Archive for the 'cognac' Category

17
Giu
18

La Casa di Cognac – saga di una famiglia e della sua ossessione, l’acquavite.

La Casa di Cognac, un nuovo romanzo dell’autrice francese Yolaine Destremau, è uscito da una settimana per i tipi della casa editrice Barta.

Per una volta farò pubblicità (gratuita), che non è abitudine di queste pagine, come ben sanno i miei lettori. Il motivo è semplice.

L’opera tratta, dietro il sottilissimo velo della finzione letteraria, della saga degli Hennessy, la grande dinastia di commercianti di cognac, con la quale l’autrice è del resto imparentata, essendo la pronipote di James Hennessy II, e la nipote di Alain de Pracomtal, presidente del consiglio di amministrazione della grande maison dal 1966 al 1992.

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La copertina del romanzo

 

Già dalle prime pagine siamo trascinati in pieno nell’epopea del fondatore, cadetto di una famiglia nobile di Cork, partito dalla terra natale per arruolarsi nella Brigade Irlandaise dell’esercito francese; la storia lo vedrà poi sposarsi in Inghilterra, commerciare ad Ostenda, ed approdare infine a Cognac, luogo in cui la famiglia creerà la sua gloria.

Lo sguardo dell’autrice non è solo storico, ma da insider ci rivela le passioni, i drammi, e le miserie della celebre dinastia, ondeggiando senza paura tra il romanzesco ed il verosimile. E come ce ne sono in tutte le grandi famiglie, mette a nudo cupidigie, ambizioni, scandali, politica, affari, lotte e conflitti. Ma anche il successo, che, sebbene l’azienda sia passata alla multinazionale LVMH, oggi mantiene Hennessy stabilmente nel posto del primo produttore di cognac al mondo, con metà del venduto dell’intera regione. Un primato inscalfibile.

Il romanzo, teso e scorrevole, ci porta lungo il filo dell’ossessione per il fulvo distillato dentro i segreti: della fabbricazione del cognac, degli affari della potente famiglia, e delle sue otto generazioni di «sopravvissuti, resuscitati ogni volta» al comando della maison, e mette in luce il ruolo delle figure femminili, all’ombra dei padri e dei mariti ma con un ruolo chiave nel preservare gli equilibri della stirpe. Il libro, nonostante provenga dall’interno della famiglia, non ha ricevuto alcuna approvazione né dalla dinastia né dall’azienda.

C’è qualcosa… che ci farà… diventare il produttore più famoso al mondo. All’improvviso Richard allungò la mano gialla e ossuta e si aggrappò a quella di suo figlio. E esalò quelle parole, le ultime della sua vita: “nuoteremo. Sai nuotare? Allora nuoterai”. Poi un terribile panico invase i suoi lineamenti. E il silenzio si chiuse su di lui come un mantello di pietra»

 LA CASA DI COGNAC; Yolaine Destremau; Barta edizioni, pagine 200; € 13.

ISBN 978-88-98462-13-1

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03
Giu
18

Un cognac con finishing in quercia Mizunara: possibile?

Il cognac si sta aprendo al mondo del finishing, pratica corrente degli altri distillati invecchiati, in particolare del whisky.

Finishing non significa altro che un passaggio dell’alcolico al termine della maturazione in una botte particolare, in genere attiva per aver contenuto vino o altri distillati; di solito questo processo dura qualche mese o poco più, giusto per il tempo di estrarre le caratteristiche tipiche della botte, e per armonizzarle nel distillato.

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Cognac Park Borderies Mizunara – 43,5° – fonte: sito aziendale

Il cognac si è sempre contraddistinto per la chiusura a queste pratiche considerate non ortodosse, non avendo bisogno, lui, nobile di nascita, di mescolarsi ad aromi estranei per acquisire maggiore finezza.

Ultimamente però dal rigoroso disciplinare della AOC Cognac è scomparsa una paroletta – francese – dopo il termine legno di quercia. Questa in apparenza insignificante modifica ha dato adito alla possibilità di sperimentare l’uso di altri roveri senza perdere la denominazione d’origine; cosa che avverrebbe certamente con legni di altra natura: già lo si è visto a proposito del Blue Swift di Martell o del Renegade Barrel di Ferrand.

Pertanto i vincoli all’impiego di botti non costruite con rovere francese sono ancora stringenti: l’unica modalità ammessa dai regolamenti è che siano di quercia (non importa oggi la provenienza geografica) e che siano nuove, oppure abbiano contenuto già e soltanto cognac.

Si è aperta quindi la possibilità per le Case di sperimentare nuove vie, in particolare per aromatizzare diversamente i cognac dagli invecchiamenti brevi, tenendo l’occhio fisso sul bere miscelato.

Non è da molto che la distilleria Tessendier, proprietaria del marchio Park, e di altri, ha lanciato un cognac con finishing in quercia Mizunara, la venerata Quercus Mongolica; che è legno raro, assai costoso, e che dona ai whisky giapponesi di fascia alta aromi pregevolissimi.  È pratica di tutte le Case di whisky jap utilizzare botti o tini di questa rara quercia a lentissimo accrescimento per ottenere imbottigliamenti eccezionalmente eleganti.

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Un esemplare di Qurcus mongolica – fonte Wikipedia

L’operazione sul distillato francese è stata interessante: Park ha prodotto un cognac single cru Borderies, il più piccolo d’estensione, ed anche quello che produce le acquaviti più armoniche in gioventù, invecchiandolo quattro anni, secondo gli usi tradizionali. Si tratta quindi legalmente di un cognac VSOP. Ma poi negli ultimi sei mesi l’acquavite ha soggiornato in botti di quercia Mizunara nuove.

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Monsieur Tessendier e la sua nuova creazione – fonte http://www.sudouest.com

Il risultato è che questo cognac leggero e floreale ma di piacevole lunghezza assume maggiore morbidezza e un po’ di grassezza, pur se così giovane. Pare sia migliore se bevuto con un solo cubetto di ghiaccio, che ne esalta le note più eteree, mi dice un amico che l’ha degustato. Ma lo si è pensato per la miscelazione.

Trattandosi di un imbottigliamento sperimentale, circa 5-6 botti, non ci saranno tante bottiglie in commercio, ma il caso ha fatto scuola a Cognac. E probabilmente il progetto è destinato a vedere presto imitatori, e penso anche qualche maturazione esclusiva in questo legno, non solo un finissaggio. Insomma, la tradizione comincia a vacillare, e nuove creazioni prendono forma dalle mani dei giovani maîtres de chai. Staremo a vedere.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

18
Apr
18

200 milioni – il mondo beve sempre più cognac

È notizia dell’altro giorno: all’ultima rilevazione mensile del BNIC il cognac ha superato la quota psicologica dei 200 milioni di bottiglie/anno vendute dai suoi produttori. Non era mai successo, e l’incremento rispetto all’anno scorso sui già rispettabilissimi milioni e milioni di bottiglie equivalenti usciti dai magazzini si attesta ad oltre il 10%. Che sia l’inizio di un trend, e di una nuova brandy craze?

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Le barricaie sono sempre più piene di botti nuove per l’aumento della domanda di cognac giovani

Da aprile 2017 a marzo 2018 il giro d’affari del distillato delle due Charentes si è innalzato vertiginosamente, dai € 2,5 miliardi a € 3,16 miliardi, niente male per il governo francese, affamato di entrate quanto il cugino italiano.

La crisi globale è alle spalle, se tutte le aree sono positive: il mercato nord-americano fa segnare un +9,7% di import con 88,4 milioni di bottiglie, e quello dorato estremo – orientale un +14,9% con 57,6 milioni di bottiglie. L’Europa ne ha svuotato 41,7 milioni, per un rialzo contenuto (+4,5%) ma in decisa salita sull’anno precedente. Altri mercati, compresa l’Africa, segnano un rialzo a due cifre assai goloso (+14,4%) pur nell’esiguità delle importazioni, 13,3 milioni di bottiglie equivalenti.

Le notizie dai produttori sono incoraggianti: qualcuno, intervistato ieri da me, mi ha riferito un aumento del fatturato in linea con le cifre del BNIC, e uno addirittura del 45%, caso forse unico, ma tutti indicano la tendenza verso il crescente interesse per l’acquavite di vino francese.

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Raccolta meccanizzata nel cru Bons Bois

Per quel che riguarda le qualità imbottigliate, la musica non cambia granché rispetto al passato: oltre la metà dell’export (100,8 milioni di b.eq.) è di invecchiamento VS (2 anni) in rialzo del 7,4%; 77,4 milioni sono di invecchiamento VSOP (4 anni – 77,4 milioni di b.eq., in crescita del 13,2%), e 22,6 milioni di bottiglie in invecchiamenti superiori con un importante rialzo percentuale del 13,6%.

La parte del leone quindi rimane al cognac giovane o giovanissimo, usato dalla mixology, con gli USA primo mercato al mondo per consumo di cognac. Lo stesso si può dire di Hennessy, lo storico marchio della multinazionale LVMH, che assorbe da solo la produzione di metà dei 75.000 ettari sotto la denominazione AOC Cognac, anche grazie ai suoi nuovi impianti, capaci di decine di migliaia di bottiglie/ora.

Il pericolo, come evidenziava un produttore tradizionalista, è che la grande industria schiacci sotto il suo piede pesante l’arte manifatturiera dei piccoli artigiani, i quali lavorano da secoli con lo sguardo rivolto ai figli ed ai nipoti e non al piano quinquennale redatto negli uffici finanziari delle multinazionali.

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Un chai d’invecchiamento tradizionale

Perché il cognac è slow per definizione come gli abitanti della regione bagnata dal placido fiume Charente; gli appassionati del distillato francese per fortuna sanno ancora dove andare a cercarsi le emozioni in bottiglia: nelle umide e scure cantine in cui il silenzio ed il tempo sono i soli custodi, assieme alle ragnatele.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

30
Mar
18

I cognac XO invecchiano di colpo dal 1° aprile 2018

Non si tratta di una novità, ma di una disposizione ampiamente prevista dall’ultimo aggiornamento del Cahier des Charges AOC Cognac, il disciplinare di produzione dell’acquavite francese: la sua efficacia sarà effettiva dal 1° aprile 2018.

Cosa cambia per il consumatore? Di fatto poco: da questa data tutti i cognac commercializzati come XO (ed invecchiamenti superiori, secondo le denominazioni legalmente ammesse: Hors d’âge Extra, Ancestral, Ancêtre, Or, Gold, Impérial) dovranno essere prelevati da stock aventi un invecchiamento garantito minimo di dieci anni (Compte 10), e non più di sei come precedentemente avveniva.

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Un chai de vieillissement del cognac

Si fa eccezione per gli stock già imbottigliati prima del 31 marzo prossimo, che potranno essere venduti come tali in deroga, e comunque non oltre il 31 marzo 2019.

In pratica il controllo statale sull’invecchiamento del distillato di Cognac si estende al decimo anno, garantendo al consumatore un prodotto di maturazione maggiore di quattro anni rispetto al passato.

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Un cognac XO che dichiara il suo invecchiamento conforme alle nuove disposizioni (Compte 10 – 10 anni).

Nella condotta commerciale dei piccoli vignaioli-distillatori dei due crus migliori, Grande e Petite Champagne, questa regola non incide granché: gli invecchiamenti praticati da loro sono da sempre molto più elevati del minimo di legge, mediamente il doppio. I loro VSOP sono di solito invecchiati tra 7 e 10 anni contro 4, i loro Napoléon 12-15, ed i loro XO tra 18 e 25 anni, per la semplice ragione che i cognac delle due zone si esprimono meglio quando beneficiano di una maturazione più lunga rispetto ai crus minori.

Il decreto va ad incidere sulle Case più grandi, che si attengono alle età minime permesse, per ragioni di bilancio: un XO di una grande Maison pertanto sarà di regola meno invecchiato di quello di un vigneron distillatore in proprio.

Il consumatore ha a disposizione solo questo strumento di garanzia accordato dalla legge: dopo il decimo anno ogni dichiarazione di invecchiamento è a discrezione del produttore, e non può comunque essere indicata in etichetta (in pratica si aggira il divieto informando i clienti sul materiale promozionale, oppure su cartellini allegati alla bottiglia, oppure ancora con qualche escamotage tipo chiamare il cognac lotto n°20, n°30 eccetera).

Da tempo si è discusso quanto incida negativamente questa mancanza di chiarezza in merito all’invecchiamento del cognac, considerato quanto è apprezzato dal consumatore conoscere la vera età del prodotto, punto di forza da sempre del whisky, ed anche dei vicini d’Armagnac, i quali dopo i primi dieci anni in cui usano le medesime sigle dei cugini di Cognac, permettono la cosiddetta mention d’âge alla scozzese.

Il problema risiede nell’indisponibilità dei grandi produttori a cambiare i regolamenti nel senso di una maggiore chiarezza, perché finora sono stati scritti a misura delle loro esigenze (il BNIC, l’organo di controllo della filiera, è di fatto espressione dei rapporti di forza dell’industria del cognac, con i piccoli produttori rappresentati in misura minoritaria).

Le aziende multinazionali, alle prese con immensi stock di età e provenienza eterogenea, non hanno alcun interesse a dichiarare in maniera certa l’età dei loro blend. È molto più conveniente invece utilizzare sigle misteriose dietro cui lavorare a mani libere, e vendere il cognac ad un prezzo che il consumatore non sarebbe disposto a pagare, conoscendo il livello di invecchiamento reale e potendolo confrontare con i prodotti di altre Case.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

28
Gen
18

Un nuovo stabilimento Hennessy a Cognac (e qualche pensiero pessimista)

Firmato da un celebre studio d’architettura, ed inaugurato da pochi mesi dal patron della LVMH, il nuovo stabilimento di imbottigliamento di Hennessy,  26.000 m2 su due piani tutti vetro e metallo nero, fa bella mostra di sé tra le vigne della Grande Champagne appena fuori Cognac, ai bordi della provinciale per Salles d’Angles.

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Il nuovo stabilimento di Hennessy Pont-Neuf – da terredevins.com

La potenza commerciale del marchio, ormai parte da tre decenni del gruppo del lusso di Bernard Arnault, è manifesta nei numeri impressionanti dell’export: il 78% delle sue bottiglie si vende tra Stati Uniti ed Asia, su un totale di 84 milioni uscite dai suoi stabilimenti quest’anno. Hennessy è infatti la corazzata del cognac, con un fatturato vicino al 50% dell’intera AOC, che conta circa 75.000 ettari vitati.

Il nuovo stabilimento è nato per soddisfare la domanda di cognac VS e VSOP, i più esportati sui due mercati d’oro della Maison: la previsione di crescita è a 96 milioni di bottiglie per il 2018, per la richiesta estremamente elevata di cognac giovane dagli Stati Uniti, ed a 120 milioni entro dieci anni, grazie al previsto raddoppio del nuovo stabilimento. La Casa si pone dei problemi di stock, oggi in netta diminuzione, e sta lavorando sui vignaioli sotto contratto perché aumentino la superficie e le rese dei loro vigneti. Infatti qualcosa sta succedendo.

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L’interno dello stabilimento – da spiritueuxmagazine.com

L’incremento ammesso di superficie vitata per la produzione di cognac nel 2017 è stato di 800 ha, e la denominazione sarà incrementata di altri 700 ha entro il 2018, proprio per rispondere alla pressione della domanda ogni anno crescente.

L’ambiziosissimo progetto di Hennessy è di riuscire a scalzare il whisky Johnny Walker dal primo posto in termini di bottiglie vendute nel mondo degli alcolici. Potremmo avere pochi dubbi sul fatto che ci riusciranno, sempre che la domanda continui a mostrarsi sostenuta come oggi, ma da appassionati dovremmo invece riflettere se questa produzione di massa possa ancora rappresentare un biglietto da visita di cui l’appellation può andare fiera.

Numeri così alti portano necessariamente ad acquaviti anonime da un punto di vista gustativo, a causa del blending estensivo; le botti – con i volumi di Hennessy ne servono circa centonovantamila nuove ogni anno – tenderanno ad essere sempre meno curate nella scelta del legno, stagionato il minimo necessario, ed al minimo costo, per ovvie ragioni di bilancio; sta avvenendo lo stesso nel mondo del whisky, del resto; il cognac così ottenuto baserà quindi le sue caratteristiche stilistiche più sulla cosmetica (zucchero ed estratti di legno, più il caramello), che non sulle caratteristiche intrinseche all’acquavite: per quanto il vigniaiolo distillatore cerchi di conferire un prodotto ancora ben fatto, così da essere pagato bene.

Qui il video dell’inaugurazione del nuovo stabilimento

Quindi la direzione in cui va il cognac, e certamente non solo Hennessy, che non fa altro che cavalcare il boom, è verso uno snaturamento della sua anima, che risiede invece nella bontà e nella qualità della materia prima, per quanto giovane. I numeri da whisky faranno contenti gli azionisti, e magari i lavoratori e la filiera associata al distillato, ma l’appassionato non può che guardare con sgomento a questa tendenza.

Che si va delineando sempre più chiara: da una parte la fabbrica del cognac di massa, per i mercati assetati, produttrice di un bene di consumo tale e quale una birra industriale, imbottigliata ad ettolitri/ora; e dall’altra la resistenza di una nicchia di vignaioli-distillatori e di affinatori, che invece crede nel cognac come eccellenza e cerca di tenere alta la tradizione, fatta di tempi a passo di lumaca, e di qualità a tutto tondo, cominciando dal lavoro in vigna, passando per la selezione del legno di ogni singolo barile, e terminando con l’assemblaggio di un’acquavite che sa ancora emozionare il suo consumatore anche quando esce di botte da giovane. Ovviamente si tratta di un movimento insignificante in rapporto alle vendite dei protagonisti del mercato.

Una volta anche le bottiglie delle grandi Maison erano rappresentative di questo spirito lento, pure nella dimensione in grande, ma l’ingresso delle multinazionali e degli uomini in grisaglia ha prodotto una rivoluzione culturale difficilmente arginabile. Positiva per la diffusione dell’immagine cognac come prodotto, ma di certo non per il suo buon nome.

Il rischio enorme per la denominazione è che le grandi Case, per soddisfare la sete apparentemente infinita dei mercati, ora in espansione perfino in Africa, finiscano per cannibalizzare il tessuto dei piccoli produttori di vino e distillato, incapaci di tener testa alla loro enorme pressione. Sarebbe un danno immenso per la Francia, e per noi appassionati del cognac più autentico.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

25
Dic
17

I cognac di Natale

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Quest’anno il Christmas cognac di Jean Fillioux è uscito con una simpatica etichetta disegnata da Rod

Da un po’ di anni sui mercati scandinavi si è creata l’interessante tradizione di offrire dei cognac natalizi, chiamati Christmas cognac, o in lingua locale julcognac. Di che si tratta?

In questi Paesi il consumo di cognac è alto, ed uno dei doni più graditi a Natale è proprio una bottiglia di pregiata acquavite francese.

Ecco quindi che numerose Case hanno cominciato ad offrire cognac imbottigliati apposta per la ricorrenza festiva: naturalmente noi non possiamo averne, a meno di visitare direttamente il produttore, perché questi flaconi non verranno importati nel resto del mondo.

I tipi di cognac venduti variano parecchio, possono essere VSOP come XO, giovani o ultraventennali, ma hanno in comune un prezzo moderato ed il corpo di una certa grassezza, con note fruttate, o speziate, ed il più delle volte sono ben scuri di caramello. Quasi sempre si tratta di blend di più crus che si rivolgono al consumatore medio, fatti non per la complessità, ma per la facilità di beva e la piacevolezza immediata. Ed in bottiglie da 50cl, sai mai che i destinatari del regalo ci prendano troppo gusto.

L’elenco delle Maison che si cimentano in queste selezioni va dalle norvegesi Bache-Gabrielsen, e Jon Bertelsen, con buon’ultima la Braastad, alla svedese Grönstedts, ma non mancano le piccole e celebri francesi Delamain, Gourmel, e Jean Fillioux. Poi qualche Casa minore, per un mercato di nicchia piuttosto interessante: i clienti non mancano.

Il segreto di Babbo Natale, che nella Stille Nacht porta i doni ai bambini è ormai svelato: per resistere e scaldarsi nel freddo del Grande Nord, lui beve cognac.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

05
Dic
17

I cognac di Jean Grosperrin al Milano Whisky Festival – una storia affascinante

Quest’anno il Milano Whisky Festival si è timidamente aperto al cognac ed all’armagnac, ospitando una piccola delegazione di Maison produttrici. Gesto coraggioso o temerario, non sappiamo: la risposta del pubblico probabilmente non è stata granché, distratta dai fiumi di malto e dai fumi di torba della rassegna principale.

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Degustazioni ad un banco del Milano Whisky Festival 2017 – per gentile concessione del MWF

Ma… una piccola sorpresa c’era, ed era una chicca: la degustazione che sabato 11 novembre ha visto protagonista la Maison Jean Grosperrin con i suoi Cognac de collection. A cose concluse posso svelare un piccolo segreto: l’ispirazione al patron della grande manifestazione milanese per questa preziosa masterclass è venuta da me, una volta saputi in anteprima gli espositori.

Facciamo un passo indietro però: perché per spiegare a chi era al festival quello che si sono persi bisogna raccontare cos’è questa poco conosciuta Maison, e cosa rappresenta nel mondo del cognac.

Jean Grosperrin è il fondatore dell’azienda, nata all’insegna della Gabare, il barcone fluviale che portava le botti del cognac lungo la Charente verso i porti di Tonnay e della Rochelle, dove queste venivano imbarcate sulle navi pronte a viaggiare per il mondo.

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La sede de La Gabare a Saintes

Il suo mestiere era il courtier en eaux-de-vie, cioè il mediatore di acquaviti: Jean con i suoi servizi faceva infatti incontrare imbottigliatori e produttori di cognac, come in Pianura Padana i suoi omologhi fanno intermediazione di vacche o forme di parmigiano. Agli inizi Grosperrin, originario della Lorena, faceva il distillatore ambulante di acquaviti di frutta per i contadini, con un piccolo alambicco semovente, come si usa ancora in Armagnac, per poi finire a vendere alambicchi nella Charente; nel 1991 l’impresa fallirà, per una delle ricorrenti crisi del mercato del cognac, ed allora l’intraprendente Jean si riciclerà come courtier, conoscendo per lunga esperienza l’abbondanza di botti, custodite nei magazzini dei quasi 5000 viticoltori della regione: un vero tesoro di belle addormentate, in attesa del bacio del risveglio. Negli anni di lavoro come courtier Jean Grosperrin riuscirà a costruire un piccolo stock di cognac scelti tra quelli mediati, da lui conservati per le loro qualità eccezionali.

Dal 1999 la piccolissima azienda familiare incomincia ad imbottigliare con il nome “Jean Grosperrin – cognac de collection” qualche lotto proveniente da queste botti. Il figlio Guilhem si innamora di questo mestiere e pochi anni dopo subentra al padre nell’attività ampliandola: oggi possiede un’enoteca a Saintes, e due chais con uno stock di circa 500.000 bottiglie potenziali fatto di qualche centinaio di pregiati lotti di cognac. Inoltre seleziona e vende una linea di cognac più ordinari col marchio “Le Roch.

Ma cosa differenzia Grosperrin da tutti gli altri commercianti o produttori di cognac? Il fatto che questo mercante è qualcosa di molto simile agli imbottigliatori indipendenti ben noti nel mondo del whisky, ed in pratica uno tra i rarissimi a fare a Cognac quello che in Armagnac è tradizione: imbottigliare l’acquavite senza filtrazioni aggressive, senza maquillage (solo un poco di caramello se richiesto dai Paesi d’importazione), usando con giudizio il blending, e quando ha sottomano uno spirito eccezionale, a gradazione piena di botte: cioè allo stato più puro possibile, mettendo in valore le caratteristiche dell’annata e, cosa molto importante, della provenienza da un singolo cru, o da un solo produttore. Modo di fare che alla generalità delle Maison non interessa, ed anzi che cercano di evitare, perché pochi dei cognac in loro possesso si prestano a questo gioco; quindi ecco svelato il perché dell’estensivo blending fatto a Cognac: per equilibrare prodotti dalle caratteristiche diverse, il mediocre con l’eccellente, così da ottenere una qualità media costante. Intendiamoci: se aveste tra le mani uno Château Petrus, lo mischiereste con un Merlot mediocre per farne un buon vino? Ecco, ci siamo capiti.

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Guilhem Grosperrin al tavolo di lavoro nella sua azienda

La ricerca di questa Maison tende quindi a cognac che hanno caratteristiche fuori dal comune, e per questo si prestano ad essere degustati splendidamente in purezza e verità. Grosperrin quando trova quello che cerca, dopo lunghi corteggiamenti al vignaiolo ovvero ai suoi eredi, ché loro sono gelosi dei loro tesori, se lo porta a casa, e lo invecchia ulteriormente finché lo ritiene opportuno: solo allora lo spirito finirà in damigiana, e poi in bottiglia, con la dichiarazione di età. Il particolare non è secondario: saprete così quanti anni ha trascorso in botte il cognac, perché un distillato del 1917 per esempio, per quanto sia stato prodotto cent’anni fa, potrebbe essere rimasto in botte solo per dieci, e sarebbe comunque un cognac giovane.

Grosperrin quindi è nell’area di Cognac l’omologo di Darroze nel Bas Armagnac, la famiglia che ha fatto conoscere in Francia e poi nel mondo la grandezza dell’armagnac tradizionale, prima sconosciuta fuori dalla provincia. Persone che non solo comprano e vendono acquaviti, ma le mettono in giusta luce con la loro esperienza e le fanno apprezzare per il loro valore agli amatori ed ai curiosi, e ne narrano la storia. Spesso questi cognac sono patrimoni familiari che vengono dispersi: perché a Cognac si usa regalare una botte ai figli o ai nipoti, ai più fortunati ogni anno, e le si “dimentica”. Eredità quindi dello zio o del nonno del distillatore ormai pensionato, di una vedova, o di figli o parenti che non si occupano di distillazione, a volte invece è lo stesso vignaiolo che deve disinvestire il suo “capitale liquido” per l’acquisto di un trattore o per rinnovare l’azienda; ogni lotto racconta quindi un brano di vita dietro l’apparente banalità di una bottiglia.

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Imbottigliamenti della Maison Jean Grosperrin

L’azienda dei Grosperrin è piccola, imbottiglia circa 30.000 pezzi all’anno, tra acquaviti recenti e da amatori, ma ha grande cura dei suoi prodotti, e del buon nome del cognac di suprema qualità. Ogni sua bottiglia è una piccola o grande emozione, di certo mai scontata.

Ma veniamo alla masterclass del Milano Whisky Festival:

tenuta per l’occasione dallo stesso Guilhem Grosperrin, aiutato dal suo importatore italiano (Ghilardi Selezioni), ha offerto una batteria di cognac notevoli, anche per un navigato assaggiatore come me. Purtroppo pochissime persone hanno colto la rara occasione, ma c’era da aspettarselo: il cognac non è ancora trendy, e i nostri amici del whisky non avevano capito che avrebbero degustato insieme ad un Samaroli del cognac. C’est dommage!

Ci sono stati presentati sei cognac, facendo un giro in tre crus della Charente, dal 2001 al 1948.

FINS BOIS 2001 (BIO) –  45,5°

Volutamente non c’è indicazione di età: è un cognac giovane, punto. L’industria lo chiamerebbe probabilmente XO, sigla misteriosa e dichiaratamente opaca. Ha l’irruenza dei giovani, e si sente tutta, come anche le qualità che ti aspetti dal suo terroir. Il segreto, come sempre è dargli tempo: il cognac è musica classica, e dovete ascoltare tutta la sinfonia prima di giudicarlo. La nostra acquavite si sviluppa in profumi fruttati e floreali insieme, man mano sempre più piacevoli mentre l’alcool svapora, lasciando un leggerissimo tocco maderizzato sul finale. È un cognac di buon equilibrio. Il corpo? Cercatelo altrove, un cognac Fins Bois è per definizione tutta leggerezza: qui si apprezza al meglio.

FINS BOIS 1993 – 50°

I Fins Bois sono il primo dei petits crus, il più vasto ed eterogeneo, tanto da potervi trovare distillati del tutto anonimi quanto chicche deliziose. La loro caratteristica migliore è di donarci dei cognac di alquanto profumo e di corpo esile. Questo distillato dei Grosperrin non si è smentito: il naso è adorabile, delicato, un fruttato che vira all’uva passa facendogli passare un po’ di minuti all’aria. Piacevole in bocca senza mostrare finti muscoli che non può avere, ricorda perfino note appena vanigliate di caramella mou. La bevuta è facile, molto didattica, con tanta grazia, diremmo femminile, ed un po’ di (scusabile) ardore alcolico.

GRANDE CHAMPAGNE 1988 – 47°

Il prèmier cru de Cognac ostenta il suo titolo di nobiltà. Ne ha tutte le ragioni, per quanto i suoi figli rimangano paggi fino alla maggiore età, raggiunta non prima dei 25 anni, come un tempo. Il nostro cognac non li ha ancora compiuti (24yo), perciò è sì complesso e già un poco speziato, ma non del tutto maturo per raccontarsi al meglio: lo farà tra una decina d’anni. Corposo lo è, intendiamoci: è pur sempre un cognac aristocratico.

BORDERIES N° 84 – 57° (brut de fût)

Un cognac del cru più piccolo, e misconosciuto se non agli amatori più avvertiti, alquanto raro da trovare in purezza, perché tutta la produzione finisce negli assemblages delle grandi Maison. Ancora più raro è trovarne come brut de fût ovvero a gradazione piena di botte. I cognac delle Borderies sono i più armonici di tutti i loro fratelli, tenendo una gamba nella finezza aromatica dei Fins Bois, e l’altra nel corpo plastico e complesso delle due Champagnes. In questo bicchierino il naso esprime il terroir al massimo: rotondo e bilanciato, con una vivace punta alcolica. In bocca risente del grado pieno, discretamente aggressivo, ma è materico, appagante, con una deliziosa grassezza. Completo come può essere solo un buon cognac Borderies.

BORDERIES N° 64 – 52°

Invecchiato più di quarant’anni in una sola botte lasciata scolma, una caratteristica eccezionalmente rara, che favorisce una grande evaporazione: circa due terzi di questa botte se la sono bevuta gli angeli; il suo aroma è inconfondibilmente territoriale, e promette grandi cose. Capace di finezza ed insieme complessità, questo cognac è gravido di quell’aroma (burroso? fungoso?) che lo rende desiderabile in sommo grado: il rancio. Sarà presente anche al palato? Altroché: è uno spirito oleoso, intensissimo, superbo, eppure l’acquavite conserva una grazia leggiadra e senza fine, mai riscontrabile nei badiali Grande Champagne di grande età, molto più densi e muscolosi di questa meravigliosa filigrana. Un sogno di cognac da mille e una notte, elegantissimo, concluso e perfetto in sé: e non è un blend, per Bacco. Miracoli delle Borderies, l’unico e vero grand cru della Charente !

BORDERIES N° 48 – 46°

Nel cognac più vecchio della serie, vero tesoro di Jean Grosperrin, la data di nascita non è certificata ufficialmente ma suggerita come i precedenti dal numero di lotto. Questa è una delle grandi annate del secolo scorso, ed è estremamente raro trovarla millesimata, figuriamoci dalle Borderies. Il naso inizia franco, vivo e floreale, aprendosi a leggere note ossidative, segno inequivocabile di un cognac più che maturo. In bocca i profumi si spengono in una deliziosa e tenue complessità, che riesce solo ai cognac molto vecchi: è una bellezza fragile, l’avvenenza di una già splendida donna, di cui rimane il fascino senza più l’erotismo. Gran naso e flebile corpo: sarebbe un perfetto cognac da taglio, ma dona altrettanta gioia berlo così.

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Come partecipanti alla masterclass abbiamo vissuto un momento privilegiato di degustazione, che ci ha offerto l’esempio di come i cognac, se custoditi ed imbottigliati da mano felice, possano essere grandiosi senza essere mortificati da un blending equivoco con cento altri fratelli. Una volta per tutte, dev’essere chiaro che non esiste il cognac migliore, ma tanti meravigliosi spiriti, irripetibili nella loro individualità. I nostri amici del whisky grazie ai loro bravissimi selezionatori lo sanno da almeno cinquant’anni.

© il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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