano, e diffonderne la magia nel mondo. L’Europa del Nord è già pronta ad accogliere prodotti del genere, ed anche la Cina. I grandi numeri servono, certo, ma è l’eccellenza che traina il mercato, e rende giustizia al suo valore. A Bordeaux lo sanno da secoli, a Cognac non l’hanno ancora capito, e pensano solo ai volumi: lumaconi, vengono soprannominati in zona.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

20
Mag
17

Il cognac visto da Cognac

Di ritorno da Cognac, mi piace stendere qualche impressione e riflessione su quello che ho visto e scoperto visitando un rappresentativo gruppo di piccoli produttori.

Piccoli, appunto, perché è qui che si fa veramente il cognac. Il merito delle grandi Case, che tutti conoscono per incontrare le loro bottiglie in ogni enoteca o supermercato, è semplicemente quello della larga diffusione. Con rare eccezioni, e comunque numericamente irrilevanti, tutte acquistano il distillato giovane da centinaia di piccoli e medi vigneron.

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L’antica sede della Maison Courvoisier a Jarnac

La struttura della proprietà dei vignaioli-distillatori in Charente è variegata: si passa da produttori minimi, qualche ettaro di vigna (6-10), ai medi sui 20, ai medio-grandi sui 40-50, ed ai grandi con 90-120 ettari. Pressoché tutti distillano in proprio, possedendo da uno a più alambicchi, di solito due; mentre ci sono molti più vignaioli non distillatori che fanno il vino e lo fanno trasformare in acquavite dalle cooperative o da distillatori professionali, ai quali viene venduto; talvolta invece se lo riprendono per l’affinamento.

La massima parte dei bouilleurs de cru vende una parte rilevante della propria produzione annuale alle grandi Maison, con le quali ha rapporti pluriennali di fornitura a contratto. La cosa funziona così: per mantenere una certa omogeneità di stile, il piccolo distillatore è tenuto a lavorare il suo vino secondo le specifiche della Casa a cui fornirà il cognac.

Tutti i parametri di distillazione, a partire dal contenuto di fecce e dalla curva di temperatura, fino al grado finale dell’acquavite, la diluizione con acqua, il tipo di legno, la sua tostatura, e la permanenza in botte, sono definiti nel contratto di fornitura. Lo spirito verrà così venduto al mercante internazionale con un profilo comune a tutti i suoi fornitori, fatte salve le differenze di qualità e terroir del vino di partenza.

Perfino le botti, in alcuni casi, vengono date con una sorta di contratto in leasing al piccolo produttore, il quale non dovrà quindi investire somme importanti in legno nuovo, ma solamente pagare un canone; le botti usate verranno ritirate dal fornitore, una volta “spiritate”, per la maturazione di altri cognac.

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Chai di cognac millesimati – da cognacexpert.com (per gentile concessione)

La piccola Casa si assicura così un ombrello che ne garantisce la sopravvivenza per un tot di anni: non sappiamo quanto invece l’indipendenza, perché oggi basta un piccolo terremoto nei mercati per interrompere questi contratti.

Una volta, quando la dimensione dei grandi mercanti era sì internazionale, ma molto meno strutturata in termini di finanza, i rapporti con i distillatori erano di reciproca fiducia, e la forza economica del primo sopperiva ai bisogni del secondo: un investimento, un nuovo trattore, la cantina da rinnovare, un’annata difficile, tutto veniva garantito dalla grande Casa con una sorta di mutuo soccorso, in cambio delle annate future: ciò significava tranquillità assoluta, ed i rapporti si consolidavano per generazioni. Ogni famiglia di produttori era perciò tradizionalmente legata ad una delle quattro grandi Case, o a qualcuna delle minori.

Oggi le cose sono meno facili, ed è per questo motivo che un numero sempre maggiore di produttori non conferisce più la (quasi) totalità dell’acquavite al grande marchio, ma tenta la strada della commercializzazione con la propria etichetta. La cosa riesce bene a chi è in aree privilegiate, o ha alle spalle uno stock interessante di cognac con cui differenziare l’offerta. Però ci sono giovani maîtres de chai che battono strade innovative, per emergere dalla massa.

Conversando con i produttori, con in mano uno dei loro ottimi cognac – perché fortunatamente mai ho bevuto da loro qualcosa di anche solo mediocre – mi veniva talvolta spontaneo chiedere «Non fornirete per caso alla Maison X questa roba, vero?», e la risposta mi era invariabilmente data con un sorrisetto malizioso, ed un po’ orgoglioso.

In pratica, una volta terminato di distillare per la grande Casa, il bouilleur de cru fa il suo cognac come piace a lui, o come glielo hanno insegnato nonni e genitori; e state sicuri che sarà (quasi) sempre ben fatto, e con tutto il carattere che vi si può imprimere.

Per cui già alla nascita del cognac si crea una gerarchia qualitativa: lo stesso vino del vignaiolo subirà due processi diversi, uno standardizzato, funzionale alle esigenze della grande azienda multinazionale, ed uno personale, ancestrale od anche individuale, che esprime l’anima di quel domaine e dei suoi artefici. E questo è molto più limitato in quantità.

Le variabili sono numerose: dal vino ottenuto con vitigni diversi dal trebbiano, alle parcelle migliori dell’azienda, fino all’uso del legno, il grande segreto del mastro distillatore, passando per la gestione dell’alambicco, e dall’alambicco stesso, ogni passaggio può aggiungere quel tocco di unicità che lo differenzia dal suo vicino di vigna.

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L’alambicco charentais di un produttore artigianale

Troverete due stili prevalenti nel cognac: quello che esalta il frutto, perciò un distillato chiaro e delicato, e quello che è segnato dal legno, quindi corposo e tanninico. All’interno di queste due grandi famiglie, le nuances sono notevoli, e ci si aggiunge la variabile “età del distillato”. È tutta questione di gusto poi, e di sensibilità personale.

La cosa sorprendente, girando tra gli alambicchi con il mio compagno di viaggio, un appassionato norvegese, è come fossimo sempre d’accordo nel valutare la qualità di un cognac, ma mai quando si trattava di decidere la bottiglia migliore della gamma. A lui piacevano sempre i cognac maturi con un buon equilibrio tra le componenti frutto/legno, ed a me quelli più giovani e freschi, oppure quelli molto vigorosi: tra gli estremi di gamma ed il punto di equilibrio, i nostri gusti non si incontreranno mai. Ne abbiamo discusso per ore, e la spiegazione alla fine è emersa chiara: si tratta di una questione fisiologica. La sua sensibilità al tannino è alta, quindi un cognac il cui carattere è impresso dal legno risulta a lui più amaro che a me, e gli può piacere solo se è bilanciato da tanto frutto. Mentre se l’acquavite ha dei difetti di distillazione, ce ne accorgiamo entrambi, invariabilmente. Non c’è quindi il cognac migliore, ma solo quello che piace di più.

Per questo motivo mi sono portato a casa diversi cognac VS (i più giovani) che in teoria un conoscitore disprezza, per essere ancora degli infanti. Invece sebbene la loro maturazione sia appena cominciata, e secondo il produttore varia da 4 a 7 anni, questi cognac portano in sé il carattere del loro padre, il vino, perché il legno non gli ha ancora donato tutto ciò di cui è capace. Ne emerge bene il terroir, e la personalità dell’alambicco, o del distillatore, e vi assicuro, non hanno nulla a che vedere con i fratelli scialbi delle Maison commerciali. Non li si può accusare di nulla, se non di un po’ di zucchero: la gioventù non è mai un difetto, anzi è dolce. Che bella scoperta, direte!

Al contrario, tutti i cognac VSOP (il secondo grado di invecchiamento) di qualunque produttore mi hanno lasciato freddo: il legno impronta finalmente il cognac, ma l’acquavite è, si direbbe, in uno stato ancora adolescente. Come una ragazzina né carne né pesce, ogni lingua lo esprime diversamente: in francese «sans fesses ni tetons», in tedesco «Backfisch». Ad ogni modo senza un carattere definito. Molto, molto meglio puntare sui VS o sui Napoleon, che ormai 12-15enni hanno cominciato ad esprimere chiaramente la loro personalità.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

28
Apr
17

Incubo a Cognac – il gelo devasta le vigne

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Vigneti devastati dal gelo chez Pasquet – Eraville (Grande Champagne)

Una terribile gelata ha brutalmente distrutto la futura vendemmia 2017 nel Cognaçais. Tra la notte di mercoledì e quella di giovedì 27 aprile l’estremo freddo, con punte fino a -5°C nelle parti più basse delle valli ha bruciato le vigne già germogliate da almeno 15 giorni.

Il caldo eccezionale di marzo, seguito dall’intensa ondata di freddo tardivo ha reso i vigneti privi di difese davanti a questo rischio, e compromesso il raccolto. Si stimano danni del 20% per i più fortunati, e fino all’80% per i vignaioli più colpiti.

Ogni cru ha subito gravi danneggiamenti. Il peggiore incubo dei vignaioli, prima ancora della grandine, frequente da queste parti, si è materializzato come nel 1991, l’année terrible che aveva devastato i vigneti come stavolta.

Se potete, quest’anno comprate una bottiglia di cognac dai piccoli produttori. Li aiuterete a superare una crisi che compromette la loro indipendenza ed il loro appassionato lavoro. Grazie.

12
Mar
17

Il cognac al Salon International de l’Agriculture 2017 – rare presenze ed una coraggiosa sorpresa

Spulciando tra le pieghe del prestigioso Salon International de l’Agriculture, tenutosi a Parigi presso la Fiera alla Porte de Versailles, a cavallo tra febbraio e marzo, si è notato una volta di più come i produttori di cognac non ripongano alcun interesse verso il mercato domestico.

La vetrina è invero prestigiosa: la più importante fiera agricola generale di Francia attira un vero oceano di visitatori, sei milioni, da mezzo mondo. Ed il Concours Général Agricole, che si tiene durante la fiera, nato per selezionare e premiare i migliori prodotti di Francia, resta pur sempre un vanto per ogni vincitore, e fa vendere meglio qualsiasi merce.

Ma la disaffezione dei produttori di cognac è totale: nessuna grande Maison ha investito in uno stand, nessun produttore di qualche rinomanza si è fatto notare tra la folla degli altri espositori. Dopo tutto, il 97,5% del cognac viene esportato. A che pro quindi darsi da fare in patria?

Nemmeno il BNIC, l’Ente regolatore della filiera cognac, ha speso granché stavolta: ha allestito solo una mostra fotografica in bianco e nero per documentare il lavoro dei vigniaioli e dei distillatori delle due Charentes.

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Una delle fotografie in mostra – Credits: http://www.sudouest.fr e Stéphane Charbeau /BNIC

 

L’unica curiosità, degna peraltro di qualche interesse, è stata la comparsa di un’oscura piccola maison di cognac. Che è successo?

Il viticoltore e distillatore, Philippe Davril, risoluto di fare emergere la sua regione (la Charente Maritime) ed il suo cognac ricavato dai 18 ettari familiari del podere chiamato Le Soleil des Loriots sito nel quinto e periferico cru, ha deciso di etichettare il suo distillato col nome di Cognac Bons Bois.

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Philippe Davril e la sua gamma di cognac e pineau – credits: http://www.Sudouest.fr

Può sembrare una sciocchezza per chi non è abituato alle sottigliezze del cognac, ma il gesto è, se non rivoluzionario, provocatorio. Di solito i cognac dei Bons Bois finiscono per la loro totalità nei blend più scadenti da supermercato per placare a buon mercato la sete dei nordici, e le grandi Case difficilmente vi fanno ricorso, preferendo loro i più abbondanti cognac del quarto cru (Fins Bois), di maggiore finezza aromatica.

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Philippe Davril presenta il suo cognac Bons Bois – credits: Youtube – News on Line

I cognac Bons Bois sono quindi estremamente rari un purezza, e se mai si trovano, vengono etichettati sotto il più rassicurante e vendibile nome di cognac. Nondimeno, se sono prodotti in alcuni fortunati angoli del vasto territorio, climaticamente e geologicamente svantaggiato ma non dappertutto, si possono gustare dei cognac corposi e dagli aromi gravi (i francesi lo chiamano gout de terroir). A differenza della Grande Champagne e della Petite Champagne, eterei distillati paragonabili a violini e viole, i cognac del quinto cru svolgono la parte del contrabbasso nella gamma degli aromi dell’acquavite francese.

Per cui non si può che plaudire all’iniziativa del coraggioso viticoltore, e sperare che altri seguano la sua strada, nell’ottica della valorizzazione delle caratteristiche di ogni cru, oggi uccise dal blending controllato dalle grandi case commerciali. Unica delle grandi a cantare fuori dal coro, la Maison Camus sta cercando di valorizzare il sesto cru, tacendone tuttavia l’equivoco nome legale di Bois Ordinaires, oscurato a favore di un furbo Island Cognac. Ma pare che abbia un certo successo. Quindi coraggio e bravò, monsieur Davril!

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

19
Feb
17

Ragionamenti sul futuro del cognac

Interessante discussione sul futuro del cognac in questi giorni su una pagina Facebook.

Si ragionava tra produttori ed appassionati della possibilità di utilizzare botti diverse da quelle tradizionalmente impiegate nella maturazione del cognac, ovvero il rovere francese del Limosino e del Tronçais, e del futuro del cognac: innovazione contro tradizione.

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Un Paradis con botti di cognac  – vendemmia 1900

Il disciplinare più recente del cognac, per una (voluta?) omissione, non stabilisce più la provenienza delle botti, purché siano nuove e di quercia; questo ha lasciato lo spazio ad alcune Case di sperimentare le maturazioni in legni diversi (in pratica solo in legno di quercia americana, ovvero quelle impiegate per fare il Bourbon, le più economiche ed abbondanti sul mercato).

Le posizioni sono diverse: alcuni produttori tradizionalisti ritengono che la botte debba ancora essere di quercia francese, mentre molti appassionati vedono di buon occhio una nuova strada verso profili gustativi mai osati prima.

Indubbiamente una delle grandi risorse degli spiriti concorrenti, whisky e rum, sono le botti (usate) di diversa provenienza, per aggiungere sapori e colori a materie prime povere di congeneri aromatici. Nel caso del cognac, derivato dal ben più ricco vino, ce n’è poco bisogno, a meno di ragionare su invecchiamenti brevi o brevissimi.

Il pericolo in agguato, è, come per lo spirito scozzese, l’andare verso l’uso di legno di sempre peggiore qualità, mal maturato e mal scelto, per abbassare i costi di produzione del prodotto. Il compianto Samaroli diceva che una delle cause dell’inferiore qualità del whisky rispetto al passato era proprio nell’uso di botti qualunque. Potrebbe succedere domani anche col cognac.

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Tostatura delle botti di Bourbon whiskey – da thedailybeast.com

L’uso ragionato del legno di qualità è sempre stato l’arma segreta per creare cognac di straordinario profilo aromatico, vedi il lavoro di una vita di Pascal Fillioux, che per questo è stato definito il “mago degli aromi”. L’erede, Cristophe, non vede un problema nell’uso di altri legni, ma lo considera al più un esperimento divertente, non certo un’opportunità.

Hervé Bache-Gabrielsen, della Casa franco-norvegese, che ha prodotto un cognac di questo tipo, considera invece l’uso di maturazioni in legni non tradizionali un modo per innovare il cognac e per avvicinare i consumatori più giovani con un linguaggio più familiare, poiché gli under 30 sono intimiditi da un prodotto a loro sconosciuto. La diversità è la chiave, sostiene, distingue e apre orizzonti, specialmente per le piccole e medie Case che non possono competere con le grandi Maison, nelle cui mani si concentra il 92% del commercio del cognac.

Un altro appassionato pensa che il cognac deve aprirsi ai più giovani con queste nuove strade, mantenendo al contempo la tradizione secolare. L’argomento è difficile: il cognac ha il piede lento, come gli abitanti del territorio, chiamati in dialetto cagouillards (più o meno lumaconi). Adattarsi al mercato dovendosi portare dietro la zavorra di secoli, e le lente maturazioni, rischia di far arrivare all’obiettivo quando il consumatore ha già cambiato moda. I trend nel mondo dell’alcool sono volatili: oggi va il gin, ieri era il whisky, domani sarà il rum bianco o la tequila; il cognac ha bisogno di questi azzardi?

Eppure rincalza Bache-Gabrielsen, siccome i bevitori oggi sono molto mobili, non vanno annoiati con una bevanda monolitica e che sa poco differenziarsi da una Casa all’altra. Bisogna innovare ed incuriosire, per portare col tempo il consumatore a scoprire il vero cognac.

La mia impressione in questo dibattito, tuttavia, è che il cognac non abbia bisogno di tradire le proprie origini con strambe maturazioni stile whisky o altri magheggi. Il suo carattere deciso, la sua attitudine all’invecchiamento, dove le migliori acquaviti cominciano ad esprimersi all’età in cui gli altri spiriti sono decrepiti o sviluppano un coacervo di aromi ormai illeggibili, sono ancora la strada maestra.

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Cumuli di botti di Bourbon usate in attesa di compratori

Se in un domani il disciplinare ammettesse pure, oltre ai legni diversi, anche l’uso di botti già adoperate, come è consuetudine per il grosso degli spiriti da invecchiamento escluso il Bourbon, non sarebbe un male, ma solo come strumento per avvicinare il consumatore giovane ad un prodotto (giovane) con maggiore attitudine alla miscelazione perché ingentilito e limato negli spigoli non dal tempo ma dalla botte attiva.

Un cognac ex-Porto o ex-PX sherry, o ex-marsala, avrebbe un profilo aromatico incredibilmente adatto all’uso nei cocktail, o perfino sorprendente se bevuto tal quale, in giovane età, tra 5 e 10-12 anni.

Siccome il consumatore giovane ha il “dente dolce”, come dicono in America, offrirgli un cognac VSOP anche zuccherato non basta più, tanto è abituato a rum sciroppati e a beveroni di ogni sorta. La strada è, temo, segnata.

Se ne capisce qualcosa, prima o poi si farà sedurre dal cognac serio, e piegherà il ginocchio davanti a Sua Maestà il Re degli spiriti.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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