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08
Set
16

Hennessy festeggia i suoi primi 250 anni

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L’anno scorso è stato gravido di anniversari per il mondo del cognac: avevo appena fatto in tempo a raccontarvi del tricentenario della maison Martell, che anche il suo rivale (ma non troppo), la Casa Hennessy, iniziava i festeggiamenti per il suo quarto di millennio di attività. Non proprio bruscolini.

Siccome i festeggiamenti di Hennessy sono ancora in corso in giro per il mondo, non mi sento del tutto in ritardo a raccontarvene ora.

Ma cominciamo dall’inizio, così per darvi un’idea di quello che è il marchio di cognac più noto e bevuto al mondo.

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Gli antichi stabilimenti di Hennessy in riva alla Charente a Cognac.

C’era una volta… Richard Hennessy. Irlandese, nato intorno al 1720 a Cork, cadetto del signore di Ballymacmoy, si arruolò nella Brigata Irlandese della fanteria del Re di Francia, cosa naturale per i figli degli aristocratici, che proprio a Cork si imbarcavano per sfuggire al dominio inglese sull’isola verde e per non dover servire l’odiato vicino.

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Il fondatore della dinastia – (1720 circa – 1800)

 

Dopo qualche decennio di avventure ed un matrimonio, troviamo Richard ad Ostenda presso un cugino mercante. Qualche anno più tardi passerà da Dunkerque a Tonnay-Charente (luogo di imbarco del cognac per il mondo) dopo aver fondato la “Hennessy, Connelly & C.”, ed infine lo troveremo stabilito a Cognac proprio nel 1765, che si considera l’anno di nascita della ditta attuale. Gli affari erano modesti, basati sull’esportazione dell’acquavite francese in barili verso l’assetata Irlanda; dopo un decennio infatti lo vedremo trasferirsi ancora, stavolta nella più famosa Bordeaux, lasciando gli affari alcolici al socio. Alla sua morte, nel 1778, Hennessy torna a Cognac ad occuparsi di brandy col figlio Jacques, con la nuova società “Richard Hennessy et Fils”.

Ma il vero salto di qualità della maison avvenne per il matrimonio del figlio con Marthe Martell, discendente della più antica Casa di cognac. Affarista spregiudicato, socio di un nipote di James Delamain, altra grande famiglia di commercianti di acquavite ancora oggi in attività, negli anni della Rivoluzione esportava cognac per conto del governo in cambio di granaglie, arricchendosi molto più di suo padre. Con l’alleanza delle due famiglie si formò così una rete di interessi che portò da quegli anni in poi le loro aziende a controllare la massima parte del commercio internazionale del cognac, ed a stabilirne i prezzi (fino al 1954), e le rispettive zone di influenza dell’export (fino al 1947), di fatto un duopolio difficilissimo da scalfire per gli altri attori del commercio, che raccoglievano le pur generose briciole avanzate dai due grandi protagonisti.

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Antica etichetta della maison Hennessy

 La storia proseguì con il nipote James a cui risale l’attuale marchio “James Hennessy & Co.”, con il pronipote Maurice, geniale innovatore, con i tris nipoti James e Jean, ed ancora altri dopo di loro: una lunga dinastia di abili imprenditori. Molti di loro ricoprirono ruoli importanti nella politica francese, come del resto i Martell. L’azienda, diventata un colosso, nel 1971 fece il colpo grosso, e si fuse con la Moët & Chandon. Confluirà nel 1987 nella LVMH, un conglomerato del lusso mondiale con in portafoglio più di 60 marchi di alto profilo, tra cui Louis Vuitton, Guerlain, Dior, Krug, Ruinart, Veuve Cliquot, Chateau d’Yquem, il whisky Glenmorangie, eccetera.

Torniamo al cognac: oggi la Hennessy è l’attore principale sul mercato mondiale del distillato francese. La sua quota di mercato è imponente, ma già nel 1860 controllava un quarto del commercio mondiale del cognac.

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Il Paradiso della Hennessy – non solo gli angeli vorrebbero dimorarci!

 

 Oltre a possedere il più vasto stock di barili del pregiato distillato, la maison Hennessy dal 1800 circa ha come maître de chai i membri di una stessa famiglia, i Fillioux, arrivati oggi all’ottava generazione. Non è l’unica: la tradizione di avere dinastie di queste figure specializzate era comune nel mondo del cognac, ma Hennessy si gloria della più lunga e continua di queste dinastie di palati estremamente allenati: loro conoscono ogni fornitore, i pregi e i difetti di tutti i cognac conferiti, e cosa importantissima, hanno in mente tutto l’impressionante stock della Casa, migliaia e migliaia di botti, regolarmente assaggiate nel tempo. Una conoscenza unica, tramandata di padre in figlio (o nipote), che permette di riprodurre con costanza il sapore dei cognac offerti in vendita, anno dopo anno, grazie a complessi blend.

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Blasone Hennessy

Il marchio di fabbrica della Hennessy ha una storia curiosa: lo stemma di Richard, il fondatore, portava nello scudo un cinghiale, contornato da un cartiglio con il motto “Vi vivo et armis” (Vivo con la forza e con le armi) e sormontato da un cimiero formato da un braccio corazzato armato d’ascia. Lo stemma, ritenuto poco commerciale, fu presto oscurato, conservandone solo il cimiero (Le bras armé) che divenne il marchio della Casa in uso ancora oggi.

Tra gli altri notabilia di Hennessy, la grande maison ha anche il privilegio di aver dato il nome alle varietà di cognac che ancora oggi troviamo in commercio: si narra che Maurice Hennessy nel 1865 inventasse la prima nomenclatura degli invecchiamenti del distillato francese, indicandoli con un numero crescente di stelle ,da una a cinque. Con il simbolo *** fino a non molti anni fa si indicava il cognac dall’invecchiamento minimo, che oggi è chiamato V.S. Il V.S.O.P. deriva invece dalla richiesta fatta agli Hennessy nel 1817 da parte del futuro re Giorgio IV d’Inghilterra di preparargli una “excellente eau-de-vie vieille de couleur pâle”. Oggi la sigla significa una qualità corrente di età compresa tra 4 e 6 anni. X.O. (eXtra Old) infine è sempre una invenzione degli Hennessy, dapprima nata come riserva familiare; ora invece definisce (legalmente) la qualità più invecchiata del cognac (almeno 10 anni).

Questo, e molto altro è la maison Hennessy, la corazzata del cognac. Come multinazionale che movimenta circa un terzo di tutto il cognac prodotto ogni anno, e circa la metà della qualità più giovane (V.S.), si può ben capire che la qualità non è il suo obiettivo primario, benché offra pregevoli (e carissimi) imbottigliamenti. Ma il suo grande merito, assieme alla sorella più vecchia Martell, è ancora oggi di avere esportato e fatto conoscere il cognac “au quatre coins du monde”. Senza il loro marketing estensivo, quest’acquavite e la città di Cognac non sarebbero i nomi più noti di Francia dopo la Tour Eiffel e Parigi, ma bevande e luoghi semi-oscuri come l’armagnac. Tutti quanti dobbiamo riconoscerlo: dobbiamo la nostra conoscenza del cognac ad almeno una delle due celeberrime aziende.

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Pubblicità d’epoca (Hennessy 3 Star)

01
Set
14

Grande maison o piccolo produttore?

Da chi compro il mio cognac?

Annosa questione, che si ripete identica quando scegliete lo champagne: lo farete dalla celebre casa famosa su scala mondiale, o dal piccolo produttore noto solo ad una cerchia di iniziati ed assidui lettori di guide e riviste specializzate? Cosa possiamo aspettarci dalle prime o dai secondi?

I leader nel mondo del cognac sono 4 giganti più una manciata di grandi aziende, ed offrono fondamentalmente questi vantaggi:

• facile reperibilità dei prodotti
• packaging immediatamente riconoscibile
• rete commerciale globale
• costanza qualitativa
• notorietà mediatica

Di contro gli svantaggi consistono in:

• distillati anonimi fino alla fascia premium compresa (XO)
• prezzo elevato, che comprende i costi di marketing

Gamma di una delle Big Four, Rémy Martin – CC license – author: Newone

Mentre il piccolo produttore (boilleur de cru) offre praticamente l’inverso, quindi come pro:

• filiera in suo totale controllo
• prodotti individualizzati, con stile marcato
• costo in linea col mercato

I contro invece:

• reperibilità scarsa
• rete commerciale non specializzata (dipendenza dall’importatore)
• incostanza qualitativa
• produzione limitata
• packaging spesso anonimo o poco curato

Un piccolo celebre produttore - Jean Fillioux - rèserve familiale - CC license - author: Melkov

Un piccolo celebre produttore – Jean Fillioux – rèserve familiale – CC license – author: Melkov

La scelta quindi è quasi complementare, ciò che offrono i grandi non lo offrono i piccoli. Il paragone con il mercato dello champagne è quanto mai appropriato, e senz’altro familiare ai molti appassionati delle bollicine. Anche qui grandi case e piccoli produttori giocano su questa complementarietà.

Per il cognac la causa è la quantità degli stock e la loro provenienza: le Big Four accumulano centinaia di migliaia di botti di svariatissimi produttori da cui scegliere per creare i loro assemblages e correggere gli squilibri di un’annata poco favorevole con riserve che apportano i caratteri voluti; di qui la costanza dei loro prodotti, che li rende riconoscibili al grande pubblico. Il consumatore si aspetta che il cognac assomigli alla bottiglia precedente, e siccome il maître de chai crea i suoi blend in modo che il nuovo distillato si avvicini il più possibile al campione di riferimento, questa aspettativa sarà certamente soddisfatta.

Nel caso del piccolo produttore, che lavora solo con i vini della sua piccola o grande tenuta, lo stock a disposizione sarà limitato in quantità e qualità, permettendo di correggere le variabilità delle annate con maggiore difficoltà rispetto alle grandi maison. Allora è chiaro che, pur creando distillati con uno stile individuale (che dipende da svariati fattori), le annate faranno sentire la loro variabilità, ed il cognac non sarà mai lo stesso; il carattere artigianale (boutique cognac, dicono gli inglesi)  sarà comunque evidente.

Le grandi aziende hanno a loro vantaggio la notorietà del marchio e la facile soddisfazione del cliente, mentre pagano questo con l’anonimizzazione del prodotto; immaginate di avere un blend di 40 distillati diversi (cosa comune), con tutta la loro singola variabilità: miscelando l’ottimo col mediocre non si tornerà mai ad un prodotto ottimo, ed i caratteri dei distillati pregiati contenuti si appiattiranno.

Nei cognac a grande diffusione si usano generose quantità di distillati dei Fins e dei Bons Bois, spesso lavorati da distillerie di proprietà delle maison, o da distillerie industriali che producono per conto loro: la cura che il piccolo distillatore mette nel distillare il suo cognac qui manca, per quanto i cognac prodotti siano tecnicamente corretti. Quello che raddrizza questi cognac miscelati a centinaia di ettolitri alla volta è l’aggiunta di piccole partite di distillati vecchi e/o di crus pregiati (venduti guarda caso dai boilleurs de cru), che ne rafforzano ed arrotondano il profumo ed il corpo. Il risultato sarà sempre una miscela di distillati con modesta personalità, quale che sia il livello di invecchiamento.

Negli Extra delle grandi firme invece i blend partono dalle riserve pregiate dei “paradisi”, in cui vengono messe ad invecchiare le migliori partite acquistate. Questi cognac saranno sempre di grande soddisfazione, molto meno il loro prezzo.

Il piccolo produttore invece, che per legge può usare solo le sue uve, deve giocare allo scoperto con quello che ha; se è fortunato la sua tenuta è in una zona privilegiata del suo cru, ed allora le cose si fanno facili; altrimenti dovrà giocare con l’alambicco e con la botte per correggere la natura ingrata. Se ha le spalle robuste può permettersi di tenere diverse annate di riserva, e lavorare meglio, altrimenti dovrà vendere il grosso della sua annata alle case maggiori, ma si terrà sempre le partite migliori.

Quale che sia la situazione, avrà ereditato dagli avi uno stock e la sapienza dell’arte, e cercherà di produrre un buon cognac. A volte sarà sublime, altre volte cattivo. Non sempre boilleur de cru significa buon cognac, ma i produttori celebri lo sono perché stanno sopra la media del mercato, il più delle volte per un felice terroir, e spesso per averci unito una secolare conoscenza del saper fare.

Sintetizzando si può affermare che le grandi aziende offrono prodotti costanti, facili da trovare e corretti, ma senza emozioni. Il prezzo può essere molto spesso sopra le righe in rapporto alla qualità offerta: la semplicità.

I piccoli produttori invece vendono cognac leggermente variabili in qualità di anno in anno, molto individualizzati nello stile, e spesso di grande interesse gustativo. Ma questo non vale per tutti. I prezzi normalmente sono coerenti con la media del mercato. L’acquisto perciò crea difficoltà e sorprese a chi non conosca bene il territorio ed i marchi, ma talvolta offre grandi soddisfazioni: la complessità.

Piccolo o grande, semplice o complesso, nessun cognac è da disdegnare in assoluto, salvo i mediocri ed i pessimi.

© 2014 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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