Archive for the 'cognac' Category

20
Mag
17

Il cognac visto da Cognac – parte prima

Di ritorno da Cognac, mi piace stendere qualche impressione e riflessione su quello che ho visto e scoperto visitando un rappresentativo gruppo di piccoli produttori.

Piccoli, appunto, perché è qui che si fa veramente il cognac. Il merito delle grandi Case, che tutti conoscono per incontrare le loro bottiglie in ogni enoteca o supermercato, è semplicemente quello della larga diffusione. Con rare eccezioni, e comunque numericamente irrilevanti, tutte acquistano il distillato giovane da centinaia di piccoli e medi vigneron.

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L’antica sede della Maison Courvoisier a Jarnac

La struttura della proprietà dei vignaioli-distillatori in Charente è variegata: si passa da produttori minimi, qualche ettaro di vigna (6-10), ai medi sui 20, ai medio-grandi sui 40-50, ed ai grandi con 90-120 ettari. Pressoché tutti distillano in proprio, possedendo da uno a più alambicchi, di solito due; mentre ci sono molti più vignaioli non distillatori che fanno il vino e lo fanno trasformare in acquavite dalle cooperative o da distillatori professionali, ai quali viene venduto; talvolta invece se lo riprendono per l’affinamento.

La massima parte dei bouilleurs de cru vende una parte rilevante della propria produzione annuale alle grandi Maison, con le quali ha rapporti pluriennali di fornitura a contratto. La cosa funziona così: per mantenere una certa omogeneità di stile, il piccolo distillatore è tenuto a lavorare il suo vino secondo le specifiche della Casa a cui fornirà il cognac.

Tutti i parametri di distillazione, a partire dal contenuto di fecce e dalla curva di temperatura, fino al grado finale dell’acquavite, la diluizione con acqua, il tipo di legno, la sua tostatura, e la permanenza in botte, sono definiti nel contratto di fornitura. Lo spirito verrà così venduto al mercante internazionale con un profilo comune a tutti i suoi fornitori, fatte salve le differenze di qualità e terroir del vino di partenza.

Perfino le botti, in alcuni casi, vengono date con una sorta di contratto in leasing al piccolo produttore, il quale non dovrà quindi investire somme importanti in legno nuovo, ma solamente pagare un canone; le botti usate verranno ritirate dal fornitore, una volta “spiritate”, per la maturazione di altri cognac.

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Chai di cognac millesimati – da cognacexpert.com (per gentile concessione)

La piccola Casa si assicura così un ombrello che ne garantisce la sopravvivenza per un tot di anni: non sappiamo quanto invece l’indipendenza, perché oggi basta un piccolo terremoto nei mercati per interrompere questi contratti.

Una volta, quando la dimensione dei grandi mercanti era sì internazionale, ma molto meno strutturata in termini di finanza, i rapporti con i distillatori erano di reciproca fiducia, e la forza economica del primo sopperiva ai bisogni del secondo: un investimento, un nuovo trattore, la cantina da rinnovare, un’annata difficile, tutto veniva garantito dalla grande Casa con una sorta di mutuo soccorso, in cambio delle annate future: ciò significava tranquillità assoluta, ed i rapporti si consolidavano per generazioni. Ogni famiglia di produttori era perciò tradizionalmente legata ad una delle quattro grandi Case, o a qualcuna delle minori.

Oggi le cose sono meno facili, ed è per questo motivo che un numero sempre maggiore di produttori non conferisce più la (quasi) totalità dell’acquavite al grande marchio, ma tenta la strada della commercializzazione con la propria etichetta. La cosa riesce bene a chi è in aree privilegiate, o ha alle spalle uno stock interessante di cognac con cui differenziare l’offerta. Però ci sono giovani maîtres de chai che battono strade innovative, per emergere dalla massa.

Conversando con i produttori, con in mano uno dei loro ottimi cognac – perché fortunatamente mai ho bevuto da loro qualcosa di anche solo mediocre – mi veniva talvolta spontaneo chiedere «Non fornirete per caso alla Maison X questa roba, vero?», e la risposta mi era invariabilmente data con un sorrisetto malizioso, ed un po’ orgoglioso.

In pratica, una volta terminato di distillare per la grande Casa, il bouilleur de cru fa il suo cognac come piace a lui, o come glielo hanno insegnato nonni e genitori; e state sicuri che sarà (quasi) sempre ben fatto, e con tutto il carattere che vi si può imprimere.

Per cui già alla nascita del cognac si crea una gerarchia qualitativa: lo stesso vino del vignaiolo subirà due processi diversi, uno standardizzato, funzionale alle esigenze della grande azienda multinazionale, ed uno personale, ancestrale od anche individuale, che esprime l’anima di quel domaine e dei suoi artefici. E questo è molto più limitato in quantità.

Le variabili sono numerose: dal vino ottenuto con vitigni diversi dal trebbiano, alle parcelle migliori dell’azienda, fino all’uso del legno, il grande segreto del mastro distillatore, passando per la gestione dell’alambicco, e dall’alambicco stesso, ogni passaggio può aggiungere quel tocco di unicità che lo differenzia dal suo vicino di vigna.

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L’alambicco charentais di un produttore artigianale

Troverete due stili prevalenti nel cognac: quello che esalta il frutto, perciò un distillato chiaro e delicato, e quello che è segnato dal legno, quindi corposo e tanninico. All’interno di queste due grandi famiglie, le nuances sono notevoli, e ci si aggiunge la variabile “età del distillato”. È tutta questione di gusto poi, e di sensibilità personale.

La cosa sorprendente, girando tra gli alambicchi con il mio compagno di viaggio, un appassionato norvegese, è come fossimo sempre d’accordo nel valutare la qualità di un cognac, ma mai quando si trattava di decidere la bottiglia migliore della gamma. A lui piacevano sempre i cognac maturi con un buon equilibrio tra le componenti frutto/legno, ed a me quelli più giovani e freschi, oppure quelli molto vigorosi: tra gli estremi di gamma ed il punto di equilibrio, i nostri gusti non si incontreranno mai. Ne abbiamo discusso per ore, e la spiegazione alla fine è emersa chiara: si tratta di una questione fisiologica. La sua sensibilità al tannino è alta, quindi un cognac il cui carattere è impresso dal legno risulta a lui più amaro che a me, e gli può piacere solo se è bilanciato da tanto frutto. Mentre se l’acquavite ha dei difetti di distillazione, ce ne accorgiamo entrambi, invariabilmente. Non c’è quindi il cognac migliore, ma solo quello che piace di più.

Per questo motivo mi sono portato a casa diversi cognac VS (i più giovani) che in teoria un conoscitore disprezza, per essere ancora degli infanti. Invece sebbene la loro maturazione sia appena cominciata, e secondo il produttore varia da 4 a 7 anni, questi cognac portano in sé il carattere del loro padre, il vino, perché il legno non gli ha ancora donato tutto ciò di cui è capace. Ne emerge bene il terroir, e la personalità dell’alambicco, o del distillatore, e vi assicuro, non hanno nulla a che vedere con i fratelli scialbi delle Maison commerciali. Non li si può accusare di nulla, se non di un po’ di zucchero: la gioventù non è mai un difetto, anzi è dolce. Che bella scoperta, direte!

Al contrario, tutti i cognac VSOP (il secondo grado di invecchiamento) di qualunque produttore mi hanno lasciato freddo: il legno impronta finalmente il cognac, ma l’acquavite è, si direbbe, in uno stato ancora adolescente. Come una ragazzina né carne né pesce, ogni lingua lo esprime diversamente: in francese «sans fesses ni tetons», in tedesco «Backfisch». Ad ogni modo senza un carattere definito. Molto, molto meglio puntare sui VS o sui Napoleon, che ormai 12-15enni hanno cominciato ad esprimere chiaramente la loro personalità.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

28
Apr
17

Incubo a Cognac – il gelo devasta le vigne

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Vigneti devastati dal gelo chez Pasquet – Eraville (Grande Champagne)

Una terribile gelata ha brutalmente distrutto la futura vendemmia 2017 nel Cognaçais. Tra la notte di mercoledì e quella di giovedì 27 aprile l’estremo freddo, con punte fino a -5°C nelle parti più basse delle valli ha bruciato le vigne già germogliate da almeno 15 giorni.

Il caldo eccezionale di marzo, seguito dall’intensa ondata di freddo tardivo ha reso i vigneti privi di difese davanti a questo rischio, e compromesso il raccolto. Si stimano danni del 20% per i più fortunati, e fino all’80% per i vignaioli più colpiti.

Ogni cru ha subito gravi danneggiamenti. Il peggiore incubo dei vignaioli, prima ancora della grandine, frequente da queste parti, si è materializzato come nel 1991, l’année terrible che aveva devastato i vigneti come stavolta.

Se potete, quest’anno comprate una bottiglia di cognac dai piccoli produttori. Li aiuterete a superare una crisi che compromette la loro indipendenza ed il loro appassionato lavoro. Grazie.

12
Mar
17

Il cognac al Salon International de l’Agriculture 2017 – rare presenze ed una coraggiosa sorpresa

Spulciando tra le pieghe del prestigioso Salon International de l’Agriculture, tenutosi a Parigi presso la Fiera alla Porte de Versailles, a cavallo tra febbraio e marzo, si è notato una volta di più come i produttori di cognac non ripongano alcun interesse verso il mercato domestico.

La vetrina è invero prestigiosa: la più importante fiera agricola generale di Francia attira un vero oceano di visitatori, sei milioni, da mezzo mondo. Ed il Concours Général Agricole, che si tiene durante la fiera, nato per selezionare e premiare i migliori prodotti di Francia, resta pur sempre un vanto per ogni vincitore, e fa vendere meglio qualsiasi merce.

Ma la disaffezione dei produttori di cognac è totale: nessuna grande Maison ha investito in uno stand, nessun produttore di qualche rinomanza si è fatto notare tra la folla degli altri espositori. Dopo tutto, il 97,5% del cognac viene esportato. A che pro quindi darsi da fare in patria?

Nemmeno il BNIC, l’Ente regolatore della filiera cognac, ha speso granché stavolta: ha allestito solo una mostra fotografica in bianco e nero per documentare il lavoro dei vigniaioli e dei distillatori delle due Charentes.

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Una delle fotografie in mostra – Credits: http://www.sudouest.fr e Stéphane Charbeau /BNIC

 

L’unica curiosità, degna peraltro di qualche interesse, è stata la comparsa di un’oscura piccola maison di cognac. Che è successo?

Il viticoltore e distillatore, Philippe Davril, risoluto di fare emergere la sua regione (la Charente Maritime) ed il suo cognac ricavato dai 18 ettari familiari del podere chiamato Le Soleil des Loriots sito nel quinto e periferico cru, ha deciso di etichettare il suo distillato col nome di Cognac Bons Bois.

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Philippe Davril e la sua gamma di cognac e pineau – credits: http://www.Sudouest.fr

Può sembrare una sciocchezza per chi non è abituato alle sottigliezze del cognac, ma il gesto è, se non rivoluzionario, provocatorio. Di solito i cognac dei Bons Bois finiscono per la loro totalità nei blend più scadenti da supermercato per placare a buon mercato la sete dei nordici, e le grandi Case difficilmente vi fanno ricorso, preferendo loro i più abbondanti cognac del quarto cru (Fins Bois), di maggiore finezza aromatica.

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Philippe Davril presenta il suo cognac Bons Bois – credits: Youtube – News on Line

I cognac Bons Bois sono quindi estremamente rari un purezza, e se mai si trovano, vengono etichettati sotto il più rassicurante e vendibile nome di cognac. Nondimeno, se sono prodotti in alcuni fortunati angoli del vasto territorio, climaticamente e geologicamente svantaggiato ma non dappertutto, si possono gustare dei cognac corposi e dagli aromi gravi (i francesi lo chiamano gout de terroir). A differenza della Grande Champagne e della Petite Champagne, eterei distillati paragonabili a violini e viole, i cognac del quinto cru svolgono la parte del contrabbasso nella gamma degli aromi dell’acquavite francese.

Per cui non si può che plaudire all’iniziativa del coraggioso viticoltore, e sperare che altri seguano la sua strada, nell’ottica della valorizzazione delle caratteristiche di ogni cru, oggi uccise dal blending controllato dalle grandi case commerciali. Unica delle grandi a cantare fuori dal coro, la Maison Camus sta cercando di valorizzare il sesto cru, tacendone tuttavia l’equivoco nome legale di Bois Ordinaires, oscurato a favore di un furbo Island Cognac. Ma pare che abbia un certo successo. Quindi coraggio e bravò, monsieur Davril!

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

19
Feb
17

Ragionamenti sul futuro del cognac

Interessante discussione sul futuro del cognac in questi giorni su una pagina Facebook.

Si ragionava tra produttori ed appassionati della possibilità di utilizzare botti diverse da quelle tradizionalmente impiegate nella maturazione del cognac, ovvero il rovere francese del Limosino e del Tronçais, e del futuro del cognac: innovazione contro tradizione.

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Un Paradis con botti di cognac  – vendemmia 1900

Il disciplinare più recente del cognac, per una (voluta?) omissione, non stabilisce più la provenienza delle botti, purché siano nuove e di quercia; questo ha lasciato lo spazio ad alcune Case di sperimentare le maturazioni in legni diversi (in pratica solo in legno di quercia americana, ovvero quelle impiegate per fare il Bourbon, le più economiche ed abbondanti sul mercato).

Le posizioni sono diverse: alcuni produttori tradizionalisti ritengono che la botte debba ancora essere di quercia francese, mentre molti appassionati vedono di buon occhio una nuova strada verso profili gustativi mai osati prima.

Indubbiamente una delle grandi risorse degli spiriti concorrenti, whisky e rum, sono le botti (usate) di diversa provenienza, per aggiungere sapori e colori a materie prime povere di congeneri aromatici. Nel caso del cognac, derivato dal ben più ricco vino, ce n’è poco bisogno, a meno di ragionare su invecchiamenti brevi o brevissimi.

Il pericolo in agguato, è, come per lo spirito scozzese, l’andare verso l’uso di legno di sempre peggiore qualità, mal maturato e mal scelto, per abbassare i costi di produzione del prodotto. Il compianto Samaroli diceva che una delle cause dell’inferiore qualità del whisky rispetto al passato era proprio nell’uso di botti qualunque. Potrebbe succedere domani anche col cognac.

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Tostatura delle botti di Bourbon whiskey – da thedailybeast.com

L’uso ragionato del legno di qualità è sempre stato l’arma segreta per creare cognac di straordinario profilo aromatico, vedi il lavoro di una vita di Pascal Fillioux, che per questo è stato definito il “mago degli aromi”. L’erede, Cristophe, non vede un problema nell’uso di altri legni, ma lo considera al più un esperimento divertente, non certo un’opportunità.

Hervé Bache-Gabrielsen, della Casa franco-norvegese, che ha prodotto un cognac di questo tipo, considera invece l’uso di maturazioni in legni non tradizionali un modo per innovare il cognac e per avvicinare i consumatori più giovani con un linguaggio più familiare, poiché gli under 30 sono intimiditi da un prodotto a loro sconosciuto. La diversità è la chiave, sostiene, distingue e apre orizzonti, specialmente per le piccole e medie Case che non possono competere con le grandi Maison, nelle cui mani si concentra il 92% del commercio del cognac.

Un altro appassionato pensa che il cognac deve aprirsi ai più giovani con queste nuove strade, mantenendo al contempo la tradizione secolare. L’argomento è difficile: il cognac ha il piede lento, come gli abitanti del territorio, chiamati in dialetto cagouillards (più o meno lumaconi). Adattarsi al mercato dovendosi portare dietro la zavorra di secoli, e le lente maturazioni, rischia di far arrivare all’obiettivo quando il consumatore ha già cambiato moda. I trend nel mondo dell’alcool sono volatili: oggi va il gin, ieri era il whisky, domani sarà il rum bianco o la tequila; il cognac ha bisogno di questi azzardi?

Eppure rincalza Bache-Gabrielsen, siccome i bevitori oggi sono molto mobili, non vanno annoiati con una bevanda monolitica e che sa poco differenziarsi da una Casa all’altra. Bisogna innovare ed incuriosire, per portare col tempo il consumatore a scoprire il vero cognac.

La mia impressione in questo dibattito, tuttavia, è che il cognac non abbia bisogno di tradire le proprie origini con strambe maturazioni stile whisky o altri magheggi. Il suo carattere deciso, la sua attitudine all’invecchiamento, dove le migliori acquaviti cominciano ad esprimersi all’età in cui gli altri spiriti sono decrepiti o sviluppano un coacervo di aromi ormai illeggibili, sono ancora la strada maestra.

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Cumuli di botti di Bourbon usate in attesa di compratori

Se in un domani il disciplinare ammettesse pure, oltre ai legni diversi, anche l’uso di botti già adoperate, come è consuetudine per il grosso degli spiriti da invecchiamento escluso il Bourbon, non sarebbe un male, ma solo come strumento per avvicinare il consumatore giovane ad un prodotto (giovane) con maggiore attitudine alla miscelazione perché ingentilito e limato negli spigoli non dal tempo ma dalla botte attiva.

Un cognac ex-Porto o ex-PX sherry, o ex-marsala, avrebbe un profilo aromatico incredibilmente adatto all’uso nei cocktail, o perfino sorprendente se bevuto tal quale, in giovane età, tra 5 e 10-12 anni.

Siccome il consumatore giovane ha il “dente dolce”, come dicono in America, offrirgli un cognac VSOP anche zuccherato non basta più, tanto è abituato a rum sciroppati e a beveroni di ogni sorta. La strada è, temo, segnata.

Se ne capisce qualcosa, prima o poi si farà sedurre dal cognac serio, e piegherà il ginocchio davanti a Sua Maestà il Re degli spiriti.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

13
Gen
17

Lo Champagne Bollinger acquista il controllo della Maison Delamain

È notizia di ieri: la Casa di champagne Bollinger (Societé Jacques Bollinger – SJB) ha acquistato il pacchetto di controllo della Maison Delamain, uno dei più celebri négociants di Jarnac.

La Delamain & Co., una delle più antiche Case commerciali di cognac, fondata nel 1824, perde così la propria indipendenza. La dinastia del fondatore, attiva nel commercio e nell’elaborazione di prestigiosi cognac da ben nove generazioni, ha diramato ieri un breve comunicato stampa in cui annuncia l’operazione, guardandosi dallo svelare l’importo della stessa.

Nous avons le plaisir de vous informer que la Société Jacques Bollinger (SJB) vient de renforcer sa position au sein de la Maison Delamain & Co, producteur de vieux cognacs de grande champagne“.

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I discendenti del fondatore Charles Braastad (a sx.) e Patrick Peyrelongue, finora dirigenti la Maison Delamain – da Singapore Tatler

L’alta reputazione di questa azienda artigianale, uno dei più celebri affinatori e selezionatori di cognac, nota a tutti gli appassionati dello spirito francese, ed i suoi venerati stock di vecchi distillati esclusivamente provenienti dalla Grande Champagne fanno pensare che l’operazione abbia una portata di svariati milioni di euro, sebbene l’azienda venda in un anno quello che Hennessy vende in due giorni.

Bollinger andrà a rinforzare l’operatività di Delamain sul mercato del lusso mondiale, grazie alla sua organizzazione ed alla cassa generata dal ricco mercato dello champagne.

Non è chiaro quale ruolo resterà ai discendenti della storica famiglia di Jarnac, il direttore generale Charles Braastad ed il presidente, suo cugino Patrick Peyrelongue.

22
Ott
16

Cognac Expo 2016 apre oggi a Bergen

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Si apre oggi a Bergen (Norvegia) Cognac Expo 2016, quinta edizione dell’unica fiera mondiale dedicata solo allo spirito francese.

Nata nel 2011 dall’idea di due appassionati, Nils Henriksen e Kjetil Hansen, la fiera è diventata il luogo di incontro degli amatori nordici (e non solo) del cognac.

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Ai due lati i fondatori della manifestazione con due produttori di cognac. [credit: pagina Facebook di Cognac Expo]

La Norvegia, pur essendo un piccolo Paese, è tra i maggiori consumatori di cognac al mondo, con un’impressionante media di circa mezza bottiglia/abitante, circa 50 volte il consumo italiano, per rendere l’idea. Il 2% di tutto il cognac prodotto viene consumato dagli eredi dei vichinghi, poco più di 5 milioni di persone. Il cognac quindi è un’abitudine consolidata tra i norvegesi, e moltissime aziende dedicano al mercato locale le loro migliori attenzioni. Non possiamo non ricordare alcune delle Case di origine norvegese, insediate da gran tempo a Cognac: Larsen, Bache-Gabrielsen, Jon Bertelsen, Birkedaal-Hartmann, e Braastad.

La rassegna, accolta quest’anno al Radisson Blu Hotel di Bergen, dura lo spazio di un pomeriggio, e permette di farsi una bella idea del mondo cognac: ospita più di 30 produttori, degustazioni, masterclass dedicate a singole Case, e numerose occasioni di incontro e scambio con altri appassionati.

Le masterclass di quest’anno vedranno presenti le seguenti Maison:

Lheraud, Leyrat, Grosperrin, Tesseron, De Luze, Forgeron, Delamain, Braastad, Jean Fillioux, Chateau de Montifaud, e Courvoisier. In più, in anteprima, ieri si è tenuta la tradizionale Extreme Masterclass, protagonista la Casa Tesseron stavolta, con i suoi cognac più esclusivi: tra cui un imbottigliamento pre-fillossera del 1860.

Insomma se siete appassionati, c’è da divertirsi parecchio; e se pensate che la cosa valga il viaggio, cominciate a risparmiare qualche soldino per l’evento dell’anno prossimo: la Norvegia è un Paese costoso per i nostri standard latini.

16
Ott
16

Nuove strade per il cognac

Cognac. La prima, comune associazione di idee che viene in mente è: liquore elitario per pensionati facoltosi. Se non viene in mente nulla, invece, tranquilli: è tutto normale.

Il re dei distillati è ridotto maluccio in Italia, e non solo ad immagine. Non c’è under 40 nostrano che ne abbia bevuto il minimo sindacale per capirci qualcosa di sensato. In compenso loro sanno tutto di premium vodka, cachaça, gin, ed i più acculturati di rum e whisky.

Ma questo vegliardo tra i distillati, che per secoli è rimasto fedele alle sue tradizioni, pur ottenendo ogni anno grande successo di vendite in oriente e negli Stati Uniti, ora sta cominciando a ripensare se stesso, proprio per avvicinare chi non l’ha mai conosciuto.

Complice il cambiamento nel modo del bere forte, sempre più spostato verso la facilità spensierata (e la quantità) dei cocktail, e grazie ad una vigorosa strizzata d’occhio al concorrente scozzese, il cognac si sta rinnovando. O almeno ci prova: timidamente.

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Larsen Summer Blend, acquavite di vino – da Boutiquebarshow.com

Come? È facile: rinunciando alla tradizione, e cercando di acchiappare il gusto di una parte di bevitori che pur avendolo nel bicchiere mai avrebbero pensato al cognac. L’avanguardia di questa tendenza era già stata immessa sul mercato qualche anno fa: ve ne ho già parlato qui.

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Hervé Bache-Gabrielsen con la sua nuova e controversa creatura American Oak cognac – fonte: Charente Libre

Ora uno dei grandi player del mondo cognac si fa avanti con un cognac-non-cognac. Questo: Martell Blue Swift. Che viene dichiarato come Cognac VSOP finished in Bourbon Casks. Avete capito già tutto. La differenza con un cognac normale è solo il finishing. Parola e tecnica finora mai approdate sulle rive della Charente, ma solo per un motivo semplicissimo.

Il cognac maturato in botti diverse da quelle di quercia, o che hanno contenuto altro da cognac in precedenza, perde il diritto alla AOC Cognac, cioè alla propria denominazione. Tant’è che la maison, per la prima volta nella sua trisecolare storia, deve fare a meno della scritta cognac Martell, e chiamare questa creatura ibrida eau-de-vie de vin.

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Martell Blue Swift (acquavite di vino) – da http://www.cognac-expert.com (per gentile concessione – by kind permission)

A dire il vero qualche timido tentativo c’è già stato, da parte di alcune ditte “nordiche”, la Larsen e la Bache-Gabrielsen. Per la prima (Summer Blend, lanciato a Londra al Boutique Bar Show il 20 settembre) si tratta di semplice acquavite di vino non invecchiata, passata per sei mesi in quercia americana, pensata per la miscelazione; per la seconda di 3000 bottiglie di cognac finissato in botti nuove, tostate secondo la maniera del bourbon, riuscendo così a mantenere la denominazione controllata. La Martell invece spiega in etichetta che si tratta di un cognac Vsop; ad un consumatore distratto salterà all’occhio solo il logo della celebre ditta, e non che è un prodotto declassato. Del resto anche a Jerez si gioca su questo. E il dibattito sulla liceità del metodo del finishing, e sulla necessità di rafforzare il disciplinare per sfuggire a queste tentazioni moderne, sta impazzando a Cognac in questi ultimi mesi.

Sottigliezze commerciali, si dirà. L’associazione Martell-cognac è talmente forte che probabilmente non preoccupa la Casa, ma è un segno dei tempi. Il target sono gli USA, il mondo dei cocktail e del rap, gli afro-americani, tra cui il fulvo francese funziona, ma a quanto pare non abbastanza. Il cognac cerca nuove strade per sfondare in mercati ancora sordi alle sue seduzioni: E per batterle, si vende l’anima.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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