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Accadeva 60 anni fa nel Saarland: come contrabbandare il cognac e vivere felici

Storie del tempo che fu: sul confine tra Francia e Germania non è mai corso buon sangue. Dall’epoca dei Franchi, dei Carolingi e Lotaringi, e degli imperatori Sacri e Romani, fino a dopo la seconda Guerra Mondiale, le terre a cavallo del Reno e dei suoi affluenti sono state contese tra le due nazioni, passando ripetutamente di mano. Alsazia, Lorena, e la piccola regione mineraria della Saar mostrano ancora oggi tracce più o meno profonde di entrambe le culture, così come fa il Granducato del Lussemburgo.

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La Saarschleife (ansa della Saar),

La Saar (Sarre in francese) non ha fatto eccezione: terminata l’ultima guerra, il suo territorio è stato occupato militarmente dai francesi, ed era destinato a diventare uno staterello indipendente di lingua tedesca sotto protettorato francese, sfruttato per le sue risorse minerarie e carbonifere. Ma la Storia decise diversamente: un referendum popolare ne rigettò il trattato costitutivo, e la piccola regione poté quindi ritornare sotto sovranità tedesca nel 1957, ed abbandonare il franco francese ed il regime di unione doganale con la Francia dopo un periodo di transizione di due anni e mezzo.

Che c’entra il cognac? Essendo appunto in unione doganale con la Francia, i prodotti francesi avevano libera circolazione nel Saarland. Per effetto del trattato di restituzione alla madrepatria, si stabilì che le merci presenti nella Saar alla fatidica data X del 6 luglio 1959 – il giorno in cui veniva reintrodotto il marco tedesco – avrebbero potuto circolare nel resto della Germania in esenzione di dazi e di tasse. La norma era stata chiesta a gran voce dagli industriali francesi, non ultime le organizzazioni rappresentative dei produttori di vino e cognac, ed il governo tedesco non vi si oppose, considerandola transitoria, pur di riottenere il territorio sotto piena sovranità monetaria oltre che politica.

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Edeka – Cognac fine Champagne Vieille – pubblicità 1960 circa

Il cognac nel dopoguerra era un bene di lusso per i tedeschi. La ghiotta ma poverissima Germania Federale ne consumava si e no 300.000 bottiglie/anno, contro i dieci milioni circa di oggi. Il loro prezzo medio nel 1959 era compreso tra 28 e 30 marchi tedeschi (4.500 lire di allora), per le qualità correnti (VS/***).

Il fatale giorno X riversò sul mercato degli altri Länder una massa di cognac imprevista, facendone precipitare il prezzo di quasi la metà, che era più o meno il margine di questo lucroso commercio. L’importatore tedesco intascava al tempo circa il 10% del prezzo al pubblico del cognac, un 5% rimaneva ai suoi rappresentanti, i grossisti avevano un altro 15%, ed i dettaglianti un 20/25%. Il fisco tedesco faceva la sua parte, chiedendo all’importatore tra dazi ed accise una cifra di oltre 7,5 marchi per litro di cognac, oltre ad una perequazione dell’IVA; senza considerare che le botti venivano considerate tara per merce, e pesavano parecchio.

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I prezzi del cognac dopo il giorno X

I grossisti della Saar quindi poterono, in virtù del trattato del Lussemburgo, stoccare cognac ed altri beni in esenzione fiscale, per poi rivenderli in Germania, una volta tornato il marco tedesco nel loro territorio. E fecero enormi affari.

Chi ne fece le spese invece furono gli importatori ufficiali tedeschi, travolti da un fiume di cognac a prezzi francesi: nella Saar infatti il cognac si comprava in franchi francesi ad un costo compreso tra 14 e 20 marchi. E naturalmente anche le dogane della Repubblica Federale ci perdettero qualche milione di marchi di allora.

Da Cognac per settimane e settimane prima del giorno X partirono quotidianamente colonne di camion piene di acquavite, allo scopo di aggirare le barriere doganali tedesche: di fatto si stava praticando una sorta di contrabbando legalizzato dal trattato internazionale. La stessa Hennessy, la più grande produttrice di cognac, che non ne aveva certo alcun bisogno, riuscì a pochi giorni dal cambio di regime fiscale a depositare nel Saarland una spedizione di cinquantamila bottiglie in un colpo solo.

Si stima che alla data del 6 luglio 1959 la regione della Saar detenesse uno stock in franchigia di circa un milione e duecentomila bottiglie di cognac, pari al consumo di quattro anni dell’intera Germania di allora, più un’imprecisata quantità di botti di acquavite giovane (per legge non ancora cognac) a grado pieno, da maturare sul posto, diluire, e vendere negli anni futuri come “brandy tedesco”, sfruttando le pieghe del trattato.

 

Dopo il periodo di transizione quindi i grossisti tedeschi di alcolici furono sommersi da valanghe di offerte di acquisto a prezzi competitivi di brandy e cognac provenienti dal nuovo Land, grazie a questo irripetibile vantaggio fiscale. Le lamentele degli importatori ufficiali di cognac furono altissime nei palazzi di Bonn, ma nulla poterono davanti alla ragion di stato: e per una volta fu godi popolo !

© 2019 il farmacista goloso (riproduzione riservata)


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