Archivio per gennaio 2014

31
Gen
14

cognac – marketing – le cifre del 2013

Il Bureau National Interprofessionel du Cognac, l’ente statale francese che tutela, controlla e promuove il cognac, ha appena pubblicato il rapporto sulle vendite nel 2013: ecco i dati più significativi dell’anno, con qualche sorpresa, relativa alla domanda cinese ed al consumo totale del distillato.

Si sono vendute nel mondo circa 161,4 milioni di bottiglie, con un leggero calo sul 2012, 3,8 milioni meno dell’anno precedente, benché in valore il fatturato sia in aumento. Il trend si conferma quindi in leggera crescita soltanto a valore. Il mercato è ancora protagonista  in Asia nonostante gli stock in eccesso e lo stop alle vendite, si afferma in crescita negli USA, e in marcato arretramento in Europa.

L’export ammonta a ben il 97,6%, ed a un magro 2,4% domestico.

I principali Paesi consumatori vedono gli Stati Uniti in testa con 50,7 milioni di bottiglie, seguiti da Singapore con 27,7 milioni, dalla Cina con 19,9 milioni in calo di 4,6 sull’anno 2012, e dall’Inghilterra con 10,1 milioni, pressoché stabile.

La Cina come anticipato ha bruscamente frenato l’import, con un calo di circa il 9,8 % sull’anno precedente: i grandi operatori preferiscono parlare scaramanticamente di mercato in consolidamento piuttosto che di ribasso. Vedremo nei prossimi mesi dopo il Capodanno cinese, tradizionalmente il momento di picco di vendite del cognac, come andranno le cose. Exploit nuovamente per la Nigeria, che segna una crescita percentuale sull’anno scorso, +15,9 % , con 1,6 milioni di bottiglie, pur essendo paese in parte musulmano (teoricamente analcolico), e crescita esplosiva per il Sud Africa + 46% rispetto al 2012 con 1,1 milioni. L’Africa si conferma così un mercato in sostenuta espansione sebbene ancora piccolo in volumi.

L’Europa, terzo mercato, vede Inghilterra Germania e Francia come principali consumatori, seguiti da Olanda, Norvegia, Finlandia, con poco più di un quarto delle vendite totali. L’Italia si conferma ancora piazzata agli ultimi posti dell’import europeo, sotto il milione di bottiglie/anno. L’Est Europa fa segnare risultati migliori del leggero calo all’Ovest.

Riguardo alle qualità vendute, il 44,8% è costituito dal tipo VS (invecchiamento min. 2 anni e ½), il 41,2% dal tipo VSOP (4 anni), e il restante 14 % da qualità superiori (XO 6 anni, e oltre), pressoché stabile rispetto al 2012.

L’interesse per questo distillato rimane alto in tutto il mondo: considerevole è il valore dell’export, 2,40 miliardi di euro, per un totale del 97,6% della produzione complessiva.

La domanda è in calo, specie nei mercati emergenti, mentre la crisi continua a far soffrire l’Europa, con un calo dei volumi intorno al 10% nei principali Paesi consumatori, unica eccezione l’Inghilterra. Si mantiene vivace il mercato nord americano.

Fonte: BNIC, comunicato stampa 17 gennaio 2014.

Campagna 2012

Campagna 2011

Annunci
24
Gen
14

Il cognac medicinale – Spiritus Vini Gallici

Il cognac ha avuto in più di un’epoca un uso medicinale: si tratta di una storia interessante, che vi racconterò da farmacista, posando per una volta il bicchiere.

Pubblicità del brandy Beehive – maison Bardinet – Bordeaux 1935
Notare le indicazioni terapeutiche!
(per gentile concessione di Simoncognac)

La nostra storia ha inizio presso la Scuola Salernitana,  dall’ottavo o nono secolo d.c. fucina di medici medievali, dove si insegnava anche l’esoterica alchimia. Già allora erano note la distillazione, processo imparato dagli insegnamenti e dai testi dei Maestri arabi, e uno dei suoi prodotti, l’aqua vitae, nome la cui origine è coeva; ma ne abbiamo già parlato altrove.

Quello che scaturiva dagli alambicchi primordiali altro non era che alcool di vino impuro di flemme, ma che funzionava a meraviglia per ogni uso esterno, benché il concetto di disinfettante all’epoca fosse ben là da venire. I medici di allora se ne servivano come ritrovato miracoloso per ogni cancrena e putrefazione corporea. Ma ancora non era cognac.

Nei secoli si imparò l’uso per via orale di questo spirito conservato in botte: un testo a stampa (1531) conservato nella biblioteca Vaticana, ad opera di Maestro Vital DuFour (o Vitalis de Furno), medico e priore dell’abbazia di Eauze, nel cuore della Guascogna (ovvero contea d’Armagnac), ‘Pro conservanda sanitate liber utilissimus‘ scritto nel 1310, vantava già quadraginta virtutes, non tutte invero medicinali, di ciò che oggi conosciamo come armagnac, il più antico spirito di vino d’Europa. Tuttavia fino al 1600 circa, essendo questo ed altri spiriti mal distillati per cattive apparecchiature, e perciò poco potabili, rimasero confinati agli usi viziosi del popolino: i ricchi li bevevano solo ‘cum zuccaro et spetie’ all’epoca status symbols, cioè nobilitati in liquori con l’arte dei nostri antichi colleghi speziali.

Cognac medicinale - Ditta Adriatica - Fiume - 1905

Cognac medicinale – Ditta Adriatica – Fiume – 1905

Per voluttuario che fosse il consumo, il cognac si era ritagliato col tempo alcune virtù medicinali per esperienza empirica, per cui veniva impiegato popolarmente in tutte le forme pettorali come si usava dire, influenza raffreddore o bronchite, poco importa: retaggio gastronomico‑culturale di quest’epoca passata è ancora oggi l’uso del latte e cognac con le stesse indicazioni.

Altra indicazione popolare, ma non per questo inesatta, era l’impiego come sonnifero: fino alla scoperta dei barbiturici (1903), le uniche opzioni terapeutiche esistenti erano i derivati dell’oppio e l’alcool in dose adeguata. Troviamo numerose opere letterarie che ce lo descrivono: tra tante, la corrispondenza fra Pascoli e i familiari, dove il poeta veniva redarguito a non abusare ora del laudano, ora del cognac, per i suoi disturbi nervosi.

È appunto intorno alla fine del 1800 che il cognac, già glorioso da decenni sulle tavole del mondo, fa il suo ingresso trionfale in farmacia, anche se nei retrobottega ce n’è sempre stato: il farmacista fino a tempi non lontani svolgeva anche una qualche attività di droghiere nei centri minori, e gli spiriti puri e lavorati facevano parte della merceologia di bottega.

Cognac medicinale - Ditta Colombo - Cardano al Campo - 1930 circa?

Cognac medicinale 45° – Ditta Colombo – Cardano al Campo – 1930 circa?

Risale al volgere del secolo l’introduzione del pregiato distillato nelle farmacopee anglosassoni (B.P. 1898; USP 1905) e di molti altri Paesi, ovviamente con tanto di titolo alcolico e saggi analitici di purezza, come si conviene alla scienza farmaceutica. Ci resterà, col pomposo nome di Spiritus Vini Gallici, fino alla fine della seconda guerra mondiale. Si noti che per poter essere venduto come farmaco, il cognac andava preparato secondo regole precise, in particolare senza essere additivato di zucchero, caramello, né estratti di legno, e senza diluizione al grado commerciale corrente (ma da oltre 40%, fino a 60% in vol. ‘for good cognac’) perciò più concentrato. L’ÖAB (farmacopea austro-ungarica) ne prescriveva un titolo di 44°-48°. Non ho notizie di una monografia nella farmacopea italiana, tuttavia.

Si videro quindi fiorire dovunque imbottigliamenti di ‘cognac medicinal’, corrispondenti alle specifiche farmaceutiche. Tra le tante aziende, chi fece fortuna con questo tipo di prodotto fu la Stock di Trieste, allora austriaca.

Un’istantanea di questa belle epoque medicinale è tuttora visibile negli arredi della magnifica farmacia di Piazza del Campo a Siena, su una delle cui ante figura in bella vista la scritta ‘Cognac delle primarie Case’!

Anche la pubblicistica di primo Novecento è ricca di opere reclamizzanti cognac medicinali di ogni marca, spesso per mano di celebri illustratori: ricordiamo, tra gli italiani, Marcello Dudovich e Leonetto Cappiello. A molti verrà anche da pensare ai cani San Bernardo con una botticella di brandy al collo, ma è fantasia di un pittore vittoriano, Edwin Landseer, che ritrasse il cane da salvataggio in questo modo. Da qui l’immagine, ancora oggi viva.

Interno della Farmacia del Campo - Siena

Interno della Farmacia del Campo – Siena

Il curioso effetto collaterale di questa classificazione farmaceutica è stato che durante l’epoca del Proibizionismo negli Stati Uniti (1919/33) il cognac era tra i rari spiriti legalmente disponibili, naturalmente su ricetta e in farmacia: immaginatevi quanti ammalati! E questo salvò anche parecchie case produttrici francesi che in America avevano un fiorente mercato, permettendo loro di continuare, seppure a regime ridotto, le esportazioni, cambiata etichetta.

Ancora, nello stesso periodo si ricorda una trattatistica sul’argomento: il piccolo sebbene capitale lavoro di Robert Delamain[1], primo storico del cognac, riporta un gustoso capitoletto ‘Le cognac agent therapeutique’ in cui, elencando con erudita sapienza le trasformazioni chimiche del distillato lungo gli anni ed il ruolo fondamentale della botte di quercia, l’autore attribuisce alla sua parte alcolica un effetto cardio‑regolatore ed eupeptico; ma dove si fa ardito è nel conferire alla sua frazione ‘non-alcool’ cioè ai

Stock cognac medicinal - Ditta Camis & Stock - Trieste - 1904 -  ill. M. Dudovich

Stock cognac medicinal – Ditta Camis & Stock – Trieste – 1904 –
ill. M. Dudovich

congeneri disciolti in esso virtù toniche, diuretiche, battericide, ed un’incontestata efficacia ‘nelle malattie febbrili, influenzali, polmonari e tifoidi’ (ivi, p. 130) con tanto di papers scientifici in nota a piè di pagina, come faremmo oggi. Egli nota tra l’altro che fra i lavoratori degli chais, e lui figlio di un’illustre dinastia di produttori poteva ben saperlo, non si conosceva la tubercolosi, cosa che attribuisce all’eliminazione per via polmonare dei congeneri ‘battericidi’ disciolti nell’alcool del cognac. Infine riferisce l’opinione di un celebre clinico del tempo sulla potente azione fisiologica di questa frazione ‘non-alcool’ del ‘vrai vieux cognac’, superiore a qualunque altro spirito a parità di tenore alcolico. Musica per le orecchie di un Delamain! Indubbiamente tanta enfasi era interessata, tra un po’ di ingenuità e un fondo di empirica verità; ma rende lo spirito del tempo.

Oggigiorno si lavora ancora sul cognac: uno studio recente[2] ha valutato il miglioramento della reattività coronarica indotto dal distillato su giovani sani, concludendo che ne è privo, ma riscontrando una significativa azione antiossidante nel sangue. Un’altro[3] ha passato in rassegna le indicazioni terapeutiche e gli usi clinici al tempo in cui era considerato farmaco d’emergenza.

Per ultimo ricordiamo l’uso dello spirito gallico per frizioni esterne, per inalazione e in gocce orali, ancora molto diffuso nei Paesi di lingua tedesca, sotto il nome di Franzbranntwein. Si tratta di uno spirito, oggi  non più cognac, in cui viene sciolta canfora, mentolo, e un olio essenziale di pino o pino mugo.

© 2014 il farmacista goloso (riproduzione riservata)


[1] Delamain, Robert – Histoire du Cognac – Ed. Stock – Paris, 1935
[2] Effects of cognac on coronary flow reserve and plasma antioxidant status in healthy young men; Tuomas O Kiviniemi et al., Department of Clinical Physiology and Nuclear Medicine, Turku University Hospital, Turku, Finland, 2008 [3] Guly, Henry ; Medicinal brandy; Resuscitation. 2011 July; 82(7-2): 951–954. Elsevier Ireland
12
Gen
14

birra – chimay rossa

Le birre a marchio Chimay sono distribuite (si veda commento) da una società anonima Biéres de Chimay di Baileux, a poca distanza dall’abbazia di Scourmont, dove vengono prodotte, nel rispetto della filosofia trappista: si tratta di una linea di birre di facile reperibilità sul mercato, alquanto adatta a chi si voglia avvicinare per la prima volta alle birre trappiste belghe.

La Chimay rossa appartiene allo stile dubbel, scura quindi con 7° alcolici. L’abbazia la chiama bruna o  Première, perché fu la prima birra prodotta, dal 1862.

Chimay_Rouge

La birra Chimay rossa

Aspetto bruno tendente al rosso, con un bel cappello di schiuma bruna persistente a grana fine; piacevoli note maltate e di frutta passite, anche se poco incisive; al naso prevale un netto e profondo sentore di malto.

Carbonatazione leggera, non invadente; al gusto la Chimay rossa si rivela acquosetta assai, pur avendo una buona struttura maltata; leggere tracce fruttate anche al palato, e una luppolatura fine ben evidente nel finale, ma senza diventare protagonista. Dolcezza assai poco marcata così come l’alcolicità, che si avverte solo dopo. Retrogusto luppolato decisamente persistente. Equilibrio più che onesto.

Tra le dubbel trappiste è quella che entusiasma meno, per struttura debole e aromi nel complesso modesti. Per niente cattiva, anzi ben fatta, ma si fa dimenticare da quasi tutte le consorelle. Birra aperitiva leggera.

Conservazione: parecchi anni, fino a 5.

Prezzo: € 2,4 – 2,5 circa.

Reperibilità: facile.

04
Gen
14

cognac e cattivo giornalismo

Oggi sfogliando il giornale al bar ho incontrato un articolo curioso [IL GIORNALE sabato 04/01/2014], riguardo una ricerca americana che correla le abitudini di consumo di vino e alcool alle scelte elettorali.

ilgiornale

Di per sé la ricerca meriterebbe il premio IG-Nobel per la sua improbabile qualità statistica; è quantomeno poco verosimile mettere in relazione l’abitudine al bere con il voto; per vie traverse, questa potrebbe essere in qualche modo correlata al censo: il bevitore ricco ed acculturato beve meglio e più caro della media, perciò tendenzialmente potrebbe essere un conservatore. Ma questo aveva senso nell’epoca vittoriana, forse. Oggi, nel mondo dei global spirits e della pubblicità televisiva, tentare un simile paragone è un azzardo o una perdita di tempo, seppure con un ampio campione statistico.

Continuando a leggere nell’articolo, l’autore Gianluca Grossi scrive di spiriti scuri citando bourbon e whisky, ma incorre in una topica madornale sul cognac: infatti lo classifica tra gli spiriti chiari come se fosse un gin od una vodka. Ohibò! Quanto poco gli italiani conoscono il re dei distillati.

Caro Grossi, vogliamo presumere a scusante che lei sia astemio, ma se proprio vuole scrivere di liquori, e non sa cos’è il cognac, le occorre tanto a controllare le sue fonti per stendere un articolo in maniera almeno un po’ più accurata che riportare una notizia d’agenzia? Il vecchio Indro Montanelli buon’anima (nonché fondatore de Il Giornale) vi prenderebbe tutti a ciabattate, tanto è decaduta la qualità dell’informazione italiana.

Sarà meglio che le offriamo un bicchierino, se in vino veritas. Sui giornali, quasi mai.

01
Gen
14

Meditazione gastronomica di Capodanno

Le feste natalizie e d’inizio d’anno portano inevitabilmente agli eccessi gastronomici, spesso deliberatamente cercati, come se non si mangiasse mai o ben poco durante il resto del tempo. Perché?

Nell’immaginario ancestrale del popolo le feste hanno sempre avuto sapore di rivincita sulle magre polente sudate nel quotidiano, ma oggi che la fame è esperienza triste di pochi grazie anche al soccorso di generose istituzioni, per citarne una, l’Opera San Francesco di Milano, domandiamoci il senso che può avere la ricerca dell’abbuffarsi con i più svariati cibi, componendo indegni pasticci nel nostro povero stomaco.

Per chiarirlo prendiamo spunto da due scritti di vivo interesse, uno di Giovanni Rajberti (1805-1861) medico milanese, e l’altro del famoso giornalista [anche] gastronomico Paolo Monelli (1891-1984).

Il primo, con fare tra il didattico e il salutistico, tipico della precettistica della sua epoca, stigmatizza questi usi popolari in confronto all’elegante calibrata abbondanza dei pasti signorili: il suo pensiero tuttavia non fa una grinza riletto a distanza di oltre due secoli: ne riportiamo qualche stralcio essenziale dal suo “L’arte del convitare spiegata al popolo[[1]].

L'arte del convitare spiegata al popolo - Giovanni Rajberti

L’arte del convitare spiegata al popolo –
Giovanni Rajberti

Principal pecca dei conviti popolari è che non si rispetta la gran massima “ne quid nimis” (mai troppo), tanto raccomandabile anche nelle ottime cose. Domina una certa paura di non poter mai farsi abbastanza onore, e quindi [gli ospiti] si mettono in una specie di orgasmo che li fa passare in tutto quella calcolata e sapiente misura che è primo elemento del bello in ogni arte. Perciò piatti a profluvio, e troppo conditi e sapidi, e un predominio di vivande d’indole soverchiamente calida[[2]] e stimolante […]

[…] Un pranzo di buon gusto, lontano egualmente dalla parsimonia come dalla matta ostentazione, dovrebbe constare a mio debole avviso, di cinque piatti o al più sei: i tre d’obbligo, frittura, lesso, arrosto[[3]], con qualche altro intermedio […] Volete proprio sfoggiare? Aggiugnete un dolce, un gelato, e altre bazzecole di credenza […] Ma poi basta, basta davvero. […]

[…] Alle tavole del popolo ci si va credendo di sedere ad un pasto di amicizia […] e vi obligano ad andare in seconda di tutto[[4]]. Perciò si mangia e si mangia; arrivano i piatti fini per gli ultimi […] e allora oh che rimorso d’essersi lasciati menar via con tanta spensieratezza ed imprevidenza dal salame, dalla frittura di cervello, dal manzo, che sono i cibi di tutti i giorni! […]

E qui l’autore elencando la fantasmagoria di piatti dei banchetti nobiliari, elaborati e gustosi, ma serviti con un esercito di camerieri e con velocità di un’ora e mezza, confronta gli usi del popolo. Riprendiamo il Rajberti:

[…] Ma i pranzi del popolo oh come sono lunghi quando assumono una certa importanza! […] le ostinate cerimonie che alla lor volta fanno tutti perché gli altri si servano prima di loro; quindi un andare e tornare e balzare del piatto come battuta e rimessa al giuoco del pallone,: un po’ che alcuni dopo essersi fatti pregare ben bene a servirsi, istituiscono un serio esame sul piatto, e voltano tutti i pezzi, e non trovano mai la porzione che fa per loro, e finalmente vogliono appena un bocconcino, e dimandano una suddivisione perché si è trinciato troppo grosso; e poi quel terribile secondo giro del piatto in umile e supplichevole ricerca di chi si lascia trascinare a fare bis; e poi, e poi… pensateci, e di questi poi ne troverete tanti altri, io sono stanco di noverarli. A me è occorso le tante volte di stare a tavola più di tre ore. Vi pare poco? Ebbene, mi accadde in occasione di nozze di starci più di quattro ore. Non vi fa ancora meraviglia? […] in campagna da grossi fittabili io ho assistito a uno di quei pranzi dove le ore non si contano più perché trattasi di porsi a tavola a sole meridiano e trovarsi ancora là a notte fitta! […] La mensa è quel luogo dove non si patisce la noia durante prima ora. […] Probabilmente ci annoieremo nel corso della seconda. Dunque imploro che evitiate almeno la terza a riguardo delle persone di buon gusto e di buon senso che onoreranno la vostra casa. Sit modus in rebus: due ore di tavola è proprio un bell’assegnamento. Capiterà ben inteso di starci anche di più e spontaneamente e piacevolmente; per esempio in inverno trovandoci in un ambiente delizioso e in compagnia simpatica ci fermeremo un’altr’ora a chiacchierare e a berne qualche sorsetto ancora tra una ragione e l’altra, ma ben inteso, sul tappeto: cioè a pranzo assolutamente finito. […]

Il Rajberti ritorna medico facendo un po’ di fisiologia spicciola spiegata al popolo:

[…] tante ore d’obbligo a continuamente masticare adagio adagio e seduti sempre a quel posto, sono un’enormità, e all’uomo ragionevole deve sembrare d’essersi trasformato in una bestia ruminante, e trovarsi legato alla mangiatoia. Aggiugnete poi che è cosa malsana quell’insistere per tanto tempo a dare cibi da elaborare al ventricolo, obligandolo a ricominciare ogni istante le proprie operazioni, e a quell’ostinato sovraporre materie nuove a materie già concotte, sciolte e pronte per le seconde vie. Tutto ciò disturba la tranquilla e normale faccenda della digestione: lo stomaco e gli intestini si imbrogliano nella complicata gestione di sostanze tanto varie e di varia data. […] Così partirete da quei desinaracci per mettervi in mano allo speziale. […]

Dopo aver enumerato i difetti delle tavole semplici l’autore termina questo saggio con un elogio al popolo ed alle sue libere ed allegre espressioni a pranzo, non vincolate alla rigidità, all’etichetta, ed al silenzio compìto delle mense illustri, che privano gli ospiti di uno dei maggiori piaceri della tavola.

[…] Dai grandi si mangia meglio, ma tra di noi si mangia più allegramente. […] Oh, viva noi! […] Noi siamo il buon popolo, il caro popolo, e chi di gallina nasce, gli conviene razzolare.”

Paolo Monelli, un autore più vicino al nostro tempo, invece, nel suo “Il ghiottone errante[[5]] reportage gastronomico tra i più celebri dell’epoca, prende le mosse dalla “Guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri[6] sorta di Baedeker di Hans Barth, primo tedesco a scrivere del buon bere all’italiana, dopo tanti secoli dal famoso prelato Johan Deuc o De Hoek della storiella dell’ “Est Est Est”, per condurci con stile allegro e faceto alla scoperta delle più lodate trattorie del periodo in lungo e in largo per la penisola.  Ma alla fine, vinto dal troppo cibo, arriva per lui il momento di dire basta al “toujours perdrix”. E si reca col compagno di viaggio Novello a Montecatini, a cercare “il purgatorio ove detergerci dalle orgie culinarie, ove lavarci dalle impurità ove rifarci il corpo schietto. […]

Il ghiottone errante -  Paolo Monelli

Il ghiottone errante –
Paolo Monelli

Qui, con sguardo allucinato e tono dantesco, Monelli disegna i guasti della ghiottoneria tra le genti purganti […] nel triste tempio. […] Girano in tondo, i dolenti, con il bicchiere in mano, da cui bevono a sorsetti schizzinosi; hanno tutti sul viso una fatale ruga, una tristezza d’attesa, un’impaziente malinconia. Quest’acqua lava gli intestini e i filtri del fegato e dei reni, ma non il ricordo. Visioni turbano i bevitori, dei vini, dei cibi gustati; a questo gli hanno condotti i pasticcini, gli arrosti, le pastasciutte, gli antipasti varii, i pesci in bianco e alla mugnaia, le torte, i marroni canditi; tanta rovina hanno fatto i vini rossi, e neri e bianchi, gli spumanti delle feste, i grappini del risveglio, i cognacchini delle veglie, i cocktails delle seduzioni; ecco come le birre nordiche, oscene, muffose, hanno inturgidito il ventre e tumefatto il torace. […]

[…] Vanno in giro i più malfatti uomini, le più deformi donne del mondo, e trangugiano di quell’acqua come si riversasse dalla fontana di giovinezza, e potesse ridargli le forme snelle e la pelle ferma dei vent’anni. Terribile scena. […] M’avevano ingannato le genti purganti […] questa turba non è lì per aver mangiato di gusto, per aver bevuto buoni vini, per aver a lungo indugiato intorno alla tavola, davanti al bicchiere. Di simili buongustai è pieno il mondo, che non si impicciano d’acque di nessun genere. Questi dolenti pagano il fio di aver mangiato male e disordinatamente; non sono stati mai buongustai, sì bene ghiottoni ed ingordi. E molti son qui, certo, perché non hanno mai bevuto né mangiato a sufficienza, e negarono ai loro visceri i naturali doni. Non la buona tavola o il vino sincero gli hanno mandati a queste risciacquature; ma l’ingurgitare alla peggio, il rimpinzarsi senza discernimento, e insieme la vita sedentaria; l’odio per ogni sforzo. Non me la dànno ad intendere; dal modo come costoro bevono quest’acqua, m’avvedo che sono per il cinquanta per cento astemi. Queste son pancie da mangiatori di triple porzioni, non da raffinati che assaporano con saggezza varie portate. […]

Dopo l’elogio della salutare cucina regionale italiana, […] L’Italia che fu maestra di bel mangiare ai popoli i secoli andati, può anche oggi esser tale […] Gli italiani hanno in primo luogo cucine regionali saporitissime e soprattutto intelligenti; che si adattano cioè alle particolari condizioni climatiche e sfruttano i prodotti locali. Chi si nutre secondo queste cucine rallegra la sua vita, né avrà bisogno di annui pellegrinaggi a Montecatini o altrove”.

In conclusione entrambi gli autori, pur moraleggiando o pontificando, incoraggiano la moderazione nel prendere il cibo, il non indugiare a lungo a tavola, e soprattutto Monelli a farsi il gusto e la cultura del buon mangiare e del bere bene, evitando il disordine gastronomico che spesso accompagna ancora le nostre feste.[[7].

Meditate, gente.


[1]  Rajberti, Giovanni: l’arte di convitare spiegata al popolo; Bernardoni, Milano, 1850.

[2] Retaggio della medicina ippocratica, i cibi si classificavano in caldi, freddi, umidi e secchi.

[3] Notate come anche nel pranzo importante i canoni dietetici fossero molto più generosi di ora.

[4]  Fare il bis

[5]  Monelli, Paolo: Il ghiottone errante. Viaggio gastronomico attraverso l’Italia;

Treves, Milano, 1935

[6] Barth, Hans: Osteria. Guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri;

trad. di G. Bistolfi, pref. di G. d’Annunzio; Voghera editore, Roma, s.d. ma 1909

[7]  Monelli  è autore anche di “O.P. [optimus potor] ossia il vero bevitore; Longanesi, Milano, 1963




Contatto / email

cognacecotognata (@) virgilio (.) it

Insert your email to follow the updates

Archivi

gennaio: 2014
L M M G V S D
« Dic   Feb »
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Avvisi legali / legal stuff

Questo blog è protetto dal diritto d'autore © (Legge 22 aprile 1941 n. 633).
E' vietato ogni utilizzo commerciale e non commerciale del contenuto, senza consenso dell'autore.

This blog is copyrighted.
© All rights reserved.

Le IMMAGINI appartengono ai rispettivi proprietari e sono pubblicate su licenza. Nel caso di aventi diritto non rintracciabili, contattare il sito per l'eventuale rimozione.

Questo blog viene aggiornato a capriccio dell'autore, quindi non può essere considerato prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001.

Gli articoli pubblicati non sono destinati ad un pubblico di età minore, né intendono incentivare il consumo di alcolici.

Ogni opinione pubblicata è frutto di libera espressione e non ha finalità commerciale alcuna.

NOTA PER IL LETTORE
La pubblicità che può comparire su questo blog non è volontà dell'autore, ma generata automaticamente dalla piattaforma ospitante. Vogliate scusare il disagio.

Annunci