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18
Gen
21

L’armagnac, il grande dimenticato tra i distillati invecchiati.

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Qualche giorno fa la nota rivista francese Whiskymag pubblicava un articolo con un interrogativo interessante: perché l’armagnac, una delle più belle acquaviti che ci siano, non ottiene visibilità né interesse tra gli appassionati di alcolici, pur avendo tutte le carte in regola per essere très fashionable?

Mi è venuto naturale di voler rivolgere la stessa domanda ai miei lettori, dal momento che l’armagnac è negletto e misconosciuto pure tra i nostri qualificatissimi amatori, gente che ha rivoltato ogni angolo delle Antille e della Scozia, o freme per l’ultima release di qualche microdistilleria del Sol Levante per tacere delle Figi. È davvero strano che ignorino quella miniera d’oro neanche troppo nascosta, a due passi da casa loro, che è la Guascogna.

E se l’articolista, la brava Christine Lambert, paragona l’armagnac al mezcal messicano, è solo perché i loro punti di contatto sono in apparenza condivisi, ed entrambi i distillati vengono messi in ombra dai loro parenti assai più celebri, il cognac e il tequila.

Lei argomenta che l’armagnac ha tutto quello che il consumatore avveduto apprezza in un distillato di tendenza: la provenienza da un terroir determinato, la fabbricazione in cui la mano artigianale si fa sentire, una lunga storia di produzione fatta in prevalenza dalle piccole Case. Dice la Lambert che l’armagnac spunta tutte le caselle dei requisiti che deve possedere un alcolico alla moda. E domanda provocatoriamente: perché non comprate quindi più spesso dell’armagnac?

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Purtroppo è facile risponderle. Madame dimentica una cosa fondamentale: che i distillati di vino sono démodé. E lo sono, badate, nei paesi latini, proprio i luoghi della loro produzione, poiché altrove, tra Stati Uniti e Nord Europa, godono invece di rinomanza e di buoni consumi. In Asia lo stesso. Ma tutto ciò non vale per l’armagnac, la grande madre delle acquaviti europee.

Le ragioni sono presto dette. Dove non c’è domanda non c’è distribuzione, e se non c’è distribuzione non c’è comunicazione, e non si crea nemmeno un minimo di curiosità. Per l’armagnac insorge un problema ulteriore, che si chiama volume produttivo. Tutta la produzione dell’armagnac nel suo complesso eguaglia la capacità di una sola – e piccola – distilleria scozzese. Va da sé che per un importatore proporre al pubblico un’etichetta di una maison oscura che ogni anno riempie da qualche centinaio a poche migliaia di bottiglie è faticoso e non paga il lavoro di promozione in termini di vendite. Stranamente il mezcal ed il clairin riescono ad avere più notorietà, con volumi simili o perfino minori. Che sia merito del fascino esotico?

All’armagnac pesa inoltre l’ingombrante fama del cugino ricco, il cognac. Lui sì che vende, lui è sulla bocca di tutti come lo champagne. Il campagnolo armagnac è schiacciato nell’ombra comunicativa proiettata dalla celebre acquavite charentaise e fatica a ritagliarsi una nicchia perfino in patria, nonostante la sua storia e la sua bontà. Il grosso dei suoi consumi si concentra infatti nella regione di Tolosa.

Le dimensioni delle aziende non aiutano di certo. Poco più di un anno fa ho tenuto un breve seminario di introduzione alle acquaviti di vino francesi al Milano Whisky Festival: parlando in seguito con la titolare di una celebre maison de négoce presente alla fiera, le chiedevo quante bottiglie trattassero per anno. La risposta fu quarantamila, circa quelle di un piccolo vignaiolo italiano. E bisogna proprio pensare a quello, quando si parla di armagnac: i vignaioli e distillatori (bouilleurs de cru) sono piccoli, se non minimi, ancor più rari quelli che vivono soltanto della produzione di armagnac, e le maison de négoce si contano in qualche decina. Sarebbero in verità gli equivalenti guasconi di Martell ed Hennessy, ed alcuni di loro, seppur carichi di quasi altrettanta storia, al confronto fanno la figura dei lillipuziani.

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Che fare quindi? Almeno parliamone.

L’armagnac può offrire all’appassionato di distillati una gamma emozionante di profumi e di sapori, ed un’esperienza ben più intensa di quella del cognac, per quanto più rustica. La concentrazione degli aromi e la notevole lunghezza del retrogusto fanno dell’acquavite guascone un traguardo impegnativo anche per il bevitore più smaliziato.

Non c’è bisogno di grandi invecchiamenti, se già a 15/20 anni un armagnac ha molto da offrire, e non è detto che più invecchi più migliori come certi cognac. Non fissatevi quindi su di un’annata precisa, o su di una bottiglia stravecchia e stracostosa, è tempo e denaro perso.

E soprattutto non giudicate questo distillato da ciò che vi offrono le Case commerciali; il loro armagnac, raccolto presso svariati distillatori e poi affinato nelle proprie cantine è quasi sempre un blend di acquaviti, come si usa a Cognac. Se siete vergini di Guascogna, è bene tuttavia cominciare da queste: che vengono diluite con acqua a gradazioni più basse dell’armagnac tradizionale, e rese meno spigolose e più facili da bere equilibrandole tra di loro, al prezzo di un minor carattere. Avrete fatto il primo passo verso un mondo emozionante, senza diventare matti nella ricerca della bottiglia impossibile.

I piccoli produttori invece sono molto spesso imbottigliatori a domanda che, se andrete a trovarli, vi serviranno il distillato direttamente dalla botte. Sono i gelosi custodi della tradizione più pura: da loro berrete gli armagnac d’annata a gradazione piena, senza la vergogna della diluizione con acqua. Qui il prezzo da pagare è di avere un distillato vuoi fiacco, vuoi troppo legnoso, o di scarsa finezza, o di eccessiva concentrazione, insomma disarmonico. Ma i vignaioli vi sapranno risarcire più che generosamente quando la bottiglia conterrà l’ammaliante equilibrio tra il frutto, il legno, l’alcolicità ben integrata, e una discreta dose di rancio. Càpita.

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C’è tanto da provare, se voleste approfondire i distillati del Gers e delle Landes. La Guascogna ha da offrire ben tre AOC, le denominazioni di origine francesi, e qualche centinaio di produttori. Dalla Blanche d’Armagnac, la vibrante acquavite non invecchiata, capace di sorprendere con la sua profumata energia nei cocktail, al localissimo e sconosciutissimo Floc de Gascogne, alla grande tradizione degli armagnac millesimati, fino alle raffinate distillazioni monovitigno – già, perché l’armagnac contempla dieci varietà nel suo disciplinare, benché quelle coltivate siano in pratica solo quattro – sfogliare il libro di questo alcolico carico di storia può riservare golose sorprese.

Sono distillati difficili da trovare? Alquanto, anche se i produttori più celebri sono importati ormai da anni in Italia; gli imbottigliatori commerciali sono invece reperibili un po’ dappertutto.

Sono alcolici di nicchia? Si, per la loro minuscola produzione e per l’incostanza delle annate, che riflettono quella del vino da cui derivano. Gli armagnac restano ancora troppo in ombra, ma una volta scoperti saranno in grado di recare enormi soddisfazioni a chi è alla ricerca di acquaviti profonde ed intense.

© 2021 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

18
Feb
16

Novità in Armagnac

La regione dell’Armagnac è per tradizione agricola e fortemente conservatrice, fatta com’è di piccoli produttori, nobili e contadini, un manipolo di distillatori conto terzi, qualche cooperativa, e poche Case commerciali di una certa importanza.

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Una raccolta di armagnac dal 1893 ad oggi – da tnhvietnam.xemzi.com

Le vendite dei loro spiriti tradizionali, produzioni quasi sempre modeste, qualche botte all’anno, con stock limitati, interessano poco ad un mercato globale assetato di riproducibilità e costanza qualitativa. In Armagnac infatti si valorizzano meglio le unicità delle annate e dei produttori, come per il vino. Ma come per ogni acquavite di vino che si rispetti, il prodotto è slow, non ama esser venduto da giovane per le sue spigolosità e per il suo alto grado. Prendete un armagnac giovane, diluitelo a 40° con acqua, ingentilitelo con un po’ di zucchero, dategli un’impressione di invecchiamento con il boisé, ed avrete uno spirito di nessun interesse per il conoscitore. Questi però sono la maggioranza dei prodotti che trovate sugli scaffali come armagnac (qualità commerciale, o blended): potranno essere gradevoli, ma non incarnano il vero spirito dell’acquavite guascone.

Il problema dell’armagnac quindi è che l’acquavite tradizionale risulta ostica al grande pubblico, e lo spaventa per la gradazione importante, e che quella ‘conciata’ alla maniera del cognac perde molto del suo fascinoso carattere rustico. Le Case commerciali, strette tra questi due fuochi, stanno però provando a conquistarsi più mercato. Come?

Scuotendo il conservatorismo della regione con qualcosa di nuovo: da poco più di un anno Spirit France, un colosso che è il leader mondiale del calvados (Père Magloire il suo marchio più noto), ha acquisito il controllo del maggiore commerciante di armagnac, la ditta Janneau, dal 1993 di proprietà del mercante di spiriti ed investitore italiano Fabio Giovinetti, con la sua Giovinetti & Partners. Forse vedremo un cambio di strategia di marketing, un’uscita da una nicchia alcolica rivolta al consumo di pretesa, verso qualcosa di più easy, alla portata dei palati giovani e di mercati più larghi.

Di certo Janneau è sempre stato un marchio che strizza l’occhio al bicchiere semplice: molto del suo commercio è fatto di qualità poco stagionate (VS) ed in parte distillate due volte in alambicco charentais, per togliere complessità e guadagnare facilità di beva. Lo fanno altri (pochi) négociants, però mai i distillatori artigianali, chissà perché.

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Un cocktail a base di armagnac – da http://www.adventuresincocktails.com

Altri produttori si sono lanciati all’inseguimento del mercato dei mixed drinks, l’unico modo per agganciare il ‘cocktail’ fatto di brevi o nulli invecchiamenti, grandi volumi di vendita, e di giovane pubblico clubber, meno serioso e poco disposto a centellinarsi soltanto un bicchierino durante la serata. La ‘Blanche Armagnac’ (AOC) è stata una delle risposte: acquavite d’armagnac non invecchiata, pronta per la mixology grazie al suo intenso carattere fruttato e vinoso; altri ancora si stanno orientando verso giovani armagnac dal carattere più delicato, come lo Chateau de Pellehaut con la sua Âge de Glace, tecnicamente un VS di 3 anni monovitigno Folle Blanche, floreale con modesti toni di quercia. Insomma più profumi e meno struttura.

Se prima rischiavate il linciaggio a chiedere un armagnac on-the-rocks ad Eauze e dintorni, ora potreste anche osare: può darsi che vi strizzino l’occhio in nome delle vendite. Ma in cuor loro vi compatiranno.

Altre Case ancora volgono le spalle alla tradition sacrée, portando in Guascogna i metodi del cask finishing cari allo spirito scozzese: quelle horreur! Pur di non restare all’angolo, e cercare di penetrare in mercati in cui l’armagnac manco sanno cos’è, i produttori si arrampicano sugli specchi… ecco allora un fiorire (per fortuna limitato) di botti di sherry, porto, sauternes ed altri vini dolci francesi, in cui ingentilire la sgraziata, robusta e giovane acquavite, e donarle velocemente una robe più palatabile per il grande pubblico. Di per sé non è il male assoluto, ma il carattere dell’armagnac ne esce snaturato.

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Fiale monodose di cognac – maison Voyer (Verrieres)

Tutto il resto che si sta muovendo è solo marketing: nuovi packaging come l’abbandono della tradizionale bottiglia basquaise per contenitori più smart, e meglio ‘incartonabili’, e proposte svecchianti per attirare il grande pubblico, come le tubo-fiale di prova da pochi cl per assaggiare più espressioni dello spirito guascone in un solo acquisto.

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Una tipica bottiglia basquaise – ditta Ryst-Dupeyron

Sarà la strada giusta, o come dicono i più blasonati produttori artigiani, la morte dell’armagnac tradizionale? Più fiduciosamente credo che tutto quanto vi ho raccontato possa essere un mezzo per far conoscere meglio questa emozionante versione dello spirito di vino, ed avvicinare gradualmente i più curiosi e meritevoli alle sue espressioni più alte. Staremo a vedere.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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