Archivio per marzo 2014

26
Mar
14

degustazioni – armagnac chateau de pellehaut 25 ans

Chateau de Pellehaut è il nome di una grande tenuta sita a Montréal du Gers nel secondo cru dell’Armagnac, il Ténarèze: i distillati di questa regione sono a torto ritenuti inferiori a quelli del Bas-Armagnac, mentre in alcuni casi la loro qualità sorpassa di molto la regione più famosa.

Chateau de Pellehaut è uno dei produttori di pregio della zona. L’azienda lavora molto più vino che armagnac, ed i conduttori sono enologi con esperienza, a cui piace sperimentare. In cantina si usano legni di diversa origine e si fa distillare alla guascona ed a ripasso. Lo stock è ampio e permette di creare armagnac di buon equilibrio. Dal 1992 i fratelli Béraut distillano solo Folle Blanche, convinti della sua superiorità.

Chateau de Pellehaut - Montréal du Gers (Ténarèze)

Chateau de Pellehaut – Montréal du Gers (Ténarèze)

Abbiamo provato il loro blend invecchiato 25 anni.

Denominazione: 25 Ans

Produttore: Chateau de Pellehaut – Famille Béraut – Montréal du Gers

Tipo di produttore: bouilleur de cru

Cru: Ténarèze

Qualità: 25 Ans (Blend 1973-74-79)

Gradazione: 40°           

Invecchiamento: 25 anni

Vitigni: Ugni blanc

Distillazione: armagnaçaise da 55° a 70°

Riduzione: a 40° con petites eaux

Armagnac Chateau de Pellehaut 25 Ans - 40° - Montréal du Gers - Ténarèze

Armagnac Chateau de Pellehaut 25 Ans – 40° – Montréal du Gers – Ténarèze

Note gustative

Colore oro profondo; primo naso insolitamente gentile per un armagnac, dal dolce bouquet vinoso; dopo, l’aroma vira al vanigliato su piacevole nota ancora vinosa, con morbidezza e sempre più volume; infine si apprezza una robusta spalla legnosa, che fa pensare quasi ad un cognac; l’alcolicità è ben presente ma non invadente; gusto moderatamente asciutto, dall’alcool pungente, di corpo modesto: questo armagnac rivela poca struttura, privilegiando finezza e vinosità; retrogusto poco persistente; equilibrio decisamente onesto tra naso e bocca.

Un armagnac che rivela belle doti aromatiche, e finezza in bocca e nel naso, il corpo tuttavia manca di profondità, benché sia ricco di aromi: la diluizione a 40° assottiglia un distillato fondamentalmente fine e assai poco rustico. Comunque una bella prova per una maison di qualità del Ténarèze. Può piacere a chi cerca un distillato maturo ma meno spigoloso e difficile di un armagnac ad alto grado.

Reperibilità: non importato in Italia

Prezzo: € 50 circa (2014)

Scheda di degustazione

Aroma                                     

  1. 1.  Fruttato / vinosità:  5
  2. 2.  Aroma di legno (quercia) :  3
  3. 3.  Alcolicità:  3             (1= prevalente)    (6= minima)

 

Gusto

  1. 1.  Astringenza:  4             (1= prevalente)     (6= minima)
  2. 2.  Dolcezza:  3
  3. 3.  Rancio:  3
  4. 4.  Ricchezza:   4
  5. 5.  Corpo (pienezza) :  3

Retrogusto (lunghezza):  3

Equilibrio aroma/gusto:   4

Giudizio complessivo                       35 / 60

Voti: 1= assente 2= scarso 3= mediocre 4= buono 5= molto buono 6= ottimo

© 2014   il farmacista goloso (riproduzione riservata)

15
Mar
14

il “cognac” ucraino

Nelle zone miti e vocate alla viticoltura di quelle contrade che un tempo erano parte dell’Unione Sovietica si produce tuttora parecchio brandy per soddisfare la grande sete dei popoli slavi. L’Armenia, di cui potete leggere QUI , l’Ucraina, la Moldavia e la Georgia sono i principali Paesi produttori.

"Cognac" ucraino Odessa - ditta Shustov

“Cognac” ucraino Odessa – ditta Shustov

L’Ucraina, in primo piano in questi giorni per tutt’altre faccende, non facendo parte dell’Unione Europea, e non avendo sottoscritto accordi sulla tutela dei nomi d’origine, si permette di chiamare cognac i propri distillati di vino, come era uso nell’era sovietica. Pare addirittura, che, nonostante le pressioni della UE (dietro cui c’è la Francia, ovviamente!), il governo ucraino avesse chiesto compensazioni economiche per effettuare la rinuncia alla denominazione. Ma così va il mercato. Da noi questi distillati non potrebbero circolare se non sotto il nome di brandy.

Il “cognac” ucraino appartiene senza dubbio alla grande famiglia degli spiriti di vino: tuttavia ricavare informazioni precise su questi distillati è difficile; la tipologia sembra essere affine a quella armena, fatta prevalentemente di blend di distillati giovani 2-5 anni, per il consumo domestico, e di qualche riserva invecchiata tra gli 8 e i 20 anni. L’industria non è trascurabile per dimensioni, dato l’elevato uso di “cognac” in Ucraina e tra i suoi vicini.

Invecchiamento del "cognac" ucraino - ditta Shustov - Odessa

Invecchiamento del “cognac” ucraino – ditta Shustov – Odessa

Emergono qua e là dai siti dei produttori ammissioni all’uso di trucioli di quercia invece dell’invecchiamento in botte piccola, ed il largo uso del taglio con distillati di vino di importazione dalla UE (non certo di vero cognac); recentemente alla Rada (Camera) è stata bloccata una iniziativa parlamentare che intendeva introdurre una quota minima del 25% di brandy nazionale per potersi chiamare ucraino: le aziende più piccole non sono in grado di produrne a sufficienza, e ciò le avrebbe danneggiate a favore delle grandi; queste altre aziende, meglio organizzate, sembra che adottino profili produttivi più in linea con la tradizione del brandy europeo, impiegando botti di rovere di Slavonia di circa 300-600 litri, e maggiori quantità di distillato locale. Poco è dato sapere sulla distillazione, benché alcune aziende grandi dichiarino di impiegare l’alambicco charentais, o comunque un processo a ripasso; i vitigni sono raramente menzionati.

Batteria di alambicchi charentais - ditta Shustov - Odessa

Batteria di alambicchi charentais – ditta Shustov – Odessa

Le aree di produzione sono pressoché tutte quelle affacciate sul Mar Nero o nelle vicinanze, per cui Odessa, la Crimea ed il distretto di Kherson alla foce dello Dnepr, con l’eccezione della provincia più occidentale del Paese al confine con Slovacchia e Ungheria (Trans – Carpazia) la cui azienda statale vanta di produrre il “cognac” migliore di tutta l’Ucraina.

Per quanto riguarda i produttori, questi sono numerosi: in ogni caso si tratta di imprese industriali, che di regola curano la filiera dalla produzione di vino alla commercializzazione finale, anche se la tendenza è verso il possesso di proprie vigne. Alcune tra le aziende più grandi nel Paese sono: Koktebel, Okvin, Shabo, Shustov (che è stato anche il creatore del brandy armeno), Tavria, e Uzhgorod.

Sul gusto, purtroppo non ci è possibile esprimere nulla, non essendo questi prodotti in commercio in Italia, salvo forse qualche sporadica importazione; in ogni caso non dovrebbe trattarsi di distillati particolarmente impegnativi; il mercato russo, che ne è il principale importatore, privilegia i brandy armeni su tutti gli altri dell’ex impero. Caveat emptor!

© 2014 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

05
Mar
14

il cognac salvato dai rapper

Gli Stati Uniti sono il principale importatore e consumatore di cognac nel mondo. Il vivacissimo mercato tuttavia risente delle abitidini di consumo locali: l’interesse del consumatore è focalizzato al marchio ed al prezzo, a scapito della qualità. Difatti gli USA importano in massima parte le versioni giovani VS, ed in parte VSOP, mentre le qualità superiori sono piuttosto infrequenti.

Il Paese è la mecca delle grandi maison commerciali, e le restanti case faticano a trovare mercato, a meno di avere una distribuzione aggressiva; le Big Four si spartiscono pressoché tutta la torta, lasciando le briciole agli altri, che si rivolgono alla nicchia della ristorazione d’élite, o comunque ai pochi consumatori consapevoli. Per questo il ventaglio dei produttori, pur in un mercato vasto, non è così grande come ci si aspetterebbe.

Oggi il mercato ha vendite robuste, ma dalla fine del 1980 c’è stata una crisi generale, che ha portato le vendite di cognac al minimo storico verso il volgere del secolo.

Il rapper Jay-Z nello spot del marchio D’Ussé
Si noti come tenda a riprodurre il cliché contro il quale le Maison di cognac hanno tentato di lottare per anni.

Chi ha salvato il mercato americano, facendolo diventare quello che è oggi, è stata la musica rap (o hip-hop). Tra le mode lanciate dai cantanti afro-americani di questo stile musicale c’era quella di servirsi di bevande che gridassero lusso e rivincita sociale, una volta usciti dal ghetto; e siccome il parlato è la base della loro musica, tutto ciò veniva detto a gran voce nelle rime.

Due noti rappers testimonial del marchio Hennessy

Come che sia, il cognac si è diffuso tra queste ascoltatissime star come marchio “forte”, si badi bene, non tanto a motivo del gusto o della piacevolezza nel berlo, ma come brand ! L’importante era ed è il marchio, e la riprova è che viene ricercato questo e non la qualità intrinseca del prodotto: difatti quasi il 50% del mercato è in mano alla maison Hennessy, la più nota, ed il grosso della qualità bevuta è di tipo VS, con un po’ di VSOP.

Pare che in questa sottocultura il cognac sia soprattutto icona di potenza sessuale, ed infatti il consumo di massa di cognac negli USA è pressoché esclusivo del giovane maschio nero: il 75% del cognac importato è consumato dagli afro-americani.

Il rapper Busta Rhymes

Le case produttrici ovviamente non sono state a guardare, ed hanno cominciato a sponsorizzare eventi frequentati da questo target e singoli artisti. Non è chiaro se il boom è nato da una sponsorizzazione, ma sembra più un movimento spontaneo, anche perché il cachet di certe star del rap sarebbe difficilmente alla portata di molte aziende.

Tutto iniziò con il rapper Busta Rhymes, tra i tanti omaccioni tatuati in canottiera e collanona d’oro d’ordinanza, che nel 2001 lanciò una hit dal titolo “Pass the Courvoisier” nel cui testo c’era la frase “Give me the Henny [Hennessy], you can give me the Cris [Cristal, champagne] / You can pass me the Remi [Rémy Martin] but pass the Courvoisier”; un vero spot pubblicitario, e infatti mai fortuna fu maggiore per la nota casa di cognac, le cui vendite ebbero un’improvvisa fioritura (+30%), la maggiore dai tempi di Napoleone III; altrettanto avvenne per gli altri brand, al seguito di numerose citazioni di altri artisti, per cui il nyak (così lo pronunciano) è parte del lifestyle.

Spot per il cognac Hennessy Black – il primo cognac dedicato alla comunità afro-americana USA

L’interesse della community dei giovani neri fu tale che gli stessi rapper si misero in affari con le case produttrici di cognac; non è molti anni che il rapper Ludacris ha fondato il proprio marchio Conjure Cognac, dalle vendite robuste; Snoop Dogg ha una partnership con la maison Landy, Jay-Z è testimonial del marchio recentemente creato per gli USA D’Ussé, della Martini-Bacardi, che commercializza anche Otard. Altri fanno apparizioni con bottiglie di noti marchi, come Kanye West per Hennessy. La stessa Hennessy ha creato per il mercato afro-americano un cognac dedicato, Hennessy Black, un VS da cocktail da usare durante i party.

Usare marchi celebri nei testi rap si dice in gergo to shout out, e talvolta serve a promuovere i propri affari, come linee di abbigliamento, sneakers, o drinks. Ecco quindi il perché dell’interesse diretto dei rapper nel cognac: infatti sono buoni affaristi oltre che artisti. Spesso nelle canzoni ad indicare i marchi vengono usati nomignoli gergali, nel caso di Hennessy, il più diffuso, lo si chiama Henn, Henny, Henn-dog, ecc.

Buone performances le ottengono anche altre bevande cantate nei rap per un pubblico giovane, come Hpnotiq, una vodka colorata di viola o blu con succo di frutta e cognac, e Alizé, mix di cognac e frutta esotica, tutti destinati ai cocktail.

© 2014 il farmacista goloso (riproduzione riservata)




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