Archivio per marzo 2017

26
Mar
17

A proposito di armagnac e di sake

In questi giorni sono state date alle stampe due novità editoriali di non poco interesse per chi segue il mondo alcolico.

La prima riguarda direttamente gli argomenti del sito che leggete, e mi sento onorato di poter rilanciare su queste modeste pagine un simile parto, raro più della nascita di un orso bruno.

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Copertina del libro di Devecchi

Dopo una vita di passione, o per meglio dire di profondo amore, verso lo spirito guascone, Marzio Devecchi, grande collezionista alessandrino di armagnac, ci offre ora tutta la sua sapienza ultraquarantennale, raccontando per la prima volta al lettore italiano cos’è il vero armagnac tradizionale, la sua storia, e la sua produzione con il più completo catalogo esistente dal 1700 ad oggi, ricco di oltre 2300 etichette.

Un’opera capitale, per la valorizzazione della più misconosciuta e difficile da bere delle acquaviti francesi, la cui unica colpa è di avere una produzione così esigua da renderla pressoché impossibile da reperire fuori dalle due province in cui nasce, o comunque oltre Tolosa e Bordeaux. Ed insisto, si sta parlando di quella artigianale dei vignerons, e non di quella dei marchi che trovate da noi, salvo eccezioni fortuite. Ma che quando è fatta da mano felice, in anno propizio, e maturata per il giusto tempo – credetemi, mi costa ammetterlo – supera con passo gagliardo il Re cognac.

Marzio Devecchi – A proposito di armagnac – Pagine 308 – Team Service Editore – Asti, 2017 – EAN 9788899731106.

 

Il secondo libro invece ci porta in Oriente, alla scoperta del sake, l’inclassificabile (per noi) bevanda che potrebbe chiamarsi vino di riso, ma non è, o fermentato di cereale, ma non è, oppure semi-spirito, ma non è: quindi chiamatelo col suo nome.

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Copertina del libro di Saccoccio

Da poco questo tradizionale drink giapponese sta avendo fortuna anche da noi, e soprattutto conta su un’agguerrito manipolo di conoscitori, divulgatori, e distributori, che ne permettono l’introduzione presso il pubblico italiano.

L’argomento è indubbiamente complicato, la terminologia intricata quanto può esserlo la lingua giapponese, ma anche qui, è sempre bene sottolinearlo, l’incontro con una vera, tradizionale bottiglia di sake, che poco non costa, può aprire orizzonti inaspettati. La bevanda ha sfaccettature e capacità di stupire pari al vino occidentale, e un suo bicchiere contiene una sapienza non meno antica. Merita quindi, mentre l’accostiamo alle labbra, il rispetto del neofita, e l’umiltà dell’amatore, perché è un mondo dalle profondità inaspettate.

L’autore, Gaetano Saccoccio, gastrofilosofo itrano trapiantato a Roma, dalla curiosità inesauribile nonché finissimo contastorie, vi prenderà per mano in un viaggio verso il Paese del Sol Levante, e vi aprirà le porte di un nuovo tempio del buon bere.

Gaetano Saccoccio – Un viaggio nel sake – Il retrogusto dolce e amaro del Giappone – pagine 120 – Edizioni Estemporanee – Roma, 2017 – ISBN: 978-88-89508-80-0

 

 

12
Mar
17

Il cognac al Salon International de l’Agriculture 2017 – rare presenze ed una coraggiosa sorpresa

Spulciando tra le pieghe del prestigioso Salon International de l’Agriculture, tenutosi a Parigi presso la Fiera alla Porte de Versailles, a cavallo tra febbraio e marzo, si è notato una volta di più come i produttori di cognac non ripongano alcun interesse verso il mercato domestico.

La vetrina è invero prestigiosa: la più importante fiera agricola generale di Francia attira un vero oceano di visitatori, sei milioni, da mezzo mondo. Ed il Concours Général Agricole, che si tiene durante la fiera, nato per selezionare e premiare i migliori prodotti di Francia, resta pur sempre un vanto per ogni vincitore, e fa vendere meglio qualsiasi merce.

Ma la disaffezione dei produttori di cognac è totale: nessuna grande Maison ha investito in uno stand, nessun produttore di qualche rinomanza si è fatto notare tra la folla degli altri espositori. Dopo tutto, il 97,5% del cognac viene esportato. A che pro quindi darsi da fare in patria?

Nemmeno il BNIC, l’Ente regolatore della filiera cognac, ha speso granché stavolta: ha allestito solo una mostra fotografica in bianco e nero per documentare il lavoro dei vigniaioli e dei distillatori delle due Charentes.

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Una delle fotografie in mostra – Credits: http://www.sudouest.fr e Stéphane Charbeau /BNIC

 

L’unica curiosità, degna peraltro di qualche interesse, è stata la comparsa di un’oscura piccola maison di cognac. Che è successo?

Il viticoltore e distillatore, Philippe Davril, risoluto di fare emergere la sua regione (la Charente Maritime) ed il suo cognac ricavato dai 18 ettari familiari del podere chiamato Le Soleil des Loriots sito nel quinto e periferico cru, ha deciso di etichettare il suo distillato col nome di Cognac Bons Bois.

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Philippe Davril e la sua gamma di cognac e pineau – credits: http://www.Sudouest.fr

Può sembrare una sciocchezza per chi non è abituato alle sottigliezze del cognac, ma il gesto è, se non rivoluzionario, provocatorio. Di solito i cognac dei Bons Bois finiscono per la loro totalità nei blend più scadenti da supermercato per placare a buon mercato la sete dei nordici, e le grandi Case difficilmente vi fanno ricorso, preferendo loro i più abbondanti cognac del quarto cru (Fins Bois), di maggiore finezza aromatica.

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Philippe Davril presenta il suo cognac Bons Bois – credits: Youtube – News on Line

I cognac Bons Bois sono quindi estremamente rari un purezza, e se mai si trovano, vengono etichettati sotto il più rassicurante e vendibile nome di cognac. Nondimeno, se sono prodotti in alcuni fortunati angoli del vasto territorio, climaticamente e geologicamente svantaggiato ma non dappertutto, si possono gustare dei cognac corposi e dagli aromi gravi (i francesi lo chiamano gout de terroir). A differenza della Grande Champagne e della Petite Champagne, eterei distillati paragonabili a violini e viole, i cognac del quinto cru svolgono la parte del contrabbasso nella gamma degli aromi dell’acquavite francese.

Per cui non si può che plaudire all’iniziativa del coraggioso viticoltore, e sperare che altri seguano la sua strada, nell’ottica della valorizzazione delle caratteristiche di ogni cru, oggi uccise dal blending controllato dalle grandi case commerciali. Unica delle grandi a cantare fuori dal coro, la Maison Camus sta cercando di valorizzare il sesto cru, tacendone tuttavia l’equivoco nome legale di Bois Ordinaires, oscurato a favore di un furbo Island Cognac. Ma pare che abbia un certo successo. Quindi coraggio e bravò, monsieur Davril!

© 2017 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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