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30
Giu
16

Riflessioni tardive sul Vinitaly 2016 (che poi sarebbe anche il Salone dei Distillati)

Più ci ripenso meno ci capisco. Vero è che una fiera è una vetrina commerciale, ma nel caso italiano, di prodotti che sono parte di un’eccellenza che dovrebbe avere pochi rivali nel mondo. Ho scritto eccellenza? Mi ero sbagliato.

La realtà distillatoria presente al Vinitaly si riassume in tre parole: grappa, grappa, ed ancora grappa. Ma se, per caso, ci sono anche alcune altre aziende liquoristiche, la grappa resta dominatrice.

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Vinitaly 2016 – Credit immagine: drinksint.com

Con un enorme ma, però: la gente non lo sa, si accontenta dell’etichetta, ma… chi fa la grappa sono poche decine di distillerie, di cui la maggior parte sono industriali.

Voi pensate di acquistare la grappa blasonata monovitigno di Pincopallino, noto vignaiolo della celebre zona. Ma… la sua grappa, spesso etichettata in maniera vistosa e trionfale, ed ancora più spesso venduta carissima, non la fa lui. Né le vinacce sono sue (è raro che accada).

Cosa succede in realtà? Il grosso della grappa italiana la fa la grande industria, una parte la fanno alcune distillerie artigianali, ma sostanzialmente per conto terzi. Solo una modesta parte è prodotta in proprio dai grappaioli più celebri ed etichettata come propria. Ed un’altra parte rilevante è commercializzata da affinatori, che di regola sono anche tagliatori di grappe di provenienza svariata (suona più elegante dire blender).

Praticamente invece si contano sulla punta delle dita i vignaioli‑distillatori, coloro che, a logica, sono gli unici in grado di chiudere il ciclo dell’uva. Faccio il vino, ho le vinacce, le distillo ipso facto, vendo la mia grappa.

La conseguenza è che in circolazione si trovano millanta grappe diverse, e quasi ogni produttore di vino millanta (!) di avere la propria grappa. Il più delle volte questa è fatta da altri, con vinacce (surgelate?) di altri, e spesso è una grappaccia senza arte né parte. Quando vi va bene, molto bene, invece viene distillata da un bravo artigiano per conto del vignaiolo con le sue vinacce fresche, e allora berrete bene. Ma lo saprete per caso, solo dopo averla assaggiata. Capita molto di rado, credetemi.

Quindi passeggiando per il Vinitaly voi vedete grappa dappertutto. Scavate, e se casomai ve lo diranno, saprete che esce da uno dei poco più di 130 alambicchi italiani.

Tristissima situazione, in cui trovare qualche gemma nella paglia – chiamatela fuffa se volete – è impresa da cane da trifola. Vi diranno che è il fisco occhiuto, la burocrazia, la mancanza di formazione dei vignaioli, il costo degli impianti. Tutto vero, ma tragico.

Bere buona grappa, davvero buona, è molto più difficile che bere un buon rum. Poi se vi accontentate, è un’altra cosa.

Lo stato del resto dei distillati è pietoso: tralasciando le note eccellenze, che sono quattro gatti, c’è da piangere.

Il brandy italiano ha due note costanti. La prima: lo si fa per recuperare una vendemmia andata male, e allora saranno produzioni occasionali, fatte dal terzista. Sempre meglio che aceto, direte. Ancora, se vi accontentate… La seconda: lo si fa invecchiando brandy fatto da altri, al 99,9% di origine industriale, distillato in colonna, distillando “la qualunque”. Vecchio è buono? Se vi accontentate di pagare tanto e bere male…

Qualcuno fa gin, facile e redditizio modo di impiegare gli alambicchi nei tempi morti, e qualcuno invero lo fa bene. Qualcun altro fa cose improbabili, ma il pensiero è alla miscelazione. Sono scusati, è ovvio.

Qualcuno – uno – fa whisky. E lo fa bene. Ma al Vinitaly non c’era.

La liquoreria: presente in massa al Vinitaly, sì. Ma anche qui, questa nobilissima arte italiana (tutto nasce dal nostro genio italico, ma vi stancherei a ripeterlo) è trattata a schiaffoni. Chi esponeva, offriva più che altro cose improbabili, pensate per il bar, i cocktail, le vecchie zie inglesi spettegolanti, tutta gente che vuole una cosa sola: un prezzo basso. Di cose fini, degne di essere bevute, zero. Ci sono, credetemi, da qualche parte, ma alla fiera non si sono viste. C’erano solo cose di cui ogni italiano dovrebbe vergognarsi.

Lo stato dell’arte è tutto qua. Ma è meglio parlare d’altro. Mercurio è il Dio del commercio, ma anche dei ladri e dei chiacchieroni. Ed al Salone dei Distillati si sono viste più frottole e potenziali ruberie, che cose di valore: quelle poche erano ben nascoste al volgo, nella massa dei banchetti. Ed è meglio che ci rimangano.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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08
Dic
12

degustazioni – grappa Centenara gran riserva Flavio Comar – Distilleria Aquileia

Grappa Centenara Gran Riserva ComarDistilleria Aquileia

Grappa Centenara Gran Riserva Comar
Distilleria Aquileia

La Distilleria Aquileia, dell’omonima città friulana, è un’industria che è passata negli anni dalla produzione conto terzi alla distillazione in proprio, seguendo una strada verso la qualità.

Verso la fine degli anni ’60 inizia una produzione di eccellenza che la porterà a distinguersi come uno dei migliori fabbricanti di grappa friulana. La chiave di lettura dell’azienda si chiama passione: come mi piace sempre ricordare, questo è l’ingrediente segreto, mai dichiarato in etichetta, indispensabile per produrre il meglio in fatto di agroalimentare (e non solo).

L’azienda prende sviluppo da Flavio Comar, enologo, a cui succede al timone il figlio Alessandro nel 1993; da qui in poi la produzione si raffina ulteriormente e nascono alcuni capolavori di alambicco, come le due Centenara, e altre linee, tra cui successivamente la Spirit, alta espressione della creatività della distilleria Comar.

La Distilleria Aquileia produce anche grappe monovitigno, distillati di frutta, e liquori.

A mia opinione, la serie delle grappe invecchiate è quella che merita la massima considerazione. Tra queste, splende la Centenara Gran Riserva Flavio Comar. Si tratta di una grappa invecchiata da vinacce aromatiche (Traminer, Sauvignon, Malvasia, Riesling). L’invecchiamento avviene in botti di rovere francese, molto tostate, per 2 anni.

Viene prodotta ogni anno in esigua quantità (1600 bottiglie), dedicata al padre. È quindi una grappa rara. Titola 46° che non vi accorgerete di sorseggiare. L’estrema setosità delle grappe è una costante della distilleria Aquileia, i suoi distillati sono sempre molto alcolici, come vuole la tradizione friulana, ma mai aggressivi, anzi l’alcool supporta ed esalta le qualità aromatiche restando sempre sullo sfondo: dote rara, che appartiene solo ai distillati di eccezione.

Il magnifico colore dorato intenso della grappa Centenara Gran Riserva, degno di un grande cognac© il farmacista goloso

Il magnifico colore dorato intenso della grappa Centenara Gran Riserva, degno di un grande cognac
© il farmacista goloso

NOTE DI DEGUSTAZIONE

Colore: è di un bel dorato intenso, che può ricordare un cognac maturo.

Profumo: al primo naso è intenso di vinacce aromatiche, speziato, leggermente pungente di grappa, ma con ricche promesse. È bene far evolvere gli aromi di questo distillato in un bicchiere a tulipano, trattando la grappa come un cognac. Non seguite il consiglio della distilleria di usare un ballon e di ossigenare la grappa con ampie rotazioni, disperdereste violentemente il suo ricchissimo bouquet. Prendetevi tutto il tempo necessario e riscaldate nella mano il calice, avvicinate il naso con cautela, e soprattutto resistete alla tentazione di appoggiarvi le labbra; godrete di una interminabile tela di profumi in cui trovare sensazioni via via sempre nuove ed entusiasmanti, e questo per almeno un’ora, a gara con i grandi cognac. Potreste anche scordarvi di stare degustando una grappa, una signora grappa!

Riscaldando lentamente il bicchiere con il palmo, gli aromi tipici dei vitigni fanno scoprire una robusta spalla legnosa, dai sentori di vaniglia e di quercia, che sostiene il bel corpo vinoso della grappa; aprendosi, il distillato acquista complessità, comportandosi sempre più come un brandy francese. Col passare dei minuti il corpo di legno prende il sopravvento sulle note vinose, che restano sullo sfondo.

Gusto: iniziate con un piccolissimo sorso, dopo un attimo di incertezza si avverte un alcool dolce, pronto ad espandersi sulla lingua con note legnose, e sul palato con i profumi fruttati dei vitigni, in cui si fa viva la malvasia. Masticate un po’ d’aria. Il corpo è setoso, pieno, potente, mai aggressivo; grande ricchezza gustativa, espressa anche nell’appagante prolungato retrogusto, in cui emerge di nuovo, se ve ne foste scordati, la nota tipica della grappa aromatica.

Sul finale l’alcool un poco evaporato lascia spazio a un palato suadente e carezzevole con note di traminer, mentre nel bicchiere ormai vuoto si sviluppa un voluttuoso e fine aroma boisé che ricorda il fondo di un vecchio cognac per persistenza e ricchezza.

Equilibrio: mirabile tra l’intensità dei profumi e il gusto sontuoso: un pezzo di alta scuola, bravo Comar!

ETICHETTA

LA CENTENARA

Grappa gran riserva Flavio Comar

Finissima grappa da vinacce Friulane selezionate

Elevata in piccoli carati di rovere francese

PRODUZIONE LIMITATISSIMA

Prodotta ed imbottigliata dalla

DISTILLERIA AQVILEIA

Di Flavio Comar S.r.l.

Sede e stabilimento AQVILEIA – VDINE – ITALIA

CONTROETICHETTA

La Centenara –Gran Riserva Flavio Comar

Nasce dalla distillazione di una particolare selezione di vinacce di uve bianche Traminer, Riesling, Sauvignon e Malvasia che, ogni anno, viene destinata all’invecchiamento in quattro particolari “carati” in legno di rovere francese. Scrupolose attenzioni e cure  ne fanno, in assoluto, una grande grappa da meditazione. Degustata in grandi bicchieri permetterà di esaltare tutte le sue meravigliose doti.

COLLARE

Data di produzione e imbottigliamento, numero di bottiglia e firma del distillatore.

Reperibilità: molto difficile; prezzo € 35 circa (2012).

© 2012 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

27
Dic
11

A proposito di distillazione

Veduta di Bassano del Grappa

Se avete occasione di passare da, o di visitare Bassano del Grappa, ed il suo celebre ponte vecchio, e avete qualche curiosità sull’arte della distillazione, consiglio di fare una sosta al museo della grappa dell’azienda Poli:

http://www.poligrappa.com/geografia.html

Per quanto abbia poco a che fare con il cognac, nel museo troverete un’esauriente e documentata storia della distillazione, una raccolta di pregiati codici su questa studiatissima arte, nonchè una mostra di alambicchi dai più primitivi, le storte, ai medievali fornelli dalle forme alchemicamente bizzarre, di diretta derivazione araba, fino agli apparecchi artigianali “moderni” ormai completamente in rame. Il tutto in un breve percorso presentato con rigore didattico ed al contempo grande semplicità  e comprensibile a tutti. Al museo è annessa una stanza di degustazione e vendita, ma non sarete obbligati ad acquistare a meno che oltre al cognac vi piaccia anche la grappa. E ad onor del vero i Poli sono tra i grappaioli che con il loro lavoro e la loro passione hanno saputo portare la grappa nel novero dei distillati di pregio, togliendole quell’alone di maleodorante bevanda popolaresca da alpino “ciucco” , e facendola conoscere ed apprezzare anche oltralpe.

Dimenticavo, la ditta Poli produce anche due brandy italiani, uno di tre anni, ed uno invecchiato dieci anni, che ha il poco fortunato dannunziano nome di arzente: il nome era obbligatorio per i brandy durante il fascismo.




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