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il brandy italiano – oggi

Esaurite le ‘vacche grasse’ alla fine degli anni 1970, le aziende produttrici di brandy che erano sopravvissute alla guerra o che erano nate negli anni del boom economico si trovarono ad un bivio: diversificare, o soccombere. Molte chiusero i battenti, altre, le più grandi, si adattarono al mercato in declino, inseguendo altri trend. La strada della qualità, che impone investimenti di lungo termine per ottenere risultati, non venne percorsa che da rarissimi imprenditori. Non che non si potesse produrre brandy di ottima fattura in Italia, anzi: le premesse c’erano tutte, ma richiedevano uno sforzo, e probabilmente la visione di un mercato piccolo e declinante dissuase la gran parte di loro. Non ci fu la percezione di una possibile espansione del mercato all’estero proponendo distillati migliori, anche a causa della mancanza di spirito di gruppo del sistema italiano; che al contrario, è una delle forze trainanti francesi.

Il più diffuso brandy italiano – Vecchia Romagna Buton – Ditta Montenegro, Bologna

Ma vediamo cosa è in concreto oggi il brandy italiano secondo la legge: un distillato di vino nazionale, quindi non da sottoprodotti, che deve avere un grado minimo al consumo di 38°, e un invecchiamento in botte di legno di quercia di almeno un anno, o sei mesi se in botte minore di 10 hl, sotto controllo fiscale. A differenza della Francia, non è disciplinato né un territorio di produzione, né il metodo di distillazione, che può essere a colonna o in alambicco a caldaia, né di uno specifico invecchiamento. Sono ammesse le consuete aggiunte di zucchero, caramello e boisé (maquillage) ed il taglio con altri distillati di vino nazionali.

Come si vede quindi non si tratta che di un prodotto dai requisiti minimi per potersi chiamare brandy, un distillato di vino invecchiato brevemente in botte, e che basa le sue caratteristiche più sull’impiego degli additivi aromatizzanti, che sulle sue doti intrinseche: in definitiva un prodotto alquanto mediocre e senza tipicità alcuna, se non l’origine nazionale. Un po’ poco per fare qualità.

Le cause della incapacità italiana di produrre distillati di livello superiore sono essenzialmente ascrivibili alla mancanza di una zona di produzione definita, all’assenza di una tradizione artigianale, come esiste in Francia nei grandi distretti Cognac ed Armagnac, e parzialmente anche in Spagna a Jerez, ad un’industria orientata al profitto immediato e non coordinata tra gli operatori della filiera, ed a politiche fiscali nazionali e comunitarie che incentivano la trasformazione del vino in alcool.

Un moderno (2011) alambicco a colonna – Crysopea – distillazione discontinua a frazionamento sottovuoto – Ditta Poli Distillerie- Schiavon

La struttura produttiva attuale si compone di alcune aziende maggiori, che operano prevalentemente con la grande distribuzione, e di fabbricanti medio-piccoli di spiriti vari che lavorano fra le altre cose anche distillati di vino. Oggigiorno la distillazione di vino in proprio è effettuata da pochi soggetti, chi grande industria e chi artigiano; tra questi due estremi sta la maggior parte del brandy italiano in commercio,  prodotta da grandi distillerie industriali che poi viene venduta alle aziende affinatrici, le quali ne curano l’invecchiamento e l’imbottigliamento. La differenza con il cognac è evidente.

I grandi attori sul mercato sono ancora oggi alcune delle aziende che hanno fatto la storia dell’industria italiana dei distillati, pur nel rimescolamento delle proprietà dei marchi di fabbrica: pensiamo al gruppo Montenegro (Vecchia Romagna) con in mano circa un terzo del venduto nazionale del brandy, a Stock (84), a Branca (stravecchio), ed a qualche distilleria minore; tutti accomunati dal canale grande distribuzione e da una qualità ordinaria. L’uso corrente di questi alcolici oggigiorno è più la correzione del caffè al bar che non il consumo tal quale, ormai sporadico. Alcune di loro commercializzano piccole riserve destinate alla degustazione.

Tradizionale alambicco charentais per la distillazione discontinua del brandy – Ditta Villa Zarri – Castel Maggiore

L’altra faccia della produzione consiste nell’industria liquoristica minore, in particolare nei distillatori di grappa, che talvolta hanno in portafoglio oltre a numerosi spiriti anche uno o due brandy. Qui la tipologia di prodotto varia notevolmente da azienda ad azienda, dalle qualità in tutto simili ai prodotti mass-market fino a riserve pregiate lavorate secondo standard superiori, per la gioia dell’amatore di distillati. Non essendoci un disciplinare se non la norma vista poc’anzi, ogni ditta si comporta secondo la propria politica commerciale: avremo perciò una grossa parte d’aziende le quali affinano distillato di origine industriale, ed un gruppo sparuto di distillatori in proprio; cosa stia bevendo, il consumatore lo ignora quasi sempre anche per la mancanza di dichiarazioni in etichetta.

Le zone che contano la maggiore presenza di aziende sono le più vocate alla viticoltura: il Piemonte, la Sicilia, l’Emilia Romagna, il Trentino, ed il Veneto. Spesso si tratta di commercio a piccoli volumi, con limitata presenza nelle enoteche e nei bar, talvolta solo nella regione del produttore. Il panorama perciò è quanto mai variegato, e risulta difficile al consumatore orientarsi in una selva di bottiglie senza apparenti differenze di qualità. A volte dietro ad un marchio (facilmente altisonante) non c’è nemmeno un produttore od affinatore, ma solo un’azienda commerciale, cosa comune anche nel mondo cognac.

Qualche azienda tra molte, per farsi un’idea del brandy italiano lavorato artigianalmente o quasi: Antinori, storico nome toscano (6 anni); Berta, grossa distilleria piemontese, con due etichette (20 e 25 anni); Giori, azienda trentina, con due distillati di 25 anni; Mazzetti, grappaiolo piemontese, con tre qualità invecchiate; Pojer & Sandri, vignaioli trentini, con un originale brandy da vigneti di proprietà (10 anni); Poli, celebre grappaiolo veneto, con due varietà, brandy (3 anni) ed arzente (10 anni); Villa Zarri, bolognese, unica distilleria italiana a produrre con la stessa tecnica del cognac (10 anni, e qualità millesimate più mature). Quasi tutti distillano col metodo a ripasso, in caldaia a bagnomaria (alambicco Zadra o derivati), Villa Zarri solamente con l’alambicco tradizionale charentais a fuoco diretto.

La forchetta di prezzo nei brandy italiani è ampia, partendo da circa 5-6 euro per i prodotti più dozzinali, fino a circa 80 euro (70 cl) per le qualità di pregio lungamente invecchiate: a questo livello il costo è allineato ai cognac di età corrispondente (XO).

È arduo capire dall’etichetta cosa si sta versando nel bicchiere, data la grande disomogeneità produttiva dei distillati italiani: a parte l’invecchiamento, raramente vengono fornite indicazioni che potrebbero orientare un consumatore evoluto. Come per il cognac, è preferibile orientarsi sulle aziende che distillano ed invecchiano in proprio e che forniscono informazioni esaurienti sui loro brandy; non lasciatevi ingannare dall’aspetto cupo, che è dato dal caramello aggiunto. È utile ribadire che l’indice più affidabile della qualità di un brandy non è la sua età, ma l’equilibrio tra aroma e gusto del distillato.

Se vi interessa una breve storia del brandy italiano cliccate QUI.

© 2014 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

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3 Responses to “il brandy italiano – oggi”


  1. 1 Fabrizio
    31 luglio 2014 alle 09:36

    Mi hanno omaggiato di un brandy italiano dicendomi che è di una qualità molto buona; parliamo del brandy invecchiato 27 anni della Mazzetti d’Altavilla. Non trovo nessuna notizia sul blog per questa distilleria piemontese.
    In futuro ne farai una recensione????

    • 31 luglio 2014 alle 11:52

      Mazzetti è una distilleria piemontese di Altavilla Monferrato; sono grappaioli, come il grosso dei distillatori italiani; non la conosco, so solo che commerciano brandy invecchiato da 12 a 27 anni.

      Il problema italiano è che mancando un disciplinare di prodotto, non si sa cosa si beve, e ben raramente te lo vengono a dire: alcune ditte distillano in proprio vino (quale, da dove?), la maggior parte compra brandy già distillato da grandi distillerie industriali (che lavorano eccedenze di vino, quindi distillano qualsiasi cosa), e poi lo invecchia nelle proprie cantine (con che fusti, di che volume, per quanto tempo?).

      Difficile orientarsi in un mondo così incerto, e molto difficile trovare brandy di qualità almeno paragonabile ad un cognac mediocre, e tantomeno a costi minori.

      Forse un giorno mi ricrederò, ma per ora ho forti riserve sul grosso del brandy nostrano.

  2. 3 Michele Fiorini
    26 agosto 2014 alle 18:47

    Complimenti per l’articolo e per il blog, che ho scoperto oggi e che seguirò con piacere.


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