Archive for the 'curiosità' Category

06
Nov
17

Un’americana a Cognac

In un recente video la sommeliera losangelina Whitney Adams ha condensato in una dozzina di minuti il suo viaggio (organizzato) a Cognac e nelle due Charentes.

Al netto del grande spot per Hennessy (ma l’ospitalità va ricambiata) il video è simpatico e racconta lo spirito del luogo.

Buon divertimento, e chisssà che vi venga voglia di fare un giro da quelle parti.

25
Set
16

La Part des Anges – quando il cognac si fa benefattore

La Part des Anges è un’asta di beneficenza che si tiene nei dintorni di Cognac da ormai 10 anni: la decima edizione ha avuto luogo giovedì scorso, il 22.

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Il momento dell’asta – fonte: http://www.lapartdesanges.cognac.fr

Nata da un’idea di Jérôme Durand, all’epoca direttore della comunicazione del BNIC, dal 2006 l’ente controllore della filiera del cognac organizza ogni settembre un galà benefico al cui termine vengono messe all’asta ventiquattro preziose bottiglie di cognac offerte a turno dalle Case produttrici, e da qualche anno anche un’opera di un artista della regione.  

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La serata di gala – fonte: http://www.lapartdesanges.cognac.fr

I fondi raccolti, circa € 850.000 in dieci anni, sono stati impiegati in quindici progetti divisi tra salute, educazione, scopi sociali e culturali a livello regionale ed internazionale.

Cosa si trova in quest’asta? Di tutto un po’: edizioni limitate delle grandi Case, flaconi artistici o di design estremo, cognac millesimati o blend usciti da qualche Paradiso inaccessibile; in tutte le proposte l’attenzione viene attirata molto più dalla presentazione che dal contenuto, che talvolta è di pregio assoluto, talaltra di semplice curiosità.

Però la sapiente organizzazione, con l’aiuto da quest’anno di una Casa d’aste internazionale, la Artcurial, che offre una piattaforma online per partecipare all’evento anche non essendo sul posto, permette di far raggiungere a queste bottiglie cifre importanti grazie alle offerte di clienti facoltosi di mezzo mondo, segnatamente Russia e Cina.

Un amatore di cognac non avrà mai interesse a questi prodotti (eccettuato qualche imbottigliamento pregiato e meno frou-frou delle Case più piccole), ma ci si fa una buona idea di come il distillato della Charente si è ormai legato a doppio filo al mercato del lusso. L’asta della Part des Anges ne è una vetrina eloquente. Qualche esempio?

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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Frapin – Cuvée François Rabelais n°592 – stima € 5.500

remy

Rémy Martin XO – Jéroboam dorato con le firme della giuria del 68°Festival di Cannes – stima € 1.000

hine

Hine vintage 1916 – stima € 7.000

hennessy

Hennessy Edition Particulière tratta dal Chai du Fondateur – stima € 20.000

meukow

Meukow – decanter in cristallo creato per La Part des Anges – stima € 6.000

bache

Bache-Gabrielsen Apotek (farmacia) – tutti i crus della regione nei loro stadi di invecchiamento in flaconi da 10 cl – stima € 1.900

 

 

 

 

 

08
Mag
16

il choucenn bretone – la bevanda dei druidi

Il choucenn, talvolta chiamato dourvel o pikenaouenn (choucen in francese), è una bevanda di antichissima tradizione celtica, diffusa in tutta la Bretagna; si tratta di un tipo di idromele; probabilmente questa è la prima  bevanda alcolica conosciuta dall’uomo, ed è in uso ancora oggi presso numerosi popoli.

Una bottiglia di choucenn, dal caratteristico colore mielato

Una bottiglia di choucenn, dal caratteristico colore mielato

La maggiore differenza con altri idromele, in particolare rispetto a quelli prodotti nei paesi Baschi, consiste nella lavorazione a caldo: infatti il mosto del choucenn bretone viene scaldato all’ebollizione per eliminare i lieviti ed i batteri presenti nel miele, rendendolo inattivo; questo non fermenterebbe, se non fosse che i bretoni aggiungono del mosto di mela all’acqua e miele, donando lieviti alla miscela. La fermentazione così può avvenire grazie a questa aggiunta esterna.

Una particolarità ulteriore è che il miele usato per questa bevanda è abitualmente quello di grano saraceno, una coltura profondamente diffusa in Bretagna, con cui si preparano le tipiche galettes.

Il choucenn così ottenuto raggiunge una gradazione media di 13-14°, e si conserva molto tempo, rifermentando di anno in anno. Il sapore può variare secondo il miele impiegato, e la sua quantità, da dolce a secco.

Si usa come aperitivo: puro, oppure in mix come kir gaulois (choucenn e crema di more) o Cormoran (choucenn, sidro e crema di more); la temperatura ottimale di servizio è intorno a 10-12° in bicchieri grandi, o all’antica nelle coppe (tipo champagne); a temperatura ambiente nel caso vogliate servirlo come vino da dessert; caldo come corroborante nel gelo invernale.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

26
Nov
15

Brandy una bottiglia e… copiala !

Tra le tante storie curiose che i distillati raccontano, questa è di grande interesse, perché riguarda il brandy italiano più noto da decenni: la Vecchia Romagna.

Riassunto: c’era una volta… Jean Bouton, maestro distillatore della zona di Cognac, che non si sa bene se per disgrazia, spirito d’avventura, o per amore, finì a fare il suo mestiere a Bologna, verso il 1820. Si sposò, italianizzandosi in Giovanni Buton, impiantò la sua distilleria, e si mise a fare brandy ed altri liquori, creando il primo “cognac” nazionale; prima d’allora nessuno in terra italica si era mai sognato di distillare un bene così prezioso come il vino.

Lo stabilimento Buton di Bologna, ora demolito per far posto ad un complesso residenziale – da http://www.borgomasini.it

L’azienda, passata verso fine secolo ad una nobile famiglia bolognese che ci mise più quattrini, si espanse fino a raggiungere una notevole diffusione tra le due guerre mondiali: celebri in quegli anni la Coca Buton, da estratti di foglie di coca andina, ed il “cognac” ribattezzato Vecchia Romagna (1939).

Ma la storia che vi volevo raccontare è un’altra: uno dei numerosi eredi della dinastia, Achille Sassoli de’ Bianchi, comprese che la chiave del successo economico dell’azienda non era più nella qualità dei prodotti, come un tempo, ma nella loro notorietà.

Una vecchia bottiglia di whisky Dimple (chiamato così per la fossetta, il caratteristico incavo dei lati triangolari) – ditta Haig – dal sito http://www.haigwhisky.com

Gli venne l’idea di differenziare il packaging del proprio brandy dalla concorrenza: buona, ottima pensata: la visione gli apparve in un’enoteca notando un whisky così particolare da saltare all’occhio subito. Era lo scotch Dimple, caratterizzato da una stramba bottiglia triangolare incavata al centro.

In un’epoca in cui solo l’upper class beveva whisky in Italia (anni 1940), questa scoperta gli fece maturare l’intuizione vincente. Da allora il nostro brandy venne confezionato in una bottiglia dalla forma caratteristica, molto simile a questo whisky. Non è chiaro se ciò sia costato alla Buton una causa per questo più o meno innocente plagio, ma tant’è, la bottiglia è rimasta

L’immagine con il Bacco ebbro e rubizzo imparruccato di grappoli sembra essere patrimonio del marchio fin dai primi tempi, come testimoniano le bottiglie d’anteguerra.

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Un esemplare d’epoca di Vecchia Romagna – cognac Buton – dal sito aziendale

Pochi anni dopo l’ “inventore” della Vecchia Romagna ed anima dell’azienda si improvvisò pubblicitario e, confidando nel potente mezzo di promozione appena nato, la televisione, che allora tutti desideravano guardare, creò slogan – rimane famoso “il brandy che crea un’atmosfera” – ed arruolò come testimonial Gino Cervi, celebre attore dell’epoca.

Con questi sforzi, tra le campagne pubblicitarie, gli slogan, e la confezione inconfondibile, il brandy Vecchia Romagna entrò stabilmente nei consumi e nell’immaginario italiano, rimanendo ancora oggi l’ incontestato leader di mercato.

Dopo un robusto declino nei consumi, ed un paio di cambi di proprietà del marchio, il brandy resta sugli scaffali dei bar per correggere il caffè e poco più. Gli italiani ormai bevono altro, probabilmente meglio.

Quanto la Vecchia Romagna fosse buona ai tempi, non possiamo giudicare; forse più di adesso, se, avendo avuto la fortuna di assaggiare un brandy del più temibile concorrente della Buton – la bolognese Sarti – da una bottiglia degli anni 1960, l’abbiamo trovato assai più che dignitoso, anzi bevibilissimo.

Oggigiorno i brandy nostrani più diffusi sono degni solo di fiammeggiare una bistecca o di essere usati per frizionare i reumatismi, ma non certo per “uso interno”. Colpa anche di un disciplinare che disciplina solo la provenienza nazionale delle uve, e poco altro: un regalo alla lobby dei distillatori industriali che possono “lambiccare” qualunque vino per estrarne brandy. I risultati si vedono, purtroppo!

© 2015 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

01
Gen
15

Curiosità – cognac cocktail, primati e follie

Nel 2012 il Maestro Salvatore Calabrese aveva conquistato il primato del cocktail più costoso (ed antico) del mondo con il suo Salvatore’s legacy, a base di cognac e liquori antichi.

Questo record è stato infranto pochi mesi dopo dal barman australiano Joel Heffernan nel Crown Melbourne Club 23. Naturalmente l’ingrediente principale di questa follia alcolica non poteva essere che un cognac, stavolta una prestigiosa risreva della Casa Croizet, un’antico produttore che oltre a fabbricare tanti cognac andanti possiede una bella tenuta nella Grande Champagne, e ne trae dal 1805 pregiate e costose riserve.

Il cocktail Winston, creazione di Joel Heffernan – Crown Melbourne Club 23 – Australia – fonte cognac-expert.com

Questo carissimo cocktail chiamato Winston, in onore del più grande beone di cognac che la storia ricordi, sir Winston Churchill, si compone di due spruzzi di cognac Croizet Cuvée Léonie (ad ora il più costoso cognac in commercio, poche e rarissime bottiglie da € 129.000 l’una di cognac pre-fillossera, datato 1858!), uno spruzzo di Grand Marnier Quintessence (non quello che conoscete, ma riserve di cognac invecchiato della maison Marnier-Lapostolle con infusione di pregiate essenze d’arancia, ne sono state prodotte solo 2.000 bottiglie), una parte di Chartreuse VEP, ed un niente di Angostura bitter. Il tutto infuso in ghiaccio secco in cui sono stati macerati scorze di arancia, limone, angelica ed anice stellato. Il prezzo si giustifica anche dalle decorazioni approntate da ben tre chef, formate da cocco, passiflora ed arance, zucchero filato, essenze di rosa e papavero, su una base di soufflé di cioccolato alla noce moscata. Il cocktail, dall’astronomica cifra di $AU 12.500  (€ 8400 circa) , è disponibile due giorni dopo l’ordine.

Grace Jones e Boy George all'inaugurazione del Gigi's',  nuovo ristorante italiano in Mayfair (Londra), il 25 settembre scorso - fonte palamedes.co.uk

Grace Jones e Boy George all’inaugurazione del Gigi’s’, nuovo ristorante italiano in Mayfair (Londra), il 25 settembre scorso – fonte palamedes.co.uk

Questo cocktail è stato servito ad un uomo d’affari neo-zelandese, tale James Manning, che a parte aver conquistato questo costoso record, non pare aver gradito la creazione, assaggiandone solo un sorso o due. A chi non sarebbe rimasta sullo stomaco, con quel prezzo?

Ma si sa, i record nascono per essere battuti, e così…

il 25 settembre dello scorso anno, di nuovo a Londra, l’asticella è stata portata a ben £ 8888 (€ 11.500) con la creazione del Gigi’s, per l’inaugurazione dell’omonimo ristorante di Mayfair, il cui battesimo è stato onorato dalla presenza della cantante ed attrice Grace Jones e del dj Boy George.

Per lei il patron del ristorante, Cesare Papagna, ha creato un nuovo champagne cocktail: si serve in una flûte da 150 ml, adoperando champagne Cristal 1990, un Bas armagnac Samalens Vieille Relique 1888, zucchero bruno, e l’onnipresente Angostura bitter. La guarnizione è una semplice foglia d’oro che galleggia alla superficie del cocktail. A pensarci, nulla di così originale o laborioso. Ma quando si hanno clienti facoltosi, che bevono, pagano e non discutono sul prezzo, ogni cosa è lecita.

Il patron Cesare Papagna mostra il cocktail Gigi's da record

Il patron Cesare Papagna mostra il cocktail Gigi’s da record

Follie…! Follie! Delirio vano è questo! [Verdi, la Traviata] Che si giustificano con la smania di infrangere record, e non di creare qualcosa di particolarmente buono o artistico. Sono solo gran colpi di teatro: al confronto il Salvatore’s legacy è un’opera d’arte. Ci aspettiamo nel 2015 il prossimo cocktail da brivido alla schiena, a 10.000 sterline per calice, in qualche hotel a 7 stelle dalle parti del Golfo Persico, Maometto benedicente (o girato di spalle per non vedere). Unica certezza il protagonista: un brandy francese. Saremo anche noi profeti?

13
Giu
14

il ‘cognac’ del Paese che non c’è – Transnistria

Continuiamo la rassegna dei brandy prodotti nelle regioni dell’ex impero sovietico. La grande sete slava fa sì che questa produzione sia tuttora vivace in molti Paesi, soprattutto intorno al Mar Nero.

Oggi ci siamo imbattuti in un brandy prodotto in un luogo tra i più bizzarri del mondo, la Transnistria. Vi chiederete dov’è mai questo paese: non è Istria né Transilvania, quindi dove si trova?

Banconota da 5 Rubli transnistriani - vi è raffigurata la fabbrica di brandy Kvint di Tiraspol

Banconota da 5 Rubli transnistriani – vi è raffigurata la fabbrica di brandy Kvint di Tiraspol

Facciamo un po’ di storia per capire di che si tratta: al momento della disgregazione dell’URSS varî Paesi dichiararono la loro indipendenza da Mosca, uno di questi fu la Moldavia o Moldova, repubblica sovietica al confine con la Romania.

La regione compresa tra l’Ucraina e la Romania, senza sbocco al mare, con capitale Chişinau/Kiscinev, storicamente è nota come Bessarabia, e se la sono contesi in molti nei secoli. La parte di questa repubblica al di là del fiume Nistro/Dnjestr è a maggioranza linguistica russa, mentre il resto della Moldavia è di lingua romena.

Nel 1991, nel momento in cui la Moldavia si fece indipendente, il distretto della Transnistria dichiarò la secessione costituendosi in stato separato. Ci fu poi una guerra, in cui l’Armata Rossa sconfisse facilmente i moldavi, e la situazione si cristallizzò: ora un corpo d’interposizione russo fa da cuscinetto tra le Moldavie di lingua russa e romena.

Carta della regione

Carta della regione

La Moldavia non riconosce la secessione, e formalmente rimane sovrana sul territorio separatista; la Transnistria è amministrata autonomamente, ma di fatto sotto tutela del governo russo. Nessun Paese ha riconosciuto la sovranità di questa “banana republic” salvo Abcasia ed Ossezia del Sud, che hanno uno status giuridico simile alla Transnistria. In termini diplomatici si tratta di uno “Stato fantoccio”.

Il risultato è che per i governi e le diplomazie questo Paese non esiste, mentre in realtà rimane l’estremo scampolo d’Europa dichiaratamente sovietico in vita. Il Paese è grande poco più della provincia di Milano, con circa 500.000 abitanti, con una moneta propria e un’economia agricola e industrial – militare, e si narra che viva in parte di contrabbando di armi e generi illegali vari. L’intera economia pare sia in mano ad una sola famiglia potentissima, gli Smirnoff. Un Paese alquanto bizzarro, vero ?

Ma torniamo al cognac (per l’area ex-URSS), o brandy (per la UE).

La capitale Tiraspol possiede dal 1897 una grande fabbrica di spiriti di nome Kvint, che produce prevalentemente brandy, 10 milioni di bottiglie all’anno, così importante nell’economia locale da figurare sulle banconote dello stato!

Statua di Lenin a Tiraspol - Transnistria

Statua di Lenin a Tiraspol – Transnistria

 La proprietà, un tempo statale, è passata al gruppo Sheriff della famiglia dell’ex governatore della Transnistria, ma sembra ben organizzata. La produzione è molto ampia, con decine di tipi di brandy, invecchiati da 3 a 50 anni, sullo stile comune a tutte le fabbriche ex sovietiche di questo prodotto. In queste aree la coltivazione dell’uva è favorita dalla vicinanza col Mar Nero, come nella vicina regione di Odessa. Ovviamente non possiamo dire nulla sulla loro qualità, poiché questi brandy si vendono solo nei Paesi dell’Est.

Prospetto illustrativo - Ditta Kvint - Tiraspol

Prospetto illustrativo – Ditta Kvint – Tiraspol

Pur nella singolare organizzazione politica di questo stato-francobollo, la tradizione produttiva si mantiene viva, come in Moldavia ed Ucraina, regioni limitrofe, con gli stessi usi ereditati dall’Urss. Se qualcuno ama le avventure, e vuole andare e raccontarci di questi brandy, sarà il benvenuto sulle nostre pagine.

05
Mar
14

il cognac salvato dai rapper

Gli Stati Uniti sono il principale importatore e consumatore di cognac nel mondo. Il vivacissimo mercato tuttavia risente delle abitidini di consumo locali: l’interesse del consumatore è focalizzato al marchio ed al prezzo, a scapito della qualità. Difatti gli USA importano in massima parte le versioni giovani VS, ed in parte VSOP, mentre le qualità superiori sono piuttosto infrequenti.

Il Paese è la mecca delle grandi maison commerciali, e le restanti case faticano a trovare mercato, a meno di avere una distribuzione aggressiva; le Big Four si spartiscono pressoché tutta la torta, lasciando le briciole agli altri, che si rivolgono alla nicchia della ristorazione d’élite, o comunque ai pochi consumatori consapevoli. Per questo il ventaglio dei produttori, pur in un mercato vasto, non è così grande come ci si aspetterebbe.

Oggi il mercato ha vendite robuste, ma dalla fine del 1980 c’è stata una crisi generale, che ha portato le vendite di cognac al minimo storico verso il volgere del secolo.

Il rapper Jay-Z nello spot del marchio D’Ussé
Si noti come tenda a riprodurre il cliché contro il quale le Maison di cognac hanno tentato di lottare per anni.

Chi ha salvato il mercato americano, facendolo diventare quello che è oggi, è stata la musica rap (o hip-hop). Tra le mode lanciate dai cantanti afro-americani di questo stile musicale c’era quella di servirsi di bevande che gridassero lusso e rivincita sociale, una volta usciti dal ghetto; e siccome il parlato è la base della loro musica, tutto ciò veniva detto a gran voce nelle rime.

Due noti rappers testimonial del marchio Hennessy

Come che sia, il cognac si è diffuso tra queste ascoltatissime star come marchio “forte”, si badi bene, non tanto a motivo del gusto o della piacevolezza nel berlo, ma come brand ! L’importante era ed è il marchio, e la riprova è che viene ricercato questo e non la qualità intrinseca del prodotto: difatti quasi il 50% del mercato è in mano alla maison Hennessy, la più nota, ed il grosso della qualità bevuta è di tipo VS, con un po’ di VSOP.

Pare che in questa sottocultura il cognac sia soprattutto icona di potenza sessuale, ed infatti il consumo di massa di cognac negli USA è pressoché esclusivo del giovane maschio nero: il 75% del cognac importato è consumato dagli afro-americani.

Il rapper Busta Rhymes

Le case produttrici ovviamente non sono state a guardare, ed hanno cominciato a sponsorizzare eventi frequentati da questo target e singoli artisti. Non è chiaro se il boom è nato da una sponsorizzazione, ma sembra più un movimento spontaneo, anche perché il cachet di certe star del rap sarebbe difficilmente alla portata di molte aziende.

Tutto iniziò con il rapper Busta Rhymes, tra i tanti omaccioni tatuati in canottiera e collanona d’oro d’ordinanza, che nel 2001 lanciò una hit dal titolo “Pass the Courvoisier” nel cui testo c’era la frase “Give me the Henny [Hennessy], you can give me the Cris [Cristal, champagne] / You can pass me the Remi [Rémy Martin] but pass the Courvoisier”; un vero spot pubblicitario, e infatti mai fortuna fu maggiore per la nota casa di cognac, le cui vendite ebbero un’improvvisa fioritura (+30%), la maggiore dai tempi di Napoleone III; altrettanto avvenne per gli altri brand, al seguito di numerose citazioni di altri artisti, per cui il nyak (così lo pronunciano) è parte del lifestyle.

Spot per il cognac Hennessy Black – il primo cognac dedicato alla comunità afro-americana USA

L’interesse della community dei giovani neri fu tale che gli stessi rapper si misero in affari con le case produttrici di cognac; non è molti anni che il rapper Ludacris ha fondato il proprio marchio Conjure Cognac, dalle vendite robuste; Snoop Dogg ha una partnership con la maison Landy, Jay-Z è testimonial del marchio recentemente creato per gli USA D’Ussé, della Martini-Bacardi, che commercializza anche Otard. Altri fanno apparizioni con bottiglie di noti marchi, come Kanye West per Hennessy. La stessa Hennessy ha creato per il mercato afro-americano un cognac dedicato, Hennessy Black, un VS da cocktail da usare durante i party.

Usare marchi celebri nei testi rap si dice in gergo to shout out, e talvolta serve a promuovere i propri affari, come linee di abbigliamento, sneakers, o drinks. Ecco quindi il perché dell’interesse diretto dei rapper nel cognac: infatti sono buoni affaristi oltre che artisti. Spesso nelle canzoni ad indicare i marchi vengono usati nomignoli gergali, nel caso di Hennessy, il più diffuso, lo si chiama Henn, Henny, Henn-dog, ecc.

Buone performances le ottengono anche altre bevande cantate nei rap per un pubblico giovane, come Hpnotiq, una vodka colorata di viola o blu con succo di frutta e cognac, e Alizé, mix di cognac e frutta esotica, tutti destinati ai cocktail.

© 2014 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

24
Gen
14

Il cognac medicinale – Spiritus Vini Gallici

Il cognac ha avuto in più di un’epoca un uso medicinale: si tratta di una storia interessante, che vi racconterò da farmacista, posando per una volta il bicchiere.

Pubblicità del brandy Beehive – maison Bardinet – Bordeaux 1935
Notare le indicazioni terapeutiche!
(per gentile concessione di Simoncognac)

La nostra storia ha inizio presso la Scuola Salernitana,  dall’ottavo o nono secolo d.c. fucina di medici medievali, dove si insegnava anche l’esoterica alchimia. Già allora erano note la distillazione, processo imparato dagli insegnamenti e dai testi dei Maestri arabi, e uno dei suoi prodotti, l’aqua vitae, nome la cui origine è coeva; ma ne abbiamo già parlato altrove.

Quello che scaturiva dagli alambicchi primordiali altro non era che alcool di vino impuro di flemme, ma che funzionava a meraviglia per ogni uso esterno, benché il concetto di disinfettante all’epoca fosse ben là da venire. I medici di allora se ne servivano come ritrovato miracoloso per ogni cancrena e putrefazione corporea. Ma ancora non era cognac.

Nei secoli si imparò l’uso per via orale di questo spirito conservato in botte: un testo a stampa (1531) conservato nella biblioteca Vaticana, ad opera di Maestro Vital DuFour (o Vitalis de Furno), medico e priore dell’abbazia di Eauze, nel cuore della Guascogna (ovvero contea d’Armagnac), ‘Pro conservanda sanitate liber utilissimus‘ scritto nel 1310, vantava già quadraginta virtutes, non tutte invero medicinali, di ciò che oggi conosciamo come armagnac, il più antico spirito di vino d’Europa. Tuttavia fino al 1600 circa, essendo questo ed altri spiriti mal distillati per cattive apparecchiature, e perciò poco potabili, rimasero confinati agli usi viziosi del popolino: i ricchi li bevevano solo ‘cum zuccaro et spetie’ all’epoca status symbols, cioè nobilitati in liquori con l’arte dei nostri antichi colleghi speziali.

Cognac medicinale - Ditta Adriatica - Fiume - 1905

Cognac medicinale – Ditta Adriatica – Fiume – 1905

Per voluttuario che fosse il consumo, il cognac si era ritagliato col tempo alcune virtù medicinali per esperienza empirica, per cui veniva impiegato popolarmente in tutte le forme pettorali come si usava dire, influenza raffreddore o bronchite, poco importa: retaggio gastronomico‑culturale di quest’epoca passata è ancora oggi l’uso del latte e cognac con le stesse indicazioni.

Altra indicazione popolare, ma non per questo inesatta, era l’impiego come sonnifero: fino alla scoperta dei barbiturici (1903), le uniche opzioni terapeutiche esistenti erano i derivati dell’oppio e l’alcool in dose adeguata. Troviamo numerose opere letterarie che ce lo descrivono: tra tante, la corrispondenza fra Pascoli e i familiari, dove il poeta veniva redarguito a non abusare ora del laudano, ora del cognac, per i suoi disturbi nervosi.

È appunto intorno alla fine del 1800 che il cognac, già glorioso da decenni sulle tavole del mondo, fa il suo ingresso trionfale in farmacia, anche se nei retrobottega ce n’è sempre stato: il farmacista fino a tempi non lontani svolgeva anche una qualche attività di droghiere nei centri minori, e gli spiriti puri e lavorati facevano parte della merceologia di bottega.

Cognac medicinale - Ditta Colombo - Cardano al Campo - 1930 circa?

Cognac medicinale 45° – Ditta Colombo – Cardano al Campo – 1930 circa?

Risale al volgere del secolo l’introduzione del pregiato distillato nelle farmacopee anglosassoni (B.P. 1898; USP 1905) e di molti altri Paesi, ovviamente con tanto di titolo alcolico e saggi analitici di purezza, come si conviene alla scienza farmaceutica. Ci resterà, col pomposo nome di Spiritus Vini Gallici, fino alla fine della seconda guerra mondiale. Si noti che per poter essere venduto come farmaco, il cognac andava preparato secondo regole precise, in particolare senza essere additivato di zucchero, caramello, né estratti di legno, e senza diluizione al grado commerciale corrente (ma da oltre 40%, fino a 60% in vol. ‘for good cognac’) perciò più concentrato. L’ÖAB (farmacopea austro-ungarica) ne prescriveva un titolo di 44°-48°. Non ho notizie di una monografia nella farmacopea italiana, tuttavia.

Si videro quindi fiorire dovunque imbottigliamenti di ‘cognac medicinal’, corrispondenti alle specifiche farmaceutiche. Tra le tante aziende, chi fece fortuna con questo tipo di prodotto fu la Stock di Trieste, allora austriaca.

Un’istantanea di questa belle epoque medicinale è tuttora visibile negli arredi della magnifica farmacia di Piazza del Campo a Siena, su una delle cui ante figura in bella vista la scritta ‘Cognac delle primarie Case’!

Anche la pubblicistica di primo Novecento è ricca di opere reclamizzanti cognac medicinali di ogni marca, spesso per mano di celebri illustratori: ricordiamo, tra gli italiani, Marcello Dudovich e Leonetto Cappiello. A molti verrà anche da pensare ai cani San Bernardo con una botticella di brandy al collo, ma è fantasia di un pittore vittoriano, Edwin Landseer, che ritrasse il cane da salvataggio in questo modo. Da qui l’immagine, ancora oggi viva.

Interno della Farmacia del Campo - Siena

Interno della Farmacia del Campo – Siena

Il curioso effetto collaterale di questa classificazione farmaceutica è stato che durante l’epoca del Proibizionismo negli Stati Uniti (1919/33) il cognac era tra i rari spiriti legalmente disponibili, naturalmente su ricetta e in farmacia: immaginatevi quanti ammalati! E questo salvò anche parecchie case produttrici francesi che in America avevano un fiorente mercato, permettendo loro di continuare, seppure a regime ridotto, le esportazioni, cambiata etichetta.

Ancora, nello stesso periodo si ricorda una trattatistica sul’argomento: il piccolo sebbene capitale lavoro di Robert Delamain[1], primo storico del cognac, riporta un gustoso capitoletto ‘Le cognac agent therapeutique’ in cui, elencando con erudita sapienza le trasformazioni chimiche del distillato lungo gli anni ed il ruolo fondamentale della botte di quercia, l’autore attribuisce alla sua parte alcolica un effetto cardio‑regolatore ed eupeptico; ma dove si fa ardito è nel conferire alla sua frazione ‘non-alcool’ cioè ai

Stock cognac medicinal - Ditta Camis & Stock - Trieste - 1904 -  ill. M. Dudovich

Stock cognac medicinal – Ditta Camis & Stock – Trieste – 1904 –
ill. M. Dudovich

congeneri disciolti in esso virtù toniche, diuretiche, battericide, ed un’incontestata efficacia ‘nelle malattie febbrili, influenzali, polmonari e tifoidi’ (ivi, p. 130) con tanto di papers scientifici in nota a piè di pagina, come faremmo oggi. Egli nota tra l’altro che fra i lavoratori degli chais, e lui figlio di un’illustre dinastia di produttori poteva ben saperlo, non si conosceva la tubercolosi, cosa che attribuisce all’eliminazione per via polmonare dei congeneri ‘battericidi’ disciolti nell’alcool del cognac. Infine riferisce l’opinione di un celebre clinico del tempo sulla potente azione fisiologica di questa frazione ‘non-alcool’ del ‘vrai vieux cognac’, superiore a qualunque altro spirito a parità di tenore alcolico. Musica per le orecchie di un Delamain! Indubbiamente tanta enfasi era interessata, tra un po’ di ingenuità e un fondo di empirica verità; ma rende lo spirito del tempo.

Oggigiorno si lavora ancora sul cognac: uno studio recente[2] ha valutato il miglioramento della reattività coronarica indotto dal distillato su giovani sani, concludendo che ne è privo, ma riscontrando una significativa azione antiossidante nel sangue. Un’altro[3] ha passato in rassegna le indicazioni terapeutiche e gli usi clinici al tempo in cui era considerato farmaco d’emergenza.

Per ultimo ricordiamo l’uso dello spirito gallico per frizioni esterne, per inalazione e in gocce orali, ancora molto diffuso nei Paesi di lingua tedesca, sotto il nome di Franzbranntwein. Si tratta di uno spirito, oggi  non più cognac, in cui viene sciolta canfora, mentolo, e un olio essenziale di pino o pino mugo.

© 2014 il farmacista goloso (riproduzione riservata)


[1] Delamain, Robert – Histoire du Cognac – Ed. Stock – Paris, 1935
[2] Effects of cognac on coronary flow reserve and plasma antioxidant status in healthy young men; Tuomas O Kiviniemi et al., Department of Clinical Physiology and Nuclear Medicine, Turku University Hospital, Turku, Finland, 2008 [3] Guly, Henry ; Medicinal brandy; Resuscitation. 2011 July; 82(7-2): 951–954. Elsevier Ireland
23
Dic
13

i cinesi ed il cognac

La Cina fino all’anno scorso è stata il mercato con la più elevata crescita in volume di cognac venduto. Ma perchè?

Capire come siano le abitudini di consumo di altri popoli è sempre interessante, e spesso non ci immaginiamo come si possano fare usi diversi dai nostri in fatto di spiriti. Superiamo questa barriera culturale andando a vedere più da vicino.

La Cina non è in assoluto il mercato più grande per il distillato francese, stando molto al di sotto degli Stati Uniti. Ma quello che impressiona è che se questi ultimi importano in netta prevalenza cognac giovane (VS e VSOP), la Cina ed in generale l’Estremo Oriente amano più che mai le qualità invecchiate (XO e superiori). I francesi cominciano ad avere qualche grattacapo per soddisfare questa sete di spiriti vecchi, benché le scorte siano ancora generose, ma anche l’immensa fortuna di disporre di un grande mercato che complementa a meraviglia un altro grande mercato.

Poster pubblicitario della ditta Jules Robin (estinta).

Poster pubblicitario della ditta Jules Robin (estinta).

Le abitudini di consumo cinesi sono alquanto diverse dalle nostre: potremmo in parte sovrapporle al modo in cui in Italia si consuma lo champagne, quindi una bevanda prestigiosa da ricorrenze. Il cognac è ritenuto un prodotto “esotico”, occidentale e lussuoso, associato ad un’immagine di ricchezza e benessere. Inoltre è considerato avere presunte virtù terapeutico-erotiche: tenete conto che i cinesi tendono per cultura a nutrirsi secondo criteri curativi: similmente a come si pensava nel nostro medioevo secondo la medicina ippocratica, i cibi hanno determinate valenze e proprietà determinate dalla loro natura (yin/yang), ed i loro abbinamenti non sono mai casuali. Il cognac non fa eccezione a questa filosofia nutrizionale.

Il picco di consumo di cognac in Cina si raggiunge la vigilia del capodanno cinese quando si vende circa un quarto delle importazioni dell’anno, ma è abitudine diffusa bere il distillato a tavola durante festeggiamenti, banchetti, cerimonie, riunioni d’affari, e naturalmente nei night-clubs. Tutto ciò fa status ed esprime il livello sociale: i nouveaux riches insieme alla nomenklatura del partito infatti sono i principali acquirenti, e sono tanti! Anche perchè per la classe media una bottiglia di cognac può costare una fetta robusta del salario mensile, tuttora un  lusso improponibile, se non in rare occasioni.

L’uso principale del cognac è come bevanda ai pasti di rappresentanza, diluito con acqua: ciò che all’appassionato occidentale farebbe (e fa) orrore, al cinese non crea problema alcuno; ecco spiegato perchè desiderano invecchiamenti elevati: la concentrazione degli aromi ottenuta pazientemente con gli anni regge anche alla diluizione, e al freddo; non è infrequente trovare cognac servito direttamente dal freezer come la vodka. E per nostra disgrazia il distillato si abbina pure bene al cibo cinese.

Due modelle cinesi presentano un costoso Extra della maison Camus
(fonte: lifeofguangzhou.com)

Altri modi popolari, sempre impensabili per il conoscitore europeo, che ci mette una sera a centellinare liscio il suo pregiato tulipano, è di allungare il cognac con un té oolong, oppure servirsi di drink già pronti, un esempio è questa bevanda francese destinata al mercato cinese, a base di cognac e tè verde, un modo per vendere sotto altra luce del distillato giovane:  So Yang

L’altro diffusissimo modo di bere cognac è liscio, in brindisi rituali nei matrimoni: i partecipanti se ne servono dalla bottiglia posta tra di loro (di solito una per 2-4 persone) e al grido corale di “yam sing!” o “gan bei!” (vuota il bicchiere!), con la prima parte urlata finché hanno fiato (yaaaaaaaaaaaaam), tracannano in un colpo un tumbler mezzo pieno, anche più e più volte durante la riunione. La moda, nata negli anni 1960 a Hong-Kong, è dilagata oramai in tutta la Cina: non c’è matrimonio della middle class che sia privo di cognac, sempre per il simbolismo aggregato al distillato. In queste occasioni, così come nelle riunioni business bere fino allo sfinimento etilico è socialmente ammesso, ed anzi ritrarsi è considerato disonorevole. L’etilometro non è ancora un problema in Cina, probabilmente la cirrosi epatica di più.

Vedremo se con gli anni il whisky riuscirà a spodestare queste abitudini di consumo nefaste per l’amatore di cognac.

© 2013 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

19
Feb
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Il paradiso del cognac

Il cognac è vivo, come suo padre il vino: nel corso del tempo, al contatto con la botte che lo ospita, scambia con l’ambiente vapore acqueo e alcool, e ne riceve aria e le sostanze contenute nel legno.

Una vista parziale del 'paradis' della maison Courvoisier

Una vista parziale del ‘paradis’ della maison Courvoisier
(fonte: http://www.drinkspirits.com)

Col passare degli anni, e talvolta dei decenni, il cognac prende il bouquet che lo distingue, grazie a questi lentissimi processi di ossidazione e scambio, e matura il caratteristico aroma che i francesi chiamano rancio charentais, dovuto alla progressiva ossidazione degli acidi grassi ancora contenuti nell’acquavite.

Al termine dell’invecchiamento, che dipende dalla stoffa del cognac e dal suo cru, e può durare nei casi migliori anche fino a 60-70 anni in botte, il distillato viene travasato in grosse botti stravecchie chiamate tierçons, completamente esauste per non cedergli più nulla, oppure in piccole damigiane da 25 litri chiamate bonbonnes: da questo momento in poi smetterà di maturare, per conservarsi inalterato per molti decenni; si conoscono alcune case produttrici che stoccano ancora cognac distillato nel primo decennio del 1800, tuttora bevibile.

Un... angolo di paradiso

Un… angolo di paradiso

Questo cognac che ha raggiunto il meglio della sua maturazione viene conservato in un chai separato dagli altri, nelle grandi aziende, e in una parte del migliore chai familiare nelle imprese minori, sempre ben difeso da robuste cancellate a prova di… ubriacone, che in tutte prende il nome tradizionale di paradis.

E paradiso lo è veramente, perché non solo conserva acquaviti angeliche per soavità e delicatezza, o per bouquet robusto di annissimi, ma perché esservi ammessi in compagnia di San Pietro, in veste di maître de chai, per degustare qualche campione di tali elisir dalle botti o damigiane è privilegio raro e concesso a pochi beati.
Queste riserve, a volte leggendarie, più spesso solamente di vecchi cognac ricchi di anni e di bouquet, sono la base per la creazione delle bottiglie più prestigiose di tutte le case produttrici, siano esse giganti o nani.

Gli scaffali del 'paradis' della maison Tesseron, uno dei più noti grossisti di cognac di grande invecchiamento.

Gli scaffali del ‘paradis’ della maison Tesseron, uno dei più noti grossisti di cognac di grande invecchiamento.

Negli assemblages al top di gamma delle cinque grandi case si trova anche fino a qualche decina di questi cognac venerandi, che viene miscelata in proporzione modesta con distillati ben maturi, in genere intorno ai 40-50 anni per rafforzarne il carattere e l’aroma: il prodotto finale sarà un cognac di pregio, in cui le acquaviti del ‘paradiso’ daranno una marcia in più alla miscela di cognac over 40 che ne formano la base. Si confezionano frequentemente in caraffe pregiate di cristallo, talvolta prodotte da Baccarat, e si vendono con nomi altisonanti come il loro prezzo: giusto per fare qualche esempio, Heritage, Paradis, Ancestral, Très Vieille Réserve, o nomi di re o personaggi illustri.
Nelle case più piccole, queste bottiglie top sono semplicemente tagli di cognac del proprio paradis, di qualche annata vicina, per esempio 1945-1946-1948, tali da armonizzare insieme; talvolta si trovano assemblages di cognac di inizio ‘900, ma il loro invecchiamento medio è comunque compreso tra i 40 e i 60 anni. Come è ovvio, le quantità prodotte raramente superano una/due botti, e non tutti gli anni, mentre nelle maison più grandi si arriva a qualche migliaio di bottiglie/anno.
Queste bottiglie sono frequentemente donate a non amatori, per un regalo prestigioso, vuoi per il contenuto, vuoi per la confezione: le aziende maggiori le prezzano anche qualche migliaio di euro, in cui il costo maggiore è sempre il packaging e l’immagine esclusiva veicolata dai loro uffici marketing: il cognac contenuto, per quanto eccellente, non sarà mai all’altezza di quello che le case minori riservano a questa fascia di mercato; infatti il loro non viene tagliato con importanti volumi di cognac vecchio, ma non straordinario, ma rappresenta il meglio delle annate della casa.
Disgraziatamente, molto di questo cognac non viene bevuto, ma va ad accrescere gli scaffali dei collezionisti di spiriti, che lo acquistano come bene da investimento, da rivendere alle aste specializzate. Lo condanniamo fermamente come crimine verso gli amatori dei distillati.

© 2013 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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