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Il brandy sudafricano

C’è brandy anche in Africa, cari i miei lettori. La regione temperata alle spalle di Città del Capo, splendido angolo del continente nero, ha tutte le qualità che si richiedono per coltivare l’uva e distillarne il suo prezioso succo. Ed una più particolare: la tradizione boera. Ricordate come questi olandesi laboriosi ed assetati ce li troviamo tra i piedi ogni volta che si parli di brandy?

SAfrica vigne

Panorama viticolo sudafricano – da http://www.sabrandy.co.za

I coloni arrivati dalle Province Unite infatti, tra le prime cose portarono con loro la vite e naturalmente l’alambicco. Non stupisce quindi che in Sudafrica il brandy sia prodotto da lunga data; ma al di fuori dei confini è pressoché sconosciuto, anche perché viene bevuto quasi tutto localmente.

Di che si tratta quindi? Andiamo a curiosare nelle loro cantine, e capiremo meglio.

L’inizio si fa risalire al tardo 1600, quando i primi coloni vendevano vino da distillare, a volte addirittura a bordo della navi, alle flotte che gettavano l’ancora nella baia del Capo. Si narra che il primo brandy sudafricano fu distillato da un aiuto cuoco a bordo della nave olandese Pijl [Freccia] nel 1672. Pochi anni dopo la distillazione era pratica corrente, e già gli emigrati ugonotti (molti fuggivano come perseguitati, guarda caso, dalle due Charentes) si davano da fare con gli alambicchi, di cui ben conoscevano l’uso. La Rochelle li imbarcava, e il Capo li accoglieva con la loro preziosa esperienza enologica.  SAfrica vigne_4

Non ci è noto ciò che successe nei secoli successivi, ma fino all’abolizione del regime separatista la distillazione fu in mano all’industria locale; liberalizzate le regole, il brandy non è più dominio dei soli grandi gruppi organizzati – la cooperativa KWV (3 marchi) e Distell (12 marchi) sono i maggiori, con numerose decine di alambicchi – ma si assiste ad una craft revolution, con più di 50 piccoli distillatori attivi dalla prima metà degli anni 90. Uniti in associazione (la South African Brandy Foundation), essi promuovono un itinerario turistico, la ‘Cape Brandy Route 62’ tra Cape Town e Port Elizabeth, con numerose soste tra alambicchi, vigneti e panorami mozzafiato. Suona interessante.

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Depositi di invecchiamento – ditta Oude Molen – dal sito aziendale

Il brandy è primo nelle preferenze di consumo di bianchi e neri, benché insidiato da un paio di decenni dall’arrivo di ogni sorta di spiriti importati, una volta decaduto l’embargo al Paese; il whisky ovviamente ha fatto breccia profonda.

I vitigni impiegati per la distillazione sono principalmente Colombard e Chenin Blanc, raramente Ugni Blanc. L’invecchiamento medio è di 5-10 anni, ma alcune aziende arrivano anche a 30 per i prodotti di punta. Talvolta si usa la nomenclatura francese, VS, VSOP, XO. Interessante è l’uso di botti ex vino di terzo o quarto passaggio come contenitori, oltre al rovere francese: potrebbero derivarne aromi interessanti nonostante i brevi invecchiamenti.

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Uno dei brandy artigianali sudafricani – Uitkyk Grand Réserve 1o years – dal sito aziendale

Si dice che i brandy sudafricani possano competere con i cognac: ovviamente si può essere scettici, forse è solo marketing, ma l’assaggio dovrebbe sciogliere i legittimi dubbi. Se capita ve ne riparlerò volentieri.

Ci sono tre categorie di brandy:

– Pot Still (ovvero Cape) brandy: distillato in alambicco discontinuo di rame, con invecchiamento minimo di 3 anni, alcool minimo 38%, il più pregiato;
– Vintage brandy: almeno 30% di brandy pot still invecchiato oltre 8 anni, 60% di brandy distillato in colonna invecchiato altrettanto a lungo, e max. 10% di distillato di vino non invecchiato, alcool minimo 38%;
– Blended brandy: minimo 30% di brandy pot still mescolato con 70% di distillato di vino non invecchiato, alcool minimo 43%, il brandy ordinario.

Alcune aziende si sono specializzate, e c’è chi propone ormai brandy biologici, oppure cask strenght; le produzioni artigianali sono ancora piccole, talvolta di poche centinaia di bottiglie per anno, per le riserve pregiate.

Non possiamo dimenticare di citare l’italiano Giorgio Dalla Cia, inviato dalla distilleria triestina Stock nel lontano 1974 a gestire un’azienda in questo grande paese vinicolo; da pioniere, oggi è diventato un consulente e produttore di vino tra i più reputati.

Giorgio Dalla Cia & Mia Fischer

Giorgio dalla Cia in una recente immagine – da http://www.johnmariani.com

Il grosso del brandy però è ancora un prodotto di battaglia per il consumo della popolazione nera e poco abbiente. Curiosamente anche in Africa chi approda ai distillati di vino pregiati si sente più vicino agli stili di vita della popolazione bianca e ricca: in Sudafrica, come tra i rapper usciti dai ghetti USA, bere brandy di qualità fa ancora status.

© 2016 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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