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Velier Live 2017

velier-70-anniversary

Il logo dell’evento – 70° di fondazione di Velier

Giornata assai simpatica lunedì 8 maggio al Velier Live del 70° di fondazione. L’azienda genovese organizza ogni anno una convention dei propri venditori, alla quale segue un open day per i clienti e per un selezionato pubblico di ospiti: si trovano in mostra pressoché tutto il loro sterminato catalogo e quasi tutti i loro produttori, riuniti da ogni angolo del mondo. Difficile immaginare qualcosa di più live di così.

E siccome «bere i produttori» (cit. da G. Corazzol) è più interessante che il prodotto da solo, soprattutto quando non c’è la mediazione dei vari brand e marketing manager, ne risulta che il Velier Live è in piccolo (ma neanche troppo) una fiera internazionale degli spiriti, perché ai banchi d’assaggio c’è veramente di tutto e di più.

Il patron poi, Luca Gargano, si aggira tra il pubblico divertendosi come un ragazzino; grisaglie e atteggiamento da aziendalista compassato non fanno per lui, ed anche se non ve lo confesserà mai, tutta l’organizzazione della festa è sartorializzata sui suoi desideri, manco fosse quella di un neo-diciottenne con i suoi molti amici, e non qualcosa che riguarda una delle più importanti Case di importazione del beverage italiano. Se pensate poi che lui è un genovese, passerete la giornata intera a domandarvi il motivo di tanta generosità verso gli ospiti. Ma l’uomo è così, e riversa tutta la sua trascinante verve nella propria creatura. Non ci si annoia un momento, ve lo garantisco.

Appena entrato nello Spazio Mega Watt, ormai abituale location (si, ormai qui si dice così) di parecchi eventi milanesi ad alta gradazione, ho incontrato per caso un amico, noto giornalista e scrittore, ed ancor più notorio bevitore di improbabili intrugli americani, polibibite classiche dal nome italiano, e troppa roba scozzese: l’ho subito trascinato a scoprire le acquaviti di vino, ché Velier da quest’anno ha ampliato il proprio catalogo, con mia somma gioia.

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La sede della manifestazione

Usurpando il titolo di cognac ambassador (che effettivamente esiste: le credenziali vengono conferite dal Bureau National du Cognac), ho iniziato a portare a spasso il malcapitato per la regione: prima tappa un assaggio dalla Maison Tesseron, didattico a sufficienza. La Casa, nota agli appassionati per essere stata un tempo uno dei più famosi grossisti di spiriti maturi, offre al pubblico da un po’ di anni una gamma di cognac Grande Champagne di buon invecchiamento. In Italia vengono importati i cognac chiamati Lot n°90, 76, 53, e 29, che indicano approssimativamente la loro età, essendo dei blended e non dei millesimati.

La loro caratteristica comune è di essere piuttosto freschi e giovanili, non dimostrando la loro età; assaggiando queste acquaviti il bevitore smaliziato si domanda se abbiano veramente gli anni dichiarati, mancando dei tratti così tipici dei cognac lungamente stagionati. Il discorso vale in modo evidente per le espressioni più vecchie, che ci raccontano essere di circa 50 e 75 anni: ma ciò potrebbe dipendere dallo stile con cui si compongono i blend, o da cognac dal temperamento non particolarmente marcato. Il mio amico li assaggiava intimidito dallo storytelling, ma vedeva il mio occhio dubbioso: una volta lontani dal banco, gli ho versato nel bicchierino qualche goccia di un campione che avevo in tasca, un cognac distillato da uno dei migliori piccoli produttori della Grande Champagne negli anni ’30 del secolo scorso, vicino per età al loro spirito stravecchio. Ha capito al volo le mie perplessità.

Un altro assaggio l’abbiamo fatto aggirandoci per le vigne di Bouteville, nell’angolo migliore della Grande Champagne. Il vignaiolo, monsieur Giraud, non è uno sprovveduto – in famiglia fanno spiriti giusto da qualche secolo – ed il suo distillato ha tutti i crismi di un cognac comme il faut, in certe espressioni delicato e suadente, in certe altre fiero e maestoso. Il consueto assaggio della gamma, partendo dall’acquavite più giovane, fino ad un senatoriale Très Rare di una buona cinquantina d’anni, aperto apposta per noi, ha fiaccato la resistenza dell’amico whiskofilo ad ammettere che il cognac è il re degli spiriti. Sotto il mio sguardo sornione; perché sapevo per certo che avrebbe piegato il ginocchio davanti a Sua Maestà.

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Cognac Paul Giraud Très Rare

Per consolarlo, da mixologo che è, ci siamo spostati: era opportuno un giro al banco dei pisco, nobili acquaviti sudamericane, anche loro di vino, ma non invecchiate. Velier ha offerto in degustazione le sue Case, una più modaiola e super-premium, l’altra più tradizionale. I barman conoscono il pisco come base fruttata per numerosi cocktail, ma il divertimento è berlo da solo. Il pisco è tuttavia pericolosissimo: è talmente gustoso che andrà giù a bicchierate come fosse una bibita, e vi taglierà le gambe in men che non si dica, con il suo vispo alcool. Attenti al fegato!

Le versioni tradizionali di questa acquavite distillata una sola volta come la grappa sono ben quattro: Puro, da uve non aromatiche (di solito Quebranta), Puro da uve aromatiche (di solito Italia), Acholado, un blend tra le due precedenti, e Mosto Verde, da mosti parzialmente fermentati. Tutte le versioni sono particolarmente interessanti e tremendamente piacevoli, se ben fatte. Il pisco è un mondo affascinante, che merita di essere scoperto. Una volta provato, non vorrete bere più null’altro, se i vostri spiriti preferiti sono quelli bianchi.

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Luca Gargano mentre tiene una masterclass sui rum durante Velier Live 2017.

Abbiamo concluso la gita tra i brandy con l’armagnac. Brandy difficile, questo, al polo opposto del pisco. Se riuscite a farvelo piacere, vuol dire che avete già bevuto il mondo, ed ancora non siete soddisfatti: l’armagnac tradizionale, non quello venduto comunemente, è una vera conquista per l’amatore di distillati, per la sua concentrazione aromatica. In comune con il pisco, è distillato una volta sola e senza venire diluito con acqua, il che ne fa un prodotto dalla forza esplosiva. Tracannarne un bicchierino d’un fiato è impresa che riesce solo ai guasconi.

La sagra dell’azienda genovese offriva le due linee importate, la prima di uno dei grandi négociants della regione, Castarède, e l’altra di un piccolo imbottigliatore indipendente, L’Encantada.

Castarède è il più antico commerciante di armagnac della regione, e possiede anche una tenuta, lo Chateau de Maniban a Mauléon d’Armagnac. La grande azienda offre una gamma ampia di prodotti corretti, ma come sempre la quantità va a scapito della qualità. È un parallelo perfetto con le maison di cognac: il distillato guascone di queste Case commerciali si trova facilmente nei bar e nelle enoteche, ma al prezzo di un prodotto diventato anonimo nel gusto.

Quando un tempo mi confrontavo con bottiglie simili, il mio giudizio sull’armagnac era sempre negativo: gli preferivo senza appello il cugino cognac. Ma era un giudizio viziato dall’ignoranza. L’armagnac delle Maison commerciali, a differenza di quello dei piccoli, è un blend di svariate provenienze, anche quando è d’annata, e sempre diluito con acqua a 40° o appena oltre. Va bene se siete digiuni di armagnac, se lo miscelate, se cercate la facilità di beva. Ma se veramente amate lo spirito di vino, volgerete lo sguardo altrove.

Verso L’Encantada, per esempio: sulle orme del celeberrimo Darroze, pioniere e divulgatore de «le vrai armagnac» nel mondo, questa aziendina fatta da giovani entusiasti vi offre alcune bottiglie che vi faranno capire cos’è davvero lo spirito di d’Artagnan. Anche qui trovate qualche blend, più avvicinabile ed immediato, ma il divertimento è nei loro millesimati. Come da tradizione, recanti il nome del Domaine di provenienza, e a grado pieno. Ne comprendete i caratteri differenti quando li si assaggia di seguito: un’esperienza che giova enormemente ai neofiti. Chi di portamento fiero, chi più compagnone, tutti i loro millesimi raccontano bene la personalità dello spirito guascone. Il più intrigante? Il loro armagnac Ténarèze, secondo cru. Secondo a chi?

Nel seguito della giornata mi sono dato da fare ad avvicinare ai banchi delle eaux de vie de vin altre persone, ragazzi, bartender, gente del rum e del whisky. E in tutti mi sono divertito enormemente a fissarne il viso mentre scoprivano, quasi sempre per la prima volta, queste acquaviti profonde. Già ai primi sorsi restavano stupiti, affascinati dal loro spessore, e dal racconto che il bicchiere sussurrava al loro naso. Quando poi il produttore offriva loro un dito delle espressioni più complesse, che fosse un armagnac di 30 anni, od un cognac di 40 o 50, eccoli tutti ammutoliti, inermi, incapaci di reagire. E tutto ciò che avevano bevuto prima per anni diventava di colpo uno scherzo, una presa in giro.

Sua Maestà il cognac ha conferito a questi bevitori il cavalleresco tocco di spada: allo stesso modo dell’iniziazione degli scudieri medievali, chi assaggia il vero spirito di-vino si fa adulto nel bicchiere, e non tornerà più indietro. Fare loro da padrino è stato un piacere.

jollyboys@velier

La band mento giamaicana dei Jolly Boys ha concluso la giornata di festa

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