Archivio per Mag 2014

20
Mag
14

degustazioni – brandy villa zarri 16 anni

Villa Zarri è un produttore di brandy italiano di qualità, con sede a Castel Maggiore (Bologna) nelle dipendenze dell’omonima villa settecentesca.

L’azienda, nata sul finire degli anni ’80 per iniziativa del già produttore del brandy Oro Pilla, si caratterizza per distillare artigianalmente, caso forse unico in Italia, con alambicco charentais, e per invecchiare il brandy con lo stesso metodo e le stesse cure impiegate nella zona di produzione del cognac.

VILLA-ZARRI

Da sinistra a destra, un brandy Villa Zarri, l’alambicco charentais dell’azienda, ed il patron Guido Fini Zarri.
(dal sito aziendale)

I brandy prodotti da Villa Zarri sono confrontabili con i cognac d’oltralpe, di cui condividono tutto meno il terroir;  il vitigno utilizzato è il trebbiano tosco-romagnolo di collina, per un risultato simile ai francesi in termini di gusto, ed il distillato invecchia in botti di quercia del Limousin e dell’Allier, in clima umido. Potremmo quindi permetterci di chiamarli in tutta onestà cognac italiani, se non lo vietasse la tutela della denominazione d’origine francese.

Il  distillatore, Guido Fini Zarri, è un figlio d’arte, nato e cresciuto tra gli alambicchi dell’industria paterna: aveva ben chiara la possibilità di produrre brandy di qualità anche in Italia, purché lo si fosse voluto. Nonostante i suoi sforzi in questo senso, nessuno dei produttori storici di brandy italiani ha inteso raccogliere quella che è stata una sfida all’indiscusso primato transalpino, per il timore dei costi, dei tempi lunghi, di un mercato debole, e soprattutto per dover acquisire in pochi anni un’esperienza che per i francesi è patrimonio plurisecolare. Insomma, una pazzia, o per meglio dire, una visione.

È riuscita questa sfida? Lo scopriremo in questa degustazione.

 BRANDY ITALIANO VILLA ZARRI 16 ANNI

Denominazione: Assemblaggio Tradizionale – 16 anni

Produttore: Villa Zarri – Castel Maggiore (Bologna)

Tipo di produttore: distillatore  – affinatore

Cru: –

Qualità: assemblaggio (annate 1987-1988-1989)

Gradazione: 44°

Invecchiamento: 16 anni (imbott. 2006)

Vitigni: trebbiano toscano e romagnolo

Prezzo: € 50 – 55 (50 cl / 2014)

Note gustative

Colore ramato; aroma: primo naso incerto e leggermente boisé, con note vinose; col riposo si apre ad un piacevole vanigliato, e gli aromi vinosi diventano dominanti sul legno; alcolicità minima; gusto armonico, morbido, pieno e generosamente vinoso, perfettamente fuso con il legno dolce della quercia, che gioca in eleganza; l’alcool è molto ben integrato; retrogusto discretamente persistente con residuo tanninico sul palato;  equilibrio eccellente tra aroma e gusto.

Questo distillato è il prodotto di un sogno, fare brandy in Italia allo stesso livello dei vignaioli di Cognac. Il risultato è ammirevole; tuttavia il confronto col cognac non è facile: pur nel rispetto del metodo produttivo, clima e terreno sono profondamente diversi, ed inutile risulta tentare di inquadrare questo distillato pensando ai crus della Charente, un po’ come fareste per champagne e bollicine nostrane.

Volendo schematizzare, questo brandy Villa Zarri ha più ‘polpa’ ed intensità, più ampiezza aromatica ma minore finezza di un cognac di simile invecchiamento, ed un retrogusto meno etereo. Si può in ogni caso definire come un brandy assai elegante, generoso, e di perfetto equilibrio, senza complessi di inferiorità rispetto ai migliori cognac. L’etichetta è pienamente informativa ed esauriente, ed un ulteriore pregio è la non eccessiva riduzione del grado alcolico, mantenuto oltre 40°, che dona carattere al brandy.

Bravò, monsieur Finì !

Avviso: il brandy degustato è un gentile omaggio del distillatore, che ringrazio ancora, in occasione di una visita all’azienda. Valuti il lettore l’indipendenza della recensione.

Scheda di degustazione

Aroma                                     

1.  Fruttato / vinosità: 5

2.  Aroma di legno (quercia): 4

3.  Alcolicità: 6             (1= prevalente)      (6= minima)

Gusto

1.  Astringenza: 3             (1= prevalente)       (6= minima)

2.  Dolcezza: 5

3.  Rancio: 1

4.  Ricchezza: 5

5.  Corpo (pienezza): 3

Retrogusto   (lunghezza): 4

Equilibrio aroma/gusto: 6

Giudizio complessivo                       42 / 60

 

Voti: 1= assente 2= scarso 3= mediocre 4= buono 5= molto buono 6= ottimo

 

© 2014 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

13
Mag
14

Alcool, giovani, e cultura del bere

Si è già scritto di tutto su questo tema, e non mi pare il caso di ripetere riflessioni scontate e psicologia da 4 soldi.

Quello che è interessante invece è approfondire perché mai tra i giovani si faccia raramente strada la cultura dei distillati, così come invece è mainstream oggi quella del vino e del cibo gourmet. In fondo siamo sulla stessa barca. Mancanza di occasioni? Di conoscenze? Demonizzazione degli alcolici? All’apparenza nessuna ragione è sufficiente.

Da una parte l’alcool ha quella valenza di legante sociale, di droga da sballo (binge drinking), che appartiene all’abuso, categoria ‘bere per dimenticare’. Questo riguarda i più giovani, a cui importa l’alcool e non quello che ci viene sciolto dentro, tant’è che le loro bevande preferite sono gli spiriti chiari. Manca poco che usino l’alcool puro come fanno in Amazzonia per sterminare gli indigeni della foresta. Non ci interessa.

Ma superata la soglia dell’età stupida, raramente i ragazzi iniziano un percorso di conoscenza e cultura del distillato, a qualunque tipologia appartenga, grappa, whisky, eccetera.  Le occasioni, è vero, sono scarse: le proposte dei bar, dei ristoranti e dei club sono deludenti ed appiattite sui prodotti mass-market; questo fa pensare che la mancanza di cultura del bere risieda alla fonte dell’offerta, cioè in baristi e ristoratori mal formati e mal in-formati. Quindi l’offerta italiana al bicchiere è tristemente povera, i locali specializzati sono rari, e se esistono sono più che altro concentrati sul whisky o sul rum.

La bevitrice (ritratto di Suzanne Valadon) – 1900 – Henri de Toulouse-Lautrec – Harvard Art Museum – Mass. (USA)

Quindi il giovane (diciamo over 25) che si volesse creare una minima cultura del bere ‘forte’ dovrebbe cominciare a guardarsi intorno per farsi il proprio bar casalingo, unica possibilità di imparare da solo. Un primo ostacolo sono i prezzi, le bottiglie di qualità sono offerte a cifre decisamente impopolari, per tacere del momento di impazzimento del whisky. Il secondo ostacolo è un’offerta asfittica delle enoteche e delle drogherie, anche qui livellata sulle proposte degli importatori più grandi, e sui marchi con sell-out sicuro. Anche in questo caso si tratta di un problema di scarsa cultura professionale di chi vende. Un buon enotecaro, come conosce i suoi vini, dovrebbe conoscere ed aver assaggiato il grosso dei distillati che vende, e cosa più importante, acquistare e scegliere i prodotti in autonomia, saper consigliare ed orientare il proprio cliente, come farebbe un buon libraio. Qualcuno c’è, ma sono rarissimi.

Il nostro giovane, quindi, è lasciato solo nella formazione del proprio gusto, e quasi sempre finirà per farsi piacere quello che trova, i rum più sdolcinati o pubblicizzati, i whisky torbati (specialità per italiani, gli scozzesi non ne bevono), i cognac senza carattere dei grandi produttori, o altri spiriti privi di qualunque interesse.

Appena diverso è per la nostra grappa, che sta vivendo un buon momento, con tanti produttori innamorati e rispettosi del loro lavoro, ma anche qui il problema distribuzione fa arrivare i distillati migliori al consumatore con parecchie difficoltà.

Quindi il lato risorse umane è un ostacolo principale, mancando di formazione culturale degli operatori. Mentre un ruolo di primo piano lo sta giocando la Rete, grazie a numerosi siti che offrono informazioni e condivisione di esperienze gustative, spesso libere da condizionamenti commerciali, per essere retti da appassionati. Queste sorgenti di cultura sui distillati sono oggi reperibili facilmente in italiano, soprattutto sul mondo whisky, da sempre il preferito dei bevitori nostrani.

L’ubriachezza – Tacuinum Sanitatis – XIV° secolo

A suo vantaggio il whisky beneficia di una lunga storia, e di un manipolo di personaggi che ha influenzato nei decenni con grande professionalità e passione il consumo nostrano di questo distillato. Italiani sono alcuni dei maggiori esperti mondiali di whisky, italiani sono alcuni celebri selezionatori ed importatori, impossibile non pensare al grande Silvano Samaroli, ed ancora abbiamo alcuni tra i massimi collezionisti di whisky mondiali. Non ultimo conta il fatto di aver ben due whisky festival a Roma e Milano, dove gli appassionati, e sono tanti, possono degustare i prodotti e scambiarsi opinioni e campioni.

Il rum ha allo stesso modo estimatori ed appassionati, ed è un mondo in crescita che sta seguendo in tono minore, ma non per qualità dei prodotti, spesso elevata, il percorso del whisky. Occasioni di conoscenza non mancano quindi.

La grappa, che meriterebbe più sostegno anche da parte dei produttori e del governo, è un prodotto ormai di qualità, dalle notevoli potenzialità e paradossalmente gode di enorme riconoscibilità all’estero nonostante la negligenza con cui viene trattata dalle istituzioni, come del resto tutto il made in italy alimentare. Per un giovane appassionato, è uno dei mondi più affascinanti da scoprire, e del tutto nostrano. Merita sicuramente l’interesse prima di altri distillati, e c’è ancora molto da scoprire.

Il cognac, titolavo tempo fa: questo sconosciuto. Difatti è la cenerentola dei distillati in Italia, pur essendone il re. Mercato asfittico, conoscenza che non va oltre al nome, moda ormai desueta da decenni del distillato di vino, tutto ha contribuito a farne un prodotto trascurabile, in cui troviamo tuttavia l’eccellenza sopra ogni altro spirito. Le difficoltà per un neofita che volesse conoscere il cognac e gli spiriti di vino oggi in Italia sono tante, distribuzione e costi per primi: proviamo ad appianarle, nel nostro piccolo, con questo blog.

Il brandy italiano pregiato dà timidi segni di risveglio, ma le produzioni sono così piccole, che lo rendono commercialmente insignificante, benché si trovino prodotti di qualità sorprendente.

C’è molto da scoprire, quindi per un ragazzo che volesse formarsi il proprio gusto in fatto di alcolici, andando oltre il semplice bere un bicchierino purché oltre i 40°. Ma richiede studio, impegno e passione, oltre a un po’ di soldini, perché quasi mai l’aiuto verrà dagli attori del mercato degli alcolici, interessati al puro guadagno.

La chiave del successo, in questo campo è: formare, formare e formare. I nostri importatori, spesso bravi, e talvolta eccellenti, dovrebbero investire oggi di più in cultura verso il pubblico ed i professionisti del settore, se vogliono far crescere i consumatori di spiriti di qualità domani. Ma forse è più facile cullarsi sul successo di pochi best seller.

© 2014 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

05
Mag
14

Cina, night club e cognac: fine di un business?

Il mercato del cognac in Cina sta attraversando sempre maggiore difficoltà.

Le Big Four (Courvoisier, Hennessy, Martell e Rémy Martin), multinazionali del beverage che controllano il mercato, stanno soffrendo non solo del crollo della domanda di cognac di alta gamma, di solito robusta in occasione del capodanno cinese, in seguito all’ondata anticorruzione: le autorità della Repubblica Popolare stanno cominciando a riportare sotto controllo quella zona d’ombra fatta di night club, bagni turchi, saloni di massaggio, hostess bar,  karaoke e sale scommesse dove si pratica più o meno velatamente la prostituzione, luoghi privilegiati di intrattenimento per businessmen danarosi e per i loro clienti.

Nei primi sei giorni di campagna governativa sono stati chiusi ben 2400 locali del genere di alto bordo. E la cosa promette di continuare per parecchio tempo, secondo il Partito.

Night club, donnine e cognac: in Cina giro di vite sulla prostituzione di alto bordo

Night club, donnine e cognac: in Cina giro di vite sulla prostituzione di alto bordo. Fonte immagine: Chinabevnews

Ma cosa c’entra il cognac in tutto ciò? In Cina questo distillato è il preferito per il fascino esotico di benessere e ricchezza che porta con sé, e per un certo appeal come bevanda afrodisiaca, più o meno come in Europa si intende il consumo dello champagne. Non stupisce quindi di trovare il cognac protagonista dei drink serviti nei luoghi di intrattenimento notturno. Il consumo del distillato in questi locali conta per il 30% circa del venduto annuo cinese, una quota rilevante. Tutto il mondo è paese, cambia solo la bibita.

Chi sta drammaticamente soffrendo questo doppio giro di vite delle autorità su corruzione e prostituzione cinese, è il gruppo Rémy Cointreau, il quale dipende pesantemente dal mercato locale per i propri profitti, crollati di più del 30% nell’ultimo trimestre. Martell e Hennessy sembrano subire meno questo fenomeno, ma l’inversione di tendenza è chiara, la Cina non è più la gallina dalle uova d’oro degli anni passati. Il leader mondiale del beverage Diageo, al contrario non soffre per non avere un’esposizione rilevante sul mercato cognac in Cina, paese in cui ricava solo il 3% del suo fatturato.

Come insegna la storia, molti decenni prima della crisi di Rémy Martin la maison Camus è stata sull’orlo del fallimento per aver dipeso troppo dal mercato russo, in cui credeva ciecamente. Diversificare anche quando il vento è in poppa è sempre una carta vincente contro i rischi imprevisti dei mercati, come le decisioni politiche cinesi attuali.




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