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22
Mag
19

Il colore del cognac

Il colore del cognac è la prima impressione che riceviamo dalle bottiglie esposte in fila su di uno scaffale. L’etichetta ci darà poi altre informazioni, più utili per identificarne il contenuto.

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I colori “naturali” del cognac da 2 a 50 anni

Ma il colore del distillato è veramente un criterio-guida per scegliere una bottiglia? Il neofita dirà irrimediabilmente di sì, mentre il bevitore smaliziato assolutamente no. Dove sta la verità?

Il colore del cognac ha due origini: la prima, naturale; la seconda, aggiunta. Vediamo meglio.

Il colore naturale è quello impartito all’acquavite dal legno della botte, in funzione:

  • del tempo trascorso dal distillato in essa
  • del tipo di tostatura della botte
  • del fatto che la botte sia di primo impiego oppure no
  • del tipo di legno impiegato (sempre di quercia, però).

Il colore aggiunto deriva dagli additivi usati per migliorare l’aspetto ed il sapore del distillato, e varia a seconda delle quantità:

  • del caramello
  • del “misterioso” boisé.

È bene dissipare ogni dubbio sul caramello. Questo, contrariamente a quanto pensano alcuni, non ha alcuna influenza sul sapore del brandy a cui viene aggiunto; la sua origine è naturale, trattandosi di zucchero bruciato, e per le quantità adoperate correntemente non può né alterare il gusto dell’acquavite, né possedere proprietà dolcificanti: è anzi amaro di natura.

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Un cognac d’epoca di circa 5/6 anni, intensamente colorato

Lo scopo tecnologico per cui il caramello viene impiegato è di livellare il colore delle varie partite di un determinato imbottigliamento, oppure di incrementarne il colore per le richieste di alcuni mercati d’esportazione (tipicamente quelli asiatici, che desiderano un prodotto scuro e più dolce della media).

L’altro additivo che influenza il colore del cognac è il boisé, l’estratto di legno di quercia, talvolta invecchiato a lungo, che viene usato per dare profumi, corpo, e tannino al distillato. Un boisé ben stagionato in botte è amarissimo ed estremamente scuro, e ne basta mezzo bicchierino da liquore per far apparire un intero tino di cognac come se avesse trascorso parecchi anni di più nel proprio legno. Ma è solo maquillage, come dicono i francesi.

Il suo principale impiego è nei cognac giovani, ai quali dona una parvenza di invecchiamento, ed una marcia in più quanto ad aroma e sapore: una suggestione per il palato del grande pubblico, poiché il bevitore allenato ne riconosce quasi sempre l’impiego. Ma il prodotto deve essere usato con mano estremamente prudente. Il suo uso è taciuto da ogni produttore, e ad esplicita domanda, il più delle volte negato sdegnosamente, perché è un trucco tecnologico e stilistico proprio di ciascuno, artigiano o industria che sia, ed all’arte non piace mettere in piazza i segreti del mestiere. Pare che una botte di vecchio boisé valga parecchie volte più di quella di un cognac stravecchio: chi ne possiede, ha in cantina una discreta fortuna, insomma.

La gamma cromatica del cognac si estende dal giallo tenue dei neonati di 2 anni fino all’ambrato profondo dei cinquantenari ed oltre. Una colorazione che tende al bruno nei cognac piuttosto giovani, oppure di un magnifico color ramato anche quando hanno una certa età, fa immediatamente sospettare l’uso del boisé e/o del caramello nelle sue diverse sfumature.

I mercanti inglesi del Settecento sapevano già come ottenere una tintura di trucioli di quercia per contraffare il colore del giovane brandy francese e venderlo come “Old Brown Brandy”, naturalmente dopo averlo addizionato generosamente di sciroppo, maturato in una botte contenente del vecchio cognac. Mentre l’aristocrazia aveva già capito tutto, ed a questi prodotti sofisticati preferiva i distillati chiamati “Pale and Dry”. Che per inciso è ancora oggi vanto di una marca molto amata in Inghilterra.

La verità, dicevamo. Eccola: il colore non è mai il criterio di scelta di un cognac, e resta un piacere per l’occhio, tutt’al più. Il senso comune da secoli racconta che il distillato più scuro è, più invecchiato sarà: l’amatore di cognac invece sa che è vero il contrario. Quanto minore è il colore in un vecchio distillato, tanto maggiore sarà la sua onestà.

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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28
Apr
19

Pirus Nonino – Williams Riserva – 2 anni

I distillati di frutta sono sempre qualcosa di esotico quando prodotti in terra d’Italia, con l’esclusione delle già Imperial-Regie province in cui la tradizione austriaca sopravvive o vivacchia, senza estinguersi mai.

Fa meraviglia pertanto ritrovarsi nel bicchiere un distillato non solo di frutta: il Pirus Riserva di Nonino è addirittura invecchiato due anni in botte di quercia del Limosino. Si tratta quindi di un’acquavite rara perfino a nord delle Alpi. La potremmo chiamare una prova d’artista, in cui il famoso distillatore friulano ha voluto cimentarsi, quasi come in una sfida a se stesso. Per questa prima edizione ne sono state ottenute solo 828 bottiglie da mezzo litro: una botte, insomma.

Pirus Nonino - Riserva / Williams

Già, la Williams. Il distillato di frutta che è forse il più amato, ed il più prodotto tra il Tirolo e la Foresta Nera. In quelle contrade vi basterà il nomignolo familiare per richiederla, “Ein Willi, bitte!”: vi sarà subito servita. Provate, funziona nella peggiore bettola come nel ristorante di lusso.

Tra tutte le pere la Williams non è la più fine né la più discreta: ma come una donna di strada belloccia e vistosamente truccata, attirerà la vostra attenzione e si farà desiderare non senza motivo, da brava ruffiana qual è.

Anche solo da bianca la Williams strappa facili consensi come una grappa di moscato:  piace infatti alle signore ed a chi non ha consuetudine con gli alcolici. Ma come si comporta questo distillato, una volta affinato nel legno? Il Pirus Nonino conserva tutte le note aeree e fruttate della nascita, ingentilite e domate però dal tempo e dalla botte. Qualche cenno di dolcezza vanigliata si fonde ai profumi della pera, vestendo l’acquavite di ulteriore armonia.

Al primo assaggio è difficile cogliere l’effetto della botte: la pera si conserva gagliarda nei profumi e nei sapori, e l’alcool, per quanto addolcito dal legno, vibra le sue note, ma non vi ferirà la bocca; non è feroce come certi rum per le ciurme che solcavano i Caraibi. Quando poi lasciate distendere il Pirus nel palato, il legno vellutato lo riveste, mentre il frutto prende ampio la via del naso, in gustoso equilibrio.

A casa Nonino hanno larga esperienza con la quercia: seppur breve, il paio d’anni trascorso in botte da questa Williams è abbastanza per aggiungere tinte al fine quadretto di partenza, senza saturarlo con il tannino, che sarebbe mal digerito dalla trama del distillato. L’alcool di frutta non ha – con l’eccezione dell’uva – la capacità di assorbire anni ed anni di legno senza restarne vittima. Il calvados è un monito sufficiente, a mio modesto parere.

L’insieme offerto dal Pirus Riserva, fatto da mano sicura e ben condotto nell’invecchiamento, è elegante; l’armonia è rispettata anche nel retrogusto, senza il prevalere di uno dei protagonisti sull’altro. Alla francese, la chiamereste un’acquavite gourmande, con cui osare qualche felice abbinamento a tavola. Se ne trovate ancora, è un bicchierino che vi regalerà un raffinato momento di piacere.

Nota: la bottiglia è un gentile omaggio del produttore. La recensione è invece indipendente e non sollecitata. Il lettore informato può liberamente trarre le sue valutazioni.

© 2019 Il farmacista goloso (riproduzione riservata)

Il Pirus di NONINO

Riserva / Williams

Aged 2 Years

Single Cask quercia Limousin n° 3026

Inizio invecchiamento 7/1/2016 * Estrazione 22/5/2018

828 bottiglie prodotte * 500 ml * 43°

14
Apr
19

XXO: una nuova sigla per il cognac


Il mondo degli invecchiamenti del cognac è già abbastanza oscuro: ma da pochi mesi l’ente di controllo della filiera, il BNIC, ha approvato l’uso di una nuova sigla per una categoria d’invecchiamento.

La richiesta nasce dalla maison Hennessy, la più grande azienda della regione, che nel 2017 aveva lanciato un imbottigliamento di lusso per il mercato asiatico, dal costo di circa 600 dollari, con la sigla XXO, subito sospeso dal commercio dalle autorità francesi, perché non previsto dai regolamenti ufficiali.

Un’antica mignonnette di cognac Hennessy XXO – da Sudouest.fr / Philippe Menard

XXO significa “eXtra eXtra Old”: Hennessy non si è data per vinta, e come leader di mercato, ha dapprima opposto un ricorso alla giustizia amministrativa, che nel gennaio dell’anno scorso le ha dato torto; e successivamente ha fatto lobbying sul BNIC, il quale ha inoltrato la richiesta all’INAO, l’ente che certifica le denominazioni di origine francesi, per introdurre questa nuova denominazione di invecchiamento, approvata infine a giugno 2018.

L’autorizzazione è arrivata come frutto di un compromesso: la sigla XXO è stata integrata nel cahier des charges AOC cognac e significa che il più giovane cognac contenuto nella bottiglia deve avere almeno 14 anni di invecchiamento certificato in botte. L’INAO ne ha quindi autorizzato l’impiego, a condizione che diventasse bene comune della denominazione, e non solo di una maison, seppure la più importante. Dall’8 novembre 2018 la nuova denominazione è legalmente efficace.

La ragione per cui Hennessy pretendeva di usare questa sigla si fa risalire ad alcuni imbottigliamenti della Casa commercializzati già dal 1872, ed in seguito abbandonati con l’entrata in vigore dei regolamenti di tutela della denominazione.

Oggi le ragioni sono perlopiù di visibilità nei mercati premium asiatici (duty free in primis), dove il gigante del cognac ha un ricco business: potervi portare un prodotto con un maggior invecchiamento certificato ufficialmente dà alla maison Hennessy una potente arma di marketing. Il metodo non è nuovo, se anche il consorzio del Chianti in Italia ha seguito le stesse logiche; si tratta della premiumizzazione del prodotto, rendendolo distinguibile come categoria superiore al consumatore, per poi chiedergli un prezzo maggiore.

La presentazione del cognac Hennessy X.X.O. – da DFS.com

Ad oggi le sigle degli invecchiamenti certificati del cognac sono quindi:

  • VS – due anni di invecchiamento in botte
  • VSOP – quattro anni di invecchiamento in botte
  • XO – dieci anni di invecchiamento in botte (dal 2018)
  • XXO – quattordici anni di invecchiamento in botte (dal 2019)

Le ragioni dell’industria non sempre combaciano con quelle dei vignaioli produttori. Parecchi dei 1600 vignaioli fornitori di Hennessy distillano e vendono in proprio una parte del loro cognac. Quanti di loro avranno il coraggio di utilizzare la sigla creata per servire gli interessi della potente maison?

L’inutilità di questa disposizione è del resto palese: buona parte del cognac imbottigliato dagli artigiani distillatori (bouilleurs de cru) è venduta ad età ben superiori a 14 anni, senza che siano necessarie ulteriori specifiche legali. La tradizione del commercio assegna già da tempo a questi distillati delle denominazioni non ufficiali ma accettate, come Vieille Reserve, Très Vieux, Hors d’Age, Extra, ed altre, che permettono all’appassionato di individuare facilmente la fascia di invecchiamento del cognac, valutato anche il prezzo di vendita.

In ogni caso, a parere di chi scrive, la differenza qualitativa di soli quattro anni tra le due categorie legali non è un gradiente significativo. È cosa generalmente nota che gli invecchiamenti del cognac seguono incrementi di almeno un lustro per volta, o anche di un decennio, per apportare un’eloquente differenza tra due imbottigliamenti. Questo vale in special modo quando si considerano i primi due crus, i cui cognac beneficiano sensibilmente dei grandi invecchiamenti. Alla fine, quindi, più fumo che arrosto.

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

08
Mar
19

Le donne che contano a Cognac

Il cognac è sempre stato un mondo declinato al maschile, come tutti i lavori agricoli e della distillazione. Ma non è più tempo di distinzioni di genere: se gli uomini sono in grado di cambiare il pannolino ed accudire i pargoli in congedo di paternità, le donne possono ben adempiere ai compiti di vigna e di cantina, fino ad assurgere perfino al rango di maîtresse de chai, il più nobile della filiera alcolica.

Eccole quindi protagoniste nei ruoli più diversi, non meno abili dei loro colleghi. Questa carrellata vi dimostrerà quanto il cognac sia ormai affare di donne quanto di uomini, e non dovrete sorprendervi se visitando una Maison sarete accolti e guidati da una signora, o vi verrà detto che della distillazione si occupa madame.

È rispettoso cominciare con la decana, Annie Ragnaud-Sabourin, erede di una delle più blasonate ed onorate Maison dell’intera regione. Ormai nei suoi ottanta, la signora, già docente universitaria a Parigi, continua l’opera di suo padre Marcel Ragnaud – uno dei più insigni distillatori che il territorio ricordi – e dirige senza deviare dalla tradizione la sua piccola e gloriosa Casa. Lei e la figlia Patricia sono le custodi di un patrimonio liquido che risale al nonno (e bisnonno) Gaston Briand, uno dei creatori della denominazione d’origine (AOC) cognac, nel 1936.

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Annie Ragnaud – Sabourin

Il ruolo di maître de chai o cellar master, è sempre stato prerogativa maschile, e nelle grandi Maison perfino ereditario. Che non sia un lavoro facile è fuori questione, ma c’è spazio anche per le donne: Pierrette Trichet ha ricoperto l’impegnativa posizione dal 2003 al 2014 presso Rémy Martin, una delle quattro grandi Case, prima donna in assoluto ad approdare all’ambìto incarico. Dietro di sé ha lasciato una fama di rispettabilità ed autorevolezza, ed ancora oggi le sue opinioni sono altamente ascoltate nel mondo dell’acquavite francese. Entrata nei laboratori di ricerca della Maison come ricercatrice biochimica, mai si sarebbe aspettata di vedersi aprire le porte del sancta sanctorum, il comité de dégustation, tempio esclusivo dei sacerdoti del cognac. Dapprima tollerata a naso all’insù, grazie alla sua formidabile capacità d’analisi sensoriale e ad una brillante memoria olfattiva, ha saputo primeggiare tra i colleghi e succedere a Georges Clot, il precedente maestro di cantina di Rémy.

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Pierrette Trichet

 

 

Onorata casa di media dimensione, la Antoine Hardy è una Maison de négoce famosa da molto tempo, specialmente nel mondo anglossassone ed asiatico. Oggi la dirige Bénédicte Hardy, che con la sorella Sophie costituisce  l’anima dell’azienda. Terminati gli studi di legge, preferì viaggiare come brand ambassador in USA piuttosto che esercitare l’avvocatura. L’impronta femminile si vede tutta nello stile della Casa, dove è posta grande attenzione al confezionamento. Etichette d’artista e caraffe di Lalique e Daum segnano le proposte eleganti della Maison Hardy, mentre lo stile del cognac tende verso la grazia e la raffinatezza, caratteri molto apprezzati dalla clientela femminile, che beve poco ma vuole bere bene.

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Bénedicte Hardy

Non mancano le giovani donne: tra le prime ad occuparsi dello sviluppo di una Maison di dimensioni importanti (220 ha), Elodie Abécassis, entrata in azienda a soli 23 anni, da dieci porta in dote la sua energia e la sua visione per svecchiare l’immagine del distillato. Probabilmente ABK6 è oggi la Casa con la connotazione più young & urban del panorama cognac, fatto da giovani per un consumatore giovane: la mixology è messa in prima linea nelle loro creazioni, anche con un originale liquore miele e cognac.

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Elodie Abecassis con il padre Francis

Un’altra giovane donna è Amy Pasquet dell’omonima Maison familiare della Grande Champagne. Catapultata in questo mondo dopo aver conosciuto e sposato Jean, tra i rari produttori di cognac biologico, si è buttata anima e corpo nella gestione dell’azienda e nella comunicazione del prodotto. La sua visione americana, concreta e pratica, l’ha portata a concepire quanto sia importante, per i piccoli produttori come loro, la visibilità sui social media ed i legami con gli altri; il suo lato speciale consiste nel dare voce a piccoli distillatori, formando una rete di vignaioli artigiani finora sconosciuti al pubblico, ma creatori di prodotti di alta qualità.

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Amy Pasquet

 

 

E le giovani donne si stanno ritagliando ruoli impensabili solo un paio di decenni fa a Cognac: come si fa a far nascere un marchio prima inesistente? La famiglia Bertrand è distillatrice da almeno un paio di secoli sulla propria tenuta: ma come molte altre, vendeva alle grandi Maison la propria acquavite. Thérese Bertrand, entrata in azienda da una decina d’anni, ha costruito il marchio e la sua immagine, grazie ad una brillante comunicativa ed a un talento per le lingue: tutto quello che succede dopo che il cognac è stato tolto dalla botte, lo decide lei: la bottiglia, l’immagine, il marketing, la comunicazione, la vendita, le visite all’azienda.  Va da sé che dietro il marchio c’è un solido cognac Petite Champagne.

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Thérese Bertrand

 

Una storia simile la sta scrivendo Fanny Fougerat: un’altra giovane che dal 2013 ha preso in mano il proprio domaine arrivato alla quarta generazione – prima vendevano le botti alle grandi aziende – e vi ha dato coraggiosamente il proprio nome. Una donna che firma dei “cognac d’autore” non si era mai vista: i crus delle Borderies e dei Fins Bois sono abilmente messi in luce da Fanny con l’obiettivo di far risaltare finezza, precisione, freschezza e purezza delle sue acquaviti. I suoi trenta ettari situati in una felicissimo terroir facilitano il compito.

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Fanny Fougerat

 

Il cognac è un alcolico per vecchi? Chi lo dice non conosce la realtà odierna: Maelys Bourgoin assieme al fratello Fréderic, eredi di un vasto domaine nei Fins Bois che prima forniva il conosciuto marchio Léopold Gourmel, ora firmano una gamma col proprio nome. I cognac Bourgoin sono pensati per la miscelazione: uno spirit giovanissimo ad oltre 60°, e un XO di 22 anni con finishing in micro-barrique di dieci litri a tostatura crocodile; ed ecco dei cognac contemporanei per mandare in soffitta l’immagine di poltrone di cuoio e caminetti accanto a cui sorseggiarli. Questi sono cognac pop, fatti da giovani produttori per bevitori giovani.

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Maelys Bourgoin

Ma qualcosa si muove anche tra i dinosauri: la venerata Maison Hennessy, tra le più antiche, e forse la più conservatrice delle Grandi, ha ammesso per la seconda volta in 250 anni una donna nel suo augusto comité de dégustation: Mathilde Boisseau. Il rito degli assaggi chez Hennessy si ripete quotidianamente, uguale da secoli: si celebra alle 11 e 15 precise, nel Grand Bureau affacciato sulle rive della Charente, officiato dal suo cantiniere capo, attualmente Renaud Fillioux de Gironde. E solo una volta trascorsi dieci anni di pratica in monastico silenzio – necessari per strutturare la propria memoria olfattiva, ci raccontano – ai partecipanti viene concesso il diritto di parola. Tre anni scarsi sono trascorsi per Mathilde, che nel resto del tempo, come agronoma, si occupa della gestione dei vigneti di proprietà Hennessy, 180 ettari, ma un bel giorno lei potrà decidere insieme agli altri sei membri le sorti dei cognac della Casa, e chissà, magari spezzare l’ininterrotta e secolare successione dinastica dei suoi maître de chai, i Fillioux, i cui ritratti incombono dalle pareti di questo santuario.

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Mathilde Boisseau tra i membri del Comité di Hennessy – da http://www.codigounico.com

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

27
Gen
19

L’acquit jaune d’or – la garanzia francese verso il consumatore di cognac

I collezionisti di vecchie bottiglie di cognac, specialmente risalenti al periodo tra il 1950 ed il 1980, avranno letto più volte sulle etichette del distillato la misteriosa scritta Acquit jaune d’or.

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Etichetta Courvoisier

Di cosa di trattava? Il termine si può tradurre come quietanza o bolletta: era in pratica un documento che faceva parte del sistema fiscale connesso alla disciplina delle AOC (Denominazione d’Origine) francesi.

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Etichetta per il mercato statunitense

Già dai primi anni del ventesimo secolo i cugini transalpini si erano posti il problema della tutela delle loro produzioni vinicole, oggetto di numerose leggi susseguitesi negli anni. Per il cognac le più importanti furono quella della delimitazione della regione viticola (1 maggio 1909) e quella della concessione della AOC al distillato (15 maggio 1936).

Nel frattempo il fisco francese, non meno occhiuto di quello italiano, otteneva con la legge del 4 agosto 1929 l’istituzione dei titoli di movimento (acquit) dei prodotti vinicoli soggetti ad accise, differenziati nel colore secondo la loro qualità. Per il cognac e l’armagnac l’acquit venne stampato nel color zafferano, ovvero jaune d’or.

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L’acquit-à-caution régional Cognac (jaune d’or)

 

L’acquit jaune d’or era quindi insieme uno strumento di certificazione di origine e di pagamento delle accise, poiché la legge stabiliva il divieto di movimentazione dei prodotti ad esso soggetti quando non accompagnati dalla relativa quietanza fiscale.

Il titolo di trasporto giallo oro garantiva non solo la provenienza dell’acquavite dalla regione delimitata Cognac, ma ne indicava altresì il cru, quando presente, certificato dallo Stato o dal produttore sotto la sua responsabilità: un autentico certificat de substance et d’origine de région délimitée. Era inoltre obbligatorio indicare il percorso, il mezzo di trasporto, ed il tempo necessario. Veniva specificato infine il tipo dei contenitori, il grado alcolico ed il volume complessivo, la natura delle materie prime, oltre al luogo di origine del cognac: una carta di identità completa di ogni spedizione, insomma.

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Etichetta Martell

Il documento veniva rilasciato dalla dogana e seguiva la merce anche durante l’esportazione: il certificato ufficiale dell’amministrazione francese entrava quindi in possesso dell’importatore estero, che poteva così avere la garanzia statale sulla merce acquistata: una tranquillità in più contro le frodi.

Cosa mancava nell’acquit? La dichiarazione dell’invecchiamento del cognac. Con la legge del 20 febbraio del 1946 questa veniva – e tuttora viene – garantita dall’amministrazione fiscale e dal BNIC, un tempo fino a cinque anni, e dal 2018 fino a dieci. Un apposito documento complementare al prezioso foglietto giallo, chiamato Certificat d’Age ne testimoniava l’età davanti ai terzi, sebbene per una durata limitata: un ulteriore strumento a protezione del consumatore straniero.

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Il Certificat d’age collegato all’Acquit jaune d’or

Va da sé che questi certificati erano altamente apprezzati e richiesti, se non pretesi dagli importatori, e le Case ne menavano vanto sulle loro etichette, facendone uno strumento di marketing tanto credibile quanto efficace.

Ora, con la dematerializzazione delle dichiarazioni doganali e l’armonizzazione delle procedure all’interno dell’Unione Europea, il documento è definitivamente scomparso.

Testimoniarne l’esistenza fa comprendere quanto l’alleanza così francese tra i produttori, la legislazione, e l’amministrazione fiscale abbia prodotto nei decenni un sistema di regole volte alla tutela dell’origine dei prodotti vinicoli ed alla garanzia verso il cliente intermedio o finale, dovunque si trovi. Il distillato ed il vino francese di qualità sono quindi protetti e sostenuti dallo Stato: è suo interesse promuoverne la diffusione in quanto questi beni rappresentano una voce non marginale nell’economia nazionale, e nell’immagine della nazione.

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

26
Dic
18

Barbancourt Reserve du Domaine 15yo

Come bevuta natalizia mi sono concesso un rum, reperto archeologico regalato da un appassionato collezionista: un Barbancourt Reserve du Domaine 15 yo, di Haiti.

Di Barbancourt avevo già gustato poche settimane fa lo stesso imbottigliamento, importato dalla D&C di Bologna nei primi anni 1980. Ma questo proviene dagli anni 1940/50, imbottigliato circa quando stavano distillando l’altro campione, o anche qualche anno prima, dell’importatore milanese Baretto.

E cambia tutto: la leggerezza di stile è sola la cifra comune ai due.

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Il fratello più giovane del Barbancourt degustato, import. Baretto. – [Foto rubata a qualche rum blogger]

Dal colore cupo si immagina una lunga galera in botte, ma non fidatevi, il caramello lo conoscevano già, all’epoca. Lunghe lacrime velano il bicchiere: la prigione della bottiglia era un destino migliore della bevuta forse, e questo il rum lo sa, e piange la sua sorte? Benché più denso e meno etereo del fratello più giovane, il naso è profumato ed aggraziato, tra frutta candita (indice di bottiglia vecchia), datteri e fichi secchi, un po’ di legno, ed altri aromi assai tipici dei rum di una volta.

Al palato questo rum distillato più o meno 70 / 75 anni fa si rivela del tutto cognaccoso (non deve stupire, il fondatore della distilleria proveniva – guarda caso – dalla Charente): tanninico tanto da legare la bocca nel retrogusto, è pieno, voluminoso, con un’idea di grassezza, ed insieme dolcemente secco (non ridete, è proprio così), riconoscibilmente fratello maggiore della bevuta precedente. Dopo adeguato riposo nel bicchiere l’esplosione di aromi stupisce ancora, nonostante sia passata una vita d’uomo dalla sua distillazione, senza togliergli nulla. Non meraviglia che Veronelli ne abbia voluto selezionare un paio di botti di ancora più vecchio, per la leggendaria Reserve a suo nome. Il fond de verre è di tabacco e legno di cedro.

Vogliamo trovargli un unico difetto? La sinfonia che canta è un po’ corta, e alla cieca sarebbe forse l’unico indizio assieme alla marcata aromaticità non vinosa per distinguerlo da un vecchio cognac Petite Champagne, ma potremmo cadere in inganno se solo ci si facesse trasportare dall’emozione della bevuta: il giudizio sintetico rimane delizioso.

Peccato non se ne trovi più, di rum fatto così bene.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

25
Dic
18

Buon Natale !

Buon Natale ai miei lettori: ed anche al blog, che compie oggi 7 anni.

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Uno dei tanti Christmas Cognac disponibili sul mercato – maison Normandin Mercier




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