Archivio per novembre 2013

29
Nov
13

Cina e cognac – game over?

Se fino all’anno scorso la Cina è stata la “gallina dalle uova d’oro” per le case produttrici di cognac, con fatturati in crescita a due cifre, circa il 20% in più ogni anno, sembra che la festa sia ormai finita, con lo scoppio della bolla alcolica.

Il presidente del partito cinese Xi Jinping, certamente sarà poco amato dai produttori di cognac

Il presidente del partito cinese Xi Jinping, certamente sarà poco amato dai produttori di cognac

Come è stato già reso noto qualche mese fa, i provvedimenti di sobrietà e di moralizzazione imposti dalla nuova dirigenza del partito cinese ai suoi membri hanno colpito pesantemente nel segno: il presidente Xi Jinping ha bandito eccessi e lussi sfacciati, prima costume corrente nel paese.

Il prossimo capodanno cinese, 31 gennaio 2014, non sarà più annaffiato di cognac ai banchetti, né i dirigenti del partito si scambieranno doni di bottiglie di gran pregio, come d’uso finora. Le grandi case di cognac puntavano tutto sul mercato luxury cinese, visto che la media degli acquisti era ben sopra i 200 dollari al pezzo, un’enormità in rapporto al salario medio locale. Su queste bottiglie di fascia premium le maison hanno un margine mostruoso. Le vendite di cognac in Cina dipendono per un buon quarto da queste usanze, destinate all’abbandono.

La Rémy Cointreau, uno dei big player, ha emesso un profit warning in discesa a 2 cifre per la debolezza del mercato cinese, da cui l’azienda dipende per circa il 60% dei suoi fatturati, una parte assai rilevante. La piazza è ormai da mesi stagnante con forti stock invenduti. Martedì scorso le sue azioni sono crollate del 10% in borsa.

Lo stesso calo si aspettano i gruppi LVMH (Hennessy) e Pernod-Ricard (Martell), benchè meno toccati dal crollo dei consumi, per avere portafogli più diversificati e meno legati al mercato cinese.

I cinesi non smetteranno di comprare cognac, passando magari alle qualità inferiori, ma forse anche noi torneremo a berlo a prezzi più umani.

Fonte: Bloomberg

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20
Nov
13

il brandy italiano – storia

Il brandy italiano è il distillato di vino nazionale invecchiato in botte di legno. Si produce da vino bianco, prevalentemente della varietà trebbiano, abbondantemente coltivato in tutte le regioni o da altri vini a sapore neutro e spiccata acidità.

Cognac Enotrio - Ramazzotti - Milano - anni 1930

Cognac Enotrio – Ramazzotti – Milano – anni 1930

L’origine della distillazione del vino in Italia è incerta: nessuno da noi si sognava di trasformarlo, essendo alimento primario la cui produzione veniva consumata tal quale. Il nostro distillato tradizionale, la grappa, è un sottoprodotto che non incide sulla bevanda madre.

La pratica era tuttavia conosciuta già ai tempi della Scuola Salernitana, ma è rimasta confinata nei laboratori alchemici o dei monasteri per lunghi secoli, senza dare origine ad una diffusa attività artigianale. L’impulso alla distillazione su scala commerciale nascerà, un buon paio di secoli dopo altre nazioni, ad opera di imprenditori stranieri.

Pare che il primo a far distillare il vino, sul finire del 1700, fosse in Sicilia John Woodhouse, il creatore del marsala così come lo conosciamo oggi, per fortificare il prodotto e trasportarlo in patria, secondo l’uso del vino di Oporto. Seguirono poi altri industriali inglesi, Ingham e Whitaker, ma sempre con lo stesso scopo. Il primo distillatore a impiantare in Italia un’azienda dedicata al brandy fu Jean Bouton intorno al 1830, che guarda caso proveniva dalla regione di Cognac, con tutto il bagaglio di esperienza tradizionale della zona. Si installò a Bologna, dove poteva rifornirsi facilmente di vino trebbiano adatto alla distillazione. E’ da notare come questa città sia stata la culla del brandy nostrano, e tuttora un vivace centro di produzione.

Pubblicità cognac Buton - Bologna - 1925

Pubblicità cognac Buton – Bologna – 1925

L’inizio di un’industria vera e propria del brandy italiano, poiché le produzioni a carattere familiare contadino (simile ai boilleurs de cru) o di piccole distillerie artigianali non ci sono mai state, per le ragioni dette prima, vuoi soprattutto per la mancanza di zone viticole specializzate, come invece si trovano in Francia e pure in Spagna (Jerez), va fatta risalire al tardo Ottocento, quando la fillossera stava decimando la viticoltura transalpina. Allora, sfruttando la grave carenza produttiva francese, nacquero da noi svariate aziende che avevano accesso ad uve idonee alla distillazione per inserirsi nel già vivace commercio d’esportazione del cognac.

Che di questa carenza gli italiani ne approfittassero, è cosa nota: al tempo non erano previste restrizioni, e ogni distillato di vino poteva essere legittimamente chiamato cognac, così le distillerie di mezzo mondo invasero i mercati assetati d’America e del Nord Europa; i francesi, appena ripresisi dal disastro vinicolo, reagirono con le leggi di delimitazione della zona di produzione, e terminate le due guerre mondiali, con un’energica azione governativa a tutela del nome cognac. Alla fine degli anni 1940 risalgono numerosi trattati internazionali volti ad impedire alle nazioni produttrici di distillati di vino l’uso della denominazione di origine cognac. Con l’Italia un trattato del genere venne stipulato nel 1948 con efficacia per l’anno successivo: da allora non è più consentito chiamare il distillato di vino italiano cognac, ma solo brandy.

Brandy Stock - Trieste - 1900 circa - ill. Dudovich

stampa brandy Stock (post 1949) – Trieste – ill. Dudovich 1900 circa

La parola brandy identifica da secoli in Inghilterra il cognac, conosciuto dal tardo 1600 come Conyack brandy. La derivazione si suppone sia dall’olandese brandwijn (gli Olandesi furono i primi mercanti ed i perfezionatori della distillazione moderna) cioè vino bruciato, che descrive la pratica.

Ora brandy è impiegato universalmente ad indicare il distillato di vino, benché l’archetipo nel linguaggio comune rimanga cognac, col quale si identifica immediatamente questo genere di prodotti. Da noi è mancata una parola italiana, per l’impiego dapprima del termine francese, e in seguito per il fallimento dell’esperimento di introdurne una al tempo del fascismo, quando si doveva italianizzare tutto. Ci provò D’Annunzio coniando la parola arzente (corruzione di acqua ardente?) ma non ebbe fortuna, data la notorietà universale del termine cognac. Curiosamente nella regione di Cognac il distillato è chiamato semplicemente eau-de-vie (acquavite).

Nessuna delle industrie che posero le basi della produzione nazionale di brandy fu in controllo della filiera, né acquistava brandy già prodotto dal contadino come in Francia; erano distillerie che reperivano il vino localmente e lo trasformavano, poi invecchiandolo. Se lavoravano bene, usavano la botte di quercia e l’alambicco a ripasso, e per non troppo tempo, 3 anni era già considerato un invecchiamento superiore. Paradigmatico è l’esempio del fondatore della Stock, Lionello, che aveva visto nell’abbondanza di vino dei dintorni di Trieste e di rovere della vicina Slavonia, sua terra di origine, la sintesi per una nuova industria (allora austro-ungarica, 1884).

Etichetta cognac Carpené Malvolti - Conegliano

Etichetta cognac Carpené Malvolti – Conegliano

Gli anni sul finire del 1800 videro l’arrivo di altri francesi, Landy e René Briand, per citarne i più noti, e l’inizio della produzione ad opera di industriali italiani, primo tra tutti Florio a Marsala nel 1885, subentrato agli inglesi, che aveva già il know-how e la materia prima.

Tra la fine del secolo e gli anni ’30 del 1900 poi, chiunque avesse un’attività di distillazione o di liquoreria si diede alla produzione domestica di cognac, dato il vivace consumo dell’epoca. Tra i marchi più diffusi, alcuni ancora sopravvissuti al nostro tempo, vengono a mente Stravecchio Branca (1892), Oro Pilla, Carpené, Martini & Rossi, Vecchia Romagna (1939 / Buton), Sarti, Ramazzotti, Gambarotta. Molti altri produttori minori, vivaci tra le due guerre, non sopravvissero per le piccole dimensioni, ma lasciarono una elegante pubblicistica, anche ad opera di celebri illustratori (pensiamo a Cappiello e Dudovich tra tutti), che è ricercata ancora oggi dai collezionisti.

Pubblicità del cognac Sarti - Bologna - 1920 circa

Pubblicità del cognac Sarti – Bologna – 1920 circa

Il declino si presentò amaro e in tutta la sua portata dopo la metà degli anni 1970, quando i gusti dei consumatori (non si sa se il cambiamento fu imposto o meno dalle nascenti multinazionali del beverage) si orientarono verso il trionfante whisky e gli spiriti chiari (provocando tra le altre cose la rinascita della grappa, come distillato nobile) e più tardi verso il meno conosciuto rum caraibico.

I fattori per cui l’industria italiana è decaduta a livelli meno che mediocri, perché bisogna ammettere che non fu sempre così in passato quando produceva pure brandy bevibilissimi, sono dovuti oltre che al cambiamento dei gusti e quindi al crollo della domanda, anche alla debolezza della struttura produttiva, che non ha mai saputo darsi delle regole di qualità o pensare di crearsi una nicchia di eccellenza, preferendo galleggiare nel mass market, a base di grandi numeri, e investimenti scarsi o nulli. Gli spagnoli hanno fatto meglio di noi.

In questo articolo trovate la realtà (in parte più felice) del brandy italiano di oggi.

© 2013 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

09
Nov
13

degustazioni – Bas armagnac Dartigalongue hors d’age

Dartigalongue è un’antica Casa di commercio e distillazione di armagnac, operante a Nogaro dal 1838. L’azienda distilla alcool di vino anche per l’esportazione, e assembla e invecchia armagnac in proprio.

Gli armagnac sono distillati per il 75% a colonna e per il 25% con alambicco charentais, e invecchiano in botti usate (quercia limousin e guascone), in cui si versano 5 kg di trucioli di legno, perciò questi spiriti risentono del trattamento. Tutti sono ridotti a 40°. L’azienda commercia prevalentemente armagnac giovane, ed acquista millesimati da altri produttori.

Bas armagnac Hors d'age - maison Dartigalongue - Nogaro

Bas armagnac Hors d’age – maison Dartigalongue – Nogaro

Denominazione: Bas Armagnac Hors d’Age

Produttore: Dartigalongue – Nogaro (Bas-Armagnac)

Tipo di produttore: négociant – distillatore

Cru: Bas Armagnac

Qualità: Hors d’age

Gradazione: 40°      

Invecchiamento: > 8 anni

Vitigni: Ugni blanc, Baco, Colombard, Folle Blanche

Prezzo: € 35-40 circa (2013)

Importatore: Sagna – Moncalieri

Note gustative: colore dorato; aroma intensamente vinoso con robuste note di legno (abbondante maquillage?) , alquanto alcolico; gusto fiero, mediamente alcolico, corpo pieno ma non ricco, vinoso e tannico, con note balsamiche e fungose; retrogusto debolmente persistente; equilibrio: buono.

La potenza aromatica ed il corpo robusto ne fanno un bas armagnac tipico, per quanto commerciale. Distillato giovane, ruvido ma piacevole, con vigoroso carattere, indicato per chi si avvicina per la prima volta alla scoperta dell’armagnac.

Scheda di degustazione

Aroma                                      

  1. 1.  Fruttato / vinosità: 4
  2. 2.  Aroma di legno (quercia): 5
  3. 3.  Alcolicità: 2               (1=prevalente)    (6=minima)

 

Gusto

  1. 1.  Astringenza: 3          (1=prevalente)   (6=minima)
  2. 2.  Dolcezza: 3
  3. 3.  Rancio: 1
  4. 4.  Ricchezza: 2
  5. 5.  Corpo (pienezza): 3

Retrogusto (lunghezza): 2

Equilibrio aroma/gusto: 4

Giudizio complessivo                        29 / 60

Voti: 1= assente 2= scarso 3= mediocre 4= buono 5= molto buono 6= ottimo




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