Archive for the 'cognac' Category

09
Feb
20

Il cognac ha deciso: NO al finishing

Era nel’aria da tempo: tra i produttori ed i controllori della filiera cognac la discussione sul finishing andava avanti accanitamente, tra le fazioni dei modernisti e dei conservatori.

Come saprete, la pratica del finishing è quella per cui il distillato viene posto in una botte (impregnata) che ha contenuto un altro liquido, sia esso vino oppure un distillato, per la sua maturazione finale. Il metodo è ampiamente utilizzato nel whisky, e per il brandy spagnolo. Invasivo ed incisivo sul prodotto finale, l’apporto di una botte di primo passaggio segna permanentemente il carattere dell’acquavite che uscirà da questa. In misura minore, se la stessa sarà di secondo, terzo o quarto passaggio.

A farla breve, si tratta di un metodo di concia del distillato che si avvale di ciò che contiene la botte nelle sue doghe, e quando si vuole imbrogliare, anche nel suo fondo: non è poi così raro che ciò accada. Per certi distillati questo matrimonio adulterino avviene senza troppi scrupoli, ma che non lo si sappia, per amor di Dio. Il cliente in cerca di morbidezza, la famosa e vendibilissima smoothness, la troverà facilmente ed il distillatore non avrà bisogno di pagare il prezzo degli anni di maturazione, o di cercare altre scorciatoie ancora meno legittime. Così va il mondo. Ma questo è il lato oscuro del finishing.

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Anche a Cognac la tentazione è stata forte: il finishing è troppo interessante come strumento per portare in commercio in pochi anni dei brandy accattivanti e godibili, apprezzati da un pubblico indistinto e dalla mixology, per non utilizzarlo.

Soprattutto le Grandi Case hanno tentato questo approccio. Peraltro semplice per loro, dal momento che essendo ormai multinazionali, hanno gioco facile nell’ottenere dalla propria filiera globale le botti usate necessarie. Uno scherzo da ragazzi, insomma. Più costoso e complicato a farsi invece, per i produttori artigianali legati alla secolare manualità.

La rottura della tradizione si è consumata quindi, sotto la pressione del mercato – si badi bene, non dei consumatori, ma della concorrenza industriale – dando la stura a prodotti non convenzionali, per inseguire una moda, e forse, crediamo, per tentare di avvicinare al consumo del cognac una platea di bevitori già abituata a questo linguaggio liquido.

Ecco quindi la Martell creare pioneristicamente nel 2016 il Blue Swift, un “cognac” VSOP con finishing in botti ex-bourbon. E la risposta della Courvoisier, l’anno seguente, con la Master’s Cask Collection, una bella strizzata d’occhio al mondo del whisky con un audace finishing in botti ex-sherry PX. All’inseguimento, la Camus con l’accattivante Port Cask Finish. Non ultimo, il marchio Pierre Ferrand, ormai lanciato all’inseguimento dei big e fortemente orientato al mercato della mixology, osava due diversi finishing in botti ex-sauternes ed in legno di castagno.

Nella scia di questo svecchiamento del cognac si è posta anche la Maison Bache-Gabrielsen, con la sensibilità del suo Maître de chai Jean-Philippe Bergier, che però ha utilizzato un finishing in quercia bianca per il suo VSOP American Oak, rimanendo quindi nelle pieghe della tradizione. Lo stesso ha fatto la Maison Park con un VSOP finito in quercia Mizunara.

Il prezzo da pagare è infatti assai alto: il cognac che vede legno contaminato da altri liquidi oppure legni diversi dalla quercia perde il diritto alla AOC Cognac. Il disciplinare è tassativo, e le pressioni della grande industria per ottenere la necessaria flessibilità creativa sono state, come si può immaginare, parecchio forti.

Ora è arrivata la decisione finale.

Il BNIC, l’organo regolatore di tutta la filiera della professione, esaminata la questione definitivamente, prima di Natale ha deciso che la pratica del finishing non darà diritto alla denominazione cognac.

Tutte le produzioni in commercio a base cognac che hanno subìto finishing continueranno a mantenere quindi il comune titolo di eau-de-vie de vin, e non la patente di nobiltà di cognac.

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Vigneti dell’AOC Cognac – fonte: http://www.tourism-cognac.com

Ciò non toglie la legittimità degli esperimenti delle Case, e perfino l’apprezzamento per gli accattivanti risultati ottenuti, ma la tradizione è salva. Ed alla tradizione si appellano le centinaia di artigiani distillatori e di imbottigliatori indipendenti, che confidano solo nel tempo per donare ai loro cognac le caratteristiche che hanno reso famosa quest’acquavite. Il Re non è nudo.

© 2020 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

18
Dic
19

Dal proibizionismo al protezionismo? – nuovi pericoli incombono sul cognac

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Le recenti tensioni commerciali tra gli Stati Uniti e l’Europa rischiano di creare una crisi drammatica anche tra gli alambicchi francesi.

L’ipotesi di istituire un dazio all’importazione sul 100% del valore di alcune merci, tra cui una grossa parte della filiera agro-alimentare europea, a partire dalla metà di gennaio 2020 – che per ironia della storia viene proposto da un presidente astemio in coincidenza col centenario dell’avvio del proibizionismo alcolico negli USA – fa tremare i polsi dei produttori di cognac e dei loro importatori locali.

Ad ottobre la tariffa era stata alzata al 25% per molte voci d’esportazione per compensare il danno dovuto alle sovvenzioni europee alla Airbus, ma sia i brandy francesi che il vino italiano (tra cui il Prosecco, principale voce del nostro export), vi sono sfuggiti. Ora il rischio si fa molto concreto, e potrebbe strangolare anche la forte esportazione del cognac verso il Paese americano: gli Stati Uniti sono il primo cliente della regione, con un import di circa la metà dell’intera produzione annuale. Gli ultimi dodici mesi hanno visto l’esportazione verso gli USA di ben 105 milioni di bottiglie di cognac. I danni possibili potrebbero quindi essere enormi, come già stanno sperimentando i vicini del Bordolese, già morsi dai dazi ottobrini.

Le contromisure delle aziende di Cognac sono già state messe in opera, aumentando la fornitura degli stock locali, in grado di tamponare per qualche tempo la vivace domanda interna statunitense. Ma un dazio al 100% sul valore dell’import potrebbe danneggiare in maniera drammatica la filiera cognac, dando origine ad una nuova crisi, dopo che quella relativa alla limitazione della corruzione cinese è stata pressoché assorbita.

Ma non c’è dubbio che la guerra commerciale dichiarata da Trump a tutti i tradizionali partner degli Stati Uniti non sarà una passeggiata per la Charente, e potrebbe mettere in pesante difficoltà soprattutto i quattro principali attori: Martell, Courvoisier e Rémy Martin, ma in misura maggiore di tutti la Hennessy, che da sola pesa per metà della produzione dell’AOC Cognac.

Non è da escludere un accordo futuro, come sembra nello stile della presidenza Trump, ma la pistola sul tavolo del commercio atlantico sta per essere posata non appena finite le festività natalizie.

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17
Nov
19

Accadeva 60 anni fa nel Saarland: come contrabbandare il cognac e vivere felici

Storie del tempo che fu: sul confine tra Francia e Germania non è mai corso buon sangue. Dall’epoca dei Franchi, dei Carolingi e Lotaringi, e degli imperatori Sacri e Romani, fino a dopo la seconda Guerra Mondiale, le terre a cavallo del Reno e dei suoi affluenti sono state contese tra le due nazioni, passando ripetutamente di mano. Alsazia, Lorena, e la piccola regione mineraria della Saar mostrano ancora oggi tracce più o meno profonde di entrambe le culture, così come fa il Granducato del Lussemburgo.

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La Saarschleife (ansa della Saar),

La Saar (Sarre in francese) non ha fatto eccezione: terminata l’ultima guerra, il suo territorio è stato occupato militarmente dai francesi, ed era destinato a diventare uno staterello indipendente di lingua tedesca sotto protettorato francese, sfruttato per le sue risorse minerarie e carbonifere. Ma la Storia decise diversamente: un referendum popolare ne rigettò il trattato costitutivo, e la piccola regione poté quindi ritornare sotto sovranità tedesca nel 1957, ed abbandonare il franco francese ed il regime di unione doganale con la Francia dopo un periodo di transizione di due anni e mezzo.

Che c’entra il cognac? Essendo appunto in unione doganale con la Francia, i prodotti francesi avevano libera circolazione nel Saarland. Per effetto del trattato di restituzione alla madrepatria, si stabilì che le merci presenti nella Saar alla fatidica data X del 6 luglio 1959 – il giorno in cui veniva reintrodotto il marco tedesco – avrebbero potuto circolare nel resto della Germania in esenzione di dazi e di tasse. La norma era stata chiesta a gran voce dagli industriali francesi, non ultime le organizzazioni rappresentative dei produttori di vino e cognac, ed il governo tedesco non vi si oppose, considerandola transitoria, pur di riottenere il territorio sotto piena sovranità monetaria oltre che politica.

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Edeka – Cognac fine Champagne Vieille – pubblicità 1960 circa

Il cognac nel dopoguerra era un bene di lusso per i tedeschi. La ghiotta ma poverissima Germania Federale ne consumava si e no 300.000 bottiglie/anno, contro i dieci milioni circa di oggi. Il loro prezzo medio nel 1959 era compreso tra 28 e 30 marchi tedeschi (4.500 lire di allora), per le qualità correnti (VS/***).

Il fatale giorno X riversò sul mercato degli altri Länder una massa di cognac imprevista, facendone precipitare il prezzo di quasi la metà, che era più o meno il margine di questo lucroso commercio. L’importatore tedesco intascava al tempo circa il 10% del prezzo al pubblico del cognac, un 5% rimaneva ai suoi rappresentanti, i grossisti avevano un altro 15%, ed i dettaglianti un 20/25%. Il fisco tedesco faceva la sua parte, chiedendo all’importatore tra dazi ed accise una cifra di oltre 7,5 marchi per litro di cognac, oltre ad una perequazione dell’IVA; senza considerare che le botti venivano considerate tara per merce, e pesavano parecchio.

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I prezzi del cognac dopo il giorno X

I grossisti della Saar quindi poterono, in virtù del trattato del Lussemburgo, stoccare cognac ed altri beni in esenzione fiscale, per poi rivenderli in Germania, una volta tornato il marco tedesco nel loro territorio. E fecero enormi affari.

Chi ne fece le spese invece furono gli importatori ufficiali tedeschi, travolti da un fiume di cognac a prezzi francesi: nella Saar infatti il cognac si comprava in franchi francesi ad un costo compreso tra 14 e 20 marchi. E naturalmente anche le dogane della Repubblica Federale ci perdettero qualche milione di marchi di allora.

Da Cognac per settimane e settimane prima del giorno X partirono quotidianamente colonne di camion piene di acquavite, allo scopo di aggirare le barriere doganali tedesche: di fatto si stava praticando una sorta di contrabbando legalizzato dal trattato internazionale. La stessa Hennessy, la più grande produttrice di cognac, che non ne aveva certo alcun bisogno, riuscì a pochi giorni dal cambio di regime fiscale a depositare nel Saarland una spedizione di cinquantamila bottiglie in un colpo solo.

Si stima che alla data del 6 luglio 1959 la regione della Saar detenesse uno stock in franchigia di circa un milione e duecentomila bottiglie di cognac, pari al consumo di quattro anni dell’intera Germania di allora, più un’imprecisata quantità di botti di acquavite giovane (per legge non ancora cognac) a grado pieno, da maturare sul posto, diluire, e vendere negli anni futuri come “brandy tedesco”, sfruttando le pieghe del trattato.

 

Dopo il periodo di transizione quindi i grossisti tedeschi di alcolici furono sommersi da valanghe di offerte di acquisto a prezzi competitivi di brandy e cognac provenienti dal nuovo Land, grazie a questo irripetibile vantaggio fiscale. Le lamentele degli importatori ufficiali di cognac furono altissime nei palazzi di Bonn, ma nulla poterono davanti alla ragion di stato: e per una volta fu godi popolo !

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

28
Set
19

Ad ottobre il cognac si mette in mostra

Con l’arrivo della stagione fredda iniziano ad apparire le iniziative divulgative e promozionali sul celeberrimo distillato francese, volte ad aumentarne la conoscenza oppure il commercio.

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Un’immagine da Cognac Experience 2018

La Norvegia è il paese dove per tradizione il consumo di cognac pro capite è il più elevato al mondo. Non desta quindi meraviglia che si svolgano più manifestazioni, rivolte agli appassionati ed ai cultori, prima ancora che ai novizi.

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La locandina degli eventi francesi.

 

L’Olanda offre un evento, giunto ormai alla sua terza edizione, con un vivace panorama di produttori ed importatori, ed un mercato locale in pieno sviluppo tra grandi appassionati, eccellenti commercianti e alcuni imbottigliatori e collezionisti d’eccezione.

Nel Regno Unito si esporta whisky ma l’uso del cognac è ancora ben radicato, tanto che rimane il primo consumatore europeo in volume del distillato.

In Francia invece il terreno è ancora da dissodare (i francesi fanno i migliori brandy del mondo, ma bevono whisky), ed al di fuori delle fiere vinicole, dove qualche Maison artigianale si mette in vetrina, senza peraltro avere lo stesso supporto donato dai consorzi delle AOC al mondo del vino, gli episodi di propaganda e divulgazione hanno un obiettivo generale, anche se qualcosa si sta muovendo.

Ecco quindi cosa succederà oltralpe fra pochi giorni.

  • Norvegia, Bergen – 11/12 ottobre

COGNAC EXPO

La fiera norvegese con più tradizione apre ancora una volta le sue porte nell’affascinante città di Bergen, e promette la solita robusta iniezione di Maison e di cultura del cognac. Le masterclass organizzate per quest’ottava edizione saranno tenute dai maîtres de chai o dai titolari delle seguenti Case: Godet, Meukow, Normandin-Mercier, Rémy Martin. Senza contare il giorno precedente la spettacolare Extreme Masterclass – estrema anche nel prezzo, circa € 260 – tenuta stavolta da Stéphane Burnez, il maître de chai di Prunier, una tra le poche Maison ad avere in catalogo una collezione di cognac d’annata impressionante per qualità e varietà.

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  • Norvegia, Trondheim – 12 ottobre

COGNAC EXPERIENCE

La seconda edizione di questa vivace fiera, organizzata dalla Sociètè de Cognac di Trondheim in collaborazione con VinPuls e con gli importatori norvegesi di cognac, promette di superare l’immediato successo dell’anno scorso. La più settentrionale delle grandi città norvegesi offrirà in mostra oltre venti espositori, e la presenza di svariati maîtres de chai provenienti dalla Charente. Tra le curiosità, il bis del Corso introduttivo al meraviglioso mondo del cognac tenuto da Roar Hildonen, patron del celebre ristorante di Trondheim To Rom og Kjøkken, e la Opulence Revealed Session di Rémy Martin in cui il brand ambassador Peter Jones abbinerà delikatessen ai cognac della Maison. Non mancheranno le masterclass con le Maison: la norvegese Brillet, la napoleonica A.E.Dor con il pirotecnico Nicholas Mandon, l’illustre Delamain con il leggendario maître de chai Dominique Touteau, da 40 anni custode del buon nome della Casa, e l’artigianale, giovane ed apprezzatissimo Domaine Pasquet, tra i rari produttori bio della Charente. Ultimo ma non per ultimo, il cocktail bar al cui bancone sarà presente Jørgen Dons del Raus Bar di Trondheim, reputato tra i migliori baristi dell’intera Scandinavia.

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  • Olanda, Utrecht – 13/14 ottobre

 DISCOVER COGNAC

Unica fiera olandese dedicata al cognac, la sua terza edizione si terrà ad Utrecht, e vedrà rappresentate la bellezza di 29 Maison, tra medie, piccole e familiari, in grado di accontentare dal bevitore occasionale fino all’amatore sfegatato con circa 80 diverse proposte in bottiglia. Il lunedì la giuria assegnerà il premio per il miglior cognac importato in Olanda.  Sito: discover cognac

  • Francia, vari luoghi – 11/12/13 ottobre

LES VISITES PRIVÉES DES SPIRITUEUX

Organizzate dalla Federazione dei Distillatori e dei Distributori    francesi di alcolici, queste visite guidate offerte dalle singole   Maison permetteranno di conoscere la storia ed il saper fare delle     aziende, attraverso degustazioni, masterclass e l’apertura delle   distillerie e dei magazzini di affinamento. Tutta la Francia     alcolica – anche d’Oltremare – è coinvolta, non solo la regione del    cognac, ma in questa occasione saranno accessibili numerose Maison     di   prestigio, non visitabili dal pubblico in circostanze    normali.   Tutto il programma si può leggere qua: spiritourisme.com

  • Regno Unito, Londra – 24/25 aprile 2020

COGNAC SHOW

Non possiamo dimenticare il Cognac Show che si terrà a Londra il 24 ed il 25 aprile 2020: ma per quello ci sarà ancora tempo di parlarne. In Italia purtroppo è ancora buio pesto per il nobile distillato delle due Charentes.

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Un’immagine da Discover Cognac 2018

Se avete intenzione di partecipare ad uno di questi eventi, ora sapete tutto su cosa vedere e dove andare.

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

22
Mag
19

Il colore del cognac

Il colore del cognac è la prima impressione che riceviamo dalle bottiglie esposte in fila su di uno scaffale. L’etichetta ci darà poi altre informazioni, più utili per identificarne il contenuto.

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I colori “naturali” del cognac da 2 a 50 anni

Ma il colore del distillato è veramente un criterio-guida per scegliere una bottiglia? Il neofita dirà irrimediabilmente di sì, mentre il bevitore smaliziato assolutamente no. Dove sta la verità?

Il colore del cognac ha due origini: la prima, naturale; la seconda, aggiunta. Vediamo meglio.

Il colore naturale è quello impartito all’acquavite dal legno della botte, in funzione:

  • del tempo trascorso dal distillato in essa
  • del tipo di tostatura della botte
  • del fatto che la botte sia di primo impiego oppure no
  • del tipo di legno impiegato (sempre di quercia, però).

Il colore aggiunto deriva dagli additivi usati per migliorare l’aspetto ed il sapore del distillato, e varia a seconda delle quantità:

  • del caramello
  • del “misterioso” boisé.

È bene dissipare ogni dubbio sul caramello. Questo, contrariamente a quanto pensano alcuni, non ha alcuna influenza sul sapore del brandy a cui viene aggiunto; la sua origine è naturale, trattandosi di zucchero bruciato, e per le quantità adoperate correntemente non può né alterare il gusto dell’acquavite, né possedere proprietà dolcificanti: è anzi amaro di natura.

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Un cognac d’epoca di circa 5/6 anni, intensamente colorato

Lo scopo tecnologico per cui il caramello viene impiegato è di livellare il colore delle varie partite di un determinato imbottigliamento, oppure di incrementarne il colore per le richieste di alcuni mercati d’esportazione (tipicamente quelli asiatici, che desiderano un prodotto scuro e più dolce della media).

L’altro additivo che influenza il colore del cognac è il boisé, l’estratto di legno di quercia, talvolta invecchiato a lungo, che viene usato per dare profumi, corpo, e tannino al distillato. Un boisé ben stagionato in botte è amarissimo ed estremamente scuro, e ne basta mezzo bicchierino da liquore per far apparire un intero tino di cognac come se avesse trascorso parecchi anni di più nel proprio legno. Ma è solo maquillage, come dicono i francesi.

Il suo principale impiego è nei cognac giovani, ai quali dona una parvenza di invecchiamento, ed una marcia in più quanto ad aroma e sapore: una suggestione per il palato del grande pubblico, poiché il bevitore allenato ne riconosce quasi sempre l’impiego. Ma il prodotto deve essere usato con mano estremamente prudente. Il suo uso è taciuto da ogni produttore, e ad esplicita domanda, il più delle volte negato sdegnosamente, perché è un trucco tecnologico e stilistico proprio di ciascuno, artigiano o industria che sia, ed all’arte non piace mettere in piazza i segreti del mestiere. Pare che una botte di vecchio boisé valga parecchie volte più di quella di un cognac stravecchio: chi ne possiede, ha in cantina una discreta fortuna, insomma.

La gamma cromatica del cognac si estende dal giallo tenue dei neonati di 2 anni fino all’ambrato profondo dei cinquantenari ed oltre. Una colorazione che tende al bruno nei cognac piuttosto giovani, oppure di un magnifico color ramato anche quando hanno una certa età, fa immediatamente sospettare l’uso del boisé e/o del caramello nelle sue diverse sfumature.

I mercanti inglesi del Settecento sapevano già come ottenere una tintura di trucioli di quercia per contraffare il colore del giovane brandy francese e venderlo come “Old Brown Brandy”, naturalmente dopo averlo addizionato generosamente di sciroppo, maturato in una botte contenente del vecchio cognac. Mentre l’aristocrazia aveva già capito tutto, ed a questi prodotti sofisticati preferiva i distillati chiamati “Pale and Dry”. Che per inciso è ancora oggi vanto di una marca molto amata in Inghilterra.

La verità, dicevamo. Eccola: il colore non è mai il criterio di scelta di un cognac, e resta un piacere per l’occhio, tutt’al più. Il senso comune da secoli racconta che il distillato più scuro è, più invecchiato sarà: l’amatore di cognac invece sa che è vero il contrario. Quanto minore è il colore in un vecchio distillato, tanto maggiore sarà la sua onestà.

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14
Apr
19

XXO: una nuova sigla per il cognac


Il mondo degli invecchiamenti del cognac è già abbastanza oscuro: ma da pochi mesi l’ente di controllo della filiera, il BNIC, ha approvato l’uso di una nuova sigla per una categoria d’invecchiamento.

La richiesta nasce dalla maison Hennessy, la più grande azienda della regione, che nel 2017 aveva lanciato un imbottigliamento di lusso per il mercato asiatico, dal costo di circa 600 dollari, con la sigla XXO, subito sospeso dal commercio dalle autorità francesi, perché non previsto dai regolamenti ufficiali.

Un’antica mignonnette di cognac Hennessy XXO – da Sudouest.fr / Philippe Menard

XXO significa “eXtra eXtra Old”: Hennessy non si è data per vinta, e come leader di mercato, ha dapprima opposto un ricorso alla giustizia amministrativa, che nel gennaio dell’anno scorso le ha dato torto; e successivamente ha fatto lobbying sul BNIC, il quale ha inoltrato la richiesta all’INAO, l’ente che certifica le denominazioni di origine francesi, per introdurre questa nuova denominazione di invecchiamento, approvata infine a giugno 2018.

L’autorizzazione è arrivata come frutto di un compromesso: la sigla XXO è stata integrata nel cahier des charges AOC cognac e significa che il più giovane cognac contenuto nella bottiglia deve avere almeno 14 anni di invecchiamento certificato in botte. L’INAO ne ha quindi autorizzato l’impiego, a condizione che diventasse bene comune della denominazione, e non solo di una maison, seppure la più importante. Dall’8 novembre 2018 la nuova denominazione è legalmente efficace.

La ragione per cui Hennessy pretendeva di usare questa sigla si fa risalire ad alcuni imbottigliamenti della Casa commercializzati già dal 1872, ed in seguito abbandonati con l’entrata in vigore dei regolamenti di tutela della denominazione.

Oggi le ragioni sono perlopiù di visibilità nei mercati premium asiatici (duty free in primis), dove il gigante del cognac ha un ricco business: potervi portare un prodotto con un maggior invecchiamento certificato ufficialmente dà alla maison Hennessy una potente arma di marketing. Il metodo non è nuovo, se anche il consorzio del Chianti in Italia ha seguito le stesse logiche; si tratta della premiumizzazione del prodotto, rendendolo distinguibile come categoria superiore al consumatore, per poi chiedergli un prezzo maggiore.

La presentazione del cognac Hennessy X.X.O. – da DFS.com

Ad oggi le sigle degli invecchiamenti certificati del cognac sono quindi:

  • VS – due anni di invecchiamento in botte
  • VSOP – quattro anni di invecchiamento in botte
  • XO – dieci anni di invecchiamento in botte (dal 2018)
  • XXO – quattordici anni di invecchiamento in botte (dal 2019)

Le ragioni dell’industria non sempre combaciano con quelle dei vignaioli produttori. Parecchi dei 1600 vignaioli fornitori di Hennessy distillano e vendono in proprio una parte del loro cognac. Quanti di loro avranno il coraggio di utilizzare la sigla creata per servire gli interessi della potente maison?

L’inutilità di questa disposizione è del resto palese: buona parte del cognac imbottigliato dagli artigiani distillatori (bouilleurs de cru) è venduta ad età ben superiori a 14 anni, senza che siano necessarie ulteriori specifiche legali. La tradizione del commercio assegna già da tempo a questi distillati delle denominazioni non ufficiali ma accettate, come Vieille Reserve, Très Vieux, Hors d’Age, Extra, ed altre, che permettono all’appassionato di individuare facilmente la fascia di invecchiamento del cognac, valutato anche il prezzo di vendita.

In ogni caso, a parere di chi scrive, la differenza qualitativa di soli quattro anni tra le due categorie legali non è un gradiente significativo. È cosa generalmente nota che gli invecchiamenti del cognac seguono incrementi di almeno un lustro per volta, o anche di un decennio, per apportare un’eloquente differenza tra due imbottigliamenti. Questo vale in special modo quando si considerano i primi due crus, i cui cognac beneficiano sensibilmente dei grandi invecchiamenti. Alla fine, quindi, più fumo che arrosto.

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

08
Mar
19

Le donne che contano a Cognac

Il cognac è sempre stato un mondo declinato al maschile, come tutti i lavori agricoli e della distillazione. Ma non è più tempo di distinzioni di genere: se gli uomini sono in grado di cambiare il pannolino ed accudire i pargoli in congedo di paternità, le donne possono ben adempiere ai compiti di vigna e di cantina, fino ad assurgere perfino al rango di maîtresse de chai, il più nobile della filiera alcolica.

Eccole quindi protagoniste nei ruoli più diversi, non meno abili dei loro colleghi. Questa carrellata vi dimostrerà quanto il cognac sia ormai affare di donne quanto di uomini, e non dovrete sorprendervi se visitando una Maison sarete accolti e guidati da una signora, o vi verrà detto che della distillazione si occupa madame.

È rispettoso cominciare con la decana, Annie Ragnaud-Sabourin, erede di una delle più blasonate ed onorate Maison dell’intera regione. Ormai nei suoi ottanta, la signora, già docente universitaria a Parigi, continua l’opera di suo padre Marcel Ragnaud – uno dei più insigni distillatori che il territorio ricordi – e dirige senza deviare dalla tradizione la sua piccola e gloriosa Casa. Lei e la figlia Patricia sono le custodi di un patrimonio liquido che risale al nonno (e bisnonno) Gaston Briand, uno dei creatori della denominazione d’origine (AOC) cognac, nel 1936.

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Annie Ragnaud – Sabourin

Il ruolo di maître de chai o cellar master, è sempre stato prerogativa maschile, e nelle grandi Maison perfino ereditario. Che non sia un lavoro facile è fuori questione, ma c’è spazio anche per le donne: Pierrette Trichet ha ricoperto l’impegnativa posizione dal 2003 al 2014 presso Rémy Martin, una delle quattro grandi Case, prima donna in assoluto ad approdare all’ambìto incarico. Dietro di sé ha lasciato una fama di rispettabilità ed autorevolezza, ed ancora oggi le sue opinioni sono altamente ascoltate nel mondo dell’acquavite francese. Entrata nei laboratori di ricerca della Maison come ricercatrice biochimica, mai si sarebbe aspettata di vedersi aprire le porte del sancta sanctorum, il comité de dégustation, tempio esclusivo dei sacerdoti del cognac. Dapprima tollerata a naso all’insù, grazie alla sua formidabile capacità d’analisi sensoriale e ad una brillante memoria olfattiva, ha saputo primeggiare tra i colleghi e succedere a Georges Clot, il precedente maestro di cantina di Rémy.

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Pierrette Trichet

 

 

Onorata casa di media dimensione, la Antoine Hardy è una Maison de négoce famosa da molto tempo, specialmente nel mondo anglossassone ed asiatico. Oggi la dirige Bénédicte Hardy, che con la sorella Sophie costituisce  l’anima dell’azienda. Terminati gli studi di legge, preferì viaggiare come brand ambassador in USA piuttosto che esercitare l’avvocatura. L’impronta femminile si vede tutta nello stile della Casa, dove è posta grande attenzione al confezionamento. Etichette d’artista e caraffe di Lalique e Daum segnano le proposte eleganti della Maison Hardy, mentre lo stile del cognac tende verso la grazia e la raffinatezza, caratteri molto apprezzati dalla clientela femminile, che beve poco ma vuole bere bene.

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Bénedicte Hardy

Non mancano le giovani donne: tra le prime ad occuparsi dello sviluppo di una Maison di dimensioni importanti (220 ha), Elodie Abécassis, entrata in azienda a soli 23 anni, da dieci porta in dote la sua energia e la sua visione per svecchiare l’immagine del distillato. Probabilmente ABK6 è oggi la Casa con la connotazione più young & urban del panorama cognac, fatto da giovani per un consumatore giovane: la mixology è messa in prima linea nelle loro creazioni, anche con un originale liquore miele e cognac.

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Elodie Abecassis con il padre Francis

Un’altra giovane donna è Amy Pasquet dell’omonima Maison familiare della Grande Champagne. Catapultata in questo mondo dopo aver conosciuto e sposato Jean, tra i rari produttori di cognac biologico, si è buttata anima e corpo nella gestione dell’azienda e nella comunicazione del prodotto. La sua visione americana, concreta e pratica, l’ha portata a concepire quanto sia importante, per i piccoli produttori come loro, la visibilità sui social media ed i legami con gli altri; il suo lato speciale consiste nel dare voce a piccoli distillatori, formando una rete di vignaioli artigiani finora sconosciuti al pubblico, ma creatori di prodotti di alta qualità.

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Amy Pasquet

 

 

E le giovani donne si stanno ritagliando ruoli impensabili solo un paio di decenni fa a Cognac: come si fa a far nascere un marchio prima inesistente? La famiglia Bertrand è distillatrice da almeno un paio di secoli sulla propria tenuta: ma come molte altre, vendeva alle grandi Maison la propria acquavite. Thérese Bertrand, entrata in azienda da una decina d’anni, ha costruito il marchio e la sua immagine, grazie ad una brillante comunicativa ed a un talento per le lingue: tutto quello che succede dopo che il cognac è stato tolto dalla botte, lo decide lei: la bottiglia, l’immagine, il marketing, la comunicazione, la vendita, le visite all’azienda.  Va da sé che dietro il marchio c’è un solido cognac Petite Champagne.

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Thérese Bertrand

 

Una storia simile la sta scrivendo Fanny Fougerat: un’altra giovane che dal 2013 ha preso in mano il proprio domaine arrivato alla quarta generazione – prima vendevano le botti alle grandi aziende – e vi ha dato coraggiosamente il proprio nome. Una donna che firma dei “cognac d’autore” non si era mai vista: i crus delle Borderies e dei Fins Bois sono abilmente messi in luce da Fanny con l’obiettivo di far risaltare finezza, precisione, freschezza e purezza delle sue acquaviti. I suoi trenta ettari situati in una felicissimo terroir facilitano il compito.

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Fanny Fougerat

 

Il cognac è un alcolico per vecchi? Chi lo dice non conosce la realtà odierna: Maelys Bourgoin assieme al fratello Fréderic, eredi di un vasto domaine nei Fins Bois che prima forniva il conosciuto marchio Léopold Gourmel, ora firmano una gamma col proprio nome. I cognac Bourgoin sono pensati per la miscelazione: uno spirit giovanissimo ad oltre 60°, e un XO di 22 anni con finishing in micro-barrique di dieci litri a tostatura crocodile; ed ecco dei cognac contemporanei per mandare in soffitta l’immagine di poltrone di cuoio e caminetti accanto a cui sorseggiarli. Questi sono cognac pop, fatti da giovani produttori per bevitori giovani.

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Maelys Bourgoin

Ma qualcosa si muove anche tra i dinosauri: la venerata Maison Hennessy, tra le più antiche, e forse la più conservatrice delle Grandi, ha ammesso per la seconda volta in 250 anni una donna nel suo augusto comité de dégustation: Mathilde Boisseau. Il rito degli assaggi chez Hennessy si ripete quotidianamente, uguale da secoli: si celebra alle 11 e 15 precise, nel Grand Bureau affacciato sulle rive della Charente, officiato dal suo cantiniere capo, attualmente Renaud Fillioux de Gironde. E solo una volta trascorsi dieci anni di pratica in monastico silenzio – necessari per strutturare la propria memoria olfattiva, ci raccontano – ai partecipanti viene concesso il diritto di parola. Tre anni scarsi sono trascorsi per Mathilde, che nel resto del tempo, come agronoma, si occupa della gestione dei vigneti di proprietà Hennessy, 180 ettari, ma un bel giorno lei potrà decidere insieme agli altri sei membri le sorti dei cognac della Casa, e chissà, magari spezzare l’ininterrotta e secolare successione dinastica dei suoi maître de chai, i Fillioux, i cui ritratti incombono dalle pareti di questo santuario.

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Mathilde Boisseau tra i membri del Comité di Hennessy – da http://www.codigounico.com

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