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17
Feb
20

20 febbraio – Sua Maestà il cognac

cognaccremaschi

 

 

Giovedì 20 febbraio alle ore 20:30 a Crema, nella sala degustazioni della Cremavini Academy  avrò il piacere di raccontare il fascino del cognac, questo s-conosciuto.

Faremo un’escursione tra i crus del cognac, le sue vigne, i suoi vignaioli ed i suoi distillatori artigiani.

Assaggiando alcune delle loro creazioni potrete comprendere l’evoluzione della nobile acquavite durante il trascorrere degli anni, e la magia del suo caleidoscopio di aromi, inimitabile tra tutti i distillati per finezza e profondità.

In degustazione :

– Brard-Blanchard, Sélection, bio, 40°

– Ragnaud-Sabourin, VSOP n°10, 43°

– Delamain, XO Pale & Dry, 40°

– Jean Fillioux, Très Vieille GC Sélection Cremaschi, 43°

È richiesta l’iscrizione.

Cremvini Academy, via Milano 39/43, Crema.

info@cremavini.it

 

09
Feb
20

Il cognac ha deciso: NO al finishing

Era nel’aria da tempo: tra i produttori ed i controllori della filiera cognac la discussione sul finishing andava avanti accanitamente, tra le fazioni dei modernisti e dei conservatori.

Come saprete, la pratica del finishing è quella per cui il distillato viene posto in una botte (impregnata) che ha contenuto un altro liquido, sia esso vino oppure un distillato, per la sua maturazione finale. Il metodo è ampiamente utilizzato nel whisky, e per il brandy spagnolo. Invasivo ed incisivo sul prodotto finale, l’apporto di una botte di primo passaggio segna permanentemente il carattere dell’acquavite che uscirà da questa. In misura minore, se la stessa sarà di secondo, terzo o quarto passaggio.

A farla breve, si tratta di un metodo di concia del distillato che si avvale di ciò che contiene la botte nelle sue doghe, e quando si vuole imbrogliare, anche nel suo fondo: non è poi così raro che ciò accada. Per certi distillati questo matrimonio adulterino avviene senza troppi scrupoli, ma che non lo si sappia, per amor di Dio. Il cliente in cerca di morbidezza, la famosa e vendibilissima smoothness, la troverà facilmente ed il distillatore non avrà bisogno di pagare il prezzo degli anni di maturazione, o di cercare altre scorciatoie ancora meno legittime. Così va il mondo. Ma questo è il lato oscuro del finishing.

cognacbarrel2

Anche a Cognac la tentazione è stata forte: il finishing è troppo interessante come strumento per portare in commercio in pochi anni dei brandy accattivanti e godibili, apprezzati da un pubblico indistinto e dalla mixology, per non utilizzarlo.

Soprattutto le Grandi Case hanno tentato questo approccio. Peraltro semplice per loro, dal momento che essendo ormai multinazionali, hanno gioco facile nell’ottenere dalla propria filiera globale le botti usate necessarie. Uno scherzo da ragazzi, insomma. Più costoso e complicato a farsi invece, per i produttori artigianali legati alla secolare manualità.

La rottura della tradizione si è consumata quindi, sotto la pressione del mercato – si badi bene, non dei consumatori, ma della concorrenza industriale – dando la stura a prodotti non convenzionali, per inseguire una moda, e forse, crediamo, per tentare di avvicinare al consumo del cognac una platea di bevitori già abituata a questo linguaggio liquido.

Ecco quindi la Martell creare pioneristicamente nel 2016 il Blue Swift, un “cognac” VSOP con finishing in botti ex-bourbon. E la risposta della Courvoisier, l’anno seguente, con la Master’s Cask Collection, una bella strizzata d’occhio al mondo del whisky con un audace finishing in botti ex-sherry PX. All’inseguimento, la Camus con l’accattivante Port Cask Finish. Non ultimo, il marchio Pierre Ferrand, ormai lanciato all’inseguimento dei big e fortemente orientato al mercato della mixology, osava due diversi finishing in botti ex-sauternes ed in legno di castagno.

Nella scia di questo svecchiamento del cognac si è posta anche la Maison Bache-Gabrielsen, con la sensibilità del suo Maître de chai Jean-Philippe Bergier, che però ha utilizzato un finishing in quercia bianca per il suo VSOP American Oak, rimanendo quindi nelle pieghe della tradizione. Lo stesso ha fatto la Maison Park con un VSOP finito in quercia Mizunara.

Il prezzo da pagare è infatti assai alto: il cognac che vede legno contaminato da altri liquidi oppure legni diversi dalla quercia perde il diritto alla AOC Cognac. Il disciplinare è tassativo, e le pressioni della grande industria per ottenere la necessaria flessibilità creativa sono state, come si può immaginare, parecchio forti.

Ora è arrivata la decisione finale.

Il BNIC, l’organo regolatore di tutta la filiera della professione, esaminata la questione definitivamente, prima di Natale ha deciso che la pratica del finishing non darà diritto alla denominazione cognac.

Tutte le produzioni in commercio a base cognac che hanno subìto finishing continueranno a mantenere quindi il comune titolo di eau-de-vie de vin, e non la patente di nobiltà di cognac.

cognacvineyard

Vigneti dell’AOC Cognac – fonte: http://www.tourism-cognac.com

Ciò non toglie la legittimità degli esperimenti delle Case, e perfino l’apprezzamento per gli accattivanti risultati ottenuti, ma la tradizione è salva. Ed alla tradizione si appellano le centinaia di artigiani distillatori e di imbottigliatori indipendenti, che confidano solo nel tempo per donare ai loro cognac le caratteristiche che hanno reso famosa quest’acquavite. Il Re non è nudo.

© 2020 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

03
Gen
20

La Grappa Marolo si beve i contenuti di Cognac & Cotognata

L’internet, si sa, è una bellissima cosa. Ma è infestato di pirati, a quanto pare.

Anche le aziende celebri, piene di risorse per farsi vedere sulla Rete, qualche volta incorrono in un epic fail. E questo nostro modesto ma serio blog di periferia, non finanziato da nessuno, fa gola ai ″creatori di contenuti″.

Sì, perchè una delle pagine più viste di Cognac & Cotognata è anche una delle più plagiate.

marolo_pirata1

Parte del post della distilleria Marolo riproducente tal quale la pagina sull’invecchiamento del cognac di questo sito.

 

Stavolta è toccato alla ditta Marolo la quale nel suo lustrissimo ed accattivante sito, ripropone  qui pari pari i contenuti copiati da questo blog.

marolo_pirata2

L’altra parte del post della distilleria Marolo riproducente tal quale la pagina sull’invecchiamento del cognac di questo sito.

Che la distilleria come committente non abbia diretta colpa, è probabile, dal momento che il progetto del sito di Marolo è stato sviluppato da due agenzie di comunicazione di Alba, la Wellcomonline  e la  Croma che si vantano di un sacco di bei clienti del mondo del vino. Che queste invece, per sviluppare i propri contenuti prelevino i contenuti da altri siti senza richiederne il permesso e senza versare il dovuto compenso agli autori, pur in presenza della dicitura riproduzione riservata, è assai scorretto, oltre che un illecito che in quasi tutto il mondo si chiama furto.

In sostanza la distilleria Marolo, oltre ad aver speso un bel po’ di quattrini per un sito in apparenza fatto bene, non ci fa una bella figura. Le agenzie di comunicazione invece proprio per niente: chiamatele pure cioccolatai, che ad Alba sono di casa.

Di questo articolo è consentita la libera diffusione.

AGGIORNAMENTO: la pagina incriminata è stata rimossa dopo una diffida legale, ma la risposta dell’agenzia che ha curato il sito di Marolo, pescata con le mani nella marmellata,  è stupefacente, leggetela sotto. Xé pegio el tacòn del buso, dicono in veneto.

Gentilissimo xxx,

rispondo in merito alla sua richiesta di rimozione dei contenuti del post Grappa e Cognac, tutte le differenze presente sul Blog di Marolo (grappamarolo.com) in relazione al suo post (https://cognacecotognata.wordpress.com/2012/05/16/cognac-leta-e-linvecchiamento/).

Innanzitutto, grazie per la sua preziosa segnalazione (!). Il contenuto della sola classificazione dei cognac è identico al quello del suo sito perché, in effetti, così voleva essere nelle mie intenzioni di redattore

Mi spiego.

Essendo la classificazione di Cognac una materia complessa, avevo trovato online il suo ottimo articolo e, mentre componevo il file di Word, ho inserito il suo testo classificatorio integralmente. Ho poi redatto una nota a piè pagina, che citava l’autore della classificazione e il link al suo blog (noi ci occupiamo di grappa e il cognac, d’altra parte, non è materia di cui siamo edotti).

Purtroppo, il CSM utilizzato per inserire l’articolo, pulisce di default la formattazione e tutti i link interni ed esterni. La nota in quanto link interno al testo è stata eliminata e la citazione, di conseguenza, persa. Non mi sono accorto di tutto ciò perché il post è stato pubblicato in programmazione (ovvero qualche giorno dopo la sua trasposizione online).

Mi scuso dunque vivamente per l’errore e l’omissione e le dico che abbiamo agito in questo modo:

  1. RIMOSSO il post in oggetto immediatamente dopo la sua richiesta.
  2. Rivisto in data odierna il contenuto e aggiornato il tutto.

Per evitare qualsiasi fraintendimento, ho cancellato la parte segnalata e l’ho sostituita con la classificazione controllata attraverso il sito www.whisky.fr.

[Gli avranno chiesto il permesso? NdR.]

Spero che questo possa chiarire il tutto,

mi scriva per qualsiasi dubbio.

Un caro saluto (!)

Gabriele Pieroni
copywriting

Via Rio Misureto, 8 12051 Alba (CN) – Italia

+39 0173 xxxxxx  wellcomonline.com

 

18
Dic
19

Dal proibizionismo al protezionismo? – nuovi pericoli incombono sul cognac

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Le recenti tensioni commerciali tra gli Stati Uniti e l’Europa rischiano di creare una crisi drammatica anche tra gli alambicchi francesi.

L’ipotesi di istituire un dazio all’importazione sul 100% del valore di alcune merci, tra cui una grossa parte della filiera agro-alimentare europea, a partire dalla metà di gennaio 2020 – che per ironia della storia viene proposto da un presidente astemio in coincidenza col centenario dell’avvio del proibizionismo alcolico negli USA – fa tremare i polsi dei produttori di cognac e dei loro importatori locali.

Ad ottobre la tariffa era stata alzata al 25% per molte voci d’esportazione per compensare il danno dovuto alle sovvenzioni europee alla Airbus, ma sia i brandy francesi che il vino italiano (tra cui il Prosecco, principale voce del nostro export), vi sono sfuggiti. Ora il rischio si fa molto concreto, e potrebbe strangolare anche la forte esportazione del cognac verso il Paese americano: gli Stati Uniti sono il primo cliente della regione, con un import di circa la metà dell’intera produzione annuale. Gli ultimi dodici mesi hanno visto l’esportazione verso gli USA di ben 105 milioni di bottiglie di cognac. I danni possibili potrebbero quindi essere enormi, come già stanno sperimentando i vicini del Bordolese, già morsi dai dazi ottobrini.

Le contromisure delle aziende di Cognac sono già state messe in opera, aumentando la fornitura degli stock locali, in grado di tamponare per qualche tempo la vivace domanda interna statunitense. Ma un dazio al 100% sul valore dell’import potrebbe danneggiare in maniera drammatica la filiera cognac, dando origine ad una nuova crisi, dopo che quella relativa alla limitazione della corruzione cinese è stata pressoché assorbita.

Ma non c’è dubbio che la guerra commerciale dichiarata da Trump a tutti i tradizionali partner degli Stati Uniti non sarà una passeggiata per la Charente, e potrebbe mettere in pesante difficoltà soprattutto i quattro principali attori: Martell, Courvoisier e Rémy Martin, ma in misura maggiore di tutti la Hennessy, che da sola pesa per metà della produzione dell’AOC Cognac.

Non è da escludere un accordo futuro, come sembra nello stile della presidenza Trump, ma la pistola sul tavolo del commercio atlantico sta per essere posata non appena finite le festività natalizie.

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

17
Nov
19

Accadeva 60 anni fa nel Saarland: come contrabbandare il cognac e vivere felici

Storie del tempo che fu: sul confine tra Francia e Germania non è mai corso buon sangue. Dall’epoca dei Franchi, dei Carolingi e Lotaringi, e degli imperatori Sacri e Romani, fino a dopo la seconda Guerra Mondiale, le terre a cavallo del Reno e dei suoi affluenti sono state contese tra le due nazioni, passando ripetutamente di mano. Alsazia, Lorena, e la piccola regione mineraria della Saar mostrano ancora oggi tracce più o meno profonde di entrambe le culture, così come fa il Granducato del Lussemburgo.

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La Saarschleife (ansa della Saar),

La Saar (Sarre in francese) non ha fatto eccezione: terminata l’ultima guerra, il suo territorio è stato occupato militarmente dai francesi, ed era destinato a diventare uno staterello indipendente di lingua tedesca sotto protettorato francese, sfruttato per le sue risorse minerarie e carbonifere. Ma la Storia decise diversamente: un referendum popolare ne rigettò il trattato costitutivo, e la piccola regione poté quindi ritornare sotto sovranità tedesca nel 1957, ed abbandonare il franco francese ed il regime di unione doganale con la Francia dopo un periodo di transizione di due anni e mezzo.

Che c’entra il cognac? Essendo appunto in unione doganale con la Francia, i prodotti francesi avevano libera circolazione nel Saarland. Per effetto del trattato di restituzione alla madrepatria, si stabilì che le merci presenti nella Saar alla fatidica data X del 6 luglio 1959 – il giorno in cui veniva reintrodotto il marco tedesco – avrebbero potuto circolare nel resto della Germania in esenzione di dazi e di tasse. La norma era stata chiesta a gran voce dagli industriali francesi, non ultime le organizzazioni rappresentative dei produttori di vino e cognac, ed il governo tedesco non vi si oppose, considerandola transitoria, pur di riottenere il territorio sotto piena sovranità monetaria oltre che politica.

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Edeka – Cognac fine Champagne Vieille – pubblicità 1960 circa

Il cognac nel dopoguerra era un bene di lusso per i tedeschi. La ghiotta ma poverissima Germania Federale ne consumava si e no 300.000 bottiglie/anno, contro i dieci milioni circa di oggi. Il loro prezzo medio nel 1959 era compreso tra 28 e 30 marchi tedeschi (4.500 lire di allora), per le qualità correnti (VS/***).

Il fatale giorno X riversò sul mercato degli altri Länder una massa di cognac imprevista, facendone precipitare il prezzo di quasi la metà, che era più o meno il margine di questo lucroso commercio. L’importatore tedesco intascava al tempo circa il 10% del prezzo al pubblico del cognac, un 5% rimaneva ai suoi rappresentanti, i grossisti avevano un altro 15%, ed i dettaglianti un 20/25%. Il fisco tedesco faceva la sua parte, chiedendo all’importatore tra dazi ed accise una cifra di oltre 7,5 marchi per litro di cognac, oltre ad una perequazione dell’IVA; senza considerare che le botti venivano considerate tara per merce, e pesavano parecchio.

Saar_cognac

I prezzi del cognac dopo il giorno X

I grossisti della Saar quindi poterono, in virtù del trattato del Lussemburgo, stoccare cognac ed altri beni in esenzione fiscale, per poi rivenderli in Germania, una volta tornato il marco tedesco nel loro territorio. E fecero enormi affari.

Chi ne fece le spese invece furono gli importatori ufficiali tedeschi, travolti da un fiume di cognac a prezzi francesi: nella Saar infatti il cognac si comprava in franchi francesi ad un costo compreso tra 14 e 20 marchi. E naturalmente anche le dogane della Repubblica Federale ci perdettero qualche milione di marchi di allora.

Da Cognac per settimane e settimane prima del giorno X partirono quotidianamente colonne di camion piene di acquavite, allo scopo di aggirare le barriere doganali tedesche: di fatto si stava praticando una sorta di contrabbando legalizzato dal trattato internazionale. La stessa Hennessy, la più grande produttrice di cognac, che non ne aveva certo alcun bisogno, riuscì a pochi giorni dal cambio di regime fiscale a depositare nel Saarland una spedizione di cinquantamila bottiglie in un colpo solo.

Si stima che alla data del 6 luglio 1959 la regione della Saar detenesse uno stock in franchigia di circa un milione e duecentomila bottiglie di cognac, pari al consumo di quattro anni dell’intera Germania di allora, più un’imprecisata quantità di botti di acquavite giovane (per legge non ancora cognac) a grado pieno, da maturare sul posto, diluire, e vendere negli anni futuri come “brandy tedesco”, sfruttando le pieghe del trattato.

 

Dopo il periodo di transizione quindi i grossisti tedeschi di alcolici furono sommersi da valanghe di offerte di acquisto a prezzi competitivi di brandy e cognac provenienti dal nuovo Land, grazie a questo irripetibile vantaggio fiscale. Le lamentele degli importatori ufficiali di cognac furono altissime nei palazzi di Bonn, ma nulla poterono davanti alla ragion di stato: e per una volta fu godi popolo !

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

14
Nov
19

Il brandy Villa Zarri inaugura a Milano sabato 16 novembre la rassegna “Un ponte tra i distillati”

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A Milano nascono nuove iniziative, grazie alla mente vulcanica del Whisky Club Italia in collaborazione con il celebre ristorante Al Pont de Ferr che si affaccia sul Naviglio Grande.

Nel pomeriggio di sabato 16 novembre inizierà la rassegna di incontri chiamata Un Ponte tra i Distillati: un salotto accogliente che ospiterà a turno i personaggi del mondo alcolico italiano per raccontare l’eccellenza della distillazione nazionale, d’oltralpe e d’oltremare, tra storie, territori e tradizioni, con un bicchiere in mano e tanta convivialità in stile da osteria.

È un particolare piacere per questo blog poter annunciare ai suoi lettori che ad inaugurare la serie di incontri milanesi sarà il fondatore di Villa Zarri, produttore di un brandy di eccellenza a Bologna.

Guido Fini Zarri racconterà tra luci ed ombre la storia del brandy italiano, e del suo rinascimento qualitativo, di cui è portabandiera e protagonista da oltre 30 anni.

ponte_distillati

Gli incontri saranno accompagnati da una degustazione e vanno prenotati in anticipo.

Qui trovate il link per partecipare: Guido Fini Zarri e la storia del brandy italiano: rassegna Un Ponte tra i Distillati

* * * * *

Nota a margine: poiché sia gli organizzatori che il relatore dell’evento sono cari amici, i lettori sono avvertiti. Questa volta si tratta di pubblicità, ma fatta gratuitamente e con vero piacere: perché è un’occasione rara sentir parlare di brandy italiano dalla voce dei protagonisti in uno dei più affascinanti e tipici luoghi di Milano .

 

27
Ott
19

Bernard Boutinet – in memoriam

Chi l’ha conosciuto non se lo può dimenticare: monsieur Bernard Boutinet era senza dubbio un personaggio, nel piccolo mondo del cognac.

boutinet

Dagli anni Settanta era alla guida del suo domaine familiare chiamato La Soloire, né troppo grande né abbastanza celebre, sito nella migliore zona dei Fins Bois, a ridosso delle Borderies in un minuscolo villaggio pochi chilometri a nord di Cognac. Trovarlo non era così facile, perché secondo una consolidata tradizione le proprietà viticole della Charente sono nascoste da alti e anonimi muri che le riparano da sguardi indiscreti. Una porticina dimessa era tutto quello che si poteva vedere dalla strada, e soltanto di recente sull’ingresso era comparsa una targhetta.

Entrando nella proprietà si veniva accolti da un uomo anziano, parlante un ottimo inglese, dalla voce roca e caratteristica. Se era indaffarato, vi lasciava in compagnia di sua moglie, un’affermata artista, con la quale si conversava piacevolmente, però solo in francese. Un angolo della casa, riparato da un secolare glicine era il rustico ombrello sotto il quale ci si accomodava in attesa di parlare con monsieur.

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L’uomo era in apparenza burbero ma cordiale, tuttavia di poche parole: lasciava che il suo cognac parlasse per lui. Nelle sue bottiglie era racchiusa tutta la sottile eleganza del quarto cru del cognac, i Fins Bois: bastava un sorso o due per capire di aver a che fare con qualcosa di fuori dal comune.

Sebbene Boutinet non distillasse più in proprio i suoi vini, era capace di realizzare dei cognac di rara grazia, forte dell’esperienza di vinificazione, assemblaggio ed affinamento tramandatasi nella sua famiglia di padre in figlio da almeno 150 anni, e soprattutto con l’aiuto dei 27 ettari delle sue vigne, di magnifica qualità.

I suoi distillati sono tutta grazia, un’esplosione di profumi di fiori e di frutti, e sanno descrivere alla perfezione l’immagine del terroir d’origine. In cui non va cercato né grande complessità, né grande invecchiamento, ma la bellezza della gioventù, che ha poco da dire ma molto da mostrare. Quindi tutto un altro cognac rispetto alla classica idea di un distillato profondo e magari complicato da capire. Quelli di Boutinet sono comprensibili a chiunque, e nondimeno rimangono di grande piacevolezza e distinzione in tutte le loro espressioni, dalla più giovane a quelle di oltre 20 anni.

A giugno di quest’anno mi ero ripromesso di tornare a visitarlo. Volevo assolutamente portare a casa un paio di bottiglie del cognac “segreto” della Casa. Già: perché monsieur Bernard ti faceva degustare la sua gamma partendo dal VSOP fino all’Extra, e ti poteva offrire perfino qualche bottiglia millesimata. Ed invece il suo cognac forse più affascinante, nella sua freschezza e giovanile semplicità non era citato nel listino che ti mostrava, né lui te ne faceva parola: perché troppo recente? Troppo economico? Non lo sapremo mai.

Di questo cognac VS mi ero innamorato quando sono andato a scoprire l’azienda, con un amico norvegese: forse gli saremo stati simpatici, o chissà. Alla fine della lunga degustazione è arrivato con un’ultima bottiglia e ce ne ha dato un assaggio, con noncuranza, come per dire “Sì, faccio anche questo, ma preferisco offrirvi gli altri”: il segreto era stato così rivelato. Ne sto bevendo ancora adesso mentre scrivo, grato e felice.

Stavolta avevo lasciato monsieur Boutinet con la promessa di tornare a trovarlo in un prossimo viaggio, perché faceva anche un Pineau bianco straordinariamente gustoso, assemblando Colombard ed Ugni Blanc de la propriéte. Ma è toccato a lui partire, e per il cammino più lungo. Me ne resterà il ricordo, che ho voluto condividere con voi lettori, e qualche bottiglia con cui brindare non più alla sua salute, ma per onorarne la memoria.

Le mie sincere condoglianze alla moglie Marie Claire.




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