Archivio per gennaio 2018

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Gen
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Un nuovo stabilimento Hennessy a Cognac (e qualche pensiero pessimista)

Firmato da un celebre studio d’architettura, ed inaugurato da pochi mesi dal patron della LVMH, il nuovo stabilimento di imbottigliamento di Hennessy,  26.000 m2 su due piani tutti vetro e metallo nero, fa bella mostra di sé tra le vigne della Grande Champagne appena fuori Cognac, ai bordi della provinciale per Salles d’Angles.

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Il nuovo stabilimento di Hennessy Pont-Neuf – da terredevins.com

La potenza commerciale del marchio, ormai parte da tre decenni del gruppo del lusso di Bernard Arnault, è manifesta nei numeri impressionanti dell’export: il 78% delle sue bottiglie si vende tra Stati Uniti ed Asia, su un totale di 84 milioni uscite dai suoi stabilimenti quest’anno. Hennessy è infatti la corazzata del cognac, con un fatturato vicino al 50% dell’intera AOC, che conta circa 75.000 ettari vitati.

Il nuovo stabilimento è nato per soddisfare la domanda di cognac VS e VSOP, i più esportati sui due mercati d’oro della Maison: la previsione di crescita è a 96 milioni di bottiglie per il 2018, per la richiesta estremamente elevata di cognac giovane dagli Stati Uniti, ed a 120 milioni entro dieci anni, grazie al previsto raddoppio del nuovo stabilimento. La Casa si pone dei problemi di stock, oggi in netta diminuzione, e sta lavorando sui vignaioli sotto contratto perché aumentino la superficie e le rese dei loro vigneti. Infatti qualcosa sta succedendo.

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L’interno dello stabilimento – da spiritueuxmagazine.com

L’incremento ammesso di superficie vitata per la produzione di cognac nel 2017 è stato di 800 ha, e la denominazione sarà incrementata di altri 700 ha entro il 2018, proprio per rispondere alla pressione della domanda ogni anno crescente.

L’ambiziosissimo progetto di Hennessy è di riuscire a scalzare il whisky Johnny Walker dal primo posto in termini di bottiglie vendute nel mondo degli alcolici. Potremmo avere pochi dubbi sul fatto che ci riusciranno, sempre che la domanda continui a mostrarsi sostenuta come oggi, ma da appassionati dovremmo invece riflettere se questa produzione di massa possa ancora rappresentare un biglietto da visita di cui l’appellation può andare fiera.

Numeri così alti portano necessariamente ad acquaviti anonime da un punto di vista gustativo, a causa del blending estensivo; le botti – con i volumi di Hennessy ne servono circa centonovantamila nuove ogni anno – tenderanno ad essere sempre meno curate nella scelta del legno, stagionato il minimo necessario, ed al minimo costo, per ovvie ragioni di bilancio; sta avvenendo lo stesso nel mondo del whisky, del resto; il cognac così ottenuto baserà quindi le sue caratteristiche stilistiche più sulla cosmetica (zucchero ed estratti di legno, più il caramello), che non sulle caratteristiche intrinseche all’acquavite: per quanto il vigniaiolo distillatore cerchi di conferire un prodotto ancora ben fatto, così da essere pagato bene.

Qui il video dell’inaugurazione del nuovo stabilimento

Quindi la direzione in cui va il cognac, e certamente non solo Hennessy, che non fa altro che cavalcare il boom, è verso uno snaturamento della sua anima, che risiede invece nella bontà e nella qualità della materia prima, per quanto giovane. I numeri da whisky faranno contenti gli azionisti, e magari i lavoratori e la filiera associata al distillato, ma l’appassionato non può che guardare con sgomento a questa tendenza.

Che si va delineando sempre più chiara: da una parte la fabbrica del cognac di massa, per i mercati assetati, produttrice di un bene di consumo tale e quale una birra industriale, imbottigliata ad ettolitri/ora; e dall’altra la resistenza di una nicchia di vignaioli-distillatori e di affinatori, che invece crede nel cognac come eccellenza e cerca di tenere alta la tradizione, fatta di tempi a passo di lumaca, e di qualità a tutto tondo, cominciando dal lavoro in vigna, passando per la selezione del legno di ogni singolo barile, e terminando con l’assemblaggio di un’acquavite che sa ancora emozionare il suo consumatore anche quando esce di botte da giovane. Ovviamente si tratta di un movimento insignificante in rapporto alle vendite dei protagonisti del mercato.

Una volta anche le bottiglie delle grandi Maison erano rappresentative di questo spirito lento, pure nella dimensione in grande, ma l’ingresso delle multinazionali e degli uomini in grisaglia ha prodotto una rivoluzione culturale difficilmente arginabile. Positiva per la diffusione dell’immagine cognac come prodotto, ma di certo non per il suo buon nome.

Il rischio enorme per la denominazione è che le grandi Case, per soddisfare la sete apparentemente infinita dei mercati, ora in espansione perfino in Africa, finiscano per cannibalizzare il tessuto dei piccoli produttori di vino e distillato, incapaci di tener testa alla loro enorme pressione. Sarebbe un danno immenso per la Francia, e per noi appassionati del cognac più autentico.

© 2018 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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