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03
Mag
12

Breve storia dei liquori

Alambicco di Zosimo di Panopoli
(4° sec. d.c.)

In principio fu l’alambicco, un grande vaso di terra resistente al fuoco entro cui i miei colleghi di tempi remoti, gli alchimisti ermetici, in laboratori segreti e fumosi provavano col fuoco le sostanze conosciute, per estrarne la quintessenza, la loro presunta anima. Dopo di che, le conoscenze egizie e persiane passarono alla cultura araba, e durante i secoli attraversarono il mediterraneo, per giungere nel Regno di Cordova, magico luogo dove il sapere antico è entrato nella cultura occidentale. Da qui la diffusione poi in Francia e nel resto dell’Europa medievale. I grandi Maestri alchemici del 1200, Arnaldo da Villanova, e Raimondo Lullo conoscevano bene le tecniche distillatorie, e ne rivelavano l’arte ai pochi iniziati, come nel “De conservanda juventute”. Già erano consapevoli che l’alcool fosse pericoloso nelle mani del profano.

Ovvio che si provasse a distillare il vino, e che da questo se ne ricavasse l’alcool. Da simili alambicchi rudimentali, e con metodi approssimativi, destinati a migliorare solo dopo secoli per merito degli Olandesi, se ne ricavava un prodotto detto aqua ardens, che purtroppo per la cattiva separazione delle frazioni conteneva odori e sapori sgradevoli.

Farmacia medievale
(dal Tacuinum sanitatis Casanatensis, XIV. sec.)

Il primo impiego ufficiale dell’ aqua ardens fu in medicina, e come conseguenza, monopolio degli speziali depositari del segreto della produzione, che la vendevano per sanare piaghe, curare ferite e persino come collirio, insomma un toccasana dovunque ci fosse infezione.

Ma poi… qualche farmacista goloso del tempo dev’essersi chiesto se l’aqua ardens potesse essere anche bevuta, e fattane la prova… in corpore vili, ne siamo certi, la promosse ad aqua vitae, visti i risultati meravigliosi. L’impiego è già attestato da fra’ Savonarola, certamente uno dei primi liquoristi italiani (sec. XV), che la chiama aqua ardens composita.

Per rendere l’acquavite bevibile, considerato lo scarso grado di purificazione del distillato, bisognava mascherarne il cattivo sapore, ed ecco venire in soccorso allo speziale del tempo la sua tecnica farmaceutica!

Ciò che aiutava a migliorare i sapori orribili delle medicine dei colleghi medievali e rinascimentali, aiutava anche a coprire il sapore di un alcool non proprio buongusto. I farmacisti di allora, oltretutto erano anche venditori dello zucchero, il carissimo prodotto importato dal Levante già dall’epoca delle crociate. Quando il prezzo calò per la maggiore disponibilità di materia prima, ecco che gli speziali si trovarono in bottega a buon mercato tutto l’occorrente del liquorista, alcool, zucchero, erbe e spezie. Gli unici e temibili concorrenti furono i loro colleghi operanti nelle farmacie dei monasteri, che però praticavano l’arte liquoristica da più lungo tempo.

Per prima cosa il saporaccio dell’alcool fu corretto con infusioni di vegetali aromatici e poi addolcito con zucchero, infine colorato.

La Chartreuse, tra i pochi liquori ancora in commercio di origine conventuale

Cosi nacquero i liquori. Tutti. Dalla nostra Arte, la Magnifica.

Dapprima furono usati come veicolo di principi medicinali ricavati dalle tinture delle droghe, poi sempre più ab-usati dal pubblico per piacere, grazie allo squisito sapore dei prodotti. Ancora oggi i liquori più in uso sono nipoti e pronipoti di qualche intruglio inventato da monaci e speziali. Amari, centerbe, ratafià, rosoli, chartreuse, vespetrò, assenzio, alchermes, le composizioni più raffinate sono sempre uscite dalle mani di qualche farmacista liquorista italiano, e subito esportate con successo in ogni Corte o monastero d’Europa. All’origine di quasi tutti i liquori raffinati francesi c’è qualche ricetta portata dal seguito di Caterina de’ Medici, che si era preoccupata di trasferire oltralpe il fasto delle corti italiane.

Più tardi l’uso entrò nella medicina e nella pratica popolare, ma con netta perdita di complessità: a questa categoria appartengono infusioni semplici come i nocini, i limoncelli, ed i vari liquori alle erbe di fattura casalinga che ancora oggi molte famiglie confezionano.

Ancora in pieno 1600, il liquore di maggior successo alla corte del Re Sole era il Parfait Amour, un’infusione di fiori tra le più antiche di Francia, di origine della Linguadoca, in cui petali di rose e violette, camomilla, spezie dolci come coriandolo cannella e vaniglia, davano una mistura alquanto sciropposa e colorata di rosa. Qualcosa di simile viene ancora prodotto oggi con lo stesso nome da alcune aziende francesi ed olandesi.

I distillati entrarono nell’uso comune verso il tardo 1600 quando l’industria del cognac e degli altri brandy cominciò a svilupparsi grazie alla tecnica ed alla sete degli Olandesi, i primi a perfezionare l’alambicco medievale per produrre il loro jenever. Da qui il successo fu inarrestabile, dapprima fra il popolino, per dimenticare dolori e vita grama, e poi, dal 1700, perfezionate le tecniche di produzione, i distillati si imposero sui liquori anche nelle classi alte.

Oggi, cambiate le mode, le star sono vodka e cocktail (purtroppo).

© 2012 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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