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Alcool, giovani, e cultura del bere

Si è già scritto di tutto su questo tema, e non mi pare il caso di ripetere riflessioni scontate e psicologia da 4 soldi.

Quello che è interessante invece è approfondire perché mai tra i giovani si faccia raramente strada la cultura dei distillati, così come invece è mainstream oggi quella del vino e del cibo gourmet. In fondo siamo sulla stessa barca. Mancanza di occasioni? Di conoscenze? Demonizzazione degli alcolici? All’apparenza nessuna ragione è sufficiente.

Da una parte l’alcool ha quella valenza di legante sociale, di droga da sballo (binge drinking), che appartiene all’abuso, categoria ‘bere per dimenticare’. Questo riguarda i più giovani, a cui importa l’alcool e non quello che ci viene sciolto dentro, tant’è che le loro bevande preferite sono gli spiriti chiari. Manca poco che usino l’alcool puro come fanno in Amazzonia per sterminare gli indigeni della foresta. Non ci interessa.

Ma superata la soglia dell’età stupida, raramente i ragazzi iniziano un percorso di conoscenza e cultura del distillato, a qualunque tipologia appartenga, grappa, whisky, eccetera.  Le occasioni, è vero, sono scarse: le proposte dei bar, dei ristoranti e dei club sono deludenti ed appiattite sui prodotti mass-market; questo fa pensare che la mancanza di cultura del bere risieda alla fonte dell’offerta, cioè in baristi e ristoratori mal formati e mal in-formati. Quindi l’offerta italiana al bicchiere è tristemente povera, i locali specializzati sono rari, e se esistono sono più che altro concentrati sul whisky o sul rum.

La bevitrice (ritratto di Suzanne Valadon) – 1900 – Henri de Toulouse-Lautrec – Harvard Art Museum – Mass. (USA)

Quindi il giovane (diciamo over 25) che si volesse creare una minima cultura del bere ‘forte’ dovrebbe cominciare a guardarsi intorno per farsi il proprio bar casalingo, unica possibilità di imparare da solo. Un primo ostacolo sono i prezzi, le bottiglie di qualità sono offerte a cifre decisamente impopolari, per tacere del momento di impazzimento del whisky. Il secondo ostacolo è un’offerta asfittica delle enoteche e delle drogherie, anche qui livellata sulle proposte degli importatori più grandi, e sui marchi con sell-out sicuro. Anche in questo caso si tratta di un problema di scarsa cultura professionale di chi vende. Un buon enotecaro, come conosce i suoi vini, dovrebbe conoscere ed aver assaggiato il grosso dei distillati che vende, e cosa più importante, acquistare e scegliere i prodotti in autonomia, saper consigliare ed orientare il proprio cliente, come farebbe un buon libraio. Qualcuno c’è, ma sono rarissimi.

Il nostro giovane, quindi, è lasciato solo nella formazione del proprio gusto, e quasi sempre finirà per farsi piacere quello che trova, i rum più sdolcinati o pubblicizzati, i whisky torbati (specialità per italiani, gli scozzesi non ne bevono), i cognac senza carattere dei grandi produttori, o altri spiriti privi di qualunque interesse.

Appena diverso è per la nostra grappa, che sta vivendo un buon momento, con tanti produttori innamorati e rispettosi del loro lavoro, ma anche qui il problema distribuzione fa arrivare i distillati migliori al consumatore con parecchie difficoltà.

Quindi il lato risorse umane è un ostacolo principale, mancando di formazione culturale degli operatori. Mentre un ruolo di primo piano lo sta giocando la Rete, grazie a numerosi siti che offrono informazioni e condivisione di esperienze gustative, spesso libere da condizionamenti commerciali, per essere retti da appassionati. Queste sorgenti di cultura sui distillati sono oggi reperibili facilmente in italiano, soprattutto sul mondo whisky, da sempre il preferito dei bevitori nostrani.

L’ubriachezza – Tacuinum Sanitatis – XIV° secolo

A suo vantaggio il whisky beneficia di una lunga storia, e di un manipolo di personaggi che ha influenzato nei decenni con grande professionalità e passione il consumo nostrano di questo distillato. Italiani sono alcuni dei maggiori esperti mondiali di whisky, italiani sono alcuni celebri selezionatori ed importatori, impossibile non pensare al grande Silvano Samaroli, ed ancora abbiamo alcuni tra i massimi collezionisti di whisky mondiali. Non ultimo conta il fatto di aver ben due whisky festival a Roma e Milano, dove gli appassionati, e sono tanti, possono degustare i prodotti e scambiarsi opinioni e campioni.

Il rum ha allo stesso modo estimatori ed appassionati, ed è un mondo in crescita che sta seguendo in tono minore, ma non per qualità dei prodotti, spesso elevata, il percorso del whisky. Occasioni di conoscenza non mancano quindi.

La grappa, che meriterebbe più sostegno anche da parte dei produttori e del governo, è un prodotto ormai di qualità, dalle notevoli potenzialità e paradossalmente gode di enorme riconoscibilità all’estero nonostante la negligenza con cui viene trattata dalle istituzioni, come del resto tutto il made in italy alimentare. Per un giovane appassionato, è uno dei mondi più affascinanti da scoprire, e del tutto nostrano. Merita sicuramente l’interesse prima di altri distillati, e c’è ancora molto da scoprire.

Il cognac, titolavo tempo fa: questo sconosciuto. Difatti è la cenerentola dei distillati in Italia, pur essendone il re. Mercato asfittico, conoscenza che non va oltre al nome, moda ormai desueta da decenni del distillato di vino, tutto ha contribuito a farne un prodotto trascurabile, in cui troviamo tuttavia l’eccellenza sopra ogni altro spirito. Le difficoltà per un neofita che volesse conoscere il cognac e gli spiriti di vino oggi in Italia sono tante, distribuzione e costi per primi: proviamo ad appianarle, nel nostro piccolo, con questo blog.

Il brandy italiano pregiato dà timidi segni di risveglio, ma le produzioni sono così piccole, che lo rendono commercialmente insignificante, benché si trovino prodotti di qualità sorprendente.

C’è molto da scoprire, quindi per un ragazzo che volesse formarsi il proprio gusto in fatto di alcolici, andando oltre il semplice bere un bicchierino purché oltre i 40°. Ma richiede studio, impegno e passione, oltre a un po’ di soldini, perché quasi mai l’aiuto verrà dagli attori del mercato degli alcolici, interessati al puro guadagno.

La chiave del successo, in questo campo è: formare, formare e formare. I nostri importatori, spesso bravi, e talvolta eccellenti, dovrebbero investire oggi di più in cultura verso il pubblico ed i professionisti del settore, se vogliono far crescere i consumatori di spiriti di qualità domani. Ma forse è più facile cullarsi sul successo di pochi best seller.

© 2014 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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