Archive for the 'curiosità' Category



09
Feb
13

Il Pineau des Charentes – un mosto fortificato dal cognac

Nella regione delle due Charentes non si produce solo cognac: esiste un altro prodotto dell’uva, benché quasi sconosciuto in Italia, che prende il nome di Pineau (des Charentes): in pratica si tratta di una mistella come è chiamata anche da noi, cioè di un mosto di cui viene bloccata la fermentazione con l’aggiunta di alcool. Un esempio consimile viene dalla Normandia, dove si impiegano le mele, ed il calvados come alcool, per ottenere il Pommeau, un altro dalla Guascogna, con il Floc de Gascogne, sempre a base di mosto, e di armagnac stavolta.

Pineau bianco - ditta Bureau - Montils (Ch. Maritime)

Pineau bianco – ditta Bureau – Montils (Ch. Maritime)

L’uso del pineau è noto in tutta la regione di produzione del cognac come aperitivo, che si serve fresco, particolarmente in estate. Si trova prevalentemente nella Charente Maritime.

Ne esistono due qualità, bianco, da uve bianche per cognac, e rosato, da Merlot e dai Cabernet. Il mosto deve provenire da uve coltivate nelle due Charentes, e la fermentazione viene bloccata con l’aggiunta di cognac a 60° quando il mosto raggiunge 10 gradi alcolici. Se ne ricava un mosto fortificato che ha un titolo alcolico compreso tra 16 e 22 gradi.

L’origine di questo prodotto contadino si perde nel tempo, frutto di errori casuali, come il versar mosto in una botte di cognac creduta vuota, oppure volutamente, non si sa. Ma certo è che fosse già conosciuto e apprezzato alla corte del re Luigi Filippo negli anni ’30 del 1800.

Come si fabbrica nel dettaglio? Il mosto, rosé o bianco, viene lasciato brevemente fermentare, dopodiché viene aggiunta una parte di cognac giovane ogni 4 parti di mosto, che lo spegne. Infine il prodotto viene travasato in una barrique che ha contenuto del cognac, e lasciato invecchiare almeno un anno.

Naturalmente esistono Pineau che maturano anche fino a 10 anni in botte, acquisendo, se rosati, tonalità ambrate ed una notevole finezza e profondità grazie al prolungato contatto col legno.

Le denominazioni quindi divengono Vieux Pineau dopo 5 anni di botte, e Très Vieux Pineau dopo 10 anni. Si invecchia anche oltre, talvolta.

La sua produzione è permessa ai viticoltori-distillatori di cognac (boilleurs de cru), alle cooperative, e sola eccezione tra i commercianti, alla maison Camus, con l’obbligo per tutti di usare esclusivamente le uve coltivate in proprio. Lo stato francese accorda tutela a questo prodotto con una denominazione d’origine (AOC) fin dal lontano 1935.

Pineau rosé invecchiato 7 anni (Vieux) - Chateau de Montifaud - Jarnac-Charente (Ch. Maritime)

Pineau rosé invecchiato 7 anni (Vieux) – Chateau de Montifaud – Jarnac-Charente (Ch. Maritime)

Il Pineau, per tradizione un prodotto contadino, ha avuto un discreto sviluppo commerciale nelle regioni più esterne dell’appellation da quando verso la metà del 1970 in queste aree si è abbandonata la lavorazione del vino da cognac: oggi questo aperitivo rende ancora interessante la coltura della vite nei petits crusBons Bois e Bois Ordinaires soprattutto,e viene largamente apprezzato dal vivace turismo che raggiunge le coste dell’Oceano d’estate, dando sostegno alle piccole aziende agricole che lo producono.

Il Pineau ha note dolci tipiche dei mosti, ma con una vena acidula, e un corpo figlio del cognac che contiene; l’invecchiamento poi dona vene speziate e legnose grazie al lungo contatto con la botte, facendo ricordare un vecchio porto, seppure restando una bevanda leggera e facile più di un vino fortificato. Provatelo, se lo trovate.

© 2013 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

08
Nov
12

Cognac – curiosità – la Torula, il fungo alcolista

L’aspetto nerastro e dimesso degli edifici della città di Cognac e della sua provincia cela un mistero: cos’è che annerisce i muri dietro cui si produce il cognac? Inutile imbiancarli, dopo un paio d’anni tutto sarà di nuovo nero o grigio. Per secoli si è pensato che si trattasse di un deposito carbonioso rilasciato dall’evaporazione del distillato dalle botti, ma non era così.

L’elegante porta di un chai a Cognac, vistosamente annerita dal fungo alcolista.
© http://www.thomasmoore.it (per gentile concessione)

Il salnitro e l’umidità degli chais forniscono un ambiente ideale per la proliferazione di un fungo, che è stato riconosciuto alla fine del 1800 da un esperto micologo francese, tale Richon, e allora battezzato Torula Compniacensis Richon; oggi ha preso il nome di Baudoinia Compniacensis dal nome di un farmacista (ebbene sì, ancora noi) che primo tra tutti ne aveva sospettato la natura di essere vivente; la sua particolarità è di vivere in ambienti ricchi di vapori alcolici, di cui si nutre allegramente. È pertanto un funghetto ubriacone, che cresce tanto meglio quanto più l’edificio è saturo di vapori di cognac (ma non solo, ne è stata scoperta anche una variante a whisky, e altri parenti che abitano le panetterie, poiché anche il pane lievitando produce vapori alcolici!). Se pensate che ogni anno dalle botti di cognac in maturazione evapora l’equivalente di qualche decina di milioni di bottiglie, capite quanto questa bizzarra creatura sia assetata, e ben nutrita.

Una distilleria di whiskey nel Kentucky – USA. Si noti la base degli edifici estremamente annerita ed il tetto di destra ricoperto dalla Torula.

Grazie a questa proprietà singolare i muri e le tegole di un deposito di cognac sono infallibilmente segnalati dalla presenza del fungo nero, che ricopre tutto quanto facendone rivelare il contenuto. Ne sono nati aneddoti curiosi, tra i quali la tradizione del fidanzato che, per capire quanto fosse benestante la futura sposa, cercava di spiare il tetto della sua abitazione da un punto elevato: quanto più nere le tegole, tanto più cognac nascondeva la casa. Lo stesso fungo, purtroppo è un ottimo alleato anche del fisco francese: quando dopo la seconda guerra mondiale si è proceduto al censimento delle partite di cognac, gli ispettori delle dogane hanno pensato ben a ragione di sorvolare l’intero dipartimento delle due Charentes con piccoli aerei, e fotografare i tetti. Ogni deposito non dichiarato, malauguratamente segnalato dal fungo traditore, è stato scoperto dall’alto e poi verificato e tassato.

© 2012 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

18
Ott
12

Curiosità – un cognac cocktail da Guinness dei Primati

Il cognac può essere protagonista di storie singolari. Sentite questa: è da Guinness dei Primati.

Tutto è nato dal desiderio di creare un bizzarro record, quello di cocktail più antico del mondo; l’intento è riuscito, battendo tra l’altro un altro record, quello del cocktail più costoso del mondo, che manco a dirlo, era roba da sceicchi: infatti finora è stato detenuto dal mix con il curioso nome di 27.321, dal suo prezzo in dirham, circa 5.670 euro, servito nel prestigioso Skyview bar del Burj Al Arab Hotel a Dubai.

Il detentore del record è un personaggio ben noto nel mondo del cognac, e un’autorità indiscussa in fatto di cognac d’epoca. Non ci crederete, ma è un barman italiano naturalizzato inglese, Salvatore Calabrese, nativo della costiera Amalfitana, che opera a Londra. Negli anni la sua fulgida carriera l’ha portato a dirigere bar di prestigiosi hotel londinesi, di esclusivi club privati, fino a possedere un proprio elegante bar, in cui custodisce una importante collezione di cognac antichi, e forse una delle poche al mondo in degustazione, ovviamente per gli appassionati, o più probabilmente solo per i facoltosi happy few.

La passione del Maestro Calabrese, grazie alle opportunità ed alle conoscenze sviluppate in questi ambienti frequentati dal bel mondo londinese, ha potuto elevarsi a livelli che difficilmente sarebbero concessi anche a un ricco collezionista. Il suo merito maggiore non è tuttavia di farne raccolta, ma di offrire l’opportunità di godere di bottiglie che altrimenti sarebbero destinate al mercato antiquario. Ciò che appare al collezionista un sacrilegio, aprire un’antica bottiglia per la degustazione, è, dal punto di vista dell’appassionato di cognac d’epoca un dono insperato, anche se il più delle volte inavvicinabile, per il costo folle del bicchiere.

Vieux Cognac ‘Clos du Griffier’ 1788.
All’ asta della cantina della Tour d’Argent di Parigi tenuta il 7 dic. 2009, la bottiglia, quotata 2500 euro, è stata ceduta per 25.000; al mondo ne esiste qualche esemplare.

Tornando ai cocktail, per cui tra l’altro Salvatore Calabrese è altrettanto celebre, oltre che essere scrittore in materia e conduttore televisivo noto in Inghilterra, il Maestro ha voluto tentare di creare una miscela esclusiva e raffinata da record del mondo. Dove partire quindi se non dalla sua meravigliosa collezione di distillati d’epoca, e dalla sua lunga esperienza di barman di alta scuola? Ovviamente, il protagonista è un cognac, il più antico esistente in circolazione oggi.

Il Maestro Calabrese nell’atto di servire il cocktail che oggi 18 ottobre 2012 ha conquistato il Guinness dei Primati come mix più antico (e costoso) del mondo.

Eccolo quindi l’11 ottobre scorso presentare nel suo bar, il Salvatore’s all’interno dell’esclusivo Playboy Club, il suo top cocktail, chiamato ʹSalvatore’s legacyʹ (l’eredità di Salvatore), da alcune bottiglie della sua collezione. La ricetta si compone principalmente di ingredienti precedenti alla Rivoluzione Francese… pensate un po’! Eccola:

  • 40 ml di Vieux Cognac Clos du Griffier 1788
  • 20 ml di kümmel (distillato di cumino) da una bottiglia del 1770
  • 20 ml di Curaçao Orange Dubb del 1860
  • Qualche spruzzo di Angostura del 1915

Il tutto ne fa un cocktail “antiquario” dall’iperbolico prezzo di 6770 euro (5500 sterline) a porzione. Con buon senso, si deve intendere questa creazione del Maestro Calabrese un esercizio di stile ed un capriccio d’autore, prima ancora che una bevanda degna di qualche folle Trimalcione moderno.

Oggi 18 ottobre, il record (cocktail più antico del mondo) è stato ufficialmente omologato dal Guinness dei Primati, e Salvatore Calabrese può entrare nella leggenda a buon diritto. La creatività italiana si fa sempre strada nel mondo.

Complimenti Maestro!

Fonte: dailymail.co.uk

24
Giu
12

Il cognac dell’Uruguay

Ebbene sì, anche nel Nuovo Mondo si fa il cognac!

È una storia curiosa, e dai contorni incerti, poiché non ci sono notizie affidabili, ma ve la racconto lo stesso.

Tutto nasce nel 1946, quando il prospero Uruguay doveva vedersi restituito dalla Francia, distrutta dalla guerra, un prestito di carni e materie prime fatto in anni difficili: ma di franchi ce n’erano pochini, così lo Stato francese offrì una compensazione in natura, facendo costruire una distilleria e piantare dei vigneti da cognac in una vasta tenuta statale (900 ettari) dell’Uruguay, e cosa più importante, concedendo a quel Paese l’uso della denominazione Cognac: per cui fino ad oggi si tratta dell’unico caso fuori dalla Francia in cui è permesso distillare vero cognac, peraltro secondo le regole tradizionali della Charente. Sembra però che la Comunità Europea (ovviamente su pressioni francesi) abbia revocato questo diritto a far tempo dal 2015.

Bottiglia di cognac Juanico uruguayo
ditta CABA S.A. – Montevideo

L’azienda si chiamava Establecimiento Juanicò, e dal 1946 fino al 1979 era una tenuta statale che produceva cognac con i metodi insegnati dai francesi, il cui principale mercato era il Sud America. Tuttavia negli accordi era permesso anche esportare in Europa il loro prodotto. A quell’epoca il consumo di cognac era vivace anche in America del Sud, ora è il turno della Cina e del sud-est asiatico.

Non ci sono che scarse informazioni sul cognac fabbricato in Uruguay, ma pare che venga tuttora prodotto in qualità VS e VSOP dalla ditta CABA S.A. di Montevideo www.caba.com.uy/htm/juanico.htm, filiale del gruppo petrolchimico ANCAP, in poche migliaia di bottiglie per anno; nemmeno si sa dove venga ancora distillato, poiché l’azienda e la distilleria originali sono state nel frattempo privatizzate.

La tenuta Juanicò, ora in possesso della famiglia Deicas, http://juanico.com/?lang=en è tra i più importanti produttori ed esportatori di vino dell’Uruguay, ma non produce più distillati, soltanto vino nello stile francese, poiché i vigneti di Ugni Blanc sono stati sostituiti da varietà a bacca rossa, Cabernet Sauvignon, Tannat, Shiraz e Pinot nero, tra i principali.

12
Giu
12

Lo scalda cognac – un arnese diabolico e inutile

Uno scalda cognac

Sfatiamo un altro mito: se amate il cognac, o se vi state avvicinando ad esso, e aprendo la credenza vi trovate davanti un arnese simile, buttatelo o vendetelo immediatamente, assieme ai bicchieri a ballon! Non farete che bene.

Una volta era di moda, forse più per snobismo o per averlo visto in qualche film, che per reale necessità; per intiepidire il vostro distillato vi basta la mano (i francesi dicono humaniser le cognac).

Lo scalda cognac è nemico del prodotto che è nato per ospitare. Il riscaldamento aumenta la quantità di alcool che evapora, con l’effetto di annebbiarvi le mucose nasali, e per di più disperde o peggio cuoce gli aromi più sottili e fini che il vostro distillato contiene.

Senza contare il rischio di avere una fiamma libera in vicinanza di un liquido infiammabile, e il puzzo dell’alcol denaturato che brucia.

Ogni vostro piacere evaporerà insieme al vostro pregiato cognac.

Non fate questo passo falso!

09
Mar
12

Cognac – curiosità – la collezione Van der Bunt

Tra le tante forme di collezionismo, esiste anche quella di vini e spiriti: diciamo subito che non sono assolutamente d’accordo, restando convinto che beni come il vino e gli alcolici sono da godere e consumare per la propria soddisfazione e non da accumulare come oggetti da collezione solo per l’etichetta che portano: detesto le aberranti aste in cui i più bei nomi del patrimonio enologico mondiale sono trattati come quadri e gioielli, anche se ormai il contenuto è inacidito , evaporato o cassé. Gli spiriti se la passano un po’ meglio a longevità, per fortuna, ma non mi sento di incoraggiare queste raccolte al limite del necrofilo, se non per il possibile interesse museale che suscitano.

Tra questi maniaci, o forse inconsapevolmente storici dei distillati, si distingue un ricco editore olandese, Bay van der Bunt, il quale ha cominciato a collezionare da ragazzo eccezionali e rare bottiglie di cognac ed altri spiriti, ed a febbraio ha offerto in vendita in blocco la sua raccolta per la non modica cifra di 6 milioni di euro.

Tutto è cominciato con il padre, a sua volta erede di un nutrito patrimonio di bottiglie rare, impossibilitato da una malattia a bere più alcolici, alquanto pregiate se il figlio confessa che egli potrebbe essersi gustato l’equivalente di quattro o addirittura cinque Rolls-Royce, passate quindi a lui, il quale invece di aprirle ha iniziato un’opera di metodico accrescimento attraverso aste e acquisti da privati.

Questo elegante signore sessantatreenne di Breda (NL) si è così appassionato al genere da possedere oggi la più grande collezione al mondo di alcolici “storici”, con migliaia di bottiglie rare e rarissime anche pluricentenarie, in maggioranza di cognac, oltre a porto, whisky ed armagnac antichi. Il valore è probabilmente incalcolabile, in quanto molte di queste sono ormai pezzi unici, e farebbero la gioia dei battitori di aste, potendo raggiungere fino al centinaio di migliaia di euro per una; ma il collezionista ha giustamente desiderio di cedere la sua collezione in forma completa.

La raccolta è custodita nella sua casa, in quello che una volta era una stalla, trasformata in una biblioteca alcolica, dove ogni scaffale accoglie dozzine di polverose e pregiatissime bottiglie, frutto di un’appassionata ricerca e investimento durata 40 anni: 5000 circa sono i pezzi che occhieggiano dalle arcate delle scaffalature, dal tardo ‘700 agli anni ’70 del secolo scorso.

Raccolta favorita anche dal mestiere, che portò questo signore a Parigi per occuparsi di antiquariato: egli ritirava mobilio da appartamenti e cantine, ma la gente non si interessava alle vecchie bottiglie di liquori, che lui conservava; solo il vino riusciva ad avere mercato nelle aste negli anni fino al ‘90. E così giorno dopo giorno van der Bunt accresceva la sua collezione, nata da un hobby ereditato per caso.

Oggi tra i tesori che egli custodisce si annoverano esemplari rarissimi, come un jeroboam (6 litri) di cognac del 1795 della casa Brugerolle, che si pensa abbia viaggiato a seguito dell’armata napoleonica. Pare sia l’unica bottiglia di quel formato ancora esistente al mondo, stimata oltre 130000 euro; ottimo investimento, visto che van der Bunt l’aveva acquistata da un collezionista americano per 24000 euro nel 1990.

Altre rarità assolute: da una Casa produttrice di cognac di estremo prestigio ancora esistente a Jarnac, la AE Dor, una bottiglia chiamata “Soleil d’Austerlitz” 1805, di cui ne esistono tre esemplari al mondo, una per il produttore, e due donate al presidente Mitterrand, nativo anch’esso di Jarnac: una è stata comprata da questo vorace collezionista; è stimata € 18000. E poi, bottiglie provenienti dalle cantine dei migliori ristoranti di Parigi, per esempio Maxim’s, e La Tour d’Argent, e perfino dalla casa del duca di Windsor in città. Non mancano le annate napoleoniche, 1796, e rivoluzionarie, 1789, per tacere di intere serie storiche di annate ancora della casa AE Dor tutte ottocentesche e pre-fillossera.

Curiosamente il collezionista non ne ha aperte che alcune dozzine per assaggiarne il contenuto, più per farsi una cultura che non per il godimento gastronomico, confessando di essere astemio. In ogni caso, pur riconoscendo che la spesa è stata immensa, si dice certo che sia il migliore investimento da lui mai fatto. Nel venderle si augura che la sua passione sia raccolta da un altro appassionato, anche se teme con orrore che qualcuno, russo o cinese probabilmente, possa comprare il suo tesoro per berselo. Sarebbe un folle capriccio, visto il valore non solo economico della raccolta.

La notizia fa il paio con quella del più grande esperto di whisky italiano e uno dei massimi esistenti, il milanese Giorgio d’Ambrosio, conosciuto nel giro degli appassionati e titolare del bar Metrò di piazza de Angeli, che ha ceduto in blocco la sua, una delle più grandi e pregiate collezioni di whisky al mondo, circa 13000 bottiglie, ad un altro collezionista italiano a febbraio del 2012 per una cifra non rivelata, probabilmente anch’essa milionaria.

24
Feb
12

Un cognac… centenario! Martell Cordon Bleu

Quest’anno ricorre il centenario per il più celebre cognac di qualità superiore: nel 1912 infatti la maison Martell creava il Cordon Bleu, uno dei primi cognac upmarket di largo consumo, rivolto ad una clientela esigente.

Il suo creatore, Edouard Martell, rivelando un acuto senso del marketing, che costituirà poi molto del lavoro delle Quattro Grandi case che sono leader del mercato (le altre tre, Courvoisier, Hennessy e Remy Martin), aveva già bene in mente il cliente tipo per questo cognac sopra la media: conoscitore e benestante. Infatti il battesimo di questo celebre blend, conosciuto e giustamente apprezzato dagli amatori di cognac in tutto il mondo, è stato tenuto all’altrettanto celebre Hotel de Paris a Montecarlo due anni dopo la nascita. La celebrazione del centenario, tra Monaco e Singapore, mostrerà di cosa è capace il marketing di una grande Casa del cognac.

I festeggiamenti all’ Hotel de Paris a Monaco per il centenario del Cordon Bleu Martell

È notevole il fatto che pur dopo un secolo, la bottiglia di questo cognac abbia ancora la forma originale, e che il blend mantenga il nome e le caratteristiche che l’hanno reso famoso. Nessun alcolico di larga diffusione può vantare questo invidiabile primato di longevità.

Punto di forza del Cordon Bleu è la sua composizione, in cui le acquaviti provenienti dalle Borderies sono le più rappresentate. La casa Martell acquista e distilla una parte importante del suo cognac da questo cru, e ne va giustamente orgogliosa. I cognac delle Borderies hanno la piacevole caratteristica di formare delle acquaviti di buona struttura e altrettanto buona delicatezza, in una parola complete.

In questo blend, composto da ben più di un centinaio di cognac di origini diverse, e dall’età media di 20-25 anni, si rivela un buon equilibrio tra le note fruttate e gli aromi del legno; il risultato è un cognac armonioso e rotondo, di buon corpo ma facile, che mette d’accordo quasi tutti. È raro trovare a chi non piaccia; per me, come credo per parecchi conoscitori, è stato il primo cognac importante, e porta di ingresso in un mondo che da più di 25 anni non smette di appassionarmi; ancora oggi tengo il Cordon Bleu tra le mie bottiglie, e ne bevo sempre volentieri.

La bottiglia di Cordon Bleu Martell per l’edizione del centenario della sua creazione

In tanti anni questo cognac è stato protagonista di eventi più o meno importanti della storia, come essere servito durante la stesura del Trattato di Versailles nel 1920, nella crociera inaugurale del transatlantico inglese Queen Mary nel 1936, che conquisterà poi il prestigioso trofeo navale di velocità, il Nastro Azzurro (Cordon Bleu, appunto!), prima detenuto dall’italiano Rex, e molti anni dopo nei viaggi del Concorde da Parigi a New York, o nel ristorante del rinato e fascinoso treno Orient Express; insomma sempre presente in un mondo lussuoso e dorato.

Oggi viene riproposto in un’edizione limitata per il centenario, con un prezzo non proprio abbordabile da oltre mille fino a quasi quattromila dollari per bottiglia (creata da Boucheron), ed una più popolare con il sigillo del centenario. Potenza (e follia) del marketing!

14
Feb
12

Cognac – curiosità – il cognac armeno

Verso la fine del 1800 in Armenia si è cominciato a produrre un brandy con caratteristiche analoghe al cognac.

Questo prodotto, nato nella terra di Noè, e cresciuto grazie ad un industriale russo amante del cognac, tale Shustov, che sviluppò nella capitale Yerevan uno stabilimento con criteri moderni, ha saputo da subito conquistare il mondo: apprezzato e premiato all’esposizione universale di Parigi del 1900, i francesi gli concessero perfino l’uso della denominazione cognac, invero non ancora protetta.

Di fatto, in quell’epoca qualunque brandy si distillasse nel mondo si appropriava del nome del brandy più famoso, senza averne le qualità. Poi la Francia cominciò a stipulare convenzioni con sempre più paesi per tutelare il buon nome del cognac dalle imitazioni. In Italia, fino al 1946 era legale usare questa denominazione, e la concorrenza fatta ai francesi era tale da impensierirli, se non per la qualità, almeno per i prezzi e le esportazioni abbondanti.

L’Armenia, anche per i motivi legati alla “guerra fredda”, spadroneggiò nell’assetato mercato russo, fornendo un prodotto di indubbia qualità e tuttora rinomato, che fino al crollo dell’URSS veniva chiamato armjanskij konjak, e contava già nei primi anni del 1900 per circa la metà delle vendite di brandy dell’impero russo.

La fabbrica di brandy armeno “Ararat” a Yerevan

La leggenda vuole che Winston Churchill, gran bevitore di cognac, venisse stregato durante la conferenza di Yalta da Stalin a suon di bottiglie di ottimo cognac armeno, e che la divisione dell’Europa sia avvenuta tra queste ebbrezze alcoliche. Di fatto, ogni anno lo statista inglese riceveva in regalo parecchie casse di brandy di 10 anni dal dittatore sovietico. Amicizia? Riconoscenza?

Il brandy armeno deve il suo gusto caldo, vellutato, ed il suo bouquet ricco ed armonioso a diversi fattori. In primo luogo, ai terreni ed al clima caldo, secco e adatto alla vigna delle valli del Paese. In secondo luogo, alla tradizione ed alla tecnica ormai consolidata nella distillazione. L’uso di acqua di sorgente di montagna per la diluizione del brandy apporta un’ulteriore nota di pregio.

Dopo la caduta dell’impero sovietico e la nascita dello Stato armeno, l’azienda di Shustov, chiamata Ararat, che troneggia sulla capitale da una collina tanto da sembrare un castello, da statale fu privatizzata, ed ora, ironia della sorte, è proprietà della multinazionale francese Pernod-Ricard che possiede anche la blasonata casa di cognac Martell. Sono nate nel frattempo altre aziende, ma la Ararat ha in pugno il mercato.

Bicchieri di brandy armeno Ararat – CC license – author: Veni Markovski

Del brandy armeno se ne producono diverse tipologie, ricalcando i tipi francesi; dal giovane tre stelle fino ad un massimo invecchiamento di 20 anni. I marchi più famosi prendono il nome da leggende e luoghi del folclore armeno. I prezzi sono in linea con il cognac, partendo da circa 15 euro per 0,7 litri di tre stelle, fino a circa 100 euro per una bottiglia di stravecchio. Si trova ormai anche dalle nostre parti, ma è più comunemente venduto nei Paesi dell’ex blocco comunista.

 

PS: mi è capitata l’occasione di assaggiarne un bicchiere, di un marca diversa da quella più celebre. La qualità era VSOP a 42°, con invecchiamento dichiarato di 5 anni: indubbiamente si tratta di un brandy di qualità superiore, e in questo non assomiglia né agli spagnoli né agli italiani, più rustici; vi ho trovato più corpo, intensamente vinoso, un poco alcolico ma non spiacevole, e se si vuole sottolinearne un difetto, c’è un eccesso di zucchero aggiunto, comune anche a parecchi cognac commerciali. Ma nel complesso è un brandy piacevolissimo e morbido: pur essendo privo della finezza aromatica del cognac non ci si stancherebbe di berlo. Bravi, questi armeni!

© 2012 il farmacista goloso  (riproduzione riservata)

22
Gen
12

il cognac di Edgar Allan Poe

Per circa 70 anni, e fino a tre anni fa ogni 19 gennaio, puntuale nella gelida notte di Baltimora, nel cimitero della Chiesa Presbiteriana che ospita la

L'omaggio del "Poe toaster" nel 2008

tomba di Edgar Allan Poe, un misterioso uomo in mantello, sciarpa bianca, cilindro di feltro e bastone deponeva tre rose rosse ed una bottiglia di cognac aperta, dopo aver brindato in onore dello scrittore.

I fan dell’avvenimento, nascosti tra il giardino del cimitero e sulla torre della chiesa anche quest’anno sono andati delusi: per la terza volta consecutiva nessuno si è più presentato all’appuntamento nel compleanno del celeberrimo romanziere americano.

Non si sa perché il misterioso uomo in panni ottocenteschi deponesse i fiori, solo che una rosa era in suo omaggio, l’altra per la moglie, e la terza per la suocera, uniti in comune sepoltura. Il cognac, probabilmente per riscaldarsi compiendo la visita.

La romantica tradizione dell’omaggio alla tomba, ormai conosciuta da lunga data negli Stati Uniti si è così definitivamente interrotta allo scoccare del 200° anniversario della sua nascita, non lasciando diradare l’enigma su chi fosse il “Poe toaster” ed il perchè del gesto, come avrebbe amato lo scrittore “gotico” di morti e di misteri.




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