25
Apr
20

Un uomo, una storia, un cognac: André Bertandeau e la sua carità infinita

Il cognac riserva storie infinite.

Un giorno un produttore mi raccontò di aver comprato del cognac ad un’asta: è rarissimo che ciò accada, perché normalmente il distillato viene venduto a trattativa privata, dopo l’assaggio del campione, ed a prezzi regolamentati da una borsa merci locale; per i cognac più rari ed invecchiati, è uso invece che il prezzo non si discuta: si accetta la proposta, oppure la si rifiuta.

Cosa c’era di così insolito dietro questa vendita?

Una vicenda triste ed affascinante insieme: a tratti userò le parole di chi me l’ha raccontata.

«Dietro ogni cognac si trovano delle storie, degli incontri, delle emozioni. A volte c’è anche la Storia, quella con la maiuscola, che ci racconta da dove veniamo. Dalla Storia dobbiamo imparare, e fare in modo di non ripetere gli errori del passato. Dietro ogni cognac si trova il dovere di ricordare, di trasmettere, e di rispettare l’eredità materiale ed immateriale dei nostri avi».

André Bertandeau è il personaggio nascosto dietro il racconto di oggi. Un giovane agricoltore di Salignac-sur-Charente, che si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato. Nel giugno del 1943 André, come tanti altri giovani francesi, venne deportato in Germania per il “Service de Travail Obligatoire”, sistema col quale i tedeschi rimpiazzavano la forza lavoro mancante per la guerra prelevandola dalla Francia occupata. Ben 600.000 giovani francesi furono costretti a queste umilianti e dure corvée, tra il 1943 ed il 1945. Su quel maledetto treno per Parigi e poi per la Germania altri 28 compagni dei suoi paesi partirono con lui, e soltanto nove tornarono a casa.

bertandeau_sud_Ouest

André Bertandeau insignito di un’onorificenza – fonte: http://www.SudOuest.fr

André finì prima a Buchenwald e poi nel vicino Arbeitslager Dora, il famigerato campo di concentramento dove si lavorava con metodi indegni dell’essere umano scavando tunnel per la costruzione delle V1 e delle V2, armi temibili che avrebbero dovuto decidere le sorti della guerra. Più di diecimila persone, stipate in condizioni drammatiche in alloggi sotterranei, costrette a lavorare anche 14 ore al giorno, con poco cibo, tra la disumanità quotidiana e l’orrore. Il ragazzo sopravvisse, come diceva il suo compagno, Homère Fonteneau, solo perché erano stati abituati fin da piccoli al duro lavoro in campagna.

«André ha conosciuto la brutalità, la fame, l’umiliazione, e certamente la disperazione; è stato liberato dalle truppe alleate nel 1945, uno dei pochi sopravvissuti ai campi di concentramento tedeschi».

Tornato a casa, André per anni non parlò delle atrocità vissute in prigionia, ma cercò di rifarsi una vita, prendendo possesso del podere del padre. Con i suoi otto compagni di disgrazia si vedeva ogni anno, e da un certo momento in poi decisero insieme di organizzare visite alle scuole ed alle associazioni per parlare della loro esperienza, in modo che la memoria di ciò che avevano sofferto fosse conosciuta dalle generazioni più giovani, e perché il ricordo servisse a non farlo accadere mai più.

André divenne un donatore perpetuo di Medici Senza Frontiere e di Action Against Hunger; è morto nel suo villaggio a 94 anni nel 2016. La sua eredità è stata donata per volontà testamentaria alle due organizzazioni benefiche.

La sua storia è stata così segnante da imprimere nella sua vita il gesto dell’aiuto continuo al prossimo: con i mezzi di un piccolo viticoltore della Charente, ma per tutta l’esistenza ed anche oltre. André ha contrapposto un’estrema umanità all’estrema disumanità patita: è bello e giusto ricordare una persona così e la sua storia nel giorno che in Italia è il simbolo della liberazione dall’oppressione nazista.

Le scorte dei suoi cognac, custodite all’ORECO (ORganizzazione Economica di COgnac), una sorta di banca del cognac che ha in gestione uno stock impressionante di distillato che viene comprato o tenuto in conto deposito, anticipandone il capitale agli agricoltori, sono state messe all’asta secondo le sue volontà, e ritirate da tre piccole aziende del settore, perché egli potesse fare del bene anche dopo la sua morte.

Ecco la storia che si celava dietro questa insolita vendita all’incanto.

Il cognac di Andrè non è però andato confuso tra mille altri in qualche anonimo blend. La sua storia non è perduta, e delle tre Maison ad aver acquistato il suo stock, Godet, Grosperrin e Pasquet, la prima ad averlo imbottigliato è stata la JL Pasquet: le altre seguiranno negli anni, per accordo tra di loro, e nessuna lascerà dimenticare la memoria del produttore.

La storia ha anche un risvolto edonistico: il cognac di quest’uomo è così straordinariamente buono come lo era il suo buon cuore. Ho avuto due volte la fortuna di assaggiarlo, la prima la scorsa estate, quando era ancora in botte, e poi da imbottigliato, durante un festival del cognac a Trondheim in Norvegia. La parte del cognac di André Bertandeau acquistata dalla Maison Pasquet è un single cru Petite Champagne 1973, a gradazione piena, ed è stato imbottigliato tal quale, come forma di rispetto verso l’uomo e la sua vicenda. La famiglia Pasquet da un po’ di tempo ha in catalogo una linea di cognac prodotta da altri distillatori, loro vicini o conoscenti, chiamata «L’Esprit de Famille», dai quali acquista una botte e la commercializza col nome del produttore, in virtù della sua qualità fuori dal comune.

cognac_André

«Le cognac d’André» fa eccezione perché purtroppo i Pasquet non hanno fatto in tempo a conoscerlo, ma nel metterne in commercio una parte raccontano che «desideriamo umilmente rendere omaggio ad André tramite questo suo grande cognac. Continueremo a raccontare la storia di André in modo che il suo amorevole lavoro rimanga, e che la Storia non sia destinata a ripetersi».

© 2020 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

 


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