Archivio per febbraio 2014

22
Feb
14

il brandy italiano – oggi

Esaurite le ‘vacche grasse’ alla fine degli anni 1970, le aziende produttrici di brandy che erano sopravvissute alla guerra o che erano nate negli anni del boom economico si trovarono ad un bivio: diversificare, o soccombere. Molte chiusero i battenti, altre, le più grandi, si adattarono al mercato in declino, inseguendo altri trend. La strada della qualità, che impone investimenti di lungo termine per ottenere risultati, non venne percorsa che da rarissimi imprenditori. Non che non si potesse produrre brandy di ottima fattura in Italia, anzi: le premesse c’erano tutte, ma richiedevano uno sforzo, e probabilmente la visione di un mercato piccolo e declinante dissuase la gran parte di loro. Non ci fu la percezione di una possibile espansione del mercato all’estero proponendo distillati migliori, anche a causa della mancanza di spirito di gruppo del sistema italiano; che al contrario, è una delle forze trainanti francesi.

Il più diffuso brandy italiano – Vecchia Romagna Buton – Ditta Montenegro, Bologna

Ma vediamo cosa è in concreto oggi il brandy italiano secondo la legge: un distillato di vino nazionale, quindi non da sottoprodotti, che deve avere un grado minimo al consumo di 38°, e un invecchiamento in botte di legno di quercia di almeno un anno, o sei mesi se in botte minore di 10 hl, sotto controllo fiscale. A differenza della Francia, non è disciplinato né un territorio di produzione, né il metodo di distillazione, che può essere a colonna o in alambicco a caldaia, né di uno specifico invecchiamento. Sono ammesse le consuete aggiunte di zucchero, caramello e boisé (maquillage) ed il taglio con altri distillati di vino nazionali.

Come si vede quindi non si tratta che di un prodotto dai requisiti minimi per potersi chiamare brandy, un distillato di vino invecchiato brevemente in botte, e che basa le sue caratteristiche più sull’impiego degli additivi aromatizzanti, che sulle sue doti intrinseche: in definitiva un prodotto alquanto mediocre e senza tipicità alcuna, se non l’origine nazionale. Un po’ poco per fare qualità.

Le cause della incapacità italiana di produrre distillati di livello superiore sono essenzialmente ascrivibili alla mancanza di una zona di produzione definita, all’assenza di una tradizione artigianale, come esiste in Francia nei grandi distretti Cognac ed Armagnac, e parzialmente anche in Spagna a Jerez, ad un’industria orientata al profitto immediato e non coordinata tra gli operatori della filiera, ed a politiche fiscali nazionali e comunitarie che incentivano la trasformazione del vino in alcool.

Un moderno (2011) alambicco a colonna – Crysopea – distillazione discontinua a frazionamento sottovuoto – Ditta Poli Distillerie- Schiavon

La struttura produttiva attuale si compone di alcune aziende maggiori, che operano prevalentemente con la grande distribuzione, e di fabbricanti medio-piccoli di spiriti vari che lavorano fra le altre cose anche distillati di vino. Oggigiorno la distillazione di vino in proprio è effettuata da pochi soggetti, chi grande industria e chi artigiano; tra questi due estremi sta la maggior parte del brandy italiano in commercio,  prodotta da grandi distillerie industriali che poi viene venduta alle aziende affinatrici, le quali ne curano l’invecchiamento e l’imbottigliamento. La differenza con il cognac è evidente.

I grandi attori sul mercato sono ancora oggi alcune delle aziende che hanno fatto la storia dell’industria italiana dei distillati, pur nel rimescolamento delle proprietà dei marchi di fabbrica: pensiamo al gruppo Montenegro (Vecchia Romagna) con in mano circa un terzo del venduto nazionale del brandy, a Stock (84), a Branca (stravecchio), ed a qualche distilleria minore; tutti accomunati dal canale grande distribuzione e da una qualità ordinaria. L’uso corrente di questi alcolici oggigiorno è più la correzione del caffè al bar che non il consumo tal quale, ormai sporadico. Alcune di loro commercializzano piccole riserve destinate alla degustazione.

Tradizionale alambicco charentais per la distillazione discontinua del brandy – Ditta Villa Zarri – Castel Maggiore

L’altra faccia della produzione consiste nell’industria liquoristica minore, in particolare nei distillatori di grappa, che talvolta hanno in portafoglio oltre a numerosi spiriti anche uno o due brandy. Qui la tipologia di prodotto varia notevolmente da azienda ad azienda, dalle qualità in tutto simili ai prodotti mass-market fino a riserve pregiate lavorate secondo standard superiori, per la gioia dell’amatore di distillati. Non essendoci un disciplinare se non la norma vista poc’anzi, ogni ditta si comporta secondo la propria politica commerciale: avremo perciò una grossa parte d’aziende le quali affinano distillato di origine industriale, ed un gruppo sparuto di distillatori in proprio; cosa stia bevendo, il consumatore lo ignora quasi sempre anche per la mancanza di dichiarazioni in etichetta.

Le zone che contano la maggiore presenza di aziende sono le più vocate alla viticoltura: il Piemonte, la Sicilia, l’Emilia Romagna, il Trentino, ed il Veneto. Spesso si tratta di commercio a piccoli volumi, con limitata presenza nelle enoteche e nei bar, talvolta solo nella regione del produttore. Il panorama perciò è quanto mai variegato, e risulta difficile al consumatore orientarsi in una selva di bottiglie senza apparenti differenze di qualità. A volte dietro ad un marchio (facilmente altisonante) non c’è nemmeno un produttore od affinatore, ma solo un’azienda commerciale, cosa comune anche nel mondo cognac.

Qualche azienda tra molte, per farsi un’idea del brandy italiano lavorato artigianalmente o quasi: Antinori, storico nome toscano (6 anni); Berta, grossa distilleria piemontese, con due etichette (20 e 25 anni); Giori, azienda trentina, con due distillati di 25 anni; Mazzetti, grappaiolo piemontese, con tre qualità invecchiate; Pojer & Sandri, vignaioli trentini, con un originale brandy da vigneti di proprietà (10 anni); Poli, celebre grappaiolo veneto, con due varietà, brandy (3 anni) ed arzente (10 anni); Villa Zarri, bolognese, unica distilleria italiana a produrre con la stessa tecnica del cognac (10 anni, e qualità millesimate più mature). Quasi tutti distillano col metodo a ripasso, in caldaia a bagnomaria (alambicco Zadra o derivati), Villa Zarri solamente con l’alambicco tradizionale charentais a fuoco diretto.

La forchetta di prezzo nei brandy italiani è ampia, partendo da circa 5-6 euro per i prodotti più dozzinali, fino a circa 80 euro (70 cl) per le qualità di pregio lungamente invecchiate: a questo livello il costo è allineato ai cognac di età corrispondente (XO).

È arduo capire dall’etichetta cosa si sta versando nel bicchiere, data la grande disomogeneità produttiva dei distillati italiani: a parte l’invecchiamento, raramente vengono fornite indicazioni che potrebbero orientare un consumatore evoluto. Come per il cognac, è preferibile orientarsi sulle aziende che distillano ed invecchiano in proprio e che forniscono informazioni esaurienti sui loro brandy; non lasciatevi ingannare dall’aspetto cupo, che è dato dal caramello aggiunto. È utile ribadire che l’indice più affidabile della qualità di un brandy non è la sua età, ma l’equilibrio tra aroma e gusto del distillato.

Se vi interessa una breve storia del brandy italiano cliccate QUI.

© 2014 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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12
Feb
14

degustazioni – cognac davidoff classic

Davidoff è un prestigioso marchio di tabacchi ed altri generi, operante nella fascia luxury del mercato. Il fondatore, Zino Davidoff, di origini ucraine, emigrato in Svizzera con la famiglia a causa delle persecuzioni anti-ebraiche, è noto tra gli amatori di sigari principalmente per i suoi tabacchi di alta qualità, come per altri prodotti di pelletteria e per la scrittura. Oggigiorno il brand è impiegato anche per articoli fashion: profumi occhiali ed orologi. Il marchio comprende anche due qualità di cognac, standard e superiore, da abbinare ai sigari.

Cognac Davidoff VSOP

L’attuale confezione del cognac Davidoff VSOP – maison Hine.
La recensione invece è del precedente imbottigliamento di pari età Davidoff Classic, ora non più commerciato, della maison Hennessy.

I cognac Davidoff rientrano nella categoria cigar cognac, cioè pensati e creati appositamente per l’abbinamento ai sigari, ne abbiamo parlato in una scheda dedicata. La loro caratteristica principale è di essere sufficientemente pieni e ricchi da resistere all’imponenza dell’aroma di un sigaro.

Davidoff propone una gamma di due cognac da sigari, VSOP (già Classic) e XO (già Extra); la serie attuale è prodotta da Hine, mentre la precedente licenza del marchio, di cui si trova ancora facilmente qualche bottiglia, apparteneva ad Hennessy. Sono cognac polposi, dolci e boisé, nella cui creazione entrano decine di cognac di provenienze diverse: lo scopo è di creare distillati potenti ed aromatici; la presenza di additivi è alta per dare struttura e dolcezza alla composizione.

Denominazione: Davidoff Classic
Produttore: Hennessy
Tipo di produttore: négociant
Cru: primi 4 crus (assemblage di numerosi cognac)
Qualità: VSOP
Particolarità: Cigar cognac
Gradazione: 40°
Invecchiamento: > 7 anni
Vitigni: Ugni blanc

Prezzo: € 55-65 (2014)

Note gustative

Colore ambrato profondo, caramellato; aroma di quercia marcato, naso mediamente alcolico; gusto intenso, mediamente alcolico, corpo modesto, discreta dolcezza, tannini, vaniglia e alcool ben presenti; retrogusto moderatamente persistente. La potenza e la morbidezza ne fanno un tipico cigar cognac, che esalta l’aroma sul corpo. Piacione e fin troppo ricco per la sua età:  la struttura che lo fa sembrare rotondo è dovuta al maquillage e serve a reggere i sigari.

Scheda di degustazione

Aroma
1. Fruttato / vinosità: 2
2. Aroma di legno (quercia): 4
3. Alcolicità: 3              (1 = prevalente)  (6 = minima)

Gusto
1. Astringenza: 5          (1 = prevalente) (6 = minima)
2. Dolcezza:4
3. Rancio: 1
4. Ricchezza:2
5. Corpo (pienezza): 3

Retrogusto (lunghezza): 2
Equilibrio aroma/gusto: 4

Giudizio complessivo:   30 / 60

Voti: 1= assente 2= scarso 3= mediocre 4= buono 5= molto buono 6= ottimo

© 2014 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

02
Feb
14

Off topic – la viola organista di Leonardo, un “nuovo” strumento musicale?

Per una volta, niente cognac.

Un musicista polacco, SŁAWOMIR ZUBRZYCKI, ha costruito uno strumento musicale nuovo: apparentemente assomiglia ad un clavicembalo, tuttavia suona come un quartetto d’archi. Ci è arrivato seguendo i disegni lasciati da Leonardo da Vinci, ed i tentativi antichi di riprodurre queste intuizioni, conservati in alcuni musei e in qualche raro testo musicale. Il suo suono è meraviglioso: si chiama viola organista. Sembra che Zubrzycki abbia intenzione di fare una tournée a Milano. Lo aspettiamo con gioia e curiosità.

Il video è in polacco, ma la musica sarà apprezzata da chiunque: ascoltate!

Slavomir Zubrzycki alla tastiera della sua viola organista creata su disegni leonardeschi

Fonte: Youtube




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