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17
Giu
18

La Casa di Cognac – saga di una famiglia e della sua ossessione, l’acquavite.

La Casa di Cognac, un nuovo romanzo dell’autrice francese Yolaine Destremau, è uscito da una settimana per i tipi della casa editrice Barta.

Per una volta farò pubblicità (gratuita), che non è abitudine di queste pagine, come ben sanno i miei lettori. Il motivo è semplice.

L’opera tratta, dietro il sottilissimo velo della finzione letteraria, della saga degli Hennessy, la grande dinastia di commercianti di cognac, con la quale l’autrice è del resto imparentata, essendo la pronipote di James Hennessy II, e la nipote di Alain de Pracomtal, presidente del consiglio di amministrazione della grande maison dal 1966 al 1992.

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La copertina del romanzo

 

Già dalle prime pagine siamo trascinati in pieno nell’epopea del fondatore, cadetto di una famiglia nobile di Cork, partito dalla terra natale per arruolarsi nella Brigade Irlandaise dell’esercito francese; la storia lo vedrà poi sposarsi in Inghilterra, commerciare ad Ostenda, ed approdare infine a Cognac, luogo in cui la famiglia creerà la sua gloria.

Lo sguardo dell’autrice non è solo storico, ma da insider ci rivela le passioni, i drammi, e le miserie della celebre dinastia, ondeggiando senza paura tra il romanzesco ed il verosimile. E come ce ne sono in tutte le grandi famiglie, mette a nudo cupidigie, ambizioni, scandali, politica, affari, lotte e conflitti. Ma anche il successo, che, sebbene l’azienda sia passata alla multinazionale LVMH, oggi mantiene Hennessy stabilmente nel posto del primo produttore di cognac al mondo, con metà del venduto dell’intera regione. Un primato inscalfibile.

Il romanzo, teso e scorrevole, ci porta lungo il filo dell’ossessione per il fulvo distillato dentro i segreti: della fabbricazione del cognac, degli affari della potente famiglia, e delle sue otto generazioni di «sopravvissuti, resuscitati ogni volta» al comando della maison, e mette in luce il ruolo delle figure femminili, all’ombra dei padri e dei mariti ma con un ruolo chiave nel preservare gli equilibri della stirpe. Il libro, nonostante provenga dall’interno della famiglia, non ha ricevuto alcuna approvazione né dalla dinastia né dall’azienda.

C’è qualcosa… che ci farà… diventare il produttore più famoso al mondo. All’improvviso Richard allungò la mano gialla e ossuta e si aggrappò a quella di suo figlio. E esalò quelle parole, le ultime della sua vita: “nuoteremo. Sai nuotare? Allora nuoterai”. Poi un terribile panico invase i suoi lineamenti. E il silenzio si chiuse su di lui come un mantello di pietra»

 LA CASA DI COGNAC; Yolaine Destremau; Barta edizioni, pagine 200; € 13.

ISBN 978-88-98462-13-1

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03
Giu
18

Un cognac con finishing in quercia Mizunara: possibile?

Il cognac si sta aprendo al mondo del finishing, pratica corrente degli altri distillati invecchiati, in particolare del whisky.

Finishing non significa altro che un passaggio dell’alcolico al termine della maturazione in una botte particolare, in genere attiva per aver contenuto vino o altri distillati; di solito questo processo dura qualche mese o poco più, giusto per il tempo di estrarre le caratteristiche tipiche della botte, e per armonizzarle nel distillato.

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Cognac Park Borderies Mizunara – 43,5° – fonte: sito aziendale

Il cognac si è sempre contraddistinto per la chiusura a queste pratiche considerate non ortodosse, non avendo bisogno, lui, nobile di nascita, di mescolarsi ad aromi estranei per acquisire maggiore finezza.

Ultimamente però dal rigoroso disciplinare della AOC Cognac è scomparsa una paroletta – francese – dopo il termine legno di quercia. Questa in apparenza insignificante modifica ha dato adito alla possibilità di sperimentare l’uso di altri roveri senza perdere la denominazione d’origine; cosa che avverrebbe certamente con legni di altra natura: già lo si è visto a proposito del Blue Swift di Martell o del Renegade Barrel di Ferrand.

Pertanto i vincoli all’impiego di botti non costruite con rovere francese sono ancora stringenti: l’unica modalità ammessa dai regolamenti è che siano di quercia (non importa oggi la provenienza geografica) e che siano nuove, oppure abbiano contenuto già e soltanto cognac.

Si è aperta quindi la possibilità per le Case di sperimentare nuove vie, in particolare per aromatizzare diversamente i cognac dagli invecchiamenti brevi, tenendo l’occhio fisso sul bere miscelato.

Non è da molto che la distilleria Tessendier, proprietaria del marchio Park, e di altri, ha lanciato un cognac con finishing in quercia Mizunara, la venerata Quercus Mongolica; che è legno raro, assai costoso, e che dona ai whisky giapponesi di fascia alta aromi pregevolissimi.  È pratica di tutte le Case di whisky jap utilizzare botti o tini di questa rara quercia a lentissimo accrescimento per ottenere imbottigliamenti eccezionalmente eleganti.

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Un esemplare di Qurcus mongolica – fonte Wikipedia

L’operazione sul distillato francese è stata interessante: Park ha prodotto un cognac single cru Borderies, il più piccolo d’estensione, ed anche quello che produce le acquaviti più armoniche in gioventù, invecchiandolo quattro anni, secondo gli usi tradizionali. Si tratta quindi legalmente di un cognac VSOP. Ma poi negli ultimi sei mesi l’acquavite ha soggiornato in botti di quercia Mizunara nuove.

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Monsieur Tessendier e la sua nuova creazione – fonte http://www.sudouest.com

Il risultato è che questo cognac leggero e floreale ma di piacevole lunghezza assume maggiore morbidezza e un po’ di grassezza, pur se così giovane. Pare sia migliore se bevuto con un solo cubetto di ghiaccio, che ne esalta le note più eteree, mi dice un amico che l’ha degustato. Ma lo si è pensato per la miscelazione.

Trattandosi di un imbottigliamento sperimentale, circa 5-6 botti, non ci saranno tante bottiglie in commercio, ma il caso ha fatto scuola a Cognac. E probabilmente il progetto è destinato a vedere presto imitatori, e penso anche qualche maturazione esclusiva in questo legno, non solo un finissaggio. Insomma, la tradizione comincia a vacillare, e nuove creazioni prendono forma dalle mani dei giovani maîtres de chai. Staremo a vedere.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

23
Apr
18

Al Vinitaly 2018, girando tra il Salone Internazionale dei Distillati

Se andate al Salone Internazionale dei Distillati (chiamatelo pure Vinitaly) non troverete né un padiglione né un settore dedicato che ospita i vari produttori di alcolici. Superare le logiche regionali, e ritagliare uno spazio (come si fa già per Vivit e FIVI) in cui mettere in luce i distillatori italiani ed i rari ospiti stranieri più qualche azienda distributrice potrebbe essere una buona idea, ed una vetrina non trascurabile per le produzioni ad alto grado italiane, che riscuotono spesso più successo all’estero che in casa.

La ricerca della buona bottiglia, va da sé, non è impresa facile: bisogna prima studiare le mappe, con un lavoro preparatorio da caccia al tesoro, poi navigare tra un oceano di produttori di vinelli, vinoni e vinacci, e infine snidarla in mezzo ad un mare di altri liquori: la maggior parte dei produttori di alcolici si dedica anche o soprattutto alla liquoristica, che ha più facilità di commercio e più attrattiva presso il pubblico generale; purtroppo anche in questa nobile arte, in cui gli italiani sono stati creatori originalissimi, e ancora oggi primeggiano, il livello è sceso piuttosto in basso. In un mercato dai mille attori il prezzo finisce per vincere sulla qualità delle proposte, quando

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pure ci sarebbe più di qualche azienda artigiana di cui andare fieri: anche questa branca fa parte dell’eccellenza gastronomica del made in Italy, e nel mondo ce la invidiano tutti quelli che appena ne capiscono di qualità.

Non potevo però fare a meno di andare a cercare tra i distributori qualche maison di cognac che ancora non ho visitato personalmente; sono tantissime, sapete. E se di cognac ne girano pochi sull’Adige, con pazienza qualcosa si trova. Compagnia dei Caraibi distribuisce l’ampia gamma di Cognac Ferrand: mi hanno fatto assaggiare un paio di brandy pensati per la mixology, non privi di personalità: “Renegade Barrel”, un giovane cognac con finishing in botti di castagno (che per questo legalmente perde il diritto alla denominazione cognac, e può solo chiamarsi eau-de-vie de vin), e il

“1840 Original Formula”, che vuole replicare il gusto floreale dell’epoca d’oro del cognac, i decenni centrali del 1800. Drouet & Fils, distribuita da Pellegrini, è una piccola maison familiare con vigneti nei primi due crus, che ci propone l’ultimo nato di casa, un gustoso Grande Champagne a 42° di 7 anni, dal naso elegante, aggraziato al palato, chiamato cognac Melina.

Il brandy italiano non vede molti produttori, oggidì: un nome storico, Carpenè Malvolti, lo distillava un tempo, ma ora ne affina soltanto. Tre sono le qualità offerte in vendita: il “Riserva 7 anni”, focoso ed un po’ dolce, rende nei cocktail ma si lascia bere anche dai non esperti, mentre il “Riserva 15 anni” vuole offrirsi a chi ha maggiori pretese. L’affinamento è ben condotto, ed i brandy sono onesti, più della media nazionale. Faccio un salto da Pojer & Sandri, per salutare l’amico Mario, e pur non avendolo chiesto, ho già il bicchiere in mano: questo funambolo dell’alambicco mi stupisce come al solito! In anteprima in fiera si versa il loro brandy “30 anni”: l’aria di montagna rende fine questa acquavite che danza fiera nel calice eppure conserva una grazia giovanile tutta sua. Bicchiere importante, certo, ma che può essere avvicinato anche dal neofita in tutta facilità.

Ospite internazionale del Vinitaly quest’anno è il Perù, che promuove il suo ardente pisco, non più uno sconosciuto nemmeno da noi: solito piacione il Pisco Portón (Hacienda La Caravedo), già arrivato da tempo nei bar italiani; sincero e molto profumato, senza cedere a morbidezze, il Pisco Legado (Fundo La Esperanza), nella più tradizionale delle sue versioni, distillato da uva quebranta coltivata nella Valle de Mala. Singolare il bruno Inkamaca: è una creazione recente oppure una ripresa di un’usanza popolare? Si tratta di un’infusione della radice della maca andina nel pisco “mosto verde” che produce un amaro tonico dai sapori assai curiosi, con note torrefatte. Vi suggerisco di tenere d’occhio l’acquavite peruviana, c’è ancora molto da scoprire in questa terra ricca di più di 3000 distillerie: il pisco vale davvero un Perù, e farà strada non solo nei vostri cocktail.

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Le sorelle Nonino col padre Benito in distilleria – (dal sito aziendale)

 

La grappa soffre purtroppo di opacità: il nostro distillato bandiera soggiace ancora oggi in patria ad un pregiudizio di mediocrità, e nulla fanno gli attori principali della filiera – le industrie – per risollevarne l’immagine investendo in qualità e trasparenza. E potrebbero, invece di ricorrere a materie prime modeste, a zuccheraggi spinti (peraltro permessi da un disciplinare ambiguo) e ad aromatizzazioni degne di rum dozzinali.

Ma chi tenta di alzare una scomoda voce contro il deplorevole stato di un distillato sì di umile origine, ma che lavorato con arte può competere con i più blasonati fratelli d’oltralpe, viene zittito: vendere conta più di distillare bene. Io non mi stanco, ed è solo per amore della grappa ben fatta.

Il distillato di vinaccia può riservare quindi facilmente cattive sorprese al cliente impreparato ed ignorante, senza sua colpa. Ma buona ed anche ottima grappa se ne trova sempre, a ben cercarla. Prima di tutto dagli artigiani distillatori in proprio.

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Una piacevole conversazione durante la rassegna con la battagliera Antonella Nonino mi ha però rinfrancato parecchio. L’azienda che più di tutte tiene alto il buon nome dell’italica grappa nel mondo la pensa esattamente come me in tema di qualità e trasparenza. Quindi dai Nonino cadrete sempre in piedi: e lo capirete già assaggiando la loro grappa più semplice.

Non disdegnate però i veneti: i fratelli Brunello, distillatori di tradizione quasi bicentenaria in Montegalda, producono belle acquaviti del loro territorio e di altre origini, tra cui una rara “grappa di carmènere” dei colli Berici. Ma se cercate il colpo di fulmine del Vinitaly, i vulcanici trentini di Pojer & Sandri (ebbene sì, ancora loro) ve lo daranno con la loro “grappa Zero Infinito”, ricavata da vinacce di un vitigno ibrido e resistente a gelo e malattie, il solaris: il fruttato se ne esce in 3D, e lunghezza e volume nel calice sembrano davvero infiniti; zero trattamenti in vigna, quindi è pure bio. Volete altro? Chapeau, Mario!

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

18
Apr
18

200 milioni – il mondo beve sempre più cognac

È notizia dell’altro giorno: all’ultima rilevazione mensile del BNIC il cognac ha superato la quota psicologica dei 200 milioni di bottiglie/anno vendute dai suoi produttori. Non era mai successo, e l’incremento rispetto all’anno scorso sui già rispettabilissimi milioni e milioni di bottiglie equivalenti usciti dai magazzini si attesta ad oltre il 10%. Che sia l’inizio di un trend, e di una nuova brandy craze?

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Le barricaie sono sempre più piene di botti nuove per l’aumento della domanda di cognac giovani

Da aprile 2017 a marzo 2018 il giro d’affari del distillato delle due Charentes si è innalzato vertiginosamente, dai € 2,5 miliardi a € 3,16 miliardi, niente male per il governo francese, affamato di entrate quanto il cugino italiano.

La crisi globale è alle spalle, se tutte le aree sono positive: il mercato nord-americano fa segnare un +9,7% di import con 88,4 milioni di bottiglie, e quello dorato estremo – orientale un +14,9% con 57,6 milioni di bottiglie. L’Europa ne ha svuotato 41,7 milioni, per un rialzo contenuto (+4,5%) ma in decisa salita sull’anno precedente. Altri mercati, compresa l’Africa, segnano un rialzo a due cifre assai goloso (+14,4%) pur nell’esiguità delle importazioni, 13,3 milioni di bottiglie equivalenti.

Le notizie dai produttori sono incoraggianti: qualcuno, intervistato ieri da me, mi ha riferito un aumento del fatturato in linea con le cifre del BNIC, e uno addirittura del 45%, caso forse unico, ma tutti indicano la tendenza verso il crescente interesse per l’acquavite di vino francese.

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Raccolta meccanizzata nel cru Bons Bois

Per quel che riguarda le qualità imbottigliate, la musica non cambia granché rispetto al passato: oltre la metà dell’export (100,8 milioni di b.eq.) è di invecchiamento VS (2 anni) in rialzo del 7,4%; 77,4 milioni sono di invecchiamento VSOP (4 anni – 77,4 milioni di b.eq., in crescita del 13,2%), e 22,6 milioni di bottiglie in invecchiamenti superiori con un importante rialzo percentuale del 13,6%.

La parte del leone quindi rimane al cognac giovane o giovanissimo, usato dalla mixology, con gli USA primo mercato al mondo per consumo di cognac. Lo stesso si può dire di Hennessy, lo storico marchio della multinazionale LVMH, che assorbe da solo la produzione di metà dei 75.000 ettari sotto la denominazione AOC Cognac, anche grazie ai suoi nuovi impianti, capaci di decine di migliaia di bottiglie/ora.

Il pericolo, come evidenziava un produttore tradizionalista, è che la grande industria schiacci sotto il suo piede pesante l’arte manifatturiera dei piccoli artigiani, i quali lavorano da secoli con lo sguardo rivolto ai figli ed ai nipoti e non al piano quinquennale redatto negli uffici finanziari delle multinazionali.

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Un chai d’invecchiamento tradizionale

Perché il cognac è slow per definizione come gli abitanti della regione bagnata dal placido fiume Charente; gli appassionati del distillato francese per fortuna sanno ancora dove andare a cercarsi le emozioni in bottiglia: nelle umide e scure cantine in cui il silenzio ed il tempo sono i soli custodi, assieme alle ragnatele.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

30
Mar
18

I cognac XO invecchiano di colpo dal 1° aprile 2018

Non si tratta di una novità, ma di una disposizione ampiamente prevista dall’ultimo aggiornamento del Cahier des Charges AOC Cognac, il disciplinare di produzione dell’acquavite francese: la sua efficacia sarà effettiva dal 1° aprile 2018.

Cosa cambia per il consumatore? Di fatto poco: da questa data tutti i cognac commercializzati come XO (ed invecchiamenti superiori, secondo le denominazioni legalmente ammesse: Hors d’âge Extra, Ancestral, Ancêtre, Or, Gold, Impérial) dovranno essere prelevati da stock aventi un invecchiamento garantito minimo di dieci anni (Compte 10), e non più di sei come precedentemente avveniva.

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Un chai de vieillissement del cognac

Si fa eccezione per gli stock già imbottigliati prima del 31 marzo prossimo, che potranno essere venduti come tali in deroga, e comunque non oltre il 31 marzo 2019.

In pratica il controllo statale sull’invecchiamento del distillato di Cognac si estende al decimo anno, garantendo al consumatore un prodotto di maturazione maggiore di quattro anni rispetto al passato.

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Un cognac XO che dichiara il suo invecchiamento conforme alle nuove disposizioni (Compte 10 – 10 anni).

Nella condotta commerciale dei piccoli vignaioli-distillatori dei due crus migliori, Grande e Petite Champagne, questa regola non incide granché: gli invecchiamenti praticati da loro sono da sempre molto più elevati del minimo di legge, mediamente il doppio. I loro VSOP sono di solito invecchiati tra 7 e 10 anni contro 4, i loro Napoléon 12-15, ed i loro XO tra 18 e 25 anni, per la semplice ragione che i cognac delle due zone si esprimono meglio quando beneficiano di una maturazione più lunga rispetto ai crus minori.

Il decreto va ad incidere sulle Case più grandi, che si attengono alle età minime permesse, per ragioni di bilancio: un XO di una grande Maison pertanto sarà di regola meno invecchiato di quello di un vigneron distillatore in proprio.

Il consumatore ha a disposizione solo questo strumento di garanzia accordato dalla legge: dopo il decimo anno ogni dichiarazione di invecchiamento è a discrezione del produttore, e non può comunque essere indicata in etichetta (in pratica si aggira il divieto informando i clienti sul materiale promozionale, oppure su cartellini allegati alla bottiglia, oppure ancora con qualche escamotage tipo chiamare il cognac lotto n°20, n°30 eccetera).

Da tempo si è discusso quanto incida negativamente questa mancanza di chiarezza in merito all’invecchiamento del cognac, considerato quanto è apprezzato dal consumatore conoscere la vera età del prodotto, punto di forza da sempre del whisky, ed anche dei vicini d’Armagnac, i quali dopo i primi dieci anni in cui usano le medesime sigle dei cugini di Cognac, permettono la cosiddetta mention d’âge alla scozzese.

Il problema risiede nell’indisponibilità dei grandi produttori a cambiare i regolamenti nel senso di una maggiore chiarezza, perché finora sono stati scritti a misura delle loro esigenze (il BNIC, l’organo di controllo della filiera, è di fatto espressione dei rapporti di forza dell’industria del cognac, con i piccoli produttori rappresentati in misura minoritaria).

Le aziende multinazionali, alle prese con immensi stock di età e provenienza eterogenea, non hanno alcun interesse a dichiarare in maniera certa l’età dei loro blend. È molto più conveniente invece utilizzare sigle misteriose dietro cui lavorare a mani libere, e vendere il cognac ad un prezzo che il consumatore non sarebbe disposto a pagare, conoscendo il livello di invecchiamento reale e potendolo confrontare con i prodotti di altre Case.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

28
Gen
18

Un nuovo stabilimento Hennessy a Cognac (e qualche pensiero pessimista)

Firmato da un celebre studio d’architettura, ed inaugurato da pochi mesi dal patron della LVMH, il nuovo stabilimento di imbottigliamento di Hennessy,  26.000 m2 su due piani tutti vetro e metallo nero, fa bella mostra di sé tra le vigne della Grande Champagne appena fuori Cognac, ai bordi della provinciale per Salles d’Angles.

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Il nuovo stabilimento di Hennessy Pont-Neuf – da terredevins.com

La potenza commerciale del marchio, ormai parte da tre decenni del gruppo del lusso di Bernard Arnault, è manifesta nei numeri impressionanti dell’export: il 78% delle sue bottiglie si vende tra Stati Uniti ed Asia, su un totale di 84 milioni uscite dai suoi stabilimenti quest’anno. Hennessy è infatti la corazzata del cognac, con un fatturato vicino al 50% dell’intera AOC, che conta circa 75.000 ettari vitati.

Il nuovo stabilimento è nato per soddisfare la domanda di cognac VS e VSOP, i più esportati sui due mercati d’oro della Maison: la previsione di crescita è a 96 milioni di bottiglie per il 2018, per la richiesta estremamente elevata di cognac giovane dagli Stati Uniti, ed a 120 milioni entro dieci anni, grazie al previsto raddoppio del nuovo stabilimento. La Casa si pone dei problemi di stock, oggi in netta diminuzione, e sta lavorando sui vignaioli sotto contratto perché aumentino la superficie e le rese dei loro vigneti. Infatti qualcosa sta succedendo.

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L’interno dello stabilimento – da spiritueuxmagazine.com

L’incremento ammesso di superficie vitata per la produzione di cognac nel 2017 è stato di 800 ha, e la denominazione sarà incrementata di altri 700 ha entro il 2018, proprio per rispondere alla pressione della domanda ogni anno crescente.

L’ambiziosissimo progetto di Hennessy è di riuscire a scalzare il whisky Johnny Walker dal primo posto in termini di bottiglie vendute nel mondo degli alcolici. Potremmo avere pochi dubbi sul fatto che ci riusciranno, sempre che la domanda continui a mostrarsi sostenuta come oggi, ma da appassionati dovremmo invece riflettere se questa produzione di massa possa ancora rappresentare un biglietto da visita di cui l’appellation può andare fiera.

Numeri così alti portano necessariamente ad acquaviti anonime da un punto di vista gustativo, a causa del blending estensivo; le botti – con i volumi di Hennessy ne servono circa centonovantamila nuove ogni anno – tenderanno ad essere sempre meno curate nella scelta del legno, stagionato il minimo necessario, ed al minimo costo, per ovvie ragioni di bilancio; sta avvenendo lo stesso nel mondo del whisky, del resto; il cognac così ottenuto baserà quindi le sue caratteristiche stilistiche più sulla cosmetica (zucchero ed estratti di legno, più il caramello), che non sulle caratteristiche intrinseche all’acquavite: per quanto il vigniaiolo distillatore cerchi di conferire un prodotto ancora ben fatto, così da essere pagato bene.

Qui il video dell’inaugurazione del nuovo stabilimento

Quindi la direzione in cui va il cognac, e certamente non solo Hennessy, che non fa altro che cavalcare il boom, è verso uno snaturamento della sua anima, che risiede invece nella bontà e nella qualità della materia prima, per quanto giovane. I numeri da whisky faranno contenti gli azionisti, e magari i lavoratori e la filiera associata al distillato, ma l’appassionato non può che guardare con sgomento a questa tendenza.

Che si va delineando sempre più chiara: da una parte la fabbrica del cognac di massa, per i mercati assetati, produttrice di un bene di consumo tale e quale una birra industriale, imbottigliata ad ettolitri/ora; e dall’altra la resistenza di una nicchia di vignaioli-distillatori e di affinatori, che invece crede nel cognac come eccellenza e cerca di tenere alta la tradizione, fatta di tempi a passo di lumaca, e di qualità a tutto tondo, cominciando dal lavoro in vigna, passando per la selezione del legno di ogni singolo barile, e terminando con l’assemblaggio di un’acquavite che sa ancora emozionare il suo consumatore anche quando esce di botte da giovane. Ovviamente si tratta di un movimento insignificante in rapporto alle vendite dei protagonisti del mercato.

Una volta anche le bottiglie delle grandi Maison erano rappresentative di questo spirito lento, pure nella dimensione in grande, ma l’ingresso delle multinazionali e degli uomini in grisaglia ha prodotto una rivoluzione culturale difficilmente arginabile. Positiva per la diffusione dell’immagine cognac come prodotto, ma di certo non per il suo buon nome.

Il rischio enorme per la denominazione è che le grandi Case, per soddisfare la sete apparentemente infinita dei mercati, ora in espansione perfino in Africa, finiscano per cannibalizzare il tessuto dei piccoli produttori di vino e distillato, incapaci di tener testa alla loro enorme pressione. Sarebbe un danno immenso per la Francia, e per noi appassionati del cognac più autentico.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

25
Dic
17

I cognac di Natale

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Quest’anno il Christmas cognac di Jean Fillioux è uscito con una simpatica etichetta disegnata da Rod

Da un po’ di anni sui mercati scandinavi si è creata l’interessante tradizione di offrire dei cognac natalizi, chiamati Christmas cognac, o in lingua locale julcognac. Di che si tratta?

In questi Paesi il consumo di cognac è alto, ed uno dei doni più graditi a Natale è proprio una bottiglia di pregiata acquavite francese.

Ecco quindi che numerose Case hanno cominciato ad offrire cognac imbottigliati apposta per la ricorrenza festiva: naturalmente noi non possiamo averne, a meno di visitare direttamente il produttore, perché questi flaconi non verranno importati nel resto del mondo.

I tipi di cognac venduti variano parecchio, possono essere VSOP come XO, giovani o ultraventennali, ma hanno in comune un prezzo moderato ed il corpo di una certa grassezza, con note fruttate, o speziate, ed il più delle volte sono ben scuri di caramello. Quasi sempre si tratta di blend di più crus che si rivolgono al consumatore medio, fatti non per la complessità, ma per la facilità di beva e la piacevolezza immediata. Ed in bottiglie da 50cl, sai mai che i destinatari del regalo ci prendano troppo gusto.

L’elenco delle Maison che si cimentano in queste selezioni va dalle norvegesi Bache-Gabrielsen, e Jon Bertelsen, con buon’ultima la Braastad, alla svedese Grönstedts, ma non mancano le piccole e celebri francesi Delamain, Gourmel, e Jean Fillioux. Poi qualche Casa minore, per un mercato di nicchia piuttosto interessante: i clienti non mancano.

Il segreto di Babbo Natale, che nella Stille Nacht porta i doni ai bambini è ormai svelato: per resistere e scaldarsi nel freddo del Grande Nord, lui beve cognac.

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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