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Brandy una bottiglia e… copiala !

Tra le tante storie curiose che i distillati raccontano, questa è di grande interesse, perché riguarda il brandy italiano più noto da decenni: la Vecchia Romagna.

Riassunto: c’era una volta… Jean Bouton, maestro distillatore della zona di Cognac, che non si sa bene se per disgrazia, spirito d’avventura, o per amore, finì a fare il suo mestiere a Bologna, verso il 1820. Si sposò, italianizzandosi in Giovanni Buton, impiantò la sua distilleria, e si mise a fare brandy ed altri liquori, creando il primo “cognac” nazionale; prima d’allora nessuno in terra italica si era mai sognato di distillare un bene così prezioso come il vino.

Lo stabilimento Buton di Bologna, ora demolito per far posto ad un complesso residenziale – da http://www.borgomasini.it

L’azienda, passata verso fine secolo ad una nobile famiglia bolognese che ci mise più quattrini, si espanse fino a raggiungere una notevole diffusione tra le due guerre mondiali: celebri in quegli anni la Coca Buton, da estratti di foglie di coca andina, ed il “cognac” ribattezzato Vecchia Romagna (1939).

Ma la storia che vi volevo raccontare è un’altra: uno dei numerosi eredi della dinastia, Achille Sassoli de’ Bianchi, comprese che la chiave del successo economico dell’azienda non era più nella qualità dei prodotti, come un tempo, ma nella loro notorietà.

Una vecchia bottiglia di whisky Dimple (chiamato così per la fossetta, il caratteristico incavo dei lati triangolari) – ditta Haig – dal sito http://www.haigwhisky.com

Gli venne l’idea di differenziare il packaging del proprio brandy dalla concorrenza: buona, ottima pensata: la visione gli apparve in un’enoteca notando un whisky così particolare da saltare all’occhio subito. Era lo scotch Dimple, caratterizzato da una stramba bottiglia triangolare incavata al centro.

In un’epoca in cui solo l’upper class beveva whisky in Italia (anni 1940), questa scoperta gli fece maturare l’intuizione vincente. Da allora il nostro brandy venne confezionato in una bottiglia dalla forma caratteristica, molto simile a questo whisky. Non è chiaro se ciò sia costato alla Buton una causa per questo più o meno innocente plagio, ma tant’è, la bottiglia è rimasta

L’immagine con il Bacco ebbro e rubizzo imparruccato di grappoli sembra essere patrimonio del marchio fin dai primi tempi, come testimoniano le bottiglie d’anteguerra.

Una delle prime bottiglie di cognac Vecchia Romagna – ante 1950 (?) – da ebay.it

Pochi anni dopo l’ “inventore” della Vecchia Romagna ed anima dell’azienda si improvvisò pubblicitario e, confidando nel potente mezzo di promozione appena nato, la televisione, che allora tutti desideravano guardare, creò slogan – rimane famoso “il brandy che crea un’atmosfera” – ed arruolò come testimonial Gino Cervi, celebre attore dell’epoca.

Con questi sforzi, tra le campagne pubblicitarie, gli slogan, e la confezione inconfondibile, il brandy Vecchia Romagna entrò stabilmente nei consumi e nell’immaginario italiano, rimanendo ancora oggi l’ incontestato leader di mercato.

Dopo un robusto declino nei consumi, ed un paio di cambi di proprietà del marchio, il brandy resta sugli scaffali dei bar per correggere il caffè e poco più. Gli italiani ormai bevono altro, probabilmente meglio.

Quanto la Vecchia Romagna fosse buona ai tempi, non possiamo giudicare; forse più di adesso, se, avendo avuto la fortuna di assaggiare un brandy del più temibile concorrente della Buton – la bolognese Sarti – da una bottiglia degli anni 1960, l’abbiamo trovato assai più che dignitoso, anzi bevibilissimo.

Oggigiorno i brandy nostrani più diffusi sono degni solo di fiammeggiare una bistecca o di essere usati per frizionare i reumatismi, ma non certo per “uso interno”. Colpa anche di un disciplinare che disciplina solo la provenienza nazionale delle uve, e poco altro: un regalo alla lobby dei distillatori industriali che possono “lambiccare” qualunque vino per estrarne brandy. I risultati si vedono, purtroppo!

© 2015 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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