Archive for the 'curiosità' Category

06
Nov
17

Un’americana a Cognac

In un recente video la sommeliera losangelina Whitney Adams ha condensato in una dozzina di minuti il suo viaggio (organizzato) a Cognac e nelle due Charentes.

Al netto del grande spot per Hennessy (ma l’ospitalità va ricambiata) il video è simpatico e racconta lo spirito del luogo.

Buon divertimento, e chisssà che vi venga voglia di fare un giro da quelle parti.

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25
Set
16

La Part des Anges – quando il cognac si fa benefattore

La Part des Anges è un’asta di beneficenza che si tiene nei dintorni di Cognac da ormai 10 anni: la decima edizione ha avuto luogo giovedì scorso, il 22.

asta

Il momento dell’asta – fonte: http://www.lapartdesanges.cognac.fr

Nata da un’idea di Jérôme Durand, all’epoca direttore della comunicazione del BNIC, dal 2006 l’ente controllore della filiera del cognac organizza ogni settembre un galà benefico al cui termine vengono messe all’asta ventiquattro preziose bottiglie di cognac offerte a turno dalle Case produttrici, e da qualche anno anche un’opera di un artista della regione.  

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La serata di gala – fonte: http://www.lapartdesanges.cognac.fr

I fondi raccolti, circa € 850.000 in dieci anni, sono stati impiegati in quindici progetti divisi tra salute, educazione, scopi sociali e culturali a livello regionale ed internazionale.

Cosa si trova in quest’asta? Di tutto un po’: edizioni limitate delle grandi Case, flaconi artistici o di design estremo, cognac millesimati o blend usciti da qualche Paradiso inaccessibile; in tutte le proposte l’attenzione viene attirata molto più dalla presentazione che dal contenuto, che talvolta è di pregio assoluto, talaltra di semplice curiosità.

Però la sapiente organizzazione, con l’aiuto da quest’anno di una Casa d’aste internazionale, la Artcurial, che offre una piattaforma online per partecipare all’evento anche non essendo sul posto, permette di far raggiungere a queste bottiglie cifre importanti grazie alle offerte di clienti facoltosi di mezzo mondo, segnatamente Russia e Cina.

Un amatore di cognac non avrà mai interesse a questi prodotti (eccettuato qualche imbottigliamento pregiato e meno frou-frou delle Case più piccole), ma ci si fa una buona idea di come il distillato della Charente si è ormai legato a doppio filo al mercato del lusso. L’asta della Part des Anges ne è una vetrina eloquente. Qualche esempio?

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

frapin_rabelais

Frapin – Cuvée François Rabelais n°592 – stima € 5.500

remy

Rémy Martin XO – Jéroboam dorato con le firme della giuria del 68°Festival di Cannes – stima € 1.000

hine

Hine vintage 1916 – stima € 7.000

hennessy

Hennessy Edition Particulière tratta dal Chai du Fondateur – stima € 20.000

meukow

Meukow – decanter in cristallo creato per La Part des Anges – stima € 6.000

bache

Bache-Gabrielsen Apotek (farmacia) – tutti i crus della regione nei loro stadi di invecchiamento in flaconi da 10 cl – stima € 1.900

 

 

 

 

 

08
Mag
16

il choucenn bretone – la bevanda dei druidi

Il choucenn, talvolta chiamato dourvel o pikenaouenn (choucen in francese), è una bevanda di antichissima tradizione celtica, diffusa in tutta la Bretagna; si tratta di un tipo di idromele; probabilmente questa è la prima  bevanda alcolica conosciuta dall’uomo, ed è in uso ancora oggi presso numerosi popoli.

Una bottiglia di choucenn, dal caratteristico colore mielato

Una bottiglia di choucenn, dal caratteristico colore mielato

La maggiore differenza con altri idromele, in particolare rispetto a quelli prodotti nei paesi Baschi, consiste nella lavorazione a caldo: infatti il mosto del choucenn bretone viene scaldato all’ebollizione per eliminare i lieviti ed i batteri presenti nel miele, rendendolo inattivo; questo non fermenterebbe, se non fosse che i bretoni aggiungono del mosto di mela all’acqua e miele, donando lieviti alla miscela. La fermentazione così può avvenire grazie a questa aggiunta esterna.

Una particolarità ulteriore è che il miele usato per questa bevanda è abitualmente quello di grano saraceno, una coltura profondamente diffusa in Bretagna, con cui si preparano le tipiche galettes.

Il choucenn così ottenuto raggiunge una gradazione media di 13-14°, e si conserva molto tempo, rifermentando di anno in anno. Il sapore può variare secondo il miele impiegato, e la sua quantità, da dolce a secco.

Si usa come aperitivo: puro, oppure in mix come kir gaulois (choucenn e crema di more) o Cormoran (choucenn, sidro e crema di more); la temperatura ottimale di servizio è intorno a 10-12° in bicchieri grandi, o all’antica nelle coppe (tipo champagne); a temperatura ambiente nel caso vogliate servirlo come vino da dessert; caldo come corroborante nel gelo invernale.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

26
Nov
15

Brandy una bottiglia e… copiala !

Tra le tante storie curiose che i distillati raccontano, questa è di grande interesse, perché riguarda il brandy italiano più noto da decenni: la Vecchia Romagna.

Riassunto: c’era una volta… Jean Bouton, maestro distillatore della zona di Cognac, che non si sa bene se per disgrazia, spirito d’avventura, o per amore, finì a fare il suo mestiere a Bologna, verso il 1820. Si sposò, italianizzandosi in Giovanni Buton, impiantò la sua distilleria, e si mise a fare brandy ed altri liquori, creando il primo “cognac” nazionale; prima d’allora nessuno in terra italica si era mai sognato di distillare un bene così prezioso come il vino.

Lo stabilimento Buton di Bologna, ora demolito per far posto ad un complesso residenziale – da http://www.borgomasini.it

L’azienda, passata verso fine secolo ad una nobile famiglia bolognese che ci mise più quattrini, si espanse fino a raggiungere una notevole diffusione tra le due guerre mondiali: celebri in quegli anni la Coca Buton, da estratti di foglie di coca andina, ed il “cognac” ribattezzato Vecchia Romagna (1939).

Ma la storia che vi volevo raccontare è un’altra: uno dei numerosi eredi della dinastia, Achille Sassoli de’ Bianchi, comprese che la chiave del successo economico dell’azienda non era più nella qualità dei prodotti, come un tempo, ma nella loro notorietà.

Una vecchia bottiglia di whisky Dimple (chiamato così per la fossetta, il caratteristico incavo dei lati triangolari) – ditta Haig – dal sito http://www.haigwhisky.com

Gli venne l’idea di differenziare il packaging del proprio brandy dalla concorrenza: buona, ottima pensata: la visione gli apparve in un’enoteca notando un whisky così particolare da saltare all’occhio subito. Era lo scotch Dimple, caratterizzato da una stramba bottiglia triangolare incavata al centro.

In un’epoca in cui solo l’upper class beveva whisky in Italia (anni 1940), questa scoperta gli fece maturare l’intuizione vincente. Da allora il nostro brandy venne confezionato in una bottiglia dalla forma caratteristica, molto simile a questo whisky. Non è chiaro se ciò sia costato alla Buton una causa per questo più o meno innocente plagio, ma tant’è, la bottiglia è rimasta

L’immagine con il Bacco ebbro e rubizzo imparruccato di grappoli sembra essere patrimonio del marchio fin dai primi tempi, come testimoniano le bottiglie d’anteguerra.

Una delle prime bottiglie di cognac Vecchia Romagna – ante 1950 (?) – da ebay.it

Pochi anni dopo l’ “inventore” della Vecchia Romagna ed anima dell’azienda si improvvisò pubblicitario e, confidando nel potente mezzo di promozione appena nato, la televisione, che allora tutti desideravano guardare, creò slogan – rimane famoso “il brandy che crea un’atmosfera” – ed arruolò come testimonial Gino Cervi, celebre attore dell’epoca.

Con questi sforzi, tra le campagne pubblicitarie, gli slogan, e la confezione inconfondibile, il brandy Vecchia Romagna entrò stabilmente nei consumi e nell’immaginario italiano, rimanendo ancora oggi l’ incontestato leader di mercato.

Dopo un robusto declino nei consumi, ed un paio di cambi di proprietà del marchio, il brandy resta sugli scaffali dei bar per correggere il caffè e poco più. Gli italiani ormai bevono altro, probabilmente meglio.

Quanto la Vecchia Romagna fosse buona ai tempi, non possiamo giudicare; forse più di adesso, se, avendo avuto la fortuna di assaggiare un brandy del più temibile concorrente della Buton – la bolognese Sarti – da una bottiglia degli anni 1960, l’abbiamo trovato assai più che dignitoso, anzi bevibilissimo.

Oggigiorno i brandy nostrani più diffusi sono degni solo di fiammeggiare una bistecca o di essere usati per frizionare i reumatismi, ma non certo per “uso interno”. Colpa anche di un disciplinare che disciplina solo la provenienza nazionale delle uve, e poco altro: un regalo alla lobby dei distillatori industriali che possono “lambiccare” qualunque vino per estrarne brandy. I risultati si vedono, purtroppo!

© 2015 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

01
Gen
15

Curiosità – cognac cocktail, primati e follie

Nel 2012 il Maestro Salvatore Calabrese aveva conquistato il primato del cocktail più costoso (ed antico) del mondo con il suo Salvatore’s legacy, a base di cognac e liquori antichi.

Questo record è stato infranto pochi mesi dopo dal barman australiano Joel Heffernan nel Crown Melbourne Club 23. Naturalmente l’ingrediente principale di questa follia alcolica non poteva essere che un cognac, stavolta una prestigiosa risreva della Casa Croizet, un’antico produttore che oltre a fabbricare tanti cognac andanti possiede una bella tenuta nella Grande Champagne, e ne trae dal 1805 pregiate e costose riserve.

Il cocktail Winston, creazione di Joel Heffernan – Crown Melbourne Club 23 – Australia – fonte cognac-expert.com

Questo carissimo cocktail chiamato Winston, in onore del più grande beone di cognac che la storia ricordi, sir Winston Churchill, si compone di due spruzzi di cognac Croizet Cuvée Léonie (ad ora il più costoso cognac in commercio, poche e rarissime bottiglie da € 129.000 l’una di cognac pre-fillossera, datato 1858!), uno spruzzo di Grand Marnier Quintessence (non quello che conoscete, ma riserve di cognac invecchiato della maison Marnier-Lapostolle con infusione di pregiate essenze d’arancia, ne sono state prodotte solo 2.000 bottiglie), una parte di Chartreuse VEP, ed un niente di Angostura bitter. Il tutto infuso in ghiaccio secco in cui sono stati macerati scorze di arancia, limone, angelica ed anice stellato. Il prezzo si giustifica anche dalle decorazioni approntate da ben tre chef, formate da cocco, passiflora ed arance, zucchero filato, essenze di rosa e papavero, su una base di soufflé di cioccolato alla noce moscata. Il cocktail, dall’astronomica cifra di $AU 12.500  (€ 8400 circa) , è disponibile due giorni dopo l’ordine.

Grace Jones e Boy George all'inaugurazione del Gigi's',  nuovo ristorante italiano in Mayfair (Londra), il 25 settembre scorso - fonte palamedes.co.uk

Grace Jones e Boy George all’inaugurazione del Gigi’s’, nuovo ristorante italiano in Mayfair (Londra), il 25 settembre scorso – fonte palamedes.co.uk

Questo cocktail è stato servito ad un uomo d’affari neo-zelandese, tale James Manning, che a parte aver conquistato questo costoso record, non pare aver gradito la creazione, assaggiandone solo un sorso o due. A chi non sarebbe rimasta sullo stomaco, con quel prezzo?

Ma si sa, i record nascono per essere battuti, e così…

il 25 settembre dello scorso anno, di nuovo a Londra, l’asticella è stata portata a ben £ 8888 (€ 11.500) con la creazione del Gigi’s, per l’inaugurazione dell’omonimo ristorante di Mayfair, il cui battesimo è stato onorato dalla presenza della cantante ed attrice Grace Jones e del dj Boy George.

Per lei il patron del ristorante, Cesare Papagna, ha creato un nuovo champagne cocktail: si serve in una flûte da 150 ml, adoperando champagne Cristal 1990, un Bas armagnac Samalens Vieille Relique 1888, zucchero bruno, e l’onnipresente Angostura bitter. La guarnizione è una semplice foglia d’oro che galleggia alla superficie del cocktail. A pensarci, nulla di così originale o laborioso. Ma quando si hanno clienti facoltosi, che bevono, pagano e non discutono sul prezzo, ogni cosa è lecita.

Il patron Cesare Papagna mostra il cocktail Gigi's da record

Il patron Cesare Papagna mostra il cocktail Gigi’s da record

Follie…! Follie! Delirio vano è questo! [Verdi, la Traviata] Che si giustificano con la smania di infrangere record, e non di creare qualcosa di particolarmente buono o artistico. Sono solo gran colpi di teatro: al confronto il Salvatore’s legacy è un’opera d’arte. Ci aspettiamo nel 2015 il prossimo cocktail da brivido alla schiena, a 10.000 sterline per calice, in qualche hotel a 7 stelle dalle parti del Golfo Persico, Maometto benedicente (o girato di spalle per non vedere). Unica certezza il protagonista: un brandy francese. Saremo anche noi profeti?

13
Giu
14

il ‘cognac’ del Paese che non c’è – Transnistria

Continuiamo la rassegna dei brandy prodotti nelle regioni dell’ex impero sovietico. La grande sete slava fa sì che questa produzione sia tuttora vivace in molti Paesi, soprattutto intorno al Mar Nero.

Oggi ci siamo imbattuti in un brandy prodotto in un luogo tra i più bizzarri del mondo, la Transnistria. Vi chiederete dov’è mai questo paese: non è Istria né Transilvania, quindi dove si trova?

Banconota da 5 Rubli transnistriani - vi è raffigurata la fabbrica di brandy Kvint di Tiraspol

Banconota da 5 Rubli transnistriani – vi è raffigurata la fabbrica di brandy Kvint di Tiraspol

Facciamo un po’ di storia per capire di che si tratta: al momento della disgregazione dell’URSS varî Paesi dichiararono la loro indipendenza da Mosca, uno di questi fu la Moldavia o Moldova, repubblica sovietica al confine con la Romania.

La regione compresa tra l’Ucraina e la Romania, senza sbocco al mare, con capitale Chişinau/Kiscinev, storicamente è nota come Bessarabia, e se la sono contesi in molti nei secoli. La parte di questa repubblica al di là del fiume Nistro/Dnjestr è a maggioranza linguistica russa, mentre il resto della Moldavia è di lingua romena.

Nel 1991, nel momento in cui la Moldavia si fece indipendente, il distretto della Transnistria dichiarò la secessione costituendosi in stato separato. Ci fu poi una guerra, in cui l’Armata Rossa sconfisse facilmente i moldavi, e la situazione si cristallizzò: ora un corpo d’interposizione russo fa da cuscinetto tra le Moldavie di lingua russa e romena.

Carta della regione

Carta della regione

La Moldavia non riconosce la secessione, e formalmente rimane sovrana sul territorio separatista; la Transnistria è amministrata autonomamente, ma di fatto sotto tutela del governo russo. Nessun Paese ha riconosciuto la sovranità di questa “banana republic” salvo Abcasia ed Ossezia del Sud, che hanno uno status giuridico simile alla Transnistria. In termini diplomatici si tratta di uno “Stato fantoccio”.

Il risultato è che per i governi e le diplomazie questo Paese non esiste, mentre in realtà rimane l’estremo scampolo d’Europa dichiaratamente sovietico in vita. Il Paese è grande poco più della provincia di Milano, con circa 500.000 abitanti, con una moneta propria e un’economia agricola e industrial – militare, e si narra che viva in parte di contrabbando di armi e generi illegali vari. L’intera economia pare sia in mano ad una sola famiglia potentissima, gli Smirnoff. Un Paese alquanto bizzarro, vero ?

Ma torniamo al cognac (per l’area ex-URSS), o brandy (per la UE).

La capitale Tiraspol possiede dal 1897 una grande fabbrica di spiriti di nome Kvint, che produce prevalentemente brandy, 10 milioni di bottiglie all’anno, così importante nell’economia locale da figurare sulle banconote dello stato!

Statua di Lenin a Tiraspol - Transnistria

Statua di Lenin a Tiraspol – Transnistria

 La proprietà, un tempo statale, è passata al gruppo Sheriff della famiglia dell’ex governatore della Transnistria, ma sembra ben organizzata. La produzione è molto ampia, con decine di tipi di brandy, invecchiati da 3 a 50 anni, sullo stile comune a tutte le fabbriche ex sovietiche di questo prodotto. In queste aree la coltivazione dell’uva è favorita dalla vicinanza col Mar Nero, come nella vicina regione di Odessa. Ovviamente non possiamo dire nulla sulla loro qualità, poiché questi brandy si vendono solo nei Paesi dell’Est.

Prospetto illustrativo - Ditta Kvint - Tiraspol

Prospetto illustrativo – Ditta Kvint – Tiraspol

Pur nella singolare organizzazione politica di questo stato-francobollo, la tradizione produttiva si mantiene viva, come in Moldavia ed Ucraina, regioni limitrofe, con gli stessi usi ereditati dall’Urss. Se qualcuno ama le avventure, e vuole andare e raccontarci di questi brandy, sarà il benvenuto sulle nostre pagine.

05
Mar
14

il cognac salvato dai rapper

Gli Stati Uniti sono il principale importatore e consumatore di cognac nel mondo. Il vivacissimo mercato tuttavia risente delle abitidini di consumo locali: l’interesse del consumatore è focalizzato al marchio ed al prezzo, a scapito della qualità. Difatti gli USA importano in massima parte le versioni giovani VS, ed in parte VSOP, mentre le qualità superiori sono piuttosto infrequenti.

Il Paese è la mecca delle grandi maison commerciali, e le restanti case faticano a trovare mercato, a meno di avere una distribuzione aggressiva; le Big Four si spartiscono pressoché tutta la torta, lasciando le briciole agli altri, che si rivolgono alla nicchia della ristorazione d’élite, o comunque ai pochi consumatori consapevoli. Per questo il ventaglio dei produttori, pur in un mercato vasto, non è così grande come ci si aspetterebbe.

Oggi il mercato ha vendite robuste, ma dalla fine del 1980 c’è stata una crisi generale, che ha portato le vendite di cognac al minimo storico verso il volgere del secolo.

Il rapper Jay-Z nello spot del marchio D’Ussé
Si noti come tenda a riprodurre il cliché contro il quale le Maison di cognac hanno tentato di lottare per anni.

Chi ha salvato il mercato americano, facendolo diventare quello che è oggi, è stata la musica rap (o hip-hop). Tra le mode lanciate dai cantanti afro-americani di questo stile musicale c’era quella di servirsi di bevande che gridassero lusso e rivincita sociale, una volta usciti dal ghetto; e siccome il parlato è la base della loro musica, tutto ciò veniva detto a gran voce nelle rime.

Due noti rappers testimonial del marchio Hennessy

Come che sia, il cognac si è diffuso tra queste ascoltatissime star come marchio “forte”, si badi bene, non tanto a motivo del gusto o della piacevolezza nel berlo, ma come brand ! L’importante era ed è il marchio, e la riprova è che viene ricercato questo e non la qualità intrinseca del prodotto: difatti quasi il 50% del mercato è in mano alla maison Hennessy, la più nota, ed il grosso della qualità bevuta è di tipo VS, con un po’ di VSOP.

Pare che in questa sottocultura il cognac sia soprattutto icona di potenza sessuale, ed infatti il consumo di massa di cognac negli USA è pressoché esclusivo del giovane maschio nero: il 75% del cognac importato è consumato dagli afro-americani.

Il rapper Busta Rhymes

Le case produttrici ovviamente non sono state a guardare, ed hanno cominciato a sponsorizzare eventi frequentati da questo target e singoli artisti. Non è chiaro se il boom è nato da una sponsorizzazione, ma sembra più un movimento spontaneo, anche perché il cachet di certe star del rap sarebbe difficilmente alla portata di molte aziende.

Tutto iniziò con il rapper Busta Rhymes, tra i tanti omaccioni tatuati in canottiera e collanona d’oro d’ordinanza, che nel 2001 lanciò una hit dal titolo “Pass the Courvoisier” nel cui testo c’era la frase “Give me the Henny [Hennessy], you can give me the Cris [Cristal, champagne] / You can pass me the Remi [Rémy Martin] but pass the Courvoisier”; un vero spot pubblicitario, e infatti mai fortuna fu maggiore per la nota casa di cognac, le cui vendite ebbero un’improvvisa fioritura (+30%), la maggiore dai tempi di Napoleone III; altrettanto avvenne per gli altri brand, al seguito di numerose citazioni di altri artisti, per cui il nyak (così lo pronunciano) è parte del lifestyle.

Spot per il cognac Hennessy Black – il primo cognac dedicato alla comunità afro-americana USA

L’interesse della community dei giovani neri fu tale che gli stessi rapper si misero in affari con le case produttrici di cognac; non è molti anni che il rapper Ludacris ha fondato il proprio marchio Conjure Cognac, dalle vendite robuste; Snoop Dogg ha una partnership con la maison Landy, Jay-Z è testimonial del marchio recentemente creato per gli USA D’Ussé, della Martini-Bacardi, che commercializza anche Otard. Altri fanno apparizioni con bottiglie di noti marchi, come Kanye West per Hennessy. La stessa Hennessy ha creato per il mercato afro-americano un cognac dedicato, Hennessy Black, un VS da cocktail da usare durante i party.

Usare marchi celebri nei testi rap si dice in gergo to shout out, e talvolta serve a promuovere i propri affari, come linee di abbigliamento, sneakers, o drinks. Ecco quindi il perché dell’interesse diretto dei rapper nel cognac: infatti sono buoni affaristi oltre che artisti. Spesso nelle canzoni ad indicare i marchi vengono usati nomignoli gergali, nel caso di Hennessy, il più diffuso, lo si chiama Henn, Henny, Henn-dog, ecc.

Buone performances le ottengono anche altre bevande cantate nei rap per un pubblico giovane, come Hpnotiq, una vodka colorata di viola o blu con succo di frutta e cognac, e Alizé, mix di cognac e frutta esotica, tutti destinati ai cocktail.

© 2014 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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