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Gen
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Il cognac medicinale – Spiritus Vini Gallici

Il cognac ha avuto in più di un’epoca un uso medicinale: si tratta di una storia interessante, che vi racconterò da farmacista, posando per una volta il bicchiere.

Pubblicità del brandy Beehive – maison Bardinet – Bordeaux 1935
Notare le indicazioni terapeutiche!
(per gentile concessione di Simoncognac)

La nostra storia ha inizio presso la Scuola Salernitana,  dall’ottavo o nono secolo d.c. fucina di medici medievali, dove si insegnava anche l’esoterica alchimia. Già allora erano note la distillazione, processo imparato dagli insegnamenti e dai testi dei Maestri arabi, e uno dei suoi prodotti, l’aqua vitae, nome la cui origine è coeva; ma ne abbiamo già parlato altrove.

Quello che scaturiva dagli alambicchi primordiali altro non era che alcool di vino impuro di flemme, ma che funzionava a meraviglia per ogni uso esterno, benché il concetto di disinfettante all’epoca fosse ben là da venire. I medici di allora se ne servivano come ritrovato miracoloso per ogni cancrena e putrefazione corporea. Ma ancora non era cognac.

Nei secoli si imparò l’uso per via orale di questo spirito conservato in botte: un testo a stampa (1531) conservato nella biblioteca Vaticana, ad opera di Maestro Vital DuFour (o Vitalis de Furno), medico e priore dell’abbazia di Eauze, nel cuore della Guascogna (ovvero contea d’Armagnac), ‘Pro conservanda sanitate liber utilissimus‘ scritto nel 1310, vantava già quadraginta virtutes, non tutte invero medicinali, di ciò che oggi conosciamo come armagnac, il più antico spirito di vino d’Europa. Tuttavia fino al 1600 circa, essendo questo ed altri spiriti mal distillati per cattive apparecchiature, e perciò poco potabili, rimasero confinati agli usi viziosi del popolino: i ricchi li bevevano solo ‘cum zuccaro et spetie’ all’epoca status symbols, cioè nobilitati in liquori con l’arte dei nostri antichi colleghi speziali.

Cognac medicinale - Ditta Adriatica - Fiume - 1905

Cognac medicinale – Ditta Adriatica – Fiume – 1905

Per voluttuario che fosse il consumo, il cognac si era ritagliato col tempo alcune virtù medicinali per esperienza empirica, per cui veniva impiegato popolarmente in tutte le forme pettorali come si usava dire, influenza raffreddore o bronchite, poco importa: retaggio gastronomico‑culturale di quest’epoca passata è ancora oggi l’uso del latte e cognac con le stesse indicazioni.

Altra indicazione popolare, ma non per questo inesatta, era l’impiego come sonnifero: fino alla scoperta dei barbiturici (1903), le uniche opzioni terapeutiche esistenti erano i derivati dell’oppio e l’alcool in dose adeguata. Troviamo numerose opere letterarie che ce lo descrivono: tra tante, la corrispondenza fra Pascoli e i familiari, dove il poeta veniva redarguito a non abusare ora del laudano, ora del cognac, per i suoi disturbi nervosi.

È appunto intorno alla fine del 1800 che il cognac, già glorioso da decenni sulle tavole del mondo, fa il suo ingresso trionfale in farmacia, anche se nei retrobottega ce n’è sempre stato: il farmacista fino a tempi non lontani svolgeva anche una qualche attività di droghiere nei centri minori, e gli spiriti puri e lavorati facevano parte della merceologia di bottega.

Cognac medicinale - Ditta Colombo - Cardano al Campo - 1930 circa?

Cognac medicinale 45° – Ditta Colombo – Cardano al Campo – 1930 circa?

Risale al volgere del secolo l’introduzione del pregiato distillato nelle farmacopee anglosassoni (B.P. 1898; USP 1905) e di molti altri Paesi, ovviamente con tanto di titolo alcolico e saggi analitici di purezza, come si conviene alla scienza farmaceutica. Ci resterà, col pomposo nome di Spiritus Vini Gallici, fino alla fine della seconda guerra mondiale. Si noti che per poter essere venduto come farmaco, il cognac andava preparato secondo regole precise, in particolare senza essere additivato di zucchero, caramello, né estratti di legno, e senza diluizione al grado commerciale corrente (ma da oltre 40%, fino a 60% in vol. ‘for good cognac’) perciò più concentrato. L’ÖAB (farmacopea austro-ungarica) ne prescriveva un titolo di 44°-48°. Non ho notizie di una monografia nella farmacopea italiana, tuttavia.

Si videro quindi fiorire dovunque imbottigliamenti di ‘cognac medicinal’, corrispondenti alle specifiche farmaceutiche. Tra le tante aziende, chi fece fortuna con questo tipo di prodotto fu la Stock di Trieste, allora austriaca.

Un’istantanea di questa belle epoque medicinale è tuttora visibile negli arredi della magnifica farmacia di Piazza del Campo a Siena, su una delle cui ante figura in bella vista la scritta ‘Cognac delle primarie Case’!

Anche la pubblicistica di primo Novecento è ricca di opere reclamizzanti cognac medicinali di ogni marca, spesso per mano di celebri illustratori: ricordiamo, tra gli italiani, Marcello Dudovich e Leonetto Cappiello. A molti verrà anche da pensare ai cani San Bernardo con una botticella di brandy al collo, ma è fantasia di un pittore vittoriano, Edwin Landseer, che ritrasse il cane da salvataggio in questo modo. Da qui l’immagine, ancora oggi viva.

Interno della Farmacia del Campo - Siena

Interno della Farmacia del Campo – Siena

Il curioso effetto collaterale di questa classificazione farmaceutica è stato che durante l’epoca del Proibizionismo negli Stati Uniti (1919/33) il cognac era tra i rari spiriti legalmente disponibili, naturalmente su ricetta e in farmacia: immaginatevi quanti ammalati! E questo salvò anche parecchie case produttrici francesi che in America avevano un fiorente mercato, permettendo loro di continuare, seppure a regime ridotto, le esportazioni, cambiata etichetta.

Ancora, nello stesso periodo si ricorda una trattatistica sul’argomento: il piccolo sebbene capitale lavoro di Robert Delamain[1], primo storico del cognac, riporta un gustoso capitoletto ‘Le cognac agent therapeutique’ in cui, elencando con erudita sapienza le trasformazioni chimiche del distillato lungo gli anni ed il ruolo fondamentale della botte di quercia, l’autore attribuisce alla sua parte alcolica un effetto cardio‑regolatore ed eupeptico; ma dove si fa ardito è nel conferire alla sua frazione ‘non-alcool’ cioè ai

Stock cognac medicinal - Ditta Camis & Stock - Trieste - 1904 -  ill. M. Dudovich

Stock cognac medicinal – Ditta Camis & Stock – Trieste – 1904 –
ill. M. Dudovich

congeneri disciolti in esso virtù toniche, diuretiche, battericide, ed un’incontestata efficacia ‘nelle malattie febbrili, influenzali, polmonari e tifoidi’ (ivi, p. 130) con tanto di papers scientifici in nota a piè di pagina, come faremmo oggi. Egli nota tra l’altro che fra i lavoratori degli chais, e lui figlio di un’illustre dinastia di produttori poteva ben saperlo, non si conosceva la tubercolosi, cosa che attribuisce all’eliminazione per via polmonare dei congeneri ‘battericidi’ disciolti nell’alcool del cognac. Infine riferisce l’opinione di un celebre clinico del tempo sulla potente azione fisiologica di questa frazione ‘non-alcool’ del ‘vrai vieux cognac’, superiore a qualunque altro spirito a parità di tenore alcolico. Musica per le orecchie di un Delamain! Indubbiamente tanta enfasi era interessata, tra un po’ di ingenuità e un fondo di empirica verità; ma rende lo spirito del tempo.

Oggigiorno si lavora ancora sul cognac: uno studio recente[2] ha valutato il miglioramento della reattività coronarica indotto dal distillato su giovani sani, concludendo che ne è privo, ma riscontrando una significativa azione antiossidante nel sangue. Un’altro[3] ha passato in rassegna le indicazioni terapeutiche e gli usi clinici al tempo in cui era considerato farmaco d’emergenza.

Per ultimo ricordiamo l’uso dello spirito gallico per frizioni esterne, per inalazione e in gocce orali, ancora molto diffuso nei Paesi di lingua tedesca, sotto il nome di Franzbranntwein. Si tratta di uno spirito, oggi  non più cognac, in cui viene sciolta canfora, mentolo, e un olio essenziale di pino o pino mugo.

© 2014 il farmacista goloso (riproduzione riservata)


[1] Delamain, Robert – Histoire du Cognac – Ed. Stock – Paris, 1935
[2] Effects of cognac on coronary flow reserve and plasma antioxidant status in healthy young men; Tuomas O Kiviniemi et al., Department of Clinical Physiology and Nuclear Medicine, Turku University Hospital, Turku, Finland, 2008 [3] Guly, Henry ; Medicinal brandy; Resuscitation. 2011 July; 82(7-2): 951–954. Elsevier Ireland
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