Posts Tagged ‘grappa

23
Apr
18

Al Vinitaly 2018, girando tra il Salone Internazionale dei Distillati

Se andate al Salone Internazionale dei Distillati (chiamatelo pure Vinitaly) non troverete né un padiglione né un settore dedicato che ospita i vari produttori di alcolici. Superare le logiche regionali, e ritagliare uno spazio (come si fa già per Vivit e FIVI) in cui mettere in luce i distillatori italiani ed i rari ospiti stranieri più qualche azienda distributrice potrebbe essere una buona idea, ed una vetrina non trascurabile per le produzioni ad alto grado italiane, che riscuotono spesso più successo all’estero che in casa.

La ricerca della buona bottiglia, va da sé, non è impresa facile: bisogna prima studiare le mappe, con un lavoro preparatorio da caccia al tesoro, poi navigare tra un oceano di produttori di vinelli, vinoni e vinacci, e infine snidarla in mezzo ad un mare di altri liquori: la maggior parte dei produttori di alcolici si dedica anche o soprattutto alla liquoristica, che ha più facilità di commercio e più attrattiva presso il pubblico generale; purtroppo anche in questa nobile arte, in cui gli italiani sono stati creatori originalissimi, e ancora oggi primeggiano, il livello è sceso piuttosto in basso. In un mercato dai mille attori il prezzo finisce per vincere sulla qualità delle proposte, quando

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pure ci sarebbe più di qualche azienda artigiana di cui andare fieri: anche questa branca fa parte dell’eccellenza gastronomica del made in Italy, e nel mondo ce la invidiano tutti quelli che appena ne capiscono di qualità.

Non potevo però fare a meno di andare a cercare tra i distributori qualche maison di cognac che ancora non ho visitato personalmente; sono tantissime, sapete. E se di cognac ne girano pochi sull’Adige, con pazienza qualcosa si trova. Compagnia dei Caraibi distribuisce l’ampia gamma di Cognac Ferrand: mi hanno fatto assaggiare un paio di brandy pensati per la mixology, non privi di personalità: “Renegade Barrel”, un giovane cognac con finishing in botti di castagno (che per questo legalmente perde il diritto alla denominazione cognac, e può solo chiamarsi eau-de-vie de vin), e il

“1840 Original Formula”, che vuole replicare il gusto floreale dell’epoca d’oro del cognac, i decenni centrali del 1800. Drouet & Fils, distribuita da Pellegrini, è una piccola maison familiare con vigneti nei primi due crus, che ci propone l’ultimo nato di casa, un gustoso Grande Champagne a 42° di 7 anni, dal naso elegante, aggraziato al palato, chiamato cognac Melina.

Il brandy italiano non vede molti produttori, oggidì: un nome storico, Carpenè Malvolti, lo distillava un tempo, ma ora ne affina soltanto. Tre sono le qualità offerte in vendita: il “Riserva 7 anni”, focoso ed un po’ dolce, rende nei cocktail ma si lascia bere anche dai non esperti, mentre il “Riserva 15 anni” vuole offrirsi a chi ha maggiori pretese. L’affinamento è ben condotto, ed i brandy sono onesti, più della media nazionale. Faccio un salto da Pojer & Sandri, per salutare l’amico Mario, e pur non avendolo chiesto, ho già il bicchiere in mano: questo funambolo dell’alambicco mi stupisce come al solito! In anteprima in fiera si versa il loro brandy “30 anni”: l’aria di montagna rende fine questa acquavite che danza fiera nel calice eppure conserva una grazia giovanile tutta sua. Bicchiere importante, certo, ma che può essere avvicinato anche dal neofita in tutta facilità.

Ospite internazionale del Vinitaly quest’anno è il Perù, che promuove il suo ardente pisco, non più uno sconosciuto nemmeno da noi: solito piacione il Pisco Portón (Hacienda La Caravedo), già arrivato da tempo nei bar italiani; sincero e molto profumato, senza cedere a morbidezze, il Pisco Legado (Fundo La Esperanza), nella più tradizionale delle sue versioni, distillato da uva quebranta coltivata nella Valle de Mala. Singolare il bruno Inkamaca: è una creazione recente oppure una ripresa di un’usanza popolare? Si tratta di un’infusione della radice della maca andina nel pisco “mosto verde” che produce un amaro tonico dai sapori assai curiosi, con note torrefatte. Vi suggerisco di tenere d’occhio l’acquavite peruviana, c’è ancora molto da scoprire in questa terra ricca di più di 3000 distillerie: il pisco vale davvero un Perù, e farà strada non solo nei vostri cocktail.

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Le sorelle Nonino col padre Benito in distilleria – (dal sito aziendale)

 

La grappa soffre purtroppo di opacità: il nostro distillato bandiera soggiace ancora oggi in patria ad un pregiudizio di mediocrità, e nulla fanno gli attori principali della filiera – le industrie – per risollevarne l’immagine investendo in qualità e trasparenza. E potrebbero, invece di ricorrere a materie prime modeste, a zuccheraggi spinti (peraltro permessi da un disciplinare ambiguo) e ad aromatizzazioni degne di rum dozzinali.

Ma chi tenta di alzare una scomoda voce contro il deplorevole stato di un distillato sì di umile origine, ma che lavorato con arte può competere con i più blasonati fratelli d’oltralpe, viene zittito: vendere conta più di distillare bene. Io non mi stanco, ed è solo per amore della grappa ben fatta.

Il distillato di vinaccia può riservare quindi facilmente cattive sorprese al cliente impreparato ed ignorante, senza sua colpa. Ma buona ed anche ottima grappa se ne trova sempre, a ben cercarla. Prima di tutto dagli artigiani distillatori in proprio.

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Una piacevole conversazione durante la rassegna con la battagliera Antonella Nonino mi ha però rinfrancato parecchio. L’azienda che più di tutte tiene alto il buon nome dell’italica grappa nel mondo la pensa esattamente come me in tema di qualità e trasparenza. Quindi dai Nonino cadrete sempre in piedi: e lo capirete già assaggiando la loro grappa più semplice.

Non disdegnate però i veneti: i fratelli Brunello, distillatori di tradizione quasi bicentenaria in Montegalda, producono belle acquaviti del loro territorio e di altre origini, tra cui una rara “grappa di carmènere” dei colli Berici. Ma se cercate il colpo di fulmine del Vinitaly, i vulcanici trentini di Pojer & Sandri (ebbene sì, ancora loro) ve lo daranno con la loro “grappa Zero Infinito”, ricavata da vinacce di un vitigno ibrido e resistente a gelo e malattie, il solaris: il fruttato se ne esce in 3D, e lunghezza e volume nel calice sembrano davvero infiniti; zero trattamenti in vigna, quindi è pure bio. Volete altro? Chapeau, Mario!

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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30
Giu
16

Riflessioni tardive sul Vinitaly 2016 (che poi sarebbe anche il Salone dei Distillati)

Più ci ripenso meno ci capisco. Vero è che una fiera è una vetrina commerciale, ma nel caso italiano, di prodotti che sono parte di un’eccellenza che dovrebbe avere pochi rivali nel mondo. Ho scritto eccellenza? Mi ero sbagliato.

La realtà distillatoria presente al Vinitaly si riassume in tre parole: grappa, grappa, ed ancora grappa. Ma se, per caso, ci sono anche alcune altre aziende liquoristiche, la grappa resta dominatrice.

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Vinitaly 2016 – Credit immagine: drinksint.com

Con un enorme ma, però: la gente non lo sa, si accontenta dell’etichetta, ma… chi fa la grappa sono poche decine di distillerie, di cui la maggior parte sono industriali.

Voi pensate di acquistare la grappa blasonata monovitigno di Pincopallino, noto vignaiolo della celebre zona. Ma… la sua grappa, spesso etichettata in maniera vistosa e trionfale, ed ancora più spesso venduta carissima, non la fa lui. Né le vinacce sono sue (è raro che accada).

Cosa succede in realtà? Il grosso della grappa italiana la fa la grande industria, una parte la fanno alcune distillerie artigianali, ma sostanzialmente per conto terzi. Solo una modesta parte è prodotta in proprio dai grappaioli più celebri ed etichettata come propria. Ed un’altra parte rilevante è commercializzata da affinatori, che di regola sono anche tagliatori di grappe di provenienza svariata (suona più elegante dire blender).

Praticamente invece si contano sulla punta delle dita i vignaioli‑distillatori, coloro che, a logica, sono gli unici in grado di chiudere il ciclo dell’uva. Faccio il vino, ho le vinacce, le distillo ipso facto, vendo la mia grappa.

La conseguenza è che in circolazione si trovano millanta grappe diverse, e quasi ogni produttore di vino millanta (!) di avere la propria grappa. Il più delle volte questa è fatta da altri, con vinacce (surgelate?) di altri, e spesso è una grappaccia senza arte né parte. Quando vi va bene, molto bene, invece viene distillata da un bravo artigiano per conto del vignaiolo con le sue vinacce fresche, e allora berrete bene. Ma lo saprete per caso, solo dopo averla assaggiata. Capita molto di rado, credetemi.

Quindi passeggiando per il Vinitaly voi vedete grappa dappertutto. Scavate, e se casomai ve lo diranno, saprete che esce da uno dei poco più di 130 alambicchi italiani.

Tristissima situazione, in cui trovare qualche gemma nella paglia – chiamatela fuffa se volete – è impresa da cane da trifola. Vi diranno che è il fisco occhiuto, la burocrazia, la mancanza di formazione dei vignaioli, il costo degli impianti. Tutto vero, ma tragico.

Bere buona grappa, davvero buona, è molto più difficile che bere un buon rum. Poi se vi accontentate, è un’altra cosa.

Lo stato del resto dei distillati è pietoso: tralasciando le note eccellenze, che sono quattro gatti, c’è da piangere.

Il brandy italiano ha due note costanti. La prima: lo si fa per recuperare una vendemmia andata male, e allora saranno produzioni occasionali, fatte dal terzista. Sempre meglio che aceto, direte. Ancora, se vi accontentate… La seconda: lo si fa invecchiando brandy fatto da altri, al 99,9% di origine industriale, distillato in colonna, distillando “la qualunque”. Vecchio è buono? Se vi accontentate di pagare tanto e bere male…

Qualcuno fa gin, facile e redditizio modo di impiegare gli alambicchi nei tempi morti, e qualcuno invero lo fa bene. Qualcun altro fa cose improbabili, ma il pensiero è alla miscelazione. Sono scusati, è ovvio.

Qualcuno – uno – fa whisky. E lo fa bene. Ma al Vinitaly non c’era.

La liquoreria: presente in massa al Vinitaly, sì. Ma anche qui, questa nobilissima arte italiana (tutto nasce dal nostro genio italico, ma vi stancherei a ripeterlo) è trattata a schiaffoni. Chi esponeva, offriva più che altro cose improbabili, pensate per il bar, i cocktail, le vecchie zie inglesi spettegolanti, tutta gente che vuole una cosa sola: un prezzo basso. Di cose fini, degne di essere bevute, zero. Ci sono, credetemi, da qualche parte, ma alla fiera non si sono viste. C’erano solo cose di cui ogni italiano dovrebbe vergognarsi.

Lo stato dell’arte è tutto qua. Ma è meglio parlare d’altro. Mercurio è il Dio del commercio, ma anche dei ladri e dei chiacchieroni. Ed al Salone dei Distillati si sono viste più frottole e potenziali ruberie, che cose di valore: quelle poche erano ben nascoste al volgo, nella massa dei banchetti. Ed è meglio che ci rimangano.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

08
Dic
12

degustazioni – grappa Centenara gran riserva Flavio Comar – Distilleria Aquileia

Grappa Centenara Gran Riserva ComarDistilleria Aquileia

Grappa Centenara Gran Riserva Comar
Distilleria Aquileia

La Distilleria Aquileia, dell’omonima città friulana, è un’industria che è passata negli anni dalla produzione conto terzi alla distillazione in proprio, seguendo una strada verso la qualità.

Verso la fine degli anni ’60 inizia una produzione di eccellenza che la porterà a distinguersi come uno dei migliori fabbricanti di grappa friulana. La chiave di lettura dell’azienda si chiama passione: come mi piace sempre ricordare, questo è l’ingrediente segreto, mai dichiarato in etichetta, indispensabile per produrre il meglio in fatto di agroalimentare (e non solo).

L’azienda prende sviluppo da Flavio Comar, enologo, a cui succede al timone il figlio Alessandro nel 1993; da qui in poi la produzione si raffina ulteriormente e nascono alcuni capolavori di alambicco, come le due Centenara, e altre linee, tra cui successivamente la Spirit, alta espressione della creatività della distilleria Comar.

La Distilleria Aquileia produce anche grappe monovitigno, distillati di frutta, e liquori.

A mia opinione, la serie delle grappe invecchiate è quella che merita la massima considerazione. Tra queste, splende la Centenara Gran Riserva Flavio Comar. Si tratta di una grappa invecchiata da vinacce aromatiche (Traminer, Sauvignon, Malvasia, Riesling). L’invecchiamento avviene in botti di rovere francese, molto tostate, per 2 anni.

Viene prodotta ogni anno in esigua quantità (1600 bottiglie), dedicata al padre. È quindi una grappa rara. Titola 46° che non vi accorgerete di sorseggiare. L’estrema setosità delle grappe è una costante della distilleria Aquileia, i suoi distillati sono sempre molto alcolici, come vuole la tradizione friulana, ma mai aggressivi, anzi l’alcool supporta ed esalta le qualità aromatiche restando sempre sullo sfondo: dote rara, che appartiene solo ai distillati di eccezione.

Il magnifico colore dorato intenso della grappa Centenara Gran Riserva, degno di un grande cognac© il farmacista goloso

Il magnifico colore dorato intenso della grappa Centenara Gran Riserva, degno di un grande cognac
© il farmacista goloso

NOTE DI DEGUSTAZIONE

Colore: è di un bel dorato intenso, che può ricordare un cognac maturo.

Profumo: al primo naso è intenso di vinacce aromatiche, speziato, leggermente pungente di grappa, ma con ricche promesse. È bene far evolvere gli aromi di questo distillato in un bicchiere a tulipano, trattando la grappa come un cognac. Non seguite il consiglio della distilleria di usare un ballon e di ossigenare la grappa con ampie rotazioni, disperdereste violentemente il suo ricchissimo bouquet. Prendetevi tutto il tempo necessario e riscaldate nella mano il calice, avvicinate il naso con cautela, e soprattutto resistete alla tentazione di appoggiarvi le labbra; godrete di una interminabile tela di profumi in cui trovare sensazioni via via sempre nuove ed entusiasmanti, e questo per almeno un’ora, a gara con i grandi cognac. Potreste anche scordarvi di stare degustando una grappa, una signora grappa!

Riscaldando lentamente il bicchiere con il palmo, gli aromi tipici dei vitigni fanno scoprire una robusta spalla legnosa, dai sentori di vaniglia e di quercia, che sostiene il bel corpo vinoso della grappa; aprendosi, il distillato acquista complessità, comportandosi sempre più come un brandy francese. Col passare dei minuti il corpo di legno prende il sopravvento sulle note vinose, che restano sullo sfondo.

Gusto: iniziate con un piccolissimo sorso, dopo un attimo di incertezza si avverte un alcool dolce, pronto ad espandersi sulla lingua con note legnose, e sul palato con i profumi fruttati dei vitigni, in cui si fa viva la malvasia. Masticate un po’ d’aria. Il corpo è setoso, pieno, potente, mai aggressivo; grande ricchezza gustativa, espressa anche nell’appagante prolungato retrogusto, in cui emerge di nuovo, se ve ne foste scordati, la nota tipica della grappa aromatica.

Sul finale l’alcool un poco evaporato lascia spazio a un palato suadente e carezzevole con note di traminer, mentre nel bicchiere ormai vuoto si sviluppa un voluttuoso e fine aroma boisé che ricorda il fondo di un vecchio cognac per persistenza e ricchezza.

Equilibrio: mirabile tra l’intensità dei profumi e il gusto sontuoso: un pezzo di alta scuola, bravo Comar!

ETICHETTA

LA CENTENARA

Grappa gran riserva Flavio Comar

Finissima grappa da vinacce Friulane selezionate

Elevata in piccoli carati di rovere francese

PRODUZIONE LIMITATISSIMA

Prodotta ed imbottigliata dalla

DISTILLERIA AQVILEIA

Di Flavio Comar S.r.l.

Sede e stabilimento AQVILEIA – VDINE – ITALIA

CONTROETICHETTA

La Centenara –Gran Riserva Flavio Comar

Nasce dalla distillazione di una particolare selezione di vinacce di uve bianche Traminer, Riesling, Sauvignon e Malvasia che, ogni anno, viene destinata all’invecchiamento in quattro particolari “carati” in legno di rovere francese. Scrupolose attenzioni e cure  ne fanno, in assoluto, una grande grappa da meditazione. Degustata in grandi bicchieri permetterà di esaltare tutte le sue meravigliose doti.

COLLARE

Data di produzione e imbottigliamento, numero di bottiglia e firma del distillatore.

Reperibilità: molto difficile; prezzo € 35 circa (2012).

© 2012 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

27
Dic
11

A proposito di distillazione

Veduta di Bassano del Grappa

Se avete occasione di passare da, o di visitare Bassano del Grappa, ed il suo celebre ponte vecchio, e avete qualche curiosità sull’arte della distillazione, consiglio di fare una sosta al museo della grappa dell’azienda Poli:

http://www.poligrappa.com/geografia.html

Per quanto abbia poco a che fare con il cognac, nel museo troverete un’esauriente e documentata storia della distillazione, una raccolta di pregiati codici su questa studiatissima arte, nonchè una mostra di alambicchi dai più primitivi, le storte, ai medievali fornelli dalle forme alchemicamente bizzarre, di diretta derivazione araba, fino agli apparecchi artigianali “moderni” ormai completamente in rame. Il tutto in un breve percorso presentato con rigore didattico ed al contempo grande semplicità  e comprensibile a tutti. Al museo è annessa una stanza di degustazione e vendita, ma non sarete obbligati ad acquistare a meno che oltre al cognac vi piaccia anche la grappa. E ad onor del vero i Poli sono tra i grappaioli che con il loro lavoro e la loro passione hanno saputo portare la grappa nel novero dei distillati di pregio, togliendole quell’alone di maleodorante bevanda popolaresca da alpino “ciucco” , e facendola conoscere ed apprezzare anche oltralpe.

Dimenticavo, la ditta Poli produce anche due brandy italiani, uno di tre anni, ed uno invecchiato dieci anni, che ha il poco fortunato dannunziano nome di arzente: il nome era obbligatorio per i brandy durante il fascismo.




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