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Riflessioni tardive sul Vinitaly 2016 (che poi sarebbe anche il Salone dei Distillati)

Più ci ripenso meno ci capisco. Vero è che una fiera è una vetrina commerciale, ma nel caso italiano, di prodotti che sono parte di un’eccellenza che dovrebbe avere pochi rivali nel mondo. Ho scritto eccellenza? Mi ero sbagliato.

La realtà distillatoria presente al Vinitaly si riassume in tre parole: grappa, grappa, ed ancora grappa. Ma se, per caso, ci sono anche alcune altre aziende liquoristiche, la grappa resta dominatrice.

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Vinitaly 2016 – Credit immagine: drinksint.com

Con un enorme ma, però: la gente non lo sa, si accontenta dell’etichetta, ma… chi fa la grappa sono poche decine di distillerie, di cui la maggior parte sono industriali.

Voi pensate di acquistare la grappa blasonata monovitigno di Pincopallino, noto vignaiolo della celebre zona. Ma… la sua grappa, spesso etichettata in maniera vistosa e trionfale, ed ancora più spesso venduta carissima, non la fa lui. Né le vinacce sono sue (è raro che accada).

Cosa succede in realtà? Il grosso della grappa italiana la fa la grande industria, una parte la fanno alcune distillerie artigianali, ma sostanzialmente per conto terzi. Solo una modesta parte è prodotta in proprio dai grappaioli più celebri ed etichettata come propria. Ed un’altra parte rilevante è commercializzata da affinatori, che di regola sono anche tagliatori di grappe di provenienza svariata (suona più elegante dire blender).

Praticamente invece si contano sulla punta delle dita i vignaioli‑distillatori, coloro che, a logica, sono gli unici in grado di chiudere il ciclo dell’uva. Faccio il vino, ho le vinacce, le distillo ipso facto, vendo la mia grappa.

La conseguenza è che in circolazione si trovano millanta grappe diverse, e quasi ogni produttore di vino millanta (!) di avere la propria grappa. Il più delle volte questa è fatta da altri, con vinacce (surgelate?) di altri, e spesso è una grappaccia senza arte né parte. Quando vi va bene, molto bene, invece viene distillata da un bravo artigiano per conto del vignaiolo con le sue vinacce fresche, e allora berrete bene. Ma lo saprete per caso, solo dopo averla assaggiata. Capita molto di rado, credetemi.

Quindi passeggiando per il Vinitaly voi vedete grappa dappertutto. Scavate, e se casomai ve lo diranno, saprete che esce da uno dei poco più di 130 alambicchi italiani.

Tristissima situazione, in cui trovare qualche gemma nella paglia – chiamatela fuffa se volete – è impresa da cane da trifola. Vi diranno che è il fisco occhiuto, la burocrazia, la mancanza di formazione dei vignaioli, il costo degli impianti. Tutto vero, ma tragico.

Bere buona grappa, davvero buona, è molto più difficile che bere un buon rum. Poi se vi accontentate, è un’altra cosa.

Lo stato del resto dei distillati è pietoso: tralasciando le note eccellenze, che sono quattro gatti, c’è da piangere.

Il brandy italiano ha due note costanti. La prima: lo si fa per recuperare una vendemmia andata male, e allora saranno produzioni occasionali, fatte dal terzista. Sempre meglio che aceto, direte. Ancora, se vi accontentate… La seconda: lo si fa invecchiando brandy fatto da altri, al 99,9% di origine industriale, distillato in colonna, distillando “la qualunque”. Vecchio è buono? Se vi accontentate di pagare tanto e bere male…

Qualcuno fa gin, facile e redditizio modo di impiegare gli alambicchi nei tempi morti, e qualcuno invero lo fa bene. Qualcun altro fa cose improbabili, ma il pensiero è alla miscelazione. Sono scusati, è ovvio.

Qualcuno – uno – fa whisky. E lo fa bene. Ma al Vinitaly non c’era.

La liquoreria: presente in massa al Vinitaly, sì. Ma anche qui, questa nobilissima arte italiana (tutto nasce dal nostro genio italico, ma vi stancherei a ripeterlo) è trattata a schiaffoni. Chi esponeva, offriva più che altro cose improbabili, pensate per il bar, i cocktail, le vecchie zie inglesi spettegolanti, tutta gente che vuole una cosa sola: un prezzo basso. Di cose fini, degne di essere bevute, zero. Ci sono, credetemi, da qualche parte, ma alla fiera non si sono viste. C’erano solo cose di cui ogni italiano dovrebbe vergognarsi.

Lo stato dell’arte è tutto qua. Ma è meglio parlare d’altro. Mercurio è il Dio del commercio, ma anche dei ladri e dei chiacchieroni. Ed al Salone dei Distillati si sono viste più frottole e potenziali ruberie, che cose di valore: quelle poche erano ben nascoste al volgo, nella massa dei banchetti. Ed è meglio che ci rimangano.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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2 Responses to “Riflessioni tardive sul Vinitaly 2016 (che poi sarebbe anche il Salone dei Distillati)”


  1. 1 Sergio Flotta
    1 luglio 2016 alle 09:52

    Ma allora, si possono svere indicazioni precise (nomi e cognomi per così dire) sulle grappe buone oppure ottime, per pochissime che siano? Quali sono da acquistare? Altrimenti il nostro è un divagare senza meta!
    Grazie

    • 22 luglio 2016 alle 18:28

      L’uccellino dice Santa Massenza. A buon intenditor… 😉


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