Archivio per ottobre 2013

30
Ott
13

Stravaganze – un castagno di pianura

Finalmente!

Dopo un’attesa di “anni et annorum” il castagno piantato nel brolo, che ho tenacemente voluto a dispetto di ogni parere contrario, ha dato la prima padellata di frutti, che ieri sera abbiamo arrostito.

Il castagno "dei cento cavalli", il più antico esemplare italiano conosciuto, nonchè l'albero più grande ed antico d'Europa, perlomeno bimilleniario, si trova nel parco dell'Etna a Sant'Alfio. E' monumento nazionale.

Il castagno “dei cento cavalli”, il più antico esemplare italiano conosciuto, nonchè l’albero con grande probabilità più grande e vetusto d’Europa, si crede sia come minimo bimillenario, circonferenza 55 metri, si trova nel parco dell’Etna a Sant’Alfio. E’ monumento nazionale.

Lo ammetto, non ci credeva nessuno in questa scelta stravagante , ed effettivamente un castagno piantato nel bel mezzo della pianura padana non è un albero comune, tutt’altro. Verosimilmente è l’unico castagno della mia piatta provincia, e a maggior ragione si può essere fieri di questo raccolto battesimale, giusto un paio di chili.

Le mie castagne di pianura

Le mie castagne di pianura

I bei frutti marroni, grossi sani e freschi come non mai, vere castagne a chilometri zero, hanno finalmente rallegrato la tavola con il loro profumo ed il piacevole sapore che fa tanto autunno e rende felici i bambini e non solo.

L’evento è stato festeggiato con un vino leggermente dolce e frizzante della tenuta Pederzana di Castelvetro Modenese, quanto mai adatto ad accompagnare le caldarroste.

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23
Ott
13

cognac – i cinesi si bevono la maison Roullet-Fransac

Prima o poi doveva succedere.

La più grande azienda commerciale cinese di vino e spiriti, il gigantesco Changyu Wine Group, ha acquistato la Maison Roullet-Fransac, un négociant storico di Cognac giusto alcuni giorni fa.

L’azienda è stata ceduta integralmente, marchio, scorte e splendido palazzo (La Saulnerie) affacciato sulla riva della Charente, proprio di fianco alla corazzata Hennessy, una posizione prestigiosa sul Quai des Flamands. Non è da escludere che possa diventare un albergo di lusso per inondare la Charente di ospiti orientali.

La Maison Roullet- Fransac ceduta al gruppo cinese Changyu
(per gentile concessione di: blog.Cognac-Expert.com)

La maison Roullet-Fransac non è un commerciante importante, dichiarava un fatturato di 1,5 milioni di euro, ma illustre per fondazione risalente al 1838, ben prima del boom del cognac sotto Napoleone III. Finora è stata in possesso della famiglia fondatrice. Non è noto il prezzo di vendita, ma l’affare è stato condotto a termine in poco tempo, segno che il piatto era ricco.

Le opinioni sono contrastanti, qualcuno pensa che questa operazione sia una pericolosa testa di ponte per guardarsi in giro “dal di dentro” e mettere le mani sul ricco commercio del distillato di cui sono assetati milioni di cinesi, altri ostentano sicurezza, in quanto il commercio è rigidamente regolato dall’ente di controllo, il BNIC. I francesi comunque sono scioccati da questo ingombrante arrivo, meno gradito di altre multinazionali.

Già prima quest’anno, un altro gruppo cinese di Hong-Kong si è assicurato il controllo di un marchio minore, Menuet, non si sa se anche dei vigneti o solo dell’azienda.

fonte: http://www.sud-ouest.fr

17
Ott
13

cognac e sigari

Quando si pensa ad un sigaro pregiato quasi sempre viene alla mente per associazione di idee un buon distillato, di solito un cognac, talvolta un rum, o un whisky single malt, magari torbato.

Questa associazione ha origine nei club londinesi dell’epoca vittoriana, dove la high society passava le serate discutendo di politica affari cavalli e magari belle donne, fumando un buon Avana e gustando un bicchierino degno dell’ambiente. Questa passione era ben conosciuta da Winston Churchill, tanto da far legare il suo nome indissolubilmente ad un formato di sigari cubani. Un po’ meno nota è la sua passione per il cognac, talmente grande da arrivare a farsi servire durante le sedute della Camera, dove erano proibiti gli alcolici, una teiera contenente del cognac, giocando sul colore molto simile dei due liquidi. Capricci di statista!

Una suggestiva immagine dell'abbinamento sigaro - cognac

Una suggestiva immagine dell’abbinamento sigaro – cognac

Sulla scia di questa tradizione, ormai più che secolare, e per intercettare un mercato in più, molte case verso la fine degli anni Novanta hanno cominciato a produrre dei cognac tagliati su misura per il fumatore di sigaro, iniziando dalle grandi marche, per arrivare anche ai piccoli produttori.

Nell’abbinamento di un cognac ad un sigaro la cosa più importante è la ricerca di un buon equilibrio tra i due prodotti, che faccia risaltare le caratteristiche di ciascuno; ciò non è sempre evidente, ma come regola generale un sigaro leggero avrà gioco più facile di uno corposo e ricco di aroma, il quale richiede un distillato altrettanto di razza per dare il meglio da ognuno dei due. Il cognac deve essere capace di sostenere l’ampiezza aromatica del sigaro senza snaturarsi, e di offrirgli una complementarietà di gusto: dovrete trovare piacere nell’uno e nell’altro insieme. Il vertice sarà raggiunto quando dal matrimonio tra i due nasceranno aromi prima del tutto nascosti.

Come regola generale per ottenere questo risultato, utilizzate solo cognac di invecchiamento XO o superiori, gli unici a poter reggere lo scontro, a meno che vi orientiate sugli speciali cigar cognac, che esistono in diversi invecchiamenti. In ogni caso, quanto più è complesso il sigaro, tanto più complesso dev’essere il cognac. I Grande Champagne ben invecchiati e dagli aromi stratificati ed evoluti si dimostrano sempre più che adeguati alla bisogna. Starà poi al singolo fumatore trovare il connubio ideale.

Cos’hanno di speciale i cognac da sigaro?

Diciamo subito che la loro caratteristica, che li differenzia dagli altri cognac, è di essere assemblages preparati con l’obiettivo di creare una struttura che sostenga l’urto robusto del sigaro: quindi tannini e corpo in quantità elevata, non disgiunti da una certa dolcezza, e quasi sempre un’età media del blend superiore a 12 anni. Spesso i cognac così preparati sono piuttosto intensi, e riccamente additivati di boisé e caramello, non così piacevoli da bere soli quanto in coppia con un sigaro; talvolta sono costruiti per essere gustati solo con un tipo particolare di Avana, come i celebri Cohiba.

Il cognac Cohiba - maison Martell

Il cigar cognac “Cohiba” – maison Martell

Ormai pressoché tutte le grandi case hanno in catalogo uno o più cigar cognac, e non si contano le qualità in commercio delle aziende minori, benché questa rimanga una nicchia specialistica all’interno dell’universo cognac.

È opinione comune di molti degustatori di sigari, che i cigar cognac sostengano adeguatamente svariate categorie di sigaro, dai leggeri ai più complessi, ma senza eccellere in coppia con alcuno. Mentre pressoché tutti gli XO delle maison maggiori dimostrano di essere validi abbinamenti con le tre grandi categorie di intensità dei sigari.

Facciamo qualche nome, tra i cigar cognac più facilmente reperibili, anche se faremo torto a qualcuno dato che la categoria è ormai in catalogo a quasi tutte le maison di una qualche rinomanza.

Uno dei più noti è Davidoff, nei tipi classic ed extra, prodotto inizialmente da Hennessy su misura per la celebre casa di tabacchi di lusso; ora la licenza è passata alla Hine, con nome VSOP (prezzi medi: € 65) e XO (€ 170).

Altri abbastanza diffusi sono: Pinar del Rio della maison Gautier (€ 85), Hine Cigar Reserve (€ 90), Cohiba di Martell (€ 400), Cigar Club di Jean Fillioux (€ 100), For Cigar di A.E.Dor (€ 110).

Per completezza potremmo aggiungere il brandy italiano di Villa Zarri con infusione di foglie di tabacco Kentucky toscano (€ 65 / 500ml). Si tratta di un brandy di 21 anni prodotto con metodo e cura identici al cognac, nel quale sono state lasciate macerare le foglie di tabacco: una tecnica del tutto originale, pensata per il consumo con il sigaro, magari proprio un Toscano ben stagionato.

L’antica moda di fumare un buon sigaro in unione ad un cognac di pregio, tornata in auge anche grazie all’ampliarsi della platea dei nouveau riches provenienti dai cosiddetti BRICS, viene ben coltivata in alcuni selezionati alberghi di lusso londinesi e non solo, dove si trovano smoking lounges dedicate, fornite di bar e humidor per soddisfare ogni possibile desiderio al riguardo.

La cigar room del May Fair hotel di Londra

La cigar room del May Fair hotel di Londra

Cognac & Cotognata ricorda che FUMARE NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE. Questo articolo non intende incentivare in alcun modo la pratica descritta; anzi la si sconsiglia, raccomandando peraltro un consumo moderato e responsabile anche del cognac.

© 2013 il farmacista goloso (riproduzione riservata)

13
Ott
13

Tassano la tua birra! (ma non il vino)

La birra è un ospite gradito in questo blog, da sempre.

Ma in questi giorni stanno accadendo cose che fanno passare la voglia di bere, ed è bene saperne qualcosa in più.

Campagna Assobirra contro l'ubriacatura di... tasse!

Campagna Assobirra contro l’ubriacatura di… tasse!

Il nostro “amato” governo, sempre a caccia di euro per finanziare il buco nero dei conti, ne ha pensata un’altra, ben taciuta al grande pubblico: l’aumento dell’accisa sugli alcolici, in parole semplici l’imposta di fabbricazione e consumo, che colpisce il prodotto appena esce dalla fabbrica. Per la nostra gioia, questa tassa concorre a formare il prezzo del prodotto per cui ci pagheremo sopra anche l’IVA, aumentata di fresco pure quella. A Napoli dicono “cornuti e mazziati”, è il  caso dei bevitori.

Per la birra queste imposte fino ad ora si pagavano in ragione del 37% del costo di una bottiglia, con i nuovi aumenti per finanziare il disegno di legge “Scuola” (nuove assunzioni?) da ora e nel corso del 2014-5 la vostra birra sarà tassata al 45% del prezzo finale.

Tenendo conto che IL VINO NON E’ SOGGETTO AD ACCISA, la tassa colpirà ancora di più gli alcolici (marsala, vermuth, porto, amari, spiriti vari, ed il nostro amatissimo cognac) e la povera (in alcool) birra, che pagherete ad un prezzo sproporzionato al suo costo di produzione.

Che fare? berne di meno? tornare con qualche cassa dall’estero, visto che il regime doganale consente l’importazione comunitaria senza tasse fino ad una quantità di 110 litri pro capite ? (sì avete letto bene, unità di misura a prova di tedesco). A voi la soluzione.

Ma sappiate che bere birra (e liquori vari) in Italia sta diventando più costoso che fare il pieno al distributore. Se un tempo le ragioni dell’imposta erano  protezionistiche, nel senso di favorire i consumi di vino (nazionale) rispetto alla bevanda transalpina, oggi la tassazione è puramente vessatoria per ragioni di cassa. Tagliare le folli spese no, vero? Si scontenta la casta. Molto più facile mettere un’oscura tassa sulla bottiglia. E poi, si sa, lo diceva un fine economista, è “una tassa bellissima”, si fa bene al fegato della gente, e si risparmia in salute! Lo stato etico, sempre sia lodato!

Vengano ancora a parlarci di crescita, i signori governanti: chi ne soffrirà sarà (come sempre) il popolaccio bue che beve (meno) e paga (di più), e chi nell’industria degli alcolici ci lavora, e magari ne verrà buttato fuori dal ripiegamento dei consumi interni, già depressi dalla crisi.

E’ buona politica? Giudicate voi.

Cognac & Cotognata sposa l’appello degli industriali di AssoBirra, Assodistil, e Federvini, nel proprio interesse di consumatore gioioso e consapevole di birra ed alcolici di qualità. Bevete responsabilmente! Da oggi, un po’ meno, forse.

Se credete, firmate anche voi la petizione su http://www.salvalatuabirra.it/

#salvalatuabirra

02
Ott
13

il mirto di sardegna

 

Chiunque sia stato in vacanza in Sardegna, terra fiera del proprio isolamento, conosce il suo liquore tipico, altrettanto fiero nel colore.

Il mirto si ricava dall’omonimo arbusto mediterraneo, Myrtus communis, detto anche mortella,  diffuso ampiamente nell’isola, adoperando il frutto maturo, una bacca intensamente colorata e profumata che si raccoglie sul principiare dell’anno.

Arbusto di mirto in frutto

Arbusto di mirto in frutto

Per lunga tradizione, esso è IL liquore sardo, prodotto in famiglia per il proprio consumo, e anche da alcune industrie che riescono a fargli varcare il mare e giungere in “continente” come usano dire gli isolani.

Si prepara per infusione in alcool delle bacche ed alcune foglie per un periodo variabile da 15 a 30-40 giorni, e poi per diluizione di questa “tintura” filtrata con sciroppo di zucchero e acqua fino al grado voluto; di solito il mirto non è un liquore molto alcolico, e trova il suo grado ottimale intorno ai 28°‑35°; per dare più corpo al prodotto è utile impiegare un torchietto che spremerà il liquido rimasto nelle bacche, ma attenzione a che l’operazione sia fatta in modo leggero, altrimenti ne verranno estratte anche le sostanze tanniche, rendendolo imbevibile. La maturazione del liquore da 2 a 6 mesi prima del consumo gli farà perdere un po’ di astringenza conferendogli un colore meno cupo. Come si vede, non è un prodotto complicato, ma casalingo, la cui bontà è data dal corretto equilibrio tra i profumi, un minimo di corpo, e la dolcezza, che deve risultare non stucchevole, rischio presente in molti liquori.

Il curioso pettine, attrezzo impiegato nella raccolta delle bacche di mirto

Il curioso pettine, attrezzo impiegato nella raccolta delle bacche di mirto

Il mirto si beve comunemente come digestivo, più spesso gelato, come si usa fare per il limoncello, che non a temperatura ambiente. Provatelo in entrambi i modi, secondo le stagioni.

Il mirto assaggiato da Cognac & Cotognata proviene dalla tipologia familiare, ed è stato prodotto per la felicità dei clienti del ristorante La Rosa dei Venti di Santa Vittoria di Sennariolo (OR) dal patron Gianluca del Rio. Grazie alla cortesia dell’autrice di Cucinasenzasenza.com , che ha importato materialmente il liquore, non senza pericolo per l’integrità della bottiglia e del contenuto della valigia, siamo riusciti a venire in possesso di questo mirto sardo verace e fedele alla tradizione, che ora degusteremo.

Le bacche di mirto durante la macerazione in alcool

Le bacche di mirto durante la macerazione in alcool

L’aspetto è limpido, e il colore granato scarico, indice di lunga maturazione; il profumo è sostenuto e tipico della bacca sarda, molto gradevole, che potrebbe ricordare con un po’ di fantasia la macchia mediterranea; al palato questo mirto si offre equilibrato, di dolcezza contenuta, con una discreta alcolicità che tuttavia non disturba; il gusto si rivela non così corposo come farebbe pensare il profumo, ma vivace e alquanto fruttato; potrebbe essere avvicinato al liquore di prugnoli, per la nota fruttata e lievemente tannica, per quanto il sapore sia del tutto proprio e inconfondibile. Il retrogusto è pressoché assente, come in quasi tutti i liquori; l’esecuzione dimostra un ottimo equilibrio tra frutto, alcool e zucchero, lontana dal carattere rustico che connota frequentemente i liquori di preparazione casalinga.

In conclusione questo mirto è un digestivo molto gradevole e facile da bere, sia in versione raffreddata, che a temperatura ambiente: si apprezza al meglio con la stagione estiva, ma crea nostalgia del suono del mare e della semplice ma squisita cucina sarda.




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