Archivio per novembre 2015

26
Nov
15

Brandy una bottiglia e… copiala !

Tra le tante storie curiose che i distillati raccontano, questa è di grande interesse, perché riguarda il brandy italiano più noto da decenni: la Vecchia Romagna.

Riassunto: c’era una volta… Jean Bouton, maestro distillatore della zona di Cognac, che non si sa bene se per disgrazia, spirito d’avventura, o per amore, finì a fare il suo mestiere a Bologna, verso il 1820. Si sposò, italianizzandosi in Giovanni Buton, impiantò la sua distilleria, e si mise a fare brandy ed altri liquori, creando il primo “cognac” nazionale; prima d’allora nessuno in terra italica si era mai sognato di distillare un bene così prezioso come il vino.

Lo stabilimento Buton di Bologna, ora demolito per far posto ad un complesso residenziale – da http://www.borgomasini.it

L’azienda, passata verso fine secolo ad una nobile famiglia bolognese che ci mise più quattrini, si espanse fino a raggiungere una notevole diffusione tra le due guerre mondiali: celebri in quegli anni la Coca Buton, da estratti di foglie di coca andina, ed il “cognac” ribattezzato Vecchia Romagna (1939).

Ma la storia che vi volevo raccontare è un’altra: uno dei numerosi eredi della dinastia, Achille Sassoli de’ Bianchi, comprese che la chiave del successo economico dell’azienda non era più nella qualità dei prodotti, come un tempo, ma nella loro notorietà.

Una vecchia bottiglia di whisky Dimple (chiamato così per la fossetta, il caratteristico incavo dei lati triangolari) – ditta Haig – dal sito http://www.haigwhisky.com

Gli venne l’idea di differenziare il packaging del proprio brandy dalla concorrenza: buona, ottima pensata: la visione gli apparve in un’enoteca notando un whisky così particolare da saltare all’occhio subito. Era lo scotch Dimple, caratterizzato da una stramba bottiglia triangolare incavata al centro.

In un’epoca in cui solo l’upper class beveva whisky in Italia (anni 1940), questa scoperta gli fece maturare l’intuizione vincente. Da allora il nostro brandy venne confezionato in una bottiglia dalla forma caratteristica, molto simile a questo whisky. Non è chiaro se ciò sia costato alla Buton una causa per questo più o meno innocente plagio, ma tant’è, la bottiglia è rimasta

L’immagine con il Bacco ebbro e rubizzo imparruccato di grappoli sembra essere patrimonio del marchio fin dai primi tempi, come testimoniano le bottiglie d’anteguerra.

vecchiaromagna_old

Un esemplare d’epoca di Vecchia Romagna – cognac Buton – dal sito aziendale

Pochi anni dopo l’ “inventore” della Vecchia Romagna ed anima dell’azienda si improvvisò pubblicitario e, confidando nel potente mezzo di promozione appena nato, la televisione, che allora tutti desideravano guardare, creò slogan – rimane famoso “il brandy che crea un’atmosfera” – ed arruolò come testimonial Gino Cervi, celebre attore dell’epoca.

Con questi sforzi, tra le campagne pubblicitarie, gli slogan, e la confezione inconfondibile, il brandy Vecchia Romagna entrò stabilmente nei consumi e nell’immaginario italiano, rimanendo ancora oggi l’ incontestato leader di mercato.

Dopo un robusto declino nei consumi, ed un paio di cambi di proprietà del marchio, il brandy resta sugli scaffali dei bar per correggere il caffè e poco più. Gli italiani ormai bevono altro, probabilmente meglio.

Quanto la Vecchia Romagna fosse buona ai tempi, non possiamo giudicare; forse più di adesso, se, avendo avuto la fortuna di assaggiare un brandy del più temibile concorrente della Buton – la bolognese Sarti – da una bottiglia degli anni 1960, l’abbiamo trovato assai più che dignitoso, anzi bevibilissimo.

Oggigiorno i brandy nostrani più diffusi sono degni solo di fiammeggiare una bistecca o di essere usati per frizionare i reumatismi, ma non certo per “uso interno”. Colpa anche di un disciplinare che disciplina solo la provenienza nazionale delle uve, e poco altro: un regalo alla lobby dei distillatori industriali che possono “lambiccare” qualunque vino per estrarne brandy. I risultati si vedono, purtroppo!

© 2015 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

14
Nov
15

Degustare il whisky – la guida completa ai piaceri dei migliori whisky al mondo

Esce oggi, in coincidenza con il Milano Whisky Festival, un nuovo libro sul whisky. Ce n’era bisogno?

Tra tante pubblicazioni in commercio, questo recente libro, la cui versione italiana è stata curata dal WhiskyClub Italia, autorevole accolita nostrana di ubriaconi dediti al puzzolente spirito scozzese (!?), è “pacato, minuzioso, imparziale, senza prendersi troppo sul serio, sfatando i vecchi miti e le forzature del marketing, che rappresentano una grossa parte delle tradizioni del whisky” (cit. dalla prefazione).

Il libro passa in rassegna in agili capitoli la storia del whisky, la sua produzione, gli stili, il whiskey irlandese, le distillerie artigianali, la diluizione, gli abbinamenti, la maturazione, la degustazione, gli americani, i canadesi, i giapponesi così di moda, il collezionismo, e l’Italia del whisky, oltre ad altre risorse collaterali utili agli appassionati.

Scritto da Lew Bryson, con prefazione di David Wondrich, il libro è stato tradotto da due dei più grandi esperti italiani di whisky, Claudio Riva e Davide Terziotti, che ne hanno curato l’edizione per il WhiskyClub Italia.

Il titolo completo è “Degustare il whisky | La guida completa ai piaceri unici dei migliori whisky del mondo” edito dalle Edizioni LSWR, Milano, nov. 2015 – ISBN:  978-88-6895-213-6  prezzo € 29,90.

Qui ne potete scaricare un’anteprima.

Non possiamo che raccomandarvelo, se vi piace l’acquavite di cereali nata nella fredda Caledonia, perchè questo libro esplora il distillato in maniera completa, moderna, competente, e soprattutto senza pregiudizi commerciali o culturali, abbracciandone tutti gli aspetti e gli stili. Non è poco, per il desolante panorama italiano degli spiriti.

Purtroppo da cognachista incallito, continuerò a provare disgusto per le bionde acquaviti scozzesi, che volete farci?

Slainte!

02
Nov
15

brandy spagnolo: cronaca di un suicidio annunciato ?

Da qualche anno il brandy spagnolo sta vivendo delle trasformazioni inquietanti. Andiamo a vedere che succede.

Tutto nasce dalla crisi dei consumi: le vendite di brandy solera – la qualità più giovane ed economica – sono precipitate, ed i produttori sono corsi ai ripari. Come? Ma abbassando i costi di produzione, che domande!

Il brandy solera costituiva la maggior parte della produzione di distillato di vino di Jerez, più dell’ 80% del totale della denominazione, ed era la fonte principale delle entrate delle Bodegas, oltre allo sherry.

Ma come si fa ad abbassare i costi di produzione? Siccome il brandy jerezano è soggetto a denominazione di origine, quindi deve rispettare un disciplinare di produzione, l’unico modo è di uscire dal recinto di queste regole.

PRIMA DELLA CURA Brandy de Jerez solera ‘Veterano’ 36° – Bodegas Osborne – El Puerto de Santa Maria – dal sito http://www.markify.com

È esattamente quello che hanno fatto i produttori: dal 2009 le marche Veterano (Osborne) e Soberano (Gonzalez Byass) tra le grandi, e a seguire quasi tutte le altre, hanno abbandonato la denominazione Brandy de Jerez per due principali motivi.

Il primo è che così facendo possono abbassare la gradazione dei loro distillati fino a 30°; per il brandy invece deve essere di almeno 36°; il secondo, non meno importante è che possono impiegare alcool di origine diversa dal vino, melassa, patate, e cereali, soprattutto.

E quindi?

Quindi non possono più chiamarli brandy: è il prezzo da pagare alla riduzione dei costi. Difatti questi alcolici vengono denominati ‘bevande spiritose’ secondo i regolamenti EU.

DOPO LA CURA bevanda spiritosa ‘Veterano’ 33° – Bodegas Osborne – El Puerto de Santa Maria – dal sito aziendale

Ma il consumatore in tutto questo resta scottato: perché anche se non nota la scomparsa della parolina ‘brandy’ e la misteriosa scritta che la sostituisce, vede benissimo il marchio di fabbrica, immutato.

Il problema si pone anche a livello di distribuzione, perché sugli scaffali di enoteche e supermercati questi succedanei si trovano mescolati ai brandy autentici, senza distinzione di sorta, per di più con identico nome e packaging, come se niente fosse successo. Siamo al limite della frode, seppure formalmente è tutto in regola.

Così accade che il cliente ignaro, perché mica è tenuto a conoscere le sottigliezze del regolamento CE 110/2008, ricompra la ben nota bottiglia e trova che il suo (presunto) brandy è peggiore di prima, ma costa come prima. E finisce perciò a bere altro.

Potrebbe essere l’inizio della fine per il brandy spagnolo; non è improbabile che le bodegas comincino ad applicare la stessa filosofia per le loro qualità superiori solera reserva (almeno 1 anno) e solera gran reserva (almeno 3 anni) che sono ancora brandy, nell’illusione di tenere il mercato.

Pubblicità luminosa dell’una volta brandy ‘Soberano’ – Bodegas Gonzalez Byass – Jerez de la Frontera – CC license – author Xemenendura

In questo gioco al massacro danzano attori con interessi opposti: alla potente lobby spagnola dei produttori di brandy si oppone quella dei fabbricanti di alcool di vino e quella degli agricoltori, che già vedono come il fumo negli occhi l’eccedenza di vino che non finirà più negli alambicchi.

La questione ha investito anche il governo spagnolo e l’Unione Europea, perché le bodegas di Jerez, insieme alla catalana Torres, complici i produttori francesi di brandy (non cognac) invocavano la modifica dei regolamenti comunitari, per i quali solo i prodotti provenienti dalla distillazione di vino al 100% possono adoperare la parolina magica brandy.

L’idea era quella di abbassare la soglia del distillato di vino al 51% e la gradazione a 30°, per ottenere di nuovo la denominazione brandy. L’ente di tutela di Jerez ha fatto però orecchie da mercante.

La lobby italiana dei distillatori (Assodistil) rimane contraria a questo autolesionismo, ma solo perché sono le eccedenze di vino nostrane che fanno lavorare i suoi associati. Melasse, patate e cereali finiscono meno di frequente negli alambicchi italiani.

consejoregulador

La sede del Consejo Regulador de Jerez – da http://www.vinetur.com

Chi trema è il Consejo Regulador del brandy di Jerez, che ha visto perdere, con l’uscita dei prodotti di fascia bassa, il 90% del fatturato degli associati e oltre l’80% della produzione in volume, e di conseguenza le sue entrate. Fino a quando resisteranno gli attuali standard di qualità per i distillati più invecchiati ?

I francesi non permetterebbero mai di confondere così le acque con i loro distillati pregiati, cognac ed armagnac prima di tutto. Gli jerezani invece sembrano ormai in preda alla follia.

E solo perché guardano unicamente ai fatturati e temono la strada della qualità: il brandy spagnolo può ben essere ottimo, ma se abbandona la tradizione virtuosa dietro consiglio dei laureati in economia, che sembrano aver dimenticato il vecchio aforisma ‘ante lucrum nomen’, farà una brutta fine: da ‘el brandy se mueve’ – celebre slogan pubblicitario degli anni ’90 – a ‘el brandy se muere’.

© 2015 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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