Archivio per novembre 2020

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Per il bicentenario di Buton, Vecchia Romagna lancia una Riserva Anniversario extralusso

Sono passati duecento anni esatti, da quando Jean Bouton, un distillatore proveniente dalla provincia di Cognac, si è stabilito a Bologna. Trasformato il suo nome all’italiana, si diede al commercio di vini francesi ed alla fabbricazione dei liquori, all’epoca assai più alla moda e bevuti che i distillati, e fondò nel 1830, in società con un pasticcere bolognese, la Gio. Buton & C., la prima distilleria a vapore d’Italia.

L’azienda crebbe florida, con i suoi mille liquori, il più famoso dei quali fu la Coca Buton, di grandissima moda sul volgere del secolo decimo nono, assieme al vino cocato, che impazzava tra teste coronate, papi e high – society. Ma Buton non ebbe successori, finendo per lasciare l’azienda al socio, il cui figlio la rese ancora più rinomata. Il cognac Buton rimase tra le specialità della ditta, ben richiesto dalla clientela.

Quando la Buton passò per matrimonio dell’ultima erede nelle mani dei marchesi Sassoli de’ Bianchi, al cognac venne dato, per felice intuizione di uno dei proprietari, un marchio distintivo ed un contenitore triangolare immediatamente riconoscibile, diventando la Vecchia Romagna che tutti conoscono ancor’oggi. Era il 1939.

La ditta tra alterne fortune non smise mai di produrla, nemmeno con la grande crisi degli anni Ottanta del Novecento. Ma i proprietari, seguendo una tendenza inesorabile per tutti i marchi storici della liquoreria italiana, nel 1993 cedettero la Buton per 86 miliardi di lire di allora alla multinazionale Diageo, la quale a sua volta la rivendette pochi anni dopo al gruppo alimentare e liquoristico Montenegro, che fece così tornare l’azienda a casa, a Bologna.

La Montenegro continua la produzione della Vecchia Romagna, che rimane il brandy più venduto in Italia, seppure bevuto tal quale sia diventato un consumo sempre più marginale; non la aiuta il fatto di essere un brandy di livello base, e quindi con caratteristiche poco attraenti per i bevitori di pretesa.

Ma l’anniversario era una buona occasione per far ricordare la storia del primo distillatore di brandy italiano, e dare una lustrata d’immagine ad un marchio che, nel bene o nel male, ha fatto la storia del brandy di casa nostra.

Ecco quindi Montenegro presentarci una celebrativa Riserva Anniversario, una Vecchia Romagna che mette il vestito della festa più grande, e sfodera un blend di elevato invecchiamento. I suoi cinque componenti sono stati in botte da 23 a 67 anni; la loro unione fornisce un distillato di grande struttura, in grado di competere con le bottiglie di fascia extralusso francesi.

Grazie all’invito alla presentazione, si è potuto assaggiare questo assemblaggio celebrativo: è indubbiamente un brandy profondo, dal naso charmant, profumato di frutta appassita, e di note speziate e legnose. L’assaggio rivela ancora meglio la profondità e la struttura del brandy, in cui ritornano le note olfattive: spezie e aromi di legno si fondono con un bel rancio. Il retrogusto è persistente, grazie al notevole invecchiamento del blend, e chiude con una nota legnosa amarognola.

La Riserva Anniversario sfoggia un elegante cofanetto in pelle pregiata, ed una bottiglia della celebre vetreria Salviati di Murano, con un design che ricorda nel lusso l’inconfondibile bottiglia triangolare originale. Tutto il buon gusto italiano è distillato in quest’esemplare d’occasione in 200 bottiglie, che si pone in concorrenza con le splendide caraffe dei cognac della fascia luxury. Anche il prezzo è splendido.

La Riserva Anniversario di Vecchia Romagna è orgogliosa di mostrare al mondo il valore del brandy italiano dalla lunga maturazione: purtroppo nessuna azienda ha creduto veramente nelle acquaviti invecchiate, limitandosi ad una produzione di brandy di grande volume e di modesta qualità; con l’eccezione di qualche appassionato artigiano, nel Bel Paese non esiste nulla di paragonabile all’industria del brandy spagnolo, per tacere dei francesi. Eppure avremmo potuto…

© 2020 il farmacista goloso  (riproduzione riservata)

01
Nov
20

La microdistillazione italiana è in movimento.

Martin Aurich, uno dei relatori, con alcuni colleghi – da https://www.distillatoriartigianali.it/

Da anni ci siamo abituati ad osservare il movimento della microdistillazione in America ed in Europa con una certa invidia, lamentando l’inconsistenza della scena italiana.

Si sa, gli ostacoli sono sempre i soliti: la burocrazia indecifrabile, le leggi adatte a produttori con impianti di raffinazione in stile venezuelano, le banche avare di capitali e di fiducia nell’impresa, eccetera.

Ma i tempi sono maturi, e l’onda della distillazione artigianale è pronta a travolgere anche l’Italia, seppure con qualche ritardo.

Stiamo assistendo ultimamente al fiorire di alcune realtà germinali, di pionieri che anticipano la tendenza. Come è stato per i birrifici artigianali, da alcune timide ma ferratissime aziendine è nato un movimento che conta oggi oltre mille microbirrifici dalla spiccata creatività. Sarà così anche per i distillati?

A connettere i punti ci hanno pensato il noto gastronomo e divulgatore Claudio Riva, ed il suo socio, lo scrittore Davide Terziotti, fondatori di Whisky Club Italia e del portale Distillerie.it, che il 27 ottobre scorso hanno realizzato e reso disponibile in rete la prima conferenza italiana sulla distillazione artigianale, o meglio, microdistillazione.

Un evento lungo una giornata intera, ricchissimo di ospiti nostrani ed internazionali e di interventi altamente qualificati.

Tutto quanto per portare alla luce esperienze e realtà imprenditoriali dai due lati dell’oceano, e dotare gli interessati degli strumenti necessari a valutare ed intraprendere un percorso professionale promettente e tutto da inventare: l’Italia è infatti ancora un campo pressoché vergine, fatte salve le piccole avanguardie.

C’è spazio quindi per buttarsi e fare impresa, distillando la creatività made in Italy, assai apprezzata in tutto il mondo. Basti pensare al successo planetario degli amari, dei vermouth e dei fernet, per tacere dei liquori storici. Il gin italiano, per raccontarne una nuova, conta ormai qualcosa come cento marchi sparsi nella penisola, e non smette di crescere e di vendere.

La conferenza, nei suoi numerosi interventi ha trattato tutti gli aspetti della microdistillazione, dalle tecniche di produzione, alla ricerca e sviluppo, dalla distribuzione al packaging ed alla grafica, dal marketing alle importantissime visite in azienda, e molto altro, con l’apporto delle esperienze dei più qualificati relatori del campo.

L’evento è stato pensato per chi vuole avvicinarsi al settore in maniera professionale, ma anche per gli appassionati, che avranno modo di esplorare un mondo che all’estero è già in pieno fermento.

La conferenza sarà disponibile in modalità webinar anche in differita per chi non ha potuto assistervi il 27 ottobre.

La conferenza non è gratis, perché le competenze e lo sforzo organizzativo vanno ripagati, e potete credere che il lavoro dietro le quinte è stato imponente in termini di tempo e di mezzi. Ci sono diverse tipologie di accessi a tariffe diverse, secondo la profondità di apprendimento e l’interesse del pubblico, ed i servizi si potranno consultare per un anno intero.

Un’occasione imperdibile per chi vuole conoscere meglio questo artigianato dinamico e dalle prospettive brillanti, e per chi, soprattutto, coltiva già l’idea di fare, ma non ha ancora acquisito gli strumenti necessari. L’opportunità è qui da cogliere: craftdistilling.it

Noi, da umili bevitori, aspettiamo con pazienza i frutti del vostro sacro fuoco.

© 2020 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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