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Gen
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cognac e cattivo giornalismo

Oggi sfogliando il giornale al bar ho incontrato un articolo curioso [IL GIORNALE sabato 04/01/2014], riguardo una ricerca americana che correla le abitudini di consumo di vino e alcool alle scelte elettorali.

ilgiornale

Di per sé la ricerca meriterebbe il premio IG-Nobel per la sua improbabile qualità statistica; è quantomeno poco verosimile mettere in relazione l’abitudine al bere con il voto; per vie traverse, questa potrebbe essere in qualche modo correlata al censo: il bevitore ricco ed acculturato beve meglio e più caro della media, perciò tendenzialmente potrebbe essere un conservatore. Ma questo aveva senso nell’epoca vittoriana, forse. Oggi, nel mondo dei global spirits e della pubblicità televisiva, tentare un simile paragone è un azzardo o una perdita di tempo, seppure con un ampio campione statistico.

Continuando a leggere nell’articolo, l’autore Gianluca Grossi scrive di spiriti scuri citando bourbon e whisky, ma incorre in una topica madornale sul cognac: infatti lo classifica tra gli spiriti chiari come se fosse un gin od una vodka. Ohibò! Quanto poco gli italiani conoscono il re dei distillati.

Caro Grossi, vogliamo presumere a scusante che lei sia astemio, ma se proprio vuole scrivere di liquori, e non sa cos’è il cognac, le occorre tanto a controllare le sue fonti per stendere un articolo in maniera almeno un po’ più accurata che riportare una notizia d’agenzia? Il vecchio Indro Montanelli buon’anima (nonché fondatore de Il Giornale) vi prenderebbe tutti a ciabattate, tanto è decaduta la qualità dell’informazione italiana.

Sarà meglio che le offriamo un bicchierino, se in vino veritas. Sui giornali, quasi mai.

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3 Responses to “cognac e cattivo giornalismo”


  1. 5 gennaio 2014 alle 11:43

    Salve
    Se devo provare a fare un Sunto del nostro lavoro dopo 6 anni di Attività in una Città di Provincia Toscana (Arezzo) devo ammettere che i coseddetti “conservatori (destra/Republicani, fate vobis) continuano a detenere il monopolio del “Bere meglio”. E’ come se in loro fosse innata (forse perchè visti in famiglia da quando erano piccoli) la consapevolezza che per una buona bottiglia bisogna spendere un pò. Abbiano notato che i nostri frequentatori di “Sinistra” (democratici, Pddini, fate vobis) invece non sono disposti a superare certe cifre, per loro è invece innato la sensazione che non è giusto spendere oltre il doppio dello stesso prezzo che hanno visto in un Supermercato (coop, Esselunga, Conad, fate vobis). Se il prezzo è superiore al doppio di una bottiglia di rum/whisky/cognac ecc.. che hanno preso una volta al supermercato allora si “sentono defraudati”.
    Eppure pensavo che SlowFood avesse almeno contribuito a fare chiarezza in questi anni ma a quanto pare non è così.
    Ovviamente riporto solo le nostre sensazioni personali ma mi sento di confermare che è vero, quelli di Sinistra o sono più “tirchi” oppure “posseggono un livello culturale più basso su queste cose”.

    • 5 gennaio 2014 alle 13:11

      Credo di poter affermare che la faccenda non dipende dall’orientamento politico, ma semmai dal censo (benché la parola sia ormai andata in soffitta): chi ha buone possibilità economiche, e, prima ancora, importantissimo, un’educazione da bon vivant, cosa frequente nella upper middle class e nella upper class (come dicono pragmaticamente gli inglesi ), sa per tradizione familiare riconoscere ed apprezzare il buon bere, e dargli un corretto valore.

      Purtroppo Slow Food tende sì a valorizzare i prodotti locali, ed educare al gusto, ma in un’ottica associativa e limitata a chi sposa la loro filosofia, molto local e con una vena ideologica, eredità degli ARCI (PCI) dura da rimuovere. E’ ancora poco per educare il popolo al mangiare e bere bene. Nemmeno Eataly sarà in grado di farlo, partendo da logiche simili, ma smaccatamente più commerciali. Se la cultura gastronomica si può insegnare, ci vogliono ben altre scuole che queste.

      Caro Francesco, toccherà a lei in prima persona educare la sua clientela, con il blog, gli assaggi e la consulenza in bottega. Il vero valore aggiunto di un’enoteca è l’enotecaro (quando sa il fatto suo)!

  2. 5 gennaio 2014 alle 11:49

    A scanso di Equivoci (non vorreo che si pensasse che anche su questi Temi si Finisce x “Buttarla in Politica”) confermiamo che lo Scrivente (noi) ha un passato/presente/(sul futuro non scommettiamo mai) trascorso nei Movimenti di Sinistra, anche in quelli più radicali.
    Noi abbiamo spese cifre Folli x una Buona Bottiglia così come un Buon Formaggio, Prosciutto, Dolce, ecc.. ma malgrado questo “la media della gategoria” è tristemente bassa.
    Me ne Dispiaccio, ma è così !!


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